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Posts Tagged ‘Novecento’

11002489_829853037087655_7039141093663539571_nQuando si parla di scuola del futuro, bisognerebbe tornare al passato e ricordare almeno ciò che scrissero ai primi del ‘45 su un foglio stampato alla macchia i docenti che, saliti in armi sui monti partigiani per abbattere il nazifascismo, si costituirono in Comitato di Liberazione Nazionale Scuola e affidarono al futuro le speranze della generazione da cui nacquero la repubblica, la Costituzione oggi stravolta e un’idea di scuola che Renzi attacca alla radice.
La carta è povera, sottile, trasparente come un velo, ma contiene i principi fondanti della scuola repubblicana: «L’istruzione è la vera liberatrice dell’uomo», spiegano i docenti; «chi teme il popolo, vuole il gregge, la folla da sfruttare; […] tarpa le ali al libero insegnamento, lo soggioga, lo vuole dominare e produce perciò una costituzione sociale, fondata solo sulla potenza del denaro». E’ una «condanna postuma» dei tempi che viviamo. Durante il fascismo ricorda il giornale, il docente «fu asservito colla miseria; ridotto a una vita stentata, che mortifica e, alla fine, immiserisce anche i più arditi: la professione fu angustia, conformismo e rinuncia. E l’insegnamento fu come la classe dominante imponeva; la gioventù crebbe, informata a principi falsi a ideologie assurde e funeste […] e l’attuale catastrofe è l’ineluttabile risultato». A che fu ridotto l’insegnamento? – si chiedono i partigiani – e ancora una volta la risposta conduce al presente: «a strettezze mortificanti, alla lezione privata e, con essa, alla triste rete di transazioni, di mercimonio, che avvilì insegnanti ed insegnamento: come si desiderava». E’ una profetica descrizione della condizione docente nella scuola di Renzi, ma sarebbe sterile, se gli insegnanti non disegnassero la scuola per cui rischiano la vita: «Nell’ordinamento sociale che sta sorgendo, l’insegnante dovrà rivestire l’autorità e la dignità più alta; sarà il maestro di vita e d’umanità. E la condizione sociale ed economica dovrà rendere possibile questa funzione, dovrà essere tale da permettere libero svolgimento, indipendenza, possibilità di coltivarsi, di procedere, di essere tramite di idee, di pensiero, di progresso per elevare noi stessi e i giovani a noi affidati verso mete sempre più alte di progresso, di libertà, di umanità».
E’ questa la scuola che Renzi distrugge. A difenderla si muovono, però, minoranze che ne fanno parte, bersaglio facile dei «riformatori»: forze conservatrici, timore del cambiamento, interessi corporativi. E intanto, sul web, le scaramucce tra bande di tifosi, gli eserciti di poveri in guerra tra loro e il vento del qualunquismo che, seminato per anni a piene mani, scatena tempeste in un mondo che sarà pure «globalizzato», ma soffoca nei rapporti autistici della pagine facebook.
Mentre la nascita di un fronte unico appare impossibile e non è facile cogliere l’intento di attacco generalizzato alle classi subalterne celato dietro la distruzione della scuola pubblica. Finché non inseriremo le decisioni dei proconsoli di Bruxelles nella cornice ideologica che li tiene uniti, non cancelleremo la sensazione di colpi menati alla cieca o di decisioni errate su problemi reali, che reali non sono: oggi il debito, domani gli sprechi, poi il «merito» e via così.
Eppure le tessere spaiate si unirebbero in un mosaico logico e conseguente, se solo provassimo a leggerle per ciò che di fatto sono ovunque, in fabbrica come a scuola: strumenti di fascistizzazione della società. E’ questo il filo rosso che unisce l’insieme dei provvedimenti pensati da chi governa l’Europa, dopo averne svuotato le Istituzioni di ogni carattere democratico. Anni fa, quando la popolazione era ancora abituata a riflettere, studiare e a far tesoro dell’esperienza, l’avremmo capito: il fascismo è il regime politico del capitale finanziario. Pietro Grifone scrisse in proposito un saggio illuminate, mentre era al confino politico e sin dai primi anni della Repubblica, Calamandrei individuò nella scuola pubblica il bersaglio privilegiato di un attacco del Capitale rivolto non al diritto allo studio, ma all’impianto complessivo della Costituzione: colpire la scuola, per colpire l’intelligenza critica delle masse, anima di una battaglia per la democrazia. Prima ancora che l’Europa pensasse di unirsi, del resto, nel Manifesto di Ventotene, Rossi, Colorni e Spinelli lo videro chiaro: i rischi per l’«Europa dei popoli» non venivano solo dai nazionalismi, ma dagli uomini del grande capitale, pronti a presentarsi come europeisti convinti ma decisi, in realtà, a governare a proprio favore e con ogni mezzo il processo di unificazione.
E’ quanto accade sotto i nostri occhi impotenti, dopo che il filo della memoria storica è stato spezzato e la vicenda del Novecento stravolta, per imporre un anticomunismo acritico e viscerale, con gli strumenti di quel revisionismo maligno che, con precoce e lucida «intelligenza» dei suoi fini reali, Gaetano Arfè definì «sovversivismo storiografico». In questo clima, chi prova a resistere giunge allo scontro in condizioni di forte isolamento. Isolata è la lotta per la scuola, isolati e divisi sono nel Paese i sindacati conflittuali, divisi e isolati si sta rispetto agli altri Paesi. Sola è la Grecia, soli i lavoratori, soli i precari, soli, solissimi i giovani.
La fascistizzazione di Istituzioni e società avanza, invece, spedita, capitalizzando una sconfitta della sinistra che, prima di essere politica, è culturale. Ci sono mille ragioni per diffidare dei 5 Stelle, ma occorre prendere atto: sono loro, i cosiddetti «grillini», a parlare di Europa nazista. Esagerano? Sia allora la sinistra a spiegare in modo convincente il processo di imbarbarimento di una Europa in cui un mostro che genericamente chiamiamo «postdemocrazia», impone una dottrina economica che è l’equivalente europeo dell’integralismo assassino. Non sarà nazismo, ma di ferocia nazista sanno le stragi nel Mediterraneo, l’altissima mortalità infantile che rende la Grecia colonia, la riduzione in servitù di lavoratori e precari, la precarizzazione scientificamente pianificata del futuro di intere generazioni. A tutto questo è estraneo l’attacco alla scuola? Non è così. Ce l’hanno spiegato sin dal ‘45 i docenti in armi, mentre combattevano una barbarie partita non a caso dall’asservimento della scuola.

