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Posts Tagged ‘otto ore’

Cominciò così in tutto il mondo industrializzato: manifesti, comizi, cortei e astensione dal lavoro. Gli operai volevano le otto ore. In Italia ne facevano in media 14, donne e bambini compresi. Gli imprenditori sostenevano che la richiesta era una pazzia.
Sono così gli imprenditori, fanno i medici dei pazzi. Per vocazione.

napoletani

La repressione scattò immediata e violenta: cariche, arresti, denunce per associazione sovversiva, disobbedienza alle leggi e istigazione all’odio di classe. La protesta dei lavoratori fu sepolta sotto secoli di galera.
Vennero altre “feste del lavoro”.

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Nel 1894 Crispi sciolse il Partito Socialista e segregò nelle isole migliaia di lavoratori, ma non riuscì fermarli e a maggio del 1898 Bava Beccaris sparò a mitraglia sulla folla disarmata. L’Italia insorse, corse il sangue e Rudinì ricorse agli stati d’assedio e ai tribunali di guerra. Secoli di domicilio coatto “ricondussero l’ordine” nel paese.

Muro contro muro, finì che Bresci vendicò i morti del ’98 uccidendo Umberto I. I terroristi sono sempre esistiti e l’unica possibile guerra preventiva si combatte con le armi della giustizia sociale.
Nel 1892, Giovanno Bovio, difendendo gli operai arrestati per le manifestazioni del 1° maggio lo aveva avveritito lucidamente, quando, rivolto ai giudici aveva urlato a nome degli imputati:
non ci fate, voi, o giudici, non ci fate, per queste braccia scarne, per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Io fui nato ad esser cavaliere e tu mi hai fatto malfattore, ed ora ti fai giudice! Così gridò il figlio a Nicolò terzo estense, provocatore e parricida. E noi chiediamo a quelli che ci chiamano fratelli: noi fummo nati al lavoro e dhe, non fate noi delinquenti e voi giudici!“.
Una invocazione, forse un monito, più che mai attuali.
Troppi estensi parricidi si ergono ancora a giudici in questo nostro misero pianeta e troppi bambini lavorano 14 e più ore per un zuppa buona a farli lavorare.
Un’ora di lavoro di un operaio europeo vale dai 12 ai 16 dollari. Ci sono parti del mondo in cui si ragiona in centesimi. E il lavoro non ha né orari, né tutele.
Lo sanno i nostri ragazzi che ascolteranno musica in piazza San Giovanni?

Fuoriregistro, 1 maggio 2003.

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L’Italia c’è, non è un nome sulle carte. E ci sono gli italiani. Non portano retoriche coccarde all’occhiello, cravatte verdi o gigli del Borbone in un leghismo di rimbalzo che vorrebbe scendere al Sud.

Gli italiani ci sono, non chiudono gli occhi per non vedere, non fanno ipocrite feste, hanno buona memoria e coltivano la speranza.

L’Italia c’è e ci sono gli italiani. Si sono “fatti” nelle tragedie vissute assieme e nelle lotte che li hanno uniti, ben più che mille proclami, referendum e chiacchiere vuote della politica. Si portano dentro il tratto incancellabile d’una vicenda che li accomuna. Non è nazionalismo, è storia comune e forse Dna. Settentrionali venuti a morire di solidarietà nel colera del Sud, nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, dissidenti perseguitati ovunque nel paese, operai presi a sciabolate in tutte le piazze dei nostri cento campanili, quando si lottava per i diritti: le otto ore, l’assicurazione obbligatoria sul lavoro contro gli infortuni, la pensione. I contadini senza terra, in lotta ovunque per più equi patti agrari e condizioni di lavoro degne di esseri umani; il popolo lacero e affamato, intisichito da uno sviluppo che pretendeva sottosviluppo in nome del saggio di profitto e della necessità di mercati di consumo; i milioni di veneti e campani, genovesi e calabresi, che, come i nordafricani d’oggi, scendevano in piazza a mani nude contro i cannoni caricati a mitraglia o emigravano in cerca di lavoro e dignità.

Gli italiani si son “fatti” nelle trincee sul Piave, sardi, siciliani, piemontesi, che non sapevano cosa temere di più, nella guerra del capitale, se gli sventurati austriaci delle trincee “nemiche” o gli scherani dei padroni che sparavano nella schiena di chi cedeva alla paura; si sono “fatti” nei campi di prigionia. Uomini d’ogni regione, condannati a morir di fame da padroni e nazionalisti imboscati che li ritennero traditori, come Bixio aveva massacrato i contadini di Bronte, Cialdini, Lamarmora e Cadorma i meridionali ribelli, Bava Beccaris gli operai a Milano, Giolitti i proletari di tutt’Italia, Mussolini gli antifascisti e Scelba i “comunisti”.

Gli italiani ci sono, sono nati nei deserti d’Africa e nel gelo siberiano, dove li mandò a morire il capitale, si sono riconosciuti uguali, sui monti della guerra partigiana, uomini e donne “che volontari si adunarono per dignità non per odio”, figli d’ogni monte e campanile del paese delle cento città.

L’Italia c’è, nelle sue fabbriche attaccate da Marchionne e Confindustria, c’è coi suoi giovani scesi in piazza a Roma contro un potere sempre uguale a se stesso e sempre pronto a cambiare perché nulla cambi. C’è, lotta ancora nelle piazze e nei luoghi di lavoro, nei collegi docenti di quelle scuole che invano si prova a piegare.

L’Italia c’è. E ci sono gli italiani. Non fanno festa. Lottano. E non dimenticano il colore del cielo .

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2003

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