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Posts Tagged ‘Occidente’

Immagine.pngSe la gigantiasi in natura è una condizione di carattere patologico, perché in economia può essere un obiettivo? La domanda, ripetutamente posta, non ha mai trovato risposte convincenti e l’Occidente, che esporta a suon di cannonate la sua “democrazia laica”, mostra così di avere un’incurabile anima integralista. Prendiamone atto: l’economia ha divorato la politica, privandola dell’ultima parola sui temi economici e della sua specifica facoltà di decidere sui conti pubblici, sull’uso degli investimenti, sui movimenti di capitali e sull’ingigantimento delle finanza. Le conseguenze gravissime di questo fenomeno sono da tempo ormai sotto gli occhi di tutti: distruzione dello stato sociale, cancellazione dei diritti dei lavoratori, precarizzazione della vita di intere generazioni, guerre tra poveri che fanno da fertilizzanti per le rozze, ma efficaci formule di un fascismo che rinasce, come dimostrano le recenti elezioni tedesche.
Poiché le parole hanno un peso spesso decisivo, è bene dirlo: il rovesciamento del rapporto tra economia e politica è figlio di uno “spossessamento”.  Non sono stati i cittadini italiani a dare ai governi con il loro voto la facoltà di sottoscrivere gli accordi internazionali che ci hanno condotti a questo disastro. Con una legge riconosciuta incostituzionale da una sentenza della Consulta si sono, infatti, creati Parlamenti privi di legittimità politica ed etica e sono stati quei Parlamenti illegittimi che hanno inserito nella Costituzione repubblicana i provvedimenti che sottomettono la politica all’economia: pareggio di bilancio e fiscal compact. Un colpo di Stato interno, quindi, e non la libera volontà di un popolo, ci ha ridotti in una condizione di servitù. Siamo, per intenderci, ben oltre i timori della critica internazionalista ad ogni potere che sia superiore a un altro. Qui da noi non è diventato oppressivo un potere legittimamente delegato, transitorio e limitato nel tempo, come Bakunin riteneva che dovesse inevitabilmente accadere. E’ stata l’alta borghesia a rinnegare Montesquieu e i pilastri della società nata dalla rivoluzione borghese. Siamo di fronte a una controrivoluzione.
Le conseguenze di questo delirio integralista, che uccide in maniera mille volte più feroce e più efficace di ogni terrorismo, si vedono chiare negli Enti locali, dove i sindaci non sono più in grado di assicurare alle popolazioni dei territori che amministrano il rispetto dei diritti costituzionalmente garantiti.
Dovremmo quindi rassegnarci e arrenderci? Tutt’altro. Poiché la Costituzione è la fonte primaria del diritto e prevale su ogni direttiva, sia del governo nazionale, che della Commissione di quell’aborto che i pennivendoli chiamano “Unione Europea”, i Comuni possono contare su un’arma micidiale, che non uccide, ma restituisce la vita: costituire commissioni per valutare la natura e le origini del “debito”, contestarne la tirannia e intanto seguire alla lettera il dettato costituzionale, utilizzando tutte le risorse per soddisfare diritti.
L’Unione Europea, quella dei popoli, può nascere solo così: come alternativa legale – la legalità della giustizia sociale – al mostro illegittimo che da Bruxelles soffoca i popoli. In quanto al sedicente “governo romano”, a che serve parlarne? L’esito del referendum del 4 dicembre ha il valore legale di un autentico certificato di morte.

