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Posts Tagged ‘Nicoletta Dosio’



Non so se delinquenza comune e manovalanza mafiosa ne abbiano profittato, ma il ministro dell’Interno del «governo dei migliori» l’occasione gliel’ha offerta. Martedì 8 giugno, infatti, agenti di tre diversi servizi della Polizia di Stato – Direzione centrale della Polizia di Prevenzione, Digos e Polizia postale – non hanno trovato altro da fare che perder tempo nel sequestro di documenti raccolti in anni di ricerca da Paolo Persichetti, ricercatore storico che si occupa degli anni Settanta. Per un intero giorno, i custodi del quotidiano disordine pubblico hanno ritenuto l’archivio di uno storico più pericoloso del malaffare; hanno fatto così il primo passo verso quello che potrebbe diventare il processo politico a una maniera di leggere la storia che non collima con la “verità” del Potere.
Nel Paese in cui il Presidente del Consiglio non sbaglia mai e se necessario cammina sulle acque e  moltiplica i pani e i pesci, le cose vanno purtroppo così: se vuol vivere tranquillo, un ricercatore storico non deve occuparsi di argomenti ormai prigionieri d‘una qualche verità di Stato. A me anni fa capitò di finire sul Corsera in un piccolo ma vergognoso elenco di “negazionisti”, perché m’ero azzardato a ricostruire la vicenda delle foibe e del confine orientale fuori dai canoni della verità di Stato. Non contenta, l’onorevole Frassinetti presentò una risoluzione rivolta contro gli studiosi che non raccontavano i tragici fatti delle foibe così come voleva la sua verità e propose l’istituzione presso il Ministero dell’Istruzione di un albo degli enti e degli studiosi “autorizzati a recarsi nelle scuole per ricordare i fatti accaduti”. La lista degli abilitati a parlare non si fece, ma si decise – all’unanimità! – che fossero i presidi a valutare (?) la serietà e la serenità dei conferenzieri.
Hai ragione Paolo: da tempo ormai la ricerca storica è sotto minaccia. Io però non mi meraviglio. Qui da noi si fa ancora giustizia col codice del fascista Rocco e abbiