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elezioniDomenica prossima si vota in sei capoluoghi regionali – Roma, Torino, Napoli, Milano, Bologna e Trieste – quattordici capoluoghi di quelle che un tempo erano Provincie e un centinaio di città e cittadine. Basta un piccolo calcolo per misurare il valore politico dei ballottaggi.
Un equivoco ingombra il campo e bisogna liberare la via. Qualcuno dice: non sarà il mio voto a far vincere i razzisti. Giusto. E qualche altro aggiunge: a me Grillo non piace. Va bene. Pochi pensano, però, che basterà un voto a far vincere la prima battaglia a golpisti e killer della Costituzione, che intendono cancellare quanto resta dei diritti che essa sancisce. No al razzismo, quindi, ma no anche a candidati dei golpisti.

Socialismo o barbarie si diceva un tempo. Oggi non si dice più. Abbiamo cancellato l’idea socialista e s’è presentata la barbarie. D’accordo, se hai da fare con cervelli educati dalla televisione commerciale è forse meglio lasciare momentaneamente da parte il primo corno del dilemma. Resta il fatto, però, che il dilemma esiste e sta lì ad indicare una battaglia da ultima spiaggia. Da un lato la civiltà, dall’altro il neoliberismo, che è sinonimo di barbarie, come dimostrano le condizioni della sacra Grecia e  il Mediterraneo ridotto a un equivalente liquido dei camini di Auschwitz .

Se ragioniamo come si fa quando si sceglie tra i partiti e i loro gruppi dirigenti, non c’è via di uscita. I partiti, se così si possono chiamare comitati d’affari, lobby e gruppi d’interesse privato che si nascondono dietro Renzi, Berlusconi e Salvini, i partiti non c’entrano nulla con i ballottaggi e meno che mai c’entrano i loro sedicenti dirigenti, pupi in mano a invisibili e pericolosi pupari. In campo ci sta la gente; due schieramenti ben diversi tra loro e un tema che nello stesso tempo aggrega forze dal basso e segna con chiarezza il confine tra i due campi contrapposti. Il primo è quello di quanti, cittadini comuni, lavoratori, precari e disoccupati, sono così accecati da venticinque anni di manipolazione della realtà, che pensano di appoggiare sindaci favorevoli al sì ai referendum, i quali non ti dicono che poi ti massacreranno con la cieca ubbidienza al neoliberismo. Chi ha intenzione di votarli, ci pensi: fiancheggerà, senza rendersene conto, un golpe strisciante e si porterà in casa il boia che gli stringerà un cappio alla gola. L’altro schieramento è formato da quanti invece pensano che dietro le sedicenti riforme si nascondano un nuovo feroce autoritarismo, una filosofia del potere di ispirazione totalitaria che, nei confronti degli immigrati, degli anziani, dei deboli e dei Paesi in difficoltà giunge al genocidio ed evoca lo spettro del nazismo. Un mondo che va ben oltre il terrificante «1984» immaginato da Orwell.

In questo contesto, l’idea che attorno a un sindaco democratico il 5 giugno si sia raccolta la borghesia, oppure la plebe, serve solo a confondere gli elettori per dividerli. Il 19 i candidati sindaci vanno scelti avendo presente un dato di fondo: non bastano un programma di buone intenzioni e la capacità di amministrare. Occorre valutare anche – e alla fine soprattutto – le posizioni che i candidati hanno assunto rispetto ai referendum. Ognuno nella sua città, tutti dovremo appoggiare i sindaci del no, a meno che non siamo dichiaratamente razzisti, per dare all’esito delle elezioni il doppio significato di voto amministrativo per le città e voto politico per il no. Al referendum si potrà giungere così con pezzi significativi delle Istituzioni, legalmente eletti, uniti e in campo contro un governo mai eletto e contro parlamentari nominati e illegittimi che hanno fatto carta straccia della sovranità popolare. Un fronte del no, ampio, ampiamente legittimo e deciso a impedire una vergogna che, si badi bene, dovesse vincere il sì, cancellerebbe il voto popolare, come – tranne a Napoli – è già accaduto con l’acqua. Il PD, Forza Italia e la Lega di Salvini sono il cancro che minaccia il Paese. I loro elettori ci pensino.

Il 19 non voteremo solo per i sindaci, ma impugneremo un bisturi per cominciare a estirpare il tumore, prima che sia troppo tardi. Dopo, solo dopo, quando avremo debellato la malattia, ci divideremo in base alle nostre convinzioni politiche e si deciderà con un voto democratico, chi governa e chi va all’opposizione.

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