Agoravox, 30 settembre 2017

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Se non l’avete vista, eccola all’opera l’Europa democratica. Se continuate a far finta di non vederlo, eccolo l’Occidente dei diritti, quello in cui la legalità è un inganno costruito apposta per giustificare ogni violenza del potere.
Questi animali possono fare ciò che vedete perché glielo consentiamo. La polizia non c’entra, questi non sono poliziotti. E’ feccia armata e se si comporta così è colpa nostra.
Occorre dirselo: indietro non si torna e presto metteranno mano alle armi. Quando si giunge fino a questo punto, i popoli possono scegliere solo tra due vie: accettare la servitù o restituire tutto, colpo su colpo, nessuno escluso. Ricordiamocelo: siamo piccini solo perché siamo in ginocchio. E’ ora di alzarsi e dire basta. Il tempo stringe e presto sarà tardi. Abbiamo due esempi chiari: la Bastiglia e il Palazzo d’inverno. Non si può manifestare così, contro bestie armate, a mani nude, senza concertare piani d’azione, senza scegliersi il terreno sul quale agire, senza aver chiaro soprattutto che all’ultima spiaggia c’è un solo principio che abbia una  logica e conti: vita tua mors mea.
Un clic, ed eccola all’opera l’Europa democratica!

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Quando, in nome della libertà, il giovane Jan Palach si consegnò alla storia dei martiri, dandosi alle fiamme in Piazza San Venceslao, nella Praga insofferente al giogo sovietico, come una sola voce  la stampa dell’Occidente democratico e libero si scatenò in un’apologia dell’eroico suicida. Nel silenzio della stampa del mondo sovietico, ovunque strade, città e paesi presero nome da lui e tra i cattolici non mancarono i teologi che opportunamente lessero nel pensiero di dio la favorevole disposizione al suicidio, quando un uomo vi giunge in nome di un bene supremo quanto la vita. Mai morte atroce, in realtà, sembrò più utile ai cantori dell’eden capitalista e persino nei petti critici dei giovani che, qui da noi, prendevano le distanze dall’Unione Sovietica, senza lasciarsi incantare dalle sirene del libero mercato, un terremoto d’emozioni offuscò per un istante la consapevolezza dell’inganno. Me ne ricordo tanti vacillare e quanta strada avrebbe poi fatto la menzogna delle patrie del diritto e della superiorità dell’antico continente, l’ho poi visto negli anni a venire, di fronte alle facili conversioni, ai repentini mutamenti, alle carriere abbracciate con i proventi e gli onori che avevamo profondamente disprezzato. Oggi, tra le file della nostra stampa di regime, nei corridoi ovattati dei potenti network televisioni, che ogni giorno ingannano lettori e ascoltatori, i nomi di comunisti d’accatto, rivoluzionari da burletta ed estremisti sdegnosi di agi borghesi, fanno bella mostra di sé nell’organigramma che conta.

In questi giorni, in nome del diritto al lavoro e alla dignità, che sono alla radice di ogni libertà, s’è dato alle fiamme davanti al Parlamento Angelo Di Carlo. Rispondendo al comando di un macellaio di gran lunga più feroce dei peggiori  dittatori, quel capitalismo che non firma le sue stragi, ma ha perso il conto di eccidi, genocidi ed etnocidi, gli opulenti libertari del ‘69, hanno saputo tacere. S’è rovesciato il quadro: ha praticamente taciuto la nostra stampa. Detto e non detto. Non era facile, davvero, ma non mi meraviglia. Stupirei me stesso, invece, questo sì, se me ne stessi zitto anch’io, ma non accadrà. No, io ve lo dirò chiaramente: voi, compagni d’un tempo, mi fate veramente schifo.

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Anche oggi, la “libera” stampa cuce, scuce e rattoppa il quadro d’un Paese che non c’è. Ci hanno detto mille volte che la riforma Gelmini è passata, ma hanno “dimenticato” che ci sono centinaia di statuti da approvare e, al primo tentativo, ecco il CNR occupato. Se per ogni statuto si fanno barricate, la notizia vera non è che la legge è passata, tanto più che nelle scuole di Napoli e Torino la meritocrazia pezzente e la strisciante gerarchizzazione del personale docente sono fallite. Chi si ricorda di Roma il 14 dicembre, lo capisce bene: la notizia vera è che la prova di forza continua.

Se un governo la forza ce l’ha, e pensa di usarla, può andargli anche bene. Ma la forza governa un Paese?