Fuoriregistro” 14 marzo 2015, Agoravox, 16 marzo 2015

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Per anni abbiamo pensato che un modello di stato sociale – sanità, formazione, pensioni – fosse un’idea di società figlia di un tempo della storia fecondato da un sistema di valori e, come tale, non potesse nascere per partenogenesi. bet_33_672-458_resize[1]Della mia generazione, per esempio, chi militò a sinistra da giovane fece i conti con una visione della formazione nata da un inestricabile intreccio tra modo di produzione, ragioni del mercato e rigide gerarchie sociali, Un modello egemonico di classe, fondato su criteri di selezione che bloccavano ogni ascensore sociale.
Parlo di tempi lontani, quando si diceva «democrazia borghese» perché in mente si aveva quella socialista. Di tempi in cui c’era un mondo che pensava di «normalizzarci» e noi lo mettemmo sottosopra. Le identità erano irriducibilmente alternative: destra e sinistra erano campi contrapposti separati da barriere ideali. «Ideologie», si dice oggi con tono sprezzante. E’ vero, la sinistra aveva «anime diverse» e i nostri padri erano scesi a compromessi che noi rifiutavamo, ma c’era un terreno comune: i valori dell’antifascismo. La guerra era stata messa al bando, sulla legislazione sociale, sul lavoro e sulla sua tutela ci si poteva scontrare ma anche incontrare perché, per le sinistre, la repubblica era fondata sul lavoro. Se parlavi di studio, sulle finalità ci si intendeva: la formazione del cittadino tocca alla collettività, al popolo sovrano che ha la responsabilità di fornire strumenti critici per consentire di scegliere tra parti in lotta; è il popolo che ha l’autorità per «realizzare il bene comune, far rispettare i diritti inviolabili della persona, assicurare che famiglia e corpi intermedi compiano i loro doveri e formino i ragazzi al rispetto della legge costituzionale». La famiglia, quindi, cedeva il posto alla collettività, riunita nel «patto sociale» sottoscritto dopo la Liberazione, e riconosceva che l’unica tutela degli interessi particolari deriva dalla difesa assicurata ai diritti collettivi. Negli anni Sessanta del Novecento, questa visione della vita sociale – e l’idea di sistema formativo che ne derivava – non era figlia del bolscevico Zinoviev e nemmeno un prodotto del provincialismo italico: la sosteneva, infatti, persino il cattolico «Ufficio Internazionale per l’Infanzia». Oggi quel mondo è sparito. Destra e sinistra viaggiano unite e il punto d’intesa si riassume in un logoro slogan liberista: «troppo Stato». Non è la critica anarchica al principio di autorità, ma la rivendicazione di una sconcia «libertà» che tuteli manipoli di privilegiati a spese della giustizia sociale. La crisi che attraversiamo, ci spiegano, infatti, è figlia dei nostri errori. Un Sistema Sanitario al limite della decenza fa all’economia danni più seri di quelli causati dall’attacco terroristico alle Twin Towers e Obama è avvisato: se la crisi metterà in ginocchio gli USA, sarà per colpa sua che importa dall’Italia quell’idea di riforma sociale che ci sta rovinando. In un loro libro a quattro mani – Grandi illusioni. Ragionando sull’Italia Giuliano Amato, ideologo del craxismo, e lo storico Andrea Graziosi l’hanno teorizzato proprio in questi giorni di spese militari senza limite, di privatizzazioni senza liberalizzazioni e di banchieri che si tengono i profitti e socializzano le perdite: i «diritti costosi come quelli sociali» hanno «una natura diversa dai diritti politici e civili» e non sono «perciò sempre e comunque esigibili». E’ il più pesante attacco portato in Italia a quella che l’ex colonnello di Craxi chiama «l’irrealistica ideologia dei diritti», tenuta in vita ovviamente dal «cortisone del debito pubblico» grazie al “fanatico” provincialismo dei difensori della giustizia sociale, fermi a Keynes, mentre il mondo si inchina ai disastri di Hayek.
Applicato alla storia romana, questo «realismo» ideologico alla Fukuyama accollerebbe la crisi dell’impero a Menenio Agrippa e al suo celebre apologo sui diritti dei lavoratori; poiché si tratta, però, di fatti contemporanei, per quadrare i conti non si fa cenno a Grecia, Spagna e Portogallo, alla Francia vacillante, all’Inghilterra fuori dall’euro – è ovunque colpa dei diritti? – si ignorano i moti turchi, il terremoto nordafricano, il Medio Oriente in fiamme e, per difendere i privilegi di sparute minoranze parassitarie, si riducono i diritti a una volgare «illusione» e si fa della storia la scienza dei fatti che prescinde dagli uomini e dai loro bisogni. Occorre cambiare, ci dicono i severi giudici della repubblica, ma è l’antica bandiera del rinnovamento all’italiana: si cambia tutto perché nulla cambi. Intanto, scuole, università e ospedali, diventate aziende, sono alla rovina e i servizi, piegati alle logiche del profitto, sono solo riserve di caccia per manager. Nella crisi di identità di un popolo di senza storia, la dottrina di Amato e Graziosi confonde le cause con gli effetti e non serve a un insegnante che, in terra di camorra, deve spiegare agli studenti cosa tenga assieme la legalità costituzionale, nemica della guerra, e il cacciabombardiere abbattuto in volo dalla difesa irachena ai tempi della prima guerra del Golfo o quelli che, acquistati mentre non ci sono soldi per gli esodati, mandano in fumo quanto basta per dar da vivere a tutti i pensionati. L’insegnante però lo sa e per questo si mettono a morte scuola e università, perché non dica ciò che gli storici fingono di non sapere: per ingrassare i padroni del vapore, si spende e si spande nelle guerre che vuole il capitale, si gira il mondo armati fino ai denti per ammazzare amici e nemici con l’uranio depotenziato e si inventa una Costituzione materiale che è l’esatto contrario di quella su cui fonda la repubblica. L’insegnante lo sa: il lavoro ormai non si paga, le riforme cancellano diritti e stato sociale, la scuola è privatizzata, gli immigrati finiscono in campi di concentramento, la Val di Susa è militarmente occupata come la Libia nell’Italia liberale, la Magistratura usa l’eterno codice Rocco per trasformare in terrorismo il conflitto sociale, un Parlamento di nominati manomette la Costituzione e ci lega a filo doppio a un’Europa che di Costituzione non vuol nemmeno sentir parlare. Sovversivismo delle classi dirigenti. Altro, ben altro che una «irrealistica ideologia» dei diritti.

