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Posts Tagged ‘No Monti day’

Mentre il malessere e l’indignazione del mondo della scuola crescono di giorno in giorno da un capo all’altro del Paese, i docenti, che non sanno di spread, ma di scuola s’intendono, registrano i danni del terremoto e lanciano l’allarme: la cura da cavallo ammazzerà il paziente, occorre far presto, la scuola è stramazzata e c’è il rischio che da presunta malata diventi autentica carcassa e infine carogna. Come il proverbiale “asino in mezzi ai suoni“, Profumo, però, naviga a vista, si porta a traino Rossi Doria, Ugolini e il costoso baraccone ministeriale e prova a quadrare il cerchio con un patetico minuetto di dichiarazioni che dicono tutto e il contrario di tutto.
Sul Parlamento è inutile contare. Schiacciata tra il prepotere di un governo arrogante quanto inetto e il suicidio dei partiti, la Commissione Bilancio si muove con la tattica del “gattopardo”: tutto cambia, perché nulla cambi di ciò che s’è deciso fuori del Parlamento, in chissà quale barbara conventicola di banchieri e speculatori. E’ vero, il disegno di legge di stabilità giunto dal Consiglio dei Ministri il 16 ottobre è stato modificato a tambur battente già il 18 in base a indicazioni della V Commissione, che, però, probabilmente non l’ha nemmeno letto e si è limitata a eseguire gli ordini di Monti. In questa condizione di tragicomico stallo, i cambiamenti sono tutti di carattere puramente tecnico e lasciano immutato il disegno “politico” del governo, se di politica si può parlare di fronte a una massacro fatto a colpi di forbice e conti da ragioniere, che hanno un solo squalificante obiettivo: i famigerati “saldi”.
Si cambia, quindi, o per dir meglio si vende fumo e si dice ch’è un incendio, ma nessuno pensa di porre freno alla quotidiana rapina di risorse trasferite dalla scuola pubblica a quella privata o dilapidate per sostenere le nostre folli spese militari. Le “disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (legge di stabilità 2013” sono ora prive di alcuni insignificanti dettagli stralciati e non si conosce bene la sorte dei docenti dichiarati inidoneo – saranno anch’essi trattati da choosy, come comanda la dottrina dell’inglese Fornero? – e non si sa che fine faranno gli alunni disabili e i precari. Sullo sfondo, last but not least per rimanere all’altezza, stelle polari sulla rotta del disastro, a rappresentare la tracotanza d’un governo di non eletti, rimangono il ceffone mollato al contratto nazionale e lo sputo sul viso di professionisti esposti in piazza alla pubblica vergogna come mangiapane a tradimento.
La stampa, addomesticata, minimizza naturalmente, ma sabato 27, contro Monti e il governo delle banche, a Roma la gente scende in piazza. Tra esodati, disoccupati, cassintegrati, pensionati ridotti alla fame e giovani scippati del futuro, ci sarà senza dubbio gente di scuola. E mai protesta fu più sacrosanta.

