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Posts Tagged ‘“Non Mollare”’

Cara amica,
dopo il colpo di grazia alla scuola, non riesco a immaginare la sorte dell’università, che ho lasciato tempo imagesfa, come sai, per un moto di invincibile disgusto. Non è bastata la sparuta minoranza che rappresenti a tenermici dentro. Non so che accadrà, ma un dato di fatto basta e avanza a tingere di nero le previsioni: quando dovrete accogliere studenti privi di autonomia di pensiero, nemmeno la migliore delle accademie potrà far fronte all’analfabetismo di valori che salirà in trono. Aggiungici il fatto che nessuno porrà mano ai problemi veri della ricerca – si fa anzi di tutto per renderla serva – e il quadro diventa più chiaro.
Ho sputato l’anima per trovare consensi attorno a una iniziativa “illegale” contro la falsa legalità di Renzi, ma di occupare le scuole, per esempio, provocare uno scontro vero e giungere ai docenti in manette, non se n’è mai fatto nulla. Sarebbe stata l’occasione per trasformare i tribunali in una cassa di risonanza delle nostre ragioni, per diventare, da imputati, giudici di una indicibile vergogna. Ci sono precedenti nobili, ma non disponiamo nemmeno di un’ombra reincarnata di Matteotti, Amendola o Pertini e ci stiamo meritando questa grande gabbia. Ci finiremo dentro senza opporre resistenza. Non occorreranno manganello e olio di ricino e lo faranno con o senza Renzi, un pupo, uno qualunque, in mano a un potere che non “scende in campo”. Un potere che si può contentare di ebeti fantocci come il sindaco fiorentino e il contorno di compiacenti signorine di bell’aspetto, senza sale d’ingegno, buone a solleticare i desideri inconfessati dei maschi, le frustrazioni di casalinghe alcoliste e il pattume della sinistra radical chic, tradizionalmente arrendevole con il “nuovo che avanza”.
“Il Manifesto”, incredibile a dirsi, si segnala per un articolo sulla sconfitta elettorale di Renzi e – senza volerlo, suppongo – aumenta così la dose di sedativi che frena quel tanto di rabbia sopravvissuta all’ebetismo scientificamente prodotto dal baraccone mediatico. La rabbia finirà così in mano ai neofascisti, nel caso improbabile che occorra usare le maniere forti.
Che vuoi che ti dica? Finché sogneremo un riscatto che passi esclusivamente per urne, partiti e vaghissime “coalizioni sociali”, continueremo a scivolare nel fango. Sarebbe tempo che un manipolo di forti ingegni mettesse mano di nuovo al “Non Mollare” e piuttosto che chiudersi nella mormorazione su facebook e nella rivoluzione virtuale, chi può, prendesse la via di un volontario esilio. Tu guardati attorno, però. Se di lontano vedi un Salvemini o anche solo un acerbo Rosselli, fa festa e mandami un telegramma cifrato. In Campania abbiamo ora al potere un pessimo arnese alleato ai neofascisti; tu ti immagini un fermento rivoluzionario? Invece no. La sedicente “società civile” discetta sulla “politica del fare”, sul “carisma del capo” e si tiene equidistante da “destra” e “sinistra”, come non ci fossero dietro due sistemi di valori incompatibili e ne avesse disponibile un terzo che nessuno conosce. Al di là della sospetta equidistanza, negli occhi di tanti vedi però un possibilismo per ora taciuto, ma pronto a rompere in consenso.
Due giorni fa, in una sorta di set in cui si provava la “politica nuova”, ho ascoltato con angoscia una, cui non mancano titoli e ambizioni, che suggeriva con inconsapevole protervia di “mettere in soffitta Gramsci”, del quale probabilmente conosce poco più del nome e del cognome. Per questo campione della “nouvelle vague“, Vincenzo De Luca va bene. Prima che politica, la sconfitta è culturale, amica mia. Come sempre accade in questi casi, la tradizionale attitudine al trasformismo di galantuomini e benpensanti si esalta e chi non si vende si svende. Difendere la scuola sarebbe un imperativo etico. Ma dove la cerchi l’etica, nell’animo di chi se non insegue direttamente il modello e il pensiero dei banchieri, non ne ha uno suo dal quale ripartire?
Questo è. Negli anni Venti del secolo scorso ci fu chi badò al valore dell’esempio, sicché, nonostante il conformismo trionfante, le oltraggiose conversioni e la malafede eletta a norma di vita, la scintilla della dignità e la passione civile sopravvissero alla reazione e si poté poi appiccare l’incendio. A eterna vergogna della mia generazione, ce ne andremo tutti via o complici o impotenti e non basteranno due volte vent’anni. Questo non è fascismo, è molto peggio. Non c’è un capo, non è il regime d’un leader, non ci sono le teste fini come Rocco e Gentile. E’ un sistema collettivo di potere che può sostituire i capi e dar l’idea che esistano regole e partecipazione. Si sono inventati un’egemonia culturale priva di pensiero, hanno lavorato per sostituire le leggi della convivenza civile con un’unica legge: quella della  giungla, sulla quale si regge un’economia da prima rivoluzione industriale. Sullo sfondo, terribilmente reale, la guerra. Il gioco è fatto e le generazioni di disperati non hanno valori di riferimento per immaginare un’uscita dalla gabbia non dico rivoluzionaria, ma solo “resistente”.
Se sto sbagliando e sono eccessivamente pessimista, mi farà immensamente piacere doverlo riconoscere domani. Ammesso che domani io ci sia. Grazie per la citazione. In genere mi ignorano. Tu come stai e come te la passi? Stammi bene e riprendi a tirare di pistola. Non si può mai dire. La violenza giustifica talvolta la legittima difesa e la penna potrebbe non bastare. Un abbraccio, Giuseppe