Uscito su Report in line il 20 agosto 2013 e sul Manifesto il 23 agosto 2013

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C’è stata battaglia e non ce ne siamo accorti“, ripeteva negli ultimi e sconsolati anni della sua vita Gaetano Arfè, intellettuale militante tra i più lucidi del Novecento. Il tempo purtroppo gli ha dato pienamente ragione e ogni giorno che passa dimostra quanto premonitore fosse il suo inascoltato appello a scavar trincee sull’ultima spiaggia per tentare l’estrema difesa della Costituzione. 
Dal 2007, in un’avanguardistica Torino, un liceo intitolato all’antifascista Altiero Spinelli ha sciolto il nodo delle iscrizioni con una “selezione per test” che consente o vieta la frequenza dell’Istituto. La nostra “libera stampa“, mobilitata nella caccia all’uomo di parte avversa e nella promozione di “santini” e utili idioti con cui coprire le miserie morali del potere, non se n’era accorta: in linea con la religione del merito, dopo i rettori delle università, tra le basse gerarchie della chiesa liberista, anche alcuni dirigenti scolastici danno ormai di piglio al manganello e bastonano quanto sopravvive di democrazia in un Paese di sedicenti liberali che all’estero svendono il nostro onore, “portando a casa i marò” col tradimento – altro che Berlusconi e il sedere della Merkell – e in patria non riconoscono un ethos politico ai ceti subalterni e fanno la guerra santa ai diritti in nome del mercato. 
Dio lo vuole!“, è lo slogan, mentre i test d’ingresso, foglia di fico e preludio inaccettabile al numero chiuso, fanno l’ingresso trionfale nelle scuole medie. E’ un affannoso correre all’armi, che rinnova i nefasti delle Crociate in “Terra Santa“. Sono passati mesi di silenzio, prima che l’urlo di battaglia giungesse finalmente alle orecchie distratte di gazzettieri, tuttologi e lestofanti dell’informazione: nello scorso gennaio, regnante un traballante ma attivissimo Profumo, bande d’invasati chiamati a guidare convitti, licei e istituti tecnici, han giurato sui sacri testi, scatenando un’offensiva che potrebbe smantellare, nella complice indifferenza d’un Paese piegato col terrore del defualt, la pari dignità dei cittadini, il diritto al pieno sviluppo della persona umana e le norme generali sull’istruzione. Invece di istituire scuole statali, come vuole la Costituzione, la tecnocrazia lascia che i dirigenti scolastici risolvano l’annosa questione delle carenze strutturali, legalizzando un arbitrio. Inizia così la diaspora di studenti respinti dalle scuole che, non “avendo posto“, li costringono a contendersi il banco, la sedia e i “buoni docenti” a suon di quiz. Mentre presidi e Collegi dei docenti “aperti al nuovo” fingono d’ignorare che l’esito dei test, dissennatamente introdotti nella scuola dell’obbligo, apre la via a una selezione preventiva per le scuole superiori che è a dir poco inaccettabile in termini di democrazia, la valutazione sembra l’ago d’una bussola impazzita. E’ un groviglio inestricabile di opzioni deliranti. Qualcuno, per le classi terze della scuola media, s’è inventato indovinelli d’italiano o matematica, altri segnano il confine tra inclusi e esclusi ricorrendo a quiz d’inglese, tedesco, logica e musica, sicché i test decidono allo stesso tempo la scuola d’approdo o la tappa umiliante d’un rifiuto irrimediabile. Figli d’un’Italia malata, non “terra di provincie ma bordello“, i nostri ragazzi, esuli in patria, iniziano così il saliscendi per le “altrui scale” e sperimentano il “pan che sa di sale” e l’anima reazionaria della “cultura del merito“. 