Uscito su “Fuoriregistro” il 25 ottobre 2012

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Una forte sinistra di classe, presente a se stessa non tanto e non necessariamente come puro dato numerico, ma sul terreno qualificante della consapevolezza storica e dell’identità culturale, avrebbe colto al volo il significato profondo d’un cambiamento che, qui da noi finge di raccontare se stesso attraverso le scelte di politica economica, l’attacco ai diritti o l’appello all’union sacrée di fronte alla patria in pericolo. Una sinistra vera avrebbe intuito soprattutto i gravi rischi legati al ruolo di laboratorio politico che la finanza assegna al “governo tecnico”, in vista di un inedito e per molti versi sconvolgente rovesciamento di antiche posizioni. Non è retorica: è inquietante, fa impressione che apertamente si parli di “postdemocrazia”. Lo si fa, con la stampa indifferente, il consenso dei soliti intellettuali “aperti al cambiamento” e il silenzio di una sinistra che, ormai priva di strumenti di analisi, non fa più del presente la cerniera tra passato e futuro e l’alimento della dialettica tra dato teorico e azione concreta. Una sinistra senza aggettivi, senza codicilli fatti apposta per dividere, una sinistra viva, se la sarebbe posta la domanda: ma è proprio normale che la borghesia metta in discussione Montesquieu? Rientra nelle nostre esperienze “vissute”, si può leggere semplicemente e semplicisticamente come un moderno “fascismo” il ruolo pedagogico che il “democratico” Monti assegna non al suo governo, ma addirittura a ogni Esecutivo in quanto Istituzione, nei confronti dei Parlamenti? E’ normale, o travalica il disegno fascista e apre una pagina nuova e più oscura il fatto che la borghesia finanziaria s’immagini – e di fatto realizzi – un’Europa Unita che liquida il concetto borghese di “cittadinanza”, tutelata da “Costituzioni” scritte da apposite assemblee elettive? Siamo di fronte a un’esperienza comune che sta nei confini delle nostre conoscenze storiche, o si delinea un moto eversivo preventivo, che parte dall’alto e ha nel mirino la cosiddetta “sovranità popolare”?
La risposta non è facile, ma i segnali sono tutti negativi. Probabilmente non siamo di fronte a un “vissuto” che si “modernizza” e si contestualizza senza segnare soluzioni di continuità. E’ in atto una guerra feroce e non dichiarata, per sostituire la tradizionale cultura di un “diritto costituzionale” con un “diritto dei trattati” che cancella non solo la delega, intesa come simulacro di consenso, ma ogni forma di partecipazione; una guerra per dare ad accordi tra governi il valore di voto popolare. E’ andata così da Maastricht al Fiscal Compact e non si tratta di “pratica politica”, ma di mutamento genetico, di una filosofia della storia che pensiona Montesquieu, La stretta di un “nuovo” che non si dichiara è ormai soffocante e c’è il rischio che la difesa dei diritti scivoli a destra, nel fango dei nazionalismi, o si colori delle tinte fosche di un antieuropeismo che nella Grecia violentata fa già le sue prove allarmanti e sa di nazismo.
Se la cultura borghese sconfessa se stessa, occorre forse che siamo noi a salvare ciò che di essa è a poco a poco diventato figlio della nostra storia, eredità di lotta e ci appartiene, perché siamo stati noi a innervarla di vita vera la sedicente “democrazia” borghese, noi a dare muscoli e sangue agli Istituti anemici creati ad arte per garantirsi pace sociale quando il saggio di profitto lo consentiva. E’ così per il sindacato – al di là delle sue degenerazioni – così per i partiti politic, così per la partecipazione. Ci si può dividere sui modi, ma su un dato oggettivo si può e si deve stare uniti: il “pensiero unico neoliberista” e il feticcio monetario sono i pilastri su cui poggia un disegno di annichilimento della persona, che costituisce l’anima della “postdemocratica”. In questo senso, la creazione di una nuova area monetaria, con abbandono dell’euro, nazionalizzazione delle banche e rifiuto di pagare il debito, potrebbero rappresentare la via obbligata per profittare della crisi della democrazia borghese e costruirne una nostra, vera, che nasca dal basso, ripristini i diritti sociali di chi lavora e di chi il lavoro non ce l’ha e torni a porre il tema fondamentale dell’emancipazione in termini di nuova “Costituzione”.
Dobbiamo trovare il coraggio di dirlo: non è vero che prima di tutto viene il lavoro. L’abbiamo visto all’opera quest’inganno, in decenni di storia repubblicana. E diventato solo rassegnazione: lavoro è anche call-center”, interinato, prestito e sfruttamento condotto alle estreme conseguenze. E allora no, allora il nuovo articolo uno deve essere l’emancipazione dal feticcio del lavoro, perché il lavoro per il capitale significa schiavitù. Alla borghesia “postdemocratica” va lanciata la sfida sul suo terreno: voi ci fate servi e ci chiamate lavoratori, ma sbagliate, perche per noi lavoro è diritto di libertà e garanzia di dignità a tempo indeterminato. Nunc et semper. Fino alla fine.
Qui si rovescia il tavolo, qui si fa avanzare un’alternativa, qui si scava, se necessario, la trincea. E poi si vedrà. 

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