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Posts Tagged ‘operai’

10417641_745006022259474_4035144759249105902_nOggi a Napoli operai e studenti sono andati alla stazione marittima, alla Conferenza del FEMIP dove è intervenuto Pier Carlo Padoan. Volevamo esporre uno striscione in solidarietà con i lavoratori di Terni, ma polizia e carabinieri prima li hanno caricato e poi hanno sbarrato l’ingresso.
Ma che fanno i nostri ragazzi e i nostri operai quotidianamente massacrati di botte? Nulla. Guardano lontano, vedono la Grecia sempre più vicina e urlano il loro no.
E’ perciò che lottano, lavoratori, studenti, precari e disoccupati: per se stessi e per i diritti che i nostri nonni conquistarono a costo di sanguinose lotte. E noi? Noi che facciamo, dopo le violenze della sbirraglia contro gli operai di Terni? Una giovane generazione senza futuro, i padri di famiglia colpiti nella dignità e privati di ogni tutela, i lavoratori schiavizzati, i precari ignorati, le regole calpestate, la scuola distrutta, l’università in ginocchio, la ricerca avvilita, i sindacati disprezzati e chi si azzarda a protestare, è assalito con i gas, gli idranti e le manganellate. E se questo non basta, ogni tanto da una pistola parte un colpo. “Accidentale”, s’intende, ma assassino.
Non si può più stare a guardare. E’ ora di affiancare chi lotta!

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Manifesti per il 1° maggio sequestrati nel 1892

Manifesti per il 1° maggio sequestrati nel 1892

Cominciò così: manifesti incollati di notte sui muri, riunioni più o meno segrete per evitare l’arresto e la decisione di astenersi dal lavoro.
La risposta dei padroni non si fece attendere:

Nota n. 1838 Urgente e riservata alla persona
Agli Uffici dipendenti
Oggetto: Agitazione pel 1° maggio.
Le SS.LL. sapranno già come da varii gruppi di affiliati ai partiti sovversivi si studii con ogni sorta di maneggio di animare l’agitazione pel 1° maggio che, secondo i disegni dei più arrischiati, dovrà, come essi dicono, segnare una data memoranda nella storia di queste agitazioni.
Al gruppo di questi ultimi appartengono tra gli altri i noti anarchici Mariano Gennaro Pietraroia, Vincenzo Petillo, Giovanni Bergamasco, Attilio Volpi, Gerolamo Tommasoni (fatti questi due rimpatriare, ma che potrebbero da un giorno all’altro tornare) Augusto Tralascia e Luigi Perna. Ad essi si è collegato l’altro noto socialista-repubblicano Luigi Alfano, rappresentante il Circolo «Gioventù Operosa», giovane turbolento ed audace.

Circolare segreta della Questura di Napoli

Circolare segreta della Questura di Napoli per il 1° maggio 1892

Costoro, riunitisi in comitato segreto tendono a organizzare pel 1°, maggio un movimento rivoluzionario ed a prepararsi, intanto, il terreno adatto, eccitando gli animi degli operai con la propaganda dei loro principii e col formulare il malcontento verso gli attuali ordinamenti sociale e politico.
Mentre sarà mia cura di tener dietro alle segrete macchinazioni di costoro per prevenirne a tempo gli effetti, desidero intanto di richiamare su di essi la speciale attenzione della SS. LL. perché con attiva ed oculata vigilanza li seguano nei loro maneggi presso gli operai. E se avvenga loro di sorprenderli in mezzo agli operai stessi, (avvertendo cessi si mischiano a preferenza tra i disoccupati e nei luoghi ove questi sogliono raccogliersi nella speranza di essere chiamati al lavoro) poiché non potrebbe cader dubbio sullo scopo della loro presenza tra essi, cioè di sommuoverne gli animi e spingerli a tumultuare, vorranno, senz’altro, disporne l’accompagnamento in quest’ufficio per quegli ulteriori provvedimenti, che fossero del caso!
A contrastare poi alle mene di costoro e di quanti altri tendano a turbare per l’occasione suddetta l’ordine pubblico, Le prego di usare, nei modi che più crederanno convenienti e conducenti allo scopo, della loro personale influenza presso le locali società operaie, affinché le mene e le insinuazioni degli agitatori, i quali devono essere in questi giorni, anche più del solito, personalmente e strettamente vigilati, non abbiano presa su di esse.
Dalla solerzia delle SS. LL. mi attendo, in questo servizio di somma importanza, la più attiva e ed accorta cooperazione nel supremo interesse del mantenimento dell’ordine pubblico. Gradirò un cenno di ricevuta della presente che dev’essere tenuta segreta.
Il Questore
“.

Gli operai chiedevano le otto ore – in Italia se ne facevano anche 14, donne e bambini compresi – ma i padroni sostenevano che la richiesta era una pazzia, perché non avrebbero potuto sostenere la concorrenza. La repressione scattò immediata e violentissima: manifesti sequestrati, arresti preventivi, piani militari dettagliati, mappe con i punti in cui nascondere le truppe, città presidiate con la cavalleria e infine, il 1° maggio, cariche, arresti, denunce per associazione sovversiva, disobbedienza alle leggi e istigazione all’odio di classe. Il potere s’illuse che  la lotta dei lavoratori fosse stata sepolta sotto secoli di galera, ma vennero, invece, ancora “feste del lavoro”.
Nel 1894, Crispi sciolse il Partito Socialista e segregò nelle isole del soggiorno obbligato e nei penitenziari migliaia di lavoratori. I proletari, però, non si fermarono e si fecero di nuovo “feste del lavoro”. A maggio del 1898, il generale Bava Beccaris sparò a mitraglia sulla folla disarmata e il re lo decorò come fosse un eroe. I proletari, però, non si arresero e Rudinì ricorse agli stati d’assedio e ai tribunali di guerra. Secoli di domicilio coatto non bastarono a “ricondurre all’ordine il Paese”. Muro contro muro, finì che Gaetano Bresci vendicò i morti del ’98 e l’oltraggiosa medaglia al generale assassino, uccidendo Umberto I. La violenza è figlia del malgoverno e la sola possibile guerra preventiva si combatte con le armi della giustizia sociale. Nel 1892, Giovanni Bovio, difendendo gli operai arrestati per le manifestazioni del 1° maggio lo aveva avvertito lucidamente, quando, rivolto ai giudici, aveva urlato a nome degli imputati:

per carità di voi stessi e per quel pudore che è l’ultimo custode delle società umane, non ci fate dubitare della giustizia. Io fui nato ad esser cavaliere e tu mi hai fatto malfattore, ed ora ti fai giudice! Così gridò il figlio a Nicolò III estense, provocatore e parricida. A quelli che ci chiamano fratelli e poi ci processano noi ricordiamo che fummo nati al lavoro e li avvisiamo: non fate noi delinquenti e voi giudici!”

Un monito inascoltato, ma chiaro e più che mai attuale, così come attuali sono tornati i manifesti e la propaganda di quel lontano 1892. Giolitti, Turati e la necessità della pace sociale a garanzia della crescita costrinsero i padroni alla resa, ma oggi troppi diritti sono di nuovo calpestati, troppa gente è senza lavoro, troppi salari non bastano a cancellare la fame. Ovunque ormai il lavoro non ha né orari, né tutele e non è tempo di primo maggio in piazza San Giovanni con canzoni e chitarre. Il pupo analfabeta e i suoi pupari possono anche pensare di ricondurre le masse al 1892, ma devono sapere che, così facendo, preparano un nuovo ’98. Oggi come allora non basteranno questori, circolari segrete, reggimenti in piazza, stati d’assedio e tribunali di guerra.

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Un libro di storia, qualche legge da esaminare ed eccolo il problema che non si pone con forza perché il silenzio dell’informazione si compra pagando o intimidendo. In quanto alla scuole e all’accademia, se nelle aule spieghi agli studenti che la Banca d’Italia è di fatto un Istituto privato, ti prendono per pazzo e non mancherà lo scandalo per “il professore che fa politica“. Si sa, siamo una “grande democrazia“. Pochi vogliono vederlo, molti lo nascondono e in tanti minimizzano, ma il conflitto c’è ed è grave. La solfa del “debito pubblico”  terrorizza, ma non è mai chiaro chi sia il debitore e chi il creditore. La verità è che il famigerato “debito”, non è ciò che noi dobbiamo a qualcuno, bensì l’ammontare del prestito che i cittadini fanno alla Banca d’Italia acquistando titoli di Stato. I lavoratori dipendenti, perciò, con questo maledetto affare non c’entrano nulla. I governi hanno sprecato i quattrini avuti in prestito favorendo l’evasione fiscale, sperperando miliardi in armamenti, guerre mimetizzate, sprechi incontrollati, costi insostenibili della politica e favori agli imprenditori. Gli interessi del “debito pubblico”, così accumulato, cioè i soldi che lo Stato deve a chi compra i suoi titoli, si fanno poi pagare a chi i titoli di Stato non li ha comprati, non ci ha mai guadagnato un centesimo e non sa come sbarcare il lunario. Messa in questi termini, la situazione è più chiara: la povera gente, i lavoratori a reddito fisso, i disoccupati, i giovani che dallo Stato non hanno mai nulla – ormai si paga tutto, in cambio di nulla – non c’entrano niente col debito e non si capisce perché a pagarlo debbano essere loro, come pretende Draghi, che si accinge a guidare la BCE, dopo la brillante carriera alla testa di un oggetto misterioso che si chiama Banca d’Italia, un Istituto che sembrerebbe pubblico ed è invece privato.

A Bankitalia occorrerebbe dedicare un istruttivo capitolo dei nostri manuali di storia. Incamerata la parte di riserve auree dello Stato borbonico – quella che non era sparita nei rivoli carsici del finanziamento alle imprese settentrionali – la Banca vede la luce il 23 ottobre 1865 a Firenze, allora capitale, col Decreto n. 2585 del 1865 e con l’approvazione contemporanea della “Convenzione per la formazione della Banca d’Italia” e del suo Statuto. Il decreto, però, non è trasformato in legge e, di fatto, la Banca è istituita solo il 10 agosto 1893 da Giolitti, poi travolto dal primo grande scandalo bancario del nostro Paese, quello della Banca Romana, che copriva le perdite di bilancio stampando banconote false. La Banca non ha ancora il ruolo attuale; a emettere moneta, infatti, sono anche il Banco di Napoli e quello di Sicilia, secondo criteri ribaditi dal decreto n. 204/28 aprile 1910. Così stando le cose, è la stessa Banca d’Italia a riconoscere che “data la scarsa diffusione dei depositi bancari, la fonte principale di risorse per effettuare il credito bancario era costituita proprio dall’emissione di biglietti: in pratica, accettando i biglietti di banca, il pubblico faceva credito agli istituti di emissione, e questi potevano far credito ai propri clienti“. Sembra strano, me è così e l’ammissione è illuminante.

Dopo la prima guerra mondiale, che consentì enormi profitti al padronato, quando si trattò di pagare i costi del conflitto e le spese per tornare a un’economia di pace, la Banca d’Italia si accollò l’enorme peso del salvataggio di Istituti privati a spese del pubblico: una marea di soldi passò così dalle tasche dei lavoratori a quelle dei “pescecani” che avevano “scialato” sulla pelle degli operai e dei contadini.
Nel 1926 a Bankitalia va l’esclusiva sull’emissione della moneta, ma la riorganizzazione vera, giunta nel 1928, dura un amen. Tutto, infatti, cambia, quando diventa chiaro che si va verso la guerra coloniale e nel 1935 si dà l’assalto all’Etiopia. Col decreto-legge n. 375 del 12 marzo 1936 (recentemente confermato dalla Cassazione con sentenza n. 16751/2006), trasformato poi nella legge n. 141 del 7 marzo 1938, si realizza una riforma bancaria che rende la Banca d’Italia “istituto di diritto pubblico” ed espropria gli azionisti privati, che contano, però, di essere lautamente ripagati dai profitti di guerra.