Di fronte a questo sfascio, complici gli imbelli Collegi dei docenti, i dirigenti dell’avanguardismo fanno spallucce e fingono di ignorare il rapporto di causa-effetto che lega “posizioni di prestigio“, guadagnate grazie a scelte demagogiche, a discutibili certificazioni di “qualità” e penosi cedimenti alle più strampalate richieste dei genitori e si trincerano dietro le ragioni di forza maggiore create dall’incredibile aumento delle iscrizioni. Sottoposta a logiche di mercato, la scuola che non sta al gioco va incontro al disastro. Non importa che sia un’ottima scuola; importa che non stimola la domanda con un’offerta allettante per il consumatore, che non apre alle delizie del consumismo, non ragiona in termini di concorrenza, non si dedica al marketing, allo studio dei test e, dulcis in fundo, non “presta” locali ai privati, pronti a farle pubblicità coi loro corsi sfrenati di danza afrocubana così cari agli appetiti d’una clientela istupidita dal lavoro indefesso della televisione.
La mannaia dei tagli raccoglie così i frutti sperati e l’adozione del test fa da “setaccio tecnico” per la coscienza critica. E’ vero, c’è una logica nei quiz, ma essa punta soprattutto a soffocare in un confine puramente “quantitativo” l’accertamento della “qualità“, per mortificare nella scuola statale il valore insostituibile dell’autonomia di pensiero e del ragionamento critico. Presto, molto più presto di quanto si possa credere, anche la scuola migliore, quella che per sua natura non farebbe spazio ai test, sarà costretta ad alzare bandiera bianca. Mentre sparisce l’interlocutore politico – le Provincie saranno cancellate, i Comuni soffocano nei debiti e le regioni duplicano, se possibile in negativo, il triste “modello romano” – la scuola non sa a quale santo votarsi per chiedere spazi e si smarrisce nella lotta per la sopravvivenza, costretta a operare in strutture fatiscenti, a fare i conti con aule situate in condomini e col gelo burocratico di circolari che certificano una condizione di assoluta impotenza: “non esiste alcuna possibilità di assegnare nuove aule“. La legge del mercato non consente deroghe: mors tua, vita mea
Il degrado causato ad arte, partorisce così fatalmente barbarie e dalla barbarie nasce e si definisce con sempre maggior chiarezza il profilo di popoli formalmente “sovrani“, ma sostanzialmente ridotti a bestiame votante, servi di un potere che non ha nome, cognome e indirizzo, un’entità astratta che si chiama mercato e pretende obbedienza. Popoli cui poter dire, senza temerne la rabbia, che le banche possono impunemente chiudere gli sportellio senza preavviso e far sì che i risparmi d’una vita, per i pensionati e i lavoratori, cambino di padrone. 
Laura Boldrini, sedendo in Parlamento per la prima volta, deputata senza voti e subito presidente della Camera, ha promesso di portare a Montecitorio la voce degli ultimi. L’occasione le giunge purtroppo prima di quanto potesse immaginare. Eccoli gli ultimi: i nostri poveri figli, privi di colpe e pure più duramente di tutti chiamati a pagare. Perdono la scuola della repubblica che tanto sangue è costato ai martiri della Resistenza. Altiero Spinelli, cui la neopresidente della Camera ha fatto cenno nel suo primo discorso parlamentare, l’aveva previsto: il nemico più pericoloso per l’Europa delle libertà e dei diritti è la finanza. Se non s’è trattato solo di parole, se il cuore e la passione accompagnavano davvero il suo pensiero, bene, faccia sentire la sua voce, urli il suo sdegno. Poi, se questo non dovesse bastare, non deluda chi le ha creduto nonostante tutto. Dia il segnale promesso e alimenti se non altro una speranza: presenti le sue irrevocabili dimissioni. Bersani e soci forse capiranno che non è più tempo di alchimie parlamentari. Non si cambia il Paese, se non si difende col coltello tra i denti il suo sistema formativo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 marzo 2013

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Di “estremismo liberista” e dell’illusione del governo “tecnico“, scrive con accenti ormai preoccupati Lelio Demichelis, a proposito di Monti, ricordando “la grande differenza che c’è tra politiche liberiste e liberali“. E non è certo un caso isolato. “Abbiamo sentito con fastidio e anche con rabbia le ultime parole del Presidente Napolitano sulla trattativa sindacale sull’articolo 18“, scrive a sua volta Cremaschi su Micromega, ricordando a Napolitano che “l’Italia non è una monarchia“. In quanto a Matteo Pucciarelli, pacato nella forma, rischia il vilipendio per la sostanza ma trova l’animo di dirlo: “Il Presidente del Consiglio è Giorgio Napolitano” e fa apertamente cenno a una “tecnica del colpo di Stato“. E’ difficile negarlo: il centro nevralgico della vita politica della Repubblica non è più il Parlamento ma il Quirinale, promotore d’una campagna insistita e costituzionalmente discutibile a favore di un’idea di “coesione nazionale“, astratta, per certi versi astorica e per molti altri pericolosa. Il concetto chiave è semplice ed ha un forte impatto non solo mediatico: esiste un generico e tuttavia supremo “interesse di tutti“, dai connotati vaghi, ma fortemente gerarchici, che prevale sui bisogni inderogabili, vivi, concreti e palpitanti di giovani, lavoratori, e disoccupati. L’interesse di un “signor nessuno“, dietro cui si celano, però, evidentemente le banche e i ceti più abbienti, per il quale si possono e, anzi, si devono negare quelli che il Presidente definisce senza esitazioni “interessi particolari“, e sono, invece, i diritti delle classi subalterne. Per giustificare una siffatta superiorità, che pare “al di sopra delle parti” ma è profondamente di parte, c’è stato chi in passato è giunto ad affermare che “non occorre il blocco delle masse piegate“, perché “valgono assai meglio a questo fine le minoranze volitive, aristocratiche, che sono, in fondo, le antesignane di ogni battaglia. Il grosso della masse, infatti, messo in condizioni di non nuocere, è rimorchiato sempre dai migliori“. E’ una concezione “confindustriale” o, meglio, padronale della società, entro la quale il lavoro – e al suo fianco la formazione – o procedono in sincronia con le regole del “libero mercato“, perno del sistema, sole tolemaico attorno al quale tutto ruota in funzione subordinata, o si rendono colpevoli di un “tradimento”.
Spiace dirlo ma, in una Repubblica parlamentare, questa concezione della vita politica, economica e sociale, che fu di Arnaldo Mussolini, non ha o, almeno, non dovrebbe trovare cittadinanza e più che un assalto liberista alle società dei diritti, la natura “tecnica” del governo Monti, apertamente e malaccortamente sostenuto ad ogni pie’ sospinto da Napolitano, chiama alla mente le parole ciniche ma tremendamente efficaci di Malaparte, un letterato che attraversò epoche storicamente contrapposte e ci ricorda che “la questione della conquista […] dello Stato non è un problema politico, ma tecnico“. E da “tecnici“, guarda caso, ci parlano Monti e suoi ministri che, tuttavia, per molti, formano ormai soprattutto il governo politico di Napolitano.
D’altra parte, alla luce di quanto accade nella cosiddetta “trattativa” sul mercato del lavoro, escono dall’ombra e balzano in luce meridiana inquietanti punti di contatto tra la concezione ripetutamente espressa da Napolitano e alcuni dei temi classici che furono alla base della riflessione sullo Stato autoritario. Per cominciare, l’idea di Bottai che gli astratti doveri verso un’idea di Stato di natura etica precedono la concretezza dei diritti, sicché non fa scandalo che una trattativa con il padronato sul terreno dei “sacrifici” si realizzi su un piede che non può essere considerato di parità, dal momento che lo Stato, arbitro e allo stesso tempo parte in causa, si schiera e disciplina in maniera giuridica unilaterale i rapporti collettivi di lavoro, resi di fatto subalterni alle scelte degli imprenditori. E’ una concezione delle “relazioni sindacali” chiaramente corporativa, venata da una sottile, ma evidente vena mussoliniana; quella per cui in fabbrica esiste una gerarchia di natura squisitamente tecnica.
In questa logica di “militarizzazione” della politica in nome di un’equivoca union sacrée, il governo che interviene nella dialettica tra le classi, impone un’idea di solidarietà alla rovescia, che cancella i diritti dei lavoratori in nome di un “superiore interesse nazionale” dei padroni e, per dirla alla Bottai, manifesta la volontà tipica dello Stato corporativo, di eliminare dai rapporti sindacali il “ramo secco” della mediazione politica. Ne esce stravolta un’idea di democrazia che non fu di De Gasperi o Pertini, ma risale all’alba del Novecento e all’Italia liberale e prefascista. I riferimenti, per esser chiari, non sono Giolitti e Nitti, ma Rocco, il cui pensiero fu volgarizzato nella celebre formula per la quale: “tutto è nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato“. Rozza quanto si voglia, è una formula che sembra spiegare la posizione più volta assunta da Giorgio Napolitano, quando ha invitato i Presidenti delle Camere a modificare i regolamenti parlamentari, a votare rapidamente, senza troppe discussioni, una eccezionale e dolorosa legge finanziaria e – siamo a ieri – quando ha dettato le regole al sindacato, ripetendo senza la minima prudenza istituzionale che è tempo di smetterla di discutere, perché di fronte alla crisi non si possono difendere posizioni particolari. Per Napolitano, quindi, garante della Costituzione della Repubblica fondata sul lavoro, chi lotta per la tutela dei lavoratori difende “interessi particolari“.
A questo punto siamo, al punto che se il reazionario Sonnino ripetesse oggi il suo invito, nessuno troverebbe di che ridire: “Maestà, torniamo allo Statuto!“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 marzo 2012

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La Gelmini cancella la cultura meridionale del Novecento? Ma come fa a cancellare una cosa di cui non conosce nememno l’esistenza? Il futuro la seppellirà sotto il peso delle sue responsabilità. In ogni caso, diamogli una mano al futuro, diciamoglielo che questi sono davvero tempi infami:

Agli storici che verranno

Catene pesanti.
La società ci lega.
Corde di canapa l’indifferenza,
luridi cenci intorno
per cui soffrire,
mendicando l’amore
senza trovarlo.
Menzogne i silenzi
paurosi di parole.
Quando più sereni
tornerete senza leggi
a cercarvi
negli antri dove fummo uomini,
ricordatevi di noi.
E senza giudicarci,
piangete.

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Sotto gli occhi di tutti, Draghi e Trichet dettano, Tremonti scrive e legge in Consiglio dei Ministri, Berlusconi ci mette la faccia che non ha, il ricatto targato SIM, Stato Internazionale delle Multinazionali della Finanza – più o meno il “delirio” di Curcio, – passa alla Camera dei Fasci e delle Corporazioni con la benedizione del presidente della nuova Repubblica Sociale. La povera gente? A quella non resta scelta: rischiare di farsi massacrare dalla forza armata – non è questa la via obbligata? – o farsi massacrare certamente e senza scampo dalla socializzazione delle perdite causate dai sanguisuga della Finanza e pagare la barca di debiti contratta da una manica di cialtroni che prima inocula il virus e poi prescrive l’antibiotico. 

Due inetti, due servi, due banchieri centrali europei, pagati per difenderci dalla speculazione, dopo anni di sonno profondo e chiacchiere sull’età dell’oro del postcomunismo e sulle taumaturgiche, terapeutiche e infallibili virtù del mercato libero, dal 2008 dettano il passo alla vita dei lavoratori: “unò, dué, unò dué, unò dué! In marcia, poltroni!

Ieri conoscevano a memoria il libero mercato, oggi giurano sulla necessità che sia lo Stato a ripianare i fallimenti privati coi soldi pubblici. Questa scienza economica che sa di marioleria, questo capitale da rapina che sa di golpe, questa banda del buco che ha svaligiato i forzieri, ora mette mano alle vite di chi non c’entra nulla. Colata a picco la Borsa, la banda punta ora un’arma alla schiena del lavoratore: pensione e salario in cambio della vita. Questa è la “scienza nuova“ dell’economia borghese: rigorosamente privato il profitto, militarmente socializzate le perdite.