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Se, come pare accertato, anche dal peggio chi vuole ricava insegnamenti positivi, val la pena provare. La citazione testuale è indiscutibilmente lunga, ma anche incredibilmente «istruttiva». Con le parole che Copia di spergiuroseguono si apre il punto 2 dell’articolo 1 della riforma Giannini, la nauseante «buona scuola» di Renzi:
«Le istituzioni scolastiche – si legge – garantiscono la partecipazione alle decisioni degli organi collegiali e la loro organizzazione è orientata alla massima flessibilità, diversificazione, efficienza ed efficacia del servizio scolastico […]. In tale ambito, l’istituzione scolastica effettua la programmazione triennale dell’offerta formativa».
Una vergogna linguistica, prima ancora che politica. Basta leggere, per sentire d’istinto il bisogno irresistibile di ribellarsi. Non so che si intenda per «istituzioni scolastiche», ma registro un dato: gli Organi Collegiali non decideranno più nulla in piena autonomia. E’ un fatto sconvolgente che nessun linguaggio criptato, nemmeno quello da loggia massonica in cui è scritta la legge riesce a nascondere. Chi «partecipa» è la parte di un tutto, che in questo caso è rappresentato da indefinite «istituzioni scolastiche». Chiunque abbia messo materialmente penna su carta per produrre questo rompicapo cumano, è riuscito a scrivere molto male, ma non ha potuto tenere segreto il vaticinio. Chiarissima, infatti, addirittura rivelatrice, è l’affermazione iniziale del secondo periodo, quello in cui il soggetto, inizialmente plurale, diventa misteriosamente singolare: un lapsus freudiano per «dirigente scolastico», o la pura difficoltà di esprimersi nella lingua di Dante? Quale che sia la risposta, il significato è lampante e non lascia spazio ai dubbi «l’Istituzione scolastica effettua la programmazione triennale dell’offerta formativa». L’Istituzione, quindi, quale che essa sia e chiunque si celi dietro le parole. Non il Collegio dei Docenti, però, che, per conseguenza logica, non ha più alcun potere deliberante in tema di funzionamento didattico e programmazione dell’azione educativa, nel rispetto della libertà di insegnamento garantita a ciascun docente.
Certo, il governo dirà che non è vero, nicchierà e negherà, contando sulla voluta ambiguità dal testo. E si capisce. Per privare esplicitamente qualcuno di un potere, quando si sa di toccare tasti delicatissimi di natura costituzionale, occorre quantomeno un minimo di coraggio. Qui, invece si è volutamente presa la via obliqua. Non si è negato nulla a nessuno: ci si è contentati di attribuire a un altro, «ope legis», i poteri del Collegio, senza nominarlo. Dietro il periodare contorto, sintatticamente ansimante, si legge chiara la paura di chi colpisce vigliaccamente a tradimento.
Non è vero che il ceffone del 5 maggio non ha lasciato il segno sul volto del governo. Ogni rigo di questa parte della legge ne rivela l’effetto; Renzi storce il linguaggio e gioca a nascondino nelle zone d’ombra linguistiche che denunciano la doppiezza. Perché? Perché teme di uscire con le ossa rotte dal voto imminente e sa che non basterà precettare, per fermare la protesta. E’ vero, il blocco degli scrutini finirà, ma in campo ci sono ormai un governo di senza di senza storia e settant’anni di lotte per la democratica dal basso. Malconcia, non sempre luminosa e talora ridotta al lumicino, mai però messa davvero in ginocchio. Renzi sa – e per questo ha paura – che non chiuderà la partita nemmeno se riuscirà a rifilare la sua pugnalata alla schiena del Paese. Sa, non può non saperlo, che alla ripresa la sfida sarà più aperta che mai. Il passo più lungo della gamba l’ha già fatto e il mondo che ha sfidato non gli consentirà di ritrovare l’equilibrio.
Il malgoverno riesce talvolta a passare tra le maglie di quella indifferenza che Gramsci giustamente odiava. Ci riesce soprattutto perché favorito dall’assuefazione: è da tempo immemorabile che ci governano male e siamo abituati. Stavolta però si tratta di altro. Come l’olio malaccortamente versato su una tovaglia immacolata si allarga e varca confini impensati, così la protervia di Renzi allarma il Paese, che sente il veleno della reazione e si leva a difesa. Nella mia giovinezza un libro lasciò il segno per tutti gli anni che sono venuti. L’aveva curato per Einaudi Ernesto Rossi e conteneva scritti preziosi di Aldo Garosci, Alberto Tarchiani, Umberto Calosso e Gaetano Salvemini. Iniziava con la storia di un foglio clandestino – il «Non Mollare» – proseguiva con «L’Italia Libera», De Rosa e l’attentato di Bruxelles, il «processo degli intellettuali», il sacrificio di De Bosis, Monte Pelato e l’assassinio di Rosselli. Si intitolava «No al fascismo» ed era un’ode alla libertà e una indimenticabile lezione di storia della lotta per quei diritti che oggi si tenta di cancellare. Di questo si tratta stavolta, non di scuola: diritti inviolabili che sono costati sangue. Stavolta è tradimento della Costituzione su cui si è giurato. Quel tradimento che legittima la resistenza e rende illegittimo il capo spergiuro.