Nel secondo dopoguerra, si torna lentamente a una privatizzazione che muove i suoi passi più decisi con la crisi della cosiddetta Prima Repubblica. La legge Carli-Amato, la n. 35 del 29 gennaio 1992, sancisce la privatizzazione degli istituti di credito e degli enti pubblici. Non è cosa di poco conto, se si pensa che, intanto, i privati sono tornati nella proprietà della Banca d’Italia e di lì a poco la legge n.82 del 7 febbraio 1992, voluta da Guido Carli, guarda caso ex Governatore di Bankitalia prestato opportunamente alla politica, stabilisce in via definitiva che a decidere sul tasso di sconto sia esclusivamente il Governatore della Banca d’Italia che ormai fissa in piena autonomia il costo del denaro. Lo Stato non c’entra più nulla. Tutto questo, mentre l’Italia firma il Trattato di Maastrich, che istituisce il Sistema europeo di Banche Centrali (SEBC) e la Banca Centrale Europea (BCE) che riunisce le Banche Centrali dei Paesi membri dell’Unione Europea. Un tentativo di rimettere le cose a posto, si ha con la proposta di legge n. 4083 del 13 giugno 1999, presentata dal primo Governo D’Alema, che tenta di fissare le “Norme sulla proprietà della Banca d’Italia e sui criteri di nomina del Consiglio superiore della Banca d’Italia” e far sì che le azioni della Banca siano tutte dello Stato. La legge naturalmente non sarà approvata, e basta leggerla per capire il perché: “Il presente disegno di legge” – recitava testualmente – “attribuisce al Ministero del tesoro, del bilancio e della programmazione economica la titolarità dell’intero capitale della Banca d’Italia, prevedendo altresì la incedibilità delle quote di partecipazione […]. Viene poi istituita una Commissione bicamerale avente compiti di vigilanza sull’attività del Consiglio. Il governatore é tenuto a relazionare la Commissione sull’operato e sulle attività svolte dal Consiglio almeno una volta ogni sei mesi“.

Siamo praticamente a oggi.
L’assetto proprietario della Banca d’Italia è reso noto da “Famiglia Cristiana“, che il 4 gennaio del 2004, facendo riferimento ai risultati di una ricerca scientifica, pubblica proprietari e quote e scrive testualmente: “Stranamente la Banca d’Italia è una società per azioni che appartiene a banche italiane e, in misura minore, a compagnie d’assicurazione. E sorprendentemente l’elenco dei suoi azionisti è riservato. Per fortuna ci ha pensato un dossier di Ricerche & Studi di Mediobanca, diretta da Fulvio Coltorti, a scoprire quasi tutti i proprietari della Banca d’Italia“.
Presa in contropiede, il 20 settembre 2005 Bankitalia rende pubblico l’elenco dei “partecipanti al capitale“, che ci dà il quadro attuale della situazione: il capitale è per il 94,33% in mano a banche e assicurazioni. Solo il 5,67% è proprietà di enti pubblici, quali l’INPS e l’INAIL. Questo è. I nomi? Bene: Intesa San Paolo 30,3 % 50 voti; Unicredito 22,1, 50 voti Assicurazioni Generali 6,3 %, 42 voti; Cassa di Risparmio Bologna, 6,2 % 41 voti e via così. Inutile dire che Intesa e Unicredito hanno fortissime presenze di capitale estero, con tutto ciò che questo significa. Chi conosce anche solo un po’ la storia nostra sa che, se dici Intesa dici ex Comit, la Banca Commerciale, a capitale prevalentemente tedesco. Oggi? Bisognerebbe essere ciechi per non vederlo: se il Crédit Agricole e Paris Bas hanno una solida presenza qui da noi, dio solo sa quante azioni della Banca d’Italia sono in mano a banche estere.