Si gioca con le parole. Va di moda il default, s’impazzisce per lo spread, il rating impazza e non c’è chi non chiuda la triste giornata senza un pensiero riverente alla riapertura delle borse e alle scelte dell’Eurotown. Tutto procede così velocemente che presto l’attenta Gelmini ammodernerà la riforma con un’ora settimanale di Religione economica. Mentre la barca affonda e mancano i salvagente, in tutta l’Europa “civile” i padroni che Trichet mette in salvo sull’Arca della Bicciè, guardano divertiti il diluvio e la tragica fine della povera gente impreparata, che non ha ancora trovato un Noè. Nel secolo della vantata fine delle ideologie, un principio ideologico insensato, una furia crociata, un nuovo e cieco integralismo, decidono della sorte di miliardi di persone: “Io sono il mercato, Signore tuo Dio. Non avrai altro Dio all’infuori di me”.

Privatizzare è la parola d’ordine e l’obiettivo finale è la privatizzazione della vita umana. C’è un principio di vita? Il mercato l’acquista a prezzi stracciati e poi vende l’uomo-merce al miglior offerente. Il 2013 è un anno importante: pareggeremo il bilancio. E’ l’unica parità possibile. Di parità tra gli uomini nessuno parla più e chi s’azzarda a farvi cenno è un vero terrorista. Pari sono i padroni. Ciò che rimane è solo profitto.  

Abbiamo sbagliato a gridare al fascismo. Sbagliato molto. E ancora ci mancano strumenti di lettura adeguati. In più – e questo è il peggio – tanti, tantissimi tra noi, cercano soluzioni nelle “storiche dottrine”. Tra noi, reperti archeologici del Novecento, scorie pericolose dell’equilibrio del terrore atomico, umilmente però si può nutrire qualche dubbio e, fatte le debite eccezioni, registrare un pauroso deficit di capacità critica e un rifiuto di guardare le cose per quello che sono. Dopo una serie di sconfitte epocali che non abbiamo provato a spiegare, il “Manifesto” del nuovo ‘48 agita ancora uno spettro e ci ammonisce: “c’è un fantasma che si aggira…”. Il fatto è, però, che, dopo 160 anni, non si tratta di rivoluzione proletaria, ma di una pericolosissima reazione capitalistica. Forse sì, forse è una convulsione estrema e i padroni sono alla canna del gas, ma non c’è da farsi illusioni: tenteranno di farci morire della loro stessa morte e potrebbero riuscirci. Com’è andata non so; forse leggono Marx alla rovescia e capiscono prima e meglio di noi, forse c’è qualcosa che non va nella teoria, ma noi? Noi abbiamo provato a spiegare dov’è che s’è sbagliato? Noi siamo certi di sapere dov’è che il giocattolo s’è rotto? Sono ancora in tanti quelli che pensano di poter uscire da questo evidente e inspiegato rovescio per le vie ordinarie. Io nutro più di un dubbio.

Ho seguito per un po’ la vicenda islandese. Lo so, un piccolo Paese, un altro mondo, altre condizioni… E però il piccolo Paese la sua piccola rivoluzione l’ha fatta, la gente s’è ribellata e ha scelto la sua via: non socializza le perdite e sta meglio. Paga chi ha di che vivere, hanno detto, e – ciò che più conta – hanno mandato a frasi fottere la banda del buco: BCE, UE, FMI e soci. Lo so, i nostri economisti ci spiegano che così ci affamano. Io vorrei sapere chi affamano. I cassintegrati, i disoccupati, i clandestini di Nardò, quelli che muoiono nel Mediterraneo, i giovani senza futuro? Ma come fanno? Di fame non si muore due volte. E allora? Penso che di voti e referendum ci stiamo suicidando. Penso che occorrano strumenti teorici e il massimo di unità possibile. Occorre disegnare e proporre un modello di società diverso per costruire alleanze internazionali e cambiare rapporti di forza e di potere. Contemporaneamente, credo che occorrano nuovi e concreti strumenti di lotta. E dico di più: assieme alla ricerca d’una via politica, occorre organizzare una guerriglia. Chi aspetta il regime che verrà, attenderà in eterno. Il regime c’è già e non è nemmeno un problema locale. C’è e noi siamo spalle al muro. Pochi passi ancora in questa direzione, poi l’incendio esplode. Teniamoci pronti. Occorrerà badare ai pompieri.