Fuoriregistro, 27 maggio 2015, La Sinistra Quotidiana, 27 maggio 2015,

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Conosco i rischi delle generalizzazioni e non ce l’avrò, quindi, con chi – saggio e prudente – eviterà di pubblicarmi e nel migliore dei casi, per non dare l’impressione di un’aperta censura, mi spiegherà – quante volte l’ho già sentito! – che le posizioni estreme non giovano a nessuno. D’altra parte, che fare? Dire e non dire, annacquare, giungere a tacere per conservare quel tanto di spazio che a volte ti si dà? E dove andrebbe a finire il rispetto che devi a te stesso, che ne faresti d’una vita vissuta sbandierando l’autonomia critica e l’onestà intellettuale? Non è forse così che in fondo si difendono la metaforica poltrona e quel potere sempre disprezzato? Devo dirlo: non ho una in grande stima la cosiddetta “società civile” e – peggio ancora – non amo i suoi frequenti abbagli e i conseguenti e tardivi ripensamenti.
Gaetano Arfè, con ironia tagliente mi raccontava che, appena eletto deputato, si trovò a fare i conti con pletore di sconosciuti “galantuomini” pronti a donargli qualcosa, persino una pompa di benzina. “A futura memoria“, chiosava, prima dell’amara riflessione: “per ogni corrotto ci sono eserciti di insospettabili corruttori“. In quanto a me, che tanto in alto non sono salito, ho ricordi chiari. Il rimprovero d’un capo d’Istituto, anzitutto, adirato per la mia mancanza di diplomazia. Era accaduto che, giovane commissario di Stato, avevo rifiutato la bustarella, minacciando di chiamare i carabinieri, a tutto danno della reputazione d’un collega, il quale – per pura gentilezza, si capisce – non s’era invece sottratto. Anni dopo, un avvocato, presidente d’un Consiglio d’Istituto radical-chic, mi ossessionò con le sue sacre regole, se invocavo un’eccezione in soccorso di alunni sventurati; il giorno in cui la regola penalizzante toccò in sorte a un parente, divenne però d’un tratto possibilista: “che regola sarebbe mai questa, professore, se non contemplasse un’eccezione?“.
L’ho fatta lunga e vengo al dunque: per scuotere moderati e benpensanti da una sorta di “dolorosa complicità” col fascismo, in nome della crociata antibolscevica, furono necessari nello stesso tempo l’indomito coraggio di Matteotti e l’estrema ferocia di Rossi e Dumini. De Nicola era approdato al “listone”, cui lo sottrasse Bordiga, sfidandolo a un pubblico confronto, e Croce scoprì che l’Italia era stata invasa dagli Hyxos solo quando il sangue era già corso a rivoli e la democrazia liberale era stata cancellata dal fascismo. La storia s’è ripetuta, farsa o tragedia conta davvero poco. Le ho fisse in mente, cicatrici d’una ferita mai rimarginata, le bandiere della “società civile” che salutavano Monti e compagni, come fossero partigiani dopo il 25 aprile. Era peggio di Badoglio, ma Marina Boscaino che oggi ci chiama in piazza, si commuoveva per l’effetto delle parole durante il giuramento del nuovo Governo, che, salva la forma, si accingeva a violare la sostanza; ci vedeva non so quale “altra intenzionalità, altra consapevolezza, altra motivazione, dopo lo scempio degli ultimi anni“. A me sembrò che un vento di pazzia corresse il Paese e rimasi atterrito dalle parole di un uomo colto e saggio come Rodotà, per il quale l’insistita “sobrietà” e “serietà” non erano segni esteriori e si contentava d’una inconsistente certezza: “sapere che non vi saranno ministri della Repubblica che, di fronte alla domanda di un giornalista o di un cittadino, leveranno in alto il dito medio o risponderanno con una pernacchia“.
Tutto era già scritto e si sapeva bene del plauso di Monti alla Gelmini, dell’appoggio di buona parte dell’accademia al progetto liberticida portato avanti da anni dai neoliberisti di Bersani e Berlusconi. Non so dove fossero o cosa pensassero quelli che oggi, mentre Aprea e Profumo le danno il colpo di grazia, chiamano in piazza la scuola. In piazza la scuola c’è andata: era il 12 dicembre del 2010 e gli studenti tentarono di occupare il Senato. Quel giorno la compravendita dei voti e una fiducia vergognosa, ci dissero che eravamo alla fine, ma gli studenti rimasero soli e soli poi sono stati i lavoratori.
Come De Nicola e Croce, la “società civile” s’è lasciata incantare dalle chiacchiere di Profumo, che scopriva l’acqua calda: “Io credo che la scuola sia la scuola, ma certamente quella pubblica in Italia è molto importante“. Troppo buono, avrebbe detto Fantozzi, mentre la gente imbandierata vedeva in queste banalità non so che rispetto nuovo per il dettato costituzionale. Perché si aprissero gli occhi, occorreva un nuovo Matteotti. Ora l’abbiamo avuto: è rappresentato simbolicamente da ciò che questo governo ha fatto ai lavoratori, ai pensionati, al sistema formativo, alla ricerca, in una parola ai diritti sanciti dalla Costituzione o conquistati con le lotte operaie. Ora dovremmo averlo chiaro: non è più tempo di abbagli, appelli e proteste formali. Prima che giunga il 1926, col suo carico di leggi speciali, poniamo mano al ciclostile e proviamo a passar parola: “Non mollare!”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 31 luglio 2012

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Odio le mezze verità. Fanno più male d’una menzogna e sono pericolose come un inganno.
Il governo di Napolitano ha deciso di fare della mazzata contro lo “Statuto dei lavoratori” il forcipe per dare alla luce la Terza Repubblica”, scrive strabico Flores D’Arcais, che qui si ferma, a metà del guado, e non vede la piazza. Questo attaccare il Palazzo, senza guardare cosa accade fuori, questo tenere in conto i colpi del potere, senza dare la parola ai contraccolpi, sterilizza l’analisi e disarma le masse. Le mezze verità sono la minestra senza sale di chi si schiera al coperto e fa la guerra dalle retrovie.

Qui c’è poco da star coperti e fare chiacchiere politologiche. Il Palazzo sfida la piazza, Napolitano e il suo “governo dei padroni” sparano ad alzo zero sulla dignità del lavoratore. Non è più tempo di analisi fini a se stesse o buone tutt’al più per l’ennesimo papocchio elettorale e la millesima battaglia nei parlamenti squalificati. Un regime si va consolidando. Non sarà un intervento asettico e indolore, però, una di quelle cose tutta palazzi e niente piazze. E nemmeno sarà un minuetto, coi passi già scritti: tu decidi, io protesto, levo la bandiera e marcio in corteo, così l’onore è salvo. La servitù si impone con la forza e l’ambiguo rapporto tra legalità e giustizia sociale ha sempre macchiato di sangue le pagine della storia. Chi guarda alle nostre radici, lo vede chiaro: uomini nati alla pace – chi direbbe Salvemini un violento? – decisero di “Non Mollare“. Ne venne fuori la sfida fatalmente armata – “non vinceremo subito, ma vinceremo” – che condusse Rosselli a Gualajara e il dittatore di turno a Piazzale Loreto. No, l’intervento non sarà asettico e indolore.

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