Chi ha visto dai cellulari tunisini studenti e professori uccisi e un popolo insorto che urlava “non abbiamo paura” chiede ai fatti se la forza governa. E i fatti dicono no. Lì in Tunisia, dicono, non è solo rivolta della fame e, interrogati, spiegano che Ben Alì, l’amico di Frattini, Gelmini, Berlusconi e soci, il dittatore tunisino di cui grancassa e sordina coprono da vent’anni il romanzo criminale, è stato cacciato sì dalla fame, ma era soprattutto fame di diritti.

C’è fame e fame, dicono i fatti, e meglio sarebbe ascoltarli.

Diritti. Sì, certo, qui da noi la difesa è all’ordine del giorno. C’è un diluvio di “notizie iraniane” e ci sono i mille ripetuti appelli per la povera Sakinè. Siamo liberali e liberisti, noi, non c’è dubbio, ma siamo soprattutto “occidentali” e qui da noi la globalizzazione farà i conti con la civiltà. Così dice la stampa ad ogni piè sospinto. Sta di fatto, però, che abbiamo avuto vent’anni di Sakiné tunisine e i nostri pennivendoli, sbadati, striminziti, col loro misurato contagocce, con la loro scientifica avarizia, se ne sono stati rigorosamente zitti. Mai un attacco, mai una denuncia. Né sì né no. Solo da un po’ qualche . Ed è stato già molto.

A scuola, da noi, la Tunisia è solo un paese mediterraneo; confini, economia, l’indipendenza nel ’56, poi storia in pillole e tanto turismo. Del sistema politico, poco o niente, ma si sa: gli amici del regime da noi sono potenti. A ben vedere, la Tunisia s’è quasi persa nella coscienza nostra e l’avremmo dimenticata, se la grancassa non togliesse la sordina per il can can sugli immigrati e i clandestini stupratori e delinquenti, persi tra motovedette corsare nel Canal di Sicilia, i CIE di Maroni e le nostre civili galere: carne da macello per la lega di Bossi e Borghezio. Ovunque cerchi, nell’elenco liberale e liberista di “fatti tunisini” non c’è traccia dei settecento colleghi di Marchionne alleati del regime di Ben Alì per spolpare l’osso, come comanda l’etica del profitto.

Etica del profitto, certo. Se questa però è l’etica, ecco il senso reale della riforma Gelmini, ecco spiegata la volontà di sottomettere scuola e cultura al potere economico. Ecco, soprattutto, la saldatura della lotta per la cultura con quella per il lavoro. L’Italia che lotta nelle scuole e nelle università è la stessa che soffre a Mirafiori con la Fiat che “modernizza“. Diverso è il contesto, ma uguale l’origine della questione: la cosiddetta “globalizzazione“. Eccolo il problema. Di là, dal feticcio della globalizzazione, partono Gelmini, Sacconi e Marchionne, da una regola fissa: questo è, questo può e deve essere. Viste così, quale che sia l’angolo visuale, Italia e Tunisia diventano incredibilmente vicine: i giovani diplomati rapinati del futuro, i costi della “modernizzazione“, la difficile scelta tra vivere e sopravvivere che spinge in piazza e sconfigge la paura, i legami inconfessabili tra due governi complici nello sfruttamento delle risorse umane e materiali.

Lo sfruttamento. Non se ne parla più, ma esiste e cresce.

Ce l’hanno detto mille volte: a questo governo non c’è alternativa, come non c’è alternativa alla “globalizzazione“. La scelta è comunque tra fame e diritti. Da una parte ci sono il diritto al lavoro e il diritto allo studio, dall’altra la promessa d’un piatto di lenticchie. In ogni caso, scuola o lavoro, la condizione è una: rinuncia al diritto di avere diritti. Può darsi che sia così, può darsi che il civilissimo Occidente, geloso custode di una pretesa identità di fronte all’integralismo musulmano, sia al bivio fatale: o profitto o diritti. E’ la logica di Marchionne. E tuttavia, se quattrocento impiegati cinesizzano l’Italia, il modello Fiat nasce tunisino e, dopo Mirafiori, deciderà la piazza.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 gennaio 2011

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