Ecco. Gli studenti capiscono più di quanto crediamo, occorre però fornirgli gli strumenti.  Quando li avranno, non ci metteranno molto a interrogarsi sul ruolo di Einaudi, Carli, Ciampi e Dini, uomini di Bankitalia e politici in posti chiave e in momenti decisivi. Senza dire di Draghi, che ora va alla BCE e detta il programma di Governo.
C’è una legge, la n. 262 del 28 dicembre 2005, che ridefinisce “l’assetto proprietario della Banca d’Italia“, e disciplina “le modalità di trasferimento, entro tre anni dalla data di entrata in vigore della […] legge, delle quote di partecipazione al capitale della Banca d’Italia in possesso di soggetti diversi dallo Stato o da altri enti pubblici“. Da tempo, però, con un previdente intervento, la legge 291 del 12 dicembre 2006 ha cancellato dall’art. 3 dello Statuto della Banca d’Italia la parte che imponeva il possesso pubblico della maggioranza delle azioni della Banca Centrale. Si è così messo lo Stato definitivamente fuori da Bankitalia e, di conseguenza, dalla BCE. La lettera inviata da Trichet e Draghi a Berlusconi dimostra che a governare l’Italia e a decidere delle nostre vite sono, di fatto due privati cittadini.
Tutto cambia, si sa, anche la maniera di esprimersi. Un tempo si sarebbe detto “golpe“. Oggi si dice crisi.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 ottobre 2011

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L’Italia c’è, non è un nome sulle carte. E ci sono gli italiani. Non portano retoriche coccarde all’occhiello, cravatte verdi o gigli del Borbone in un leghismo di rimbalzo che vorrebbe scendere al Sud.

Gli italiani ci sono, non chiudono gli occhi per non vedere, non fanno ipocrite feste, hanno buona memoria e coltivano la speranza.

L’Italia c’è e ci sono gli italiani. Si sono “fatti” nelle tragedie vissute assieme e nelle lotte che li hanno uniti, ben più che mille proclami, referendum e chiacchiere vuote della politica. Si portano dentro il tratto incancellabile d’una vicenda che li accomuna. Non è nazionalismo, è storia comune e forse Dna. Settentrionali venuti a morire di solidarietà nel colera del Sud, nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, dissidenti perseguitati ovunque nel paese, operai presi a sciabolate in tutte le piazze dei nostri cento campanili, quando si lottava per i diritti: le otto ore, l’assicurazione obbligatoria sul lavoro contro gli infortuni, la pensione. I contadini senza terra, in lotta ovunque per più equi patti agrari e condizioni di lavoro degne di esseri umani; il popolo lacero e affamato, intisichito da uno sviluppo che pretendeva sottosviluppo in nome del saggio di profitto e della necessità di mercati di consumo; i milioni di veneti e campani, genovesi e calabresi, che, come i nordafricani d’oggi, scendevano in piazza a mani nude contro i cannoni caricati a mitraglia o emigravano in cerca di lavoro e dignità.

Gli italiani si son “fatti” nelle trincee sul Piave, sardi, siciliani, piemontesi, che non sapevano cosa temere di più, nella guerra del capitale, se gli sventurati austriaci delle trincee “nemiche” o gli scherani dei padroni che sparavano nella schiena di chi cedeva alla paura; si sono “fatti” nei campi di prigionia. Uomini d’ogni regione, condannati a morir di fame da padroni e nazionalisti imboscati che li ritennero traditori, come Bixio aveva massacrato i contadini di Bronte, Cialdini, Lamarmora e Cadorma i meridionali ribelli, Bava Beccaris gli operai a Milano, Giolitti i proletari di tutt’Italia, Mussolini gli antifascisti e Scelba i “comunisti”.

Gli italiani ci sono, sono nati nei deserti d’Africa e nel gelo siberiano, dove li mandò a morire il capitale, si sono riconosciuti uguali, sui monti della guerra partigiana, uomini e donne “che volontari si adunarono per dignità non per odio”, figli d’ogni monte e campanile del paese delle cento città.

L’Italia c’è, nelle sue fabbriche attaccate da Marchionne e Confindustria, c’è coi suoi giovani scesi in piazza a Roma contro un potere sempre uguale a se stesso e sempre pronto a cambiare perché nulla cambi. C’è, lotta ancora nelle piazze e nei luoghi di lavoro, nei collegi docenti di quelle scuole che invano si prova a piegare.

L’Italia c’è. E ci sono gli italiani. Non fanno festa. Lottano. E non dimenticano il colore del cielo .