Uscito su “Onda Libera” il 9 agosto 2011

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Quando l’Europa delle banche, livida e sguaiata, vorrà “rifarsi il look” per meglio raccontare frottole alla gente, la premiata ditta “Trichet-Constâncio & CC“. verrà a copiarci pari pari questo governo di spettri e sepolcri imbiancati. Noi siamo così: perfezionisti. E si sa, il made in Italy esporta fantasia. Intanto, finché la tecnocrazia che ispira il gioco del capitale non ci dà quel che è nostro, riconoscendo il merito, noi, più o meno sedicenti “cittadini“, consoliamoci sin d’ora col primato indiscusso che ci assegna la storia: in centocinquant’anni di vita, dal Regno alla Repubblica, tredici li abbiamo vissuti a sperimentar le strade dei tiranni col celebre trio Crispi, Rudinì e Pelloux, venti si sono persi nel tragicomico con Mussolini e sedici, se qui ci fermeremo, recano il segno del primo esperimento riuscito di democrazia autoritaria. Un terzo della nostra vicenda è follia autoritaria e miseria morale. Gli altri due terzi li abbiamo spesi per una inesausta fatica in una sorta di “fabbrica di San Pietro“, dove una minoranza di gente onesta si strema per riparare oggi, quello che ieri e domani cialtroni e delinquenti guastarono e guasteranno.
Siamo maestri esportatori di un umorismo rozzo ma insuperabile. In un Paese in cui tutto è precario per definizione, una legge di “stabilità” mette al sicuro i conti benestanti. La presenta un governo privo di maggioranza, l’approva il Parlamento d’una repubblica antifascista, fascisticamente formato solo da “nominati“. Gente che nessuno ha eletto. Precario tra i precari, l’avvocato Gelmini, diventato ministro per un mistero glorioso, s’è dichiarato soddisfatto: la scuola dello Stato non ha avuto un centesimo, ma quella papalina, apostolica e romana ha visto salire a 245 milioni il fondo per le scuole private. In tutt’altre faccende affaccendato, l’avvocato ha tenuto a comunicare a studenti e docenti la buona novella: “Sono prive di fondamento le notizie legate ad una uscita del ministro Carfagna dal Governo e dal Pdl. Mara Carfagna è un ottimo ministro e la sua lealtà nei confronti del presidente Berlusconi non può essere messa in discussione, come ha anche sottolineato in questi giorni il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini“‘. Diffusa la sua nota, s’è preparata al week end.
Tutto va come le hanno suggerito le veline: la scuola primaria è colpita a morte, la Conferenza dei rettori ha barattato potere e scampoli di finanziamento con un testo di riforma passato al Ministero, più o meno sottobanco, dal suo presidente, prof. Decleva, il ministro vive la sua giornata impolitica e, oplà, eccola impegnata nella “prova-fedeltà” a Berlusconi, che salta agilmente nel cerchio di fuoco e poi dichiara:
I continui attacchi che il ministro Carfagna ha subito sono ingiustificati e dannosi per tutto il governo. Basta con il fuoco amico. Questo e’ il momento in cui invece – avverte – è necessaria l’unità del partito attorno al presidente Berlusconi“.
Tutto come da copione. la Finanziaria vestita da legge di stabilità col voto favorevole di Bocchino e soci, il “quasi compagno” Fini che modifica sua sponte il calendario dei lavori per consentire così che, dopo la scuola, il colpo del killer centri anche l’università e si ricostituisca ancora una volta la vecchia maggioranza, sia pure divisa in tre spezzoni: leghisti, “libertari berlusconiani” e “futuristi“.
Il 14 dicembre, dopo l’attacco criminale all’istruzione pubblica, il voto di fiducia. Come finirà non è dato sapere, ma qualcosa forse ce la sta già dicendo: fiducia o sfiducia, il Paese non cambierà in questo Parlamento. C’è chi si consola: “è una linea di tendenza planetaria, c’è poco da fare“. E sarà vero, com’è vero che in ciò che accade ci sono una filosofia della storia e un modello di società. Una società che esalta l’individualismo e la preminenza del privato sul pubblico e pretende la più sfrenata libertà del mercato, per farne un grimaldello che destrutturi le basi fondanti della convivenza civile e consenta di ristrutturarle come comanda la globalizzazione.
A cosa punta tutto questo? Siamo certi che la conquista del “mercato-istruzione” sia un obiettivo economico? La subordinazione delle intelligenze vale molto più che la compravendita di merci. In gioco c’è altro. Si intende manomettere il concetto di “umanità“, disarticolare gli strumenti critici come fondamento del conflitto, trasformare la partecipazione in “militanza della tastiera“, in una “virtualizzazione” dell’opposizione che vanifichi la ribellione. Siamo ben oltre il mito borghese dell’uomo che “si fa da sé“: è l’asservimento consenziente a una servitù che passa per la robotificazione dell’uomo o, se si vuole, per la sua disumanizzazione. La sinistra, ferma alla percezione di una “privatizzazione selvaggia” o si “autonormalizza“, come fa il PD, scende in campo e diventa maestra della privatizzazione, o si esalta di fronte ai milioni di appelli per la salvezza della povera Sakiné. Ci portano dove vogliono. Salviamo, orgogliosi, le Sakiné che fanno comodo a chi comanda il gioco e ci lasciamo “suicidare“. In questo contesto, l’avvocato Gelmini è un “grande ministro“: non pensa, esegue ordini. Noi, noi che pensiamo di pensare, noi non ci accorgiamo che non si tratta dei centesimi della privatizzazione. In gioco è una “rivoluzione preventiva. Non si cerca un mercato. Qui si vuole l’uomo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 novembre 2010

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