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2003

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Da qualche parte, in città, la mia e, c’è da giurarci, quella di tanti come me che non hanno ancora alzato la bandiera bianca, ci si riunisce, si mettono insieme forza e debolezza, coraggio e disperazione, analisi e propositi e una volta ancora, fosse la millesima non sarà l’ultima, una volta ancora ci si prepara a dire “no, noi non ci stiamo!, Ora basta, la misura è colma!“.
Lo sentiremo dire, il 12 marzo, e lo ripeteremo con le parole che scrive un collega che della sua precarietà ha fatto la leva orgogliosa su cui poggiare la volontà d’un cambiamento vero:

più determinati che mai, mettiamo in campo la nostra forza, difendiamo la nostra categoria di lavoratori pubblici precari e non, attaccati, vessati e massacrati da questo governo e dai suoi ministri con riforme che ledono la nostra dignità professionale e le nostre famiglie!“.

Tanto più forte sarà questa dichiarazione di guerra a chi ci fa la guerra, tanto più agguerrita sarà – senza retorica – la trincea nella quale ci attesteremo e dalla quale partiremo all’attacco, quanto più voci unite si leveranno, più gambe insieme marceranno, più braccia leveranno un’unica bandiera, più teste lavoreranno per unire alla base ciò che al vertice si continua a dividere.
C’è un pensiero in queste mie parole, una convinzione che ritengo forte e non velleitaria, che riguarda allo stesso tempo la natura politica dell’attacco che si è portato da ogni lato in Parlamento alla formazione, lo “specifico” della nostra professione e la crisi in cui il capitale ci ha cacciato e sulla quale intende inchiodarci come su una croce inevitabile e fatale. Per assoggettarci. Smantellare il sistema formativo vuol dire indebolire, se non forse annientare, la coscienza critica e, quindi, la resistenza delle classi popolari. Quelle classi popolari alle quali noi insegnanti, tessuto connettivo del pianeta cultura, possiamo agevolmente volgerci per denunciare, seminare dubbi, costruire opposizione, produrre dissenso e avviare una “resistenza” diffusa che coinvolga gli ampi strati dell’utenza. Uniti possiamo e dobbiamo. E’ nelle nostre forze ed è compito “specifico” della nostra professione. Noi non passiamo carte e nozioni a seconda dei capricci del potere. Noi insegniamo percorsi critici e produciamo il seme fertile del dubbio. E’ un mestiere che sappiamo fare tutti e meglio faremo se troveremo la via della solidarietà. Ogni precario colpito è uno di noi che va difeso. E poi la crisi. Non è stato aggredito solo il sistema-scuola e non rischiano di cadere solo i precari. C’è un mondo colpito. Ci sono gli operai gettati sul lastrico, gli immigrati schiavizzati, i giovani pugnalati nella schiena da un progetto autoritario, molto moderno nella forma, antico e feroce nella sostanza come accade con ogni dispotismo. Noi possiamo essere, noi anzi siamo in un solo momento operai, giovani, cassintegrati, immigrati, disoccupati. Noi siamo tutto questo e non ci sono insegnanti precari, giovani ridotti alla disperazione, stranieri discriminati. C’è la scuola aggredita per aggredire i precari, gli immigrati, i giovani, gli operai. La reazione che s’è scatenata non vincerà senza espugnare la scuola, ma nessuno di noi salverà se stesso se non sapremo difendere la scuola assalita. Occorre farlo. Le armi si troveranno, si farà quadrato e le parole d’ordine sono quelle di sempre: solidarietà e lotta. E gli esempi non mancano: Lina Merlin, maestra elementare negli anni del delirio littorio non volle giurare fedeltà al regime e fu licenziata. Teresa Mattei nella vergogna del 1938, rifiutò di assistere alle lezioni sulla “salute della razza” e fu espulsa da tutte le scuole d’Italia. Non si piegarono al regime che cadde sotto il peso delle sue colpe. Entrambe portarono nella Costituente il loro contributo e oggi ci indicano la via: le mezze misure non bastano più. Occorre dire no, costi quel che costi, perché – lo dico con Don Milani – “se a fare lo stesso lavoro nella stessa bottega, il padrone arrichisce e l’operaio resta povero, vuol di che qualcosa è marcio“, vuol dire che “c’è tanto di quel disordine che non c’è molto rischio di peggiorare il mondo […] sicché non mi pare che un po’ di ribellione, se venisse, sarebbe la fine del mondo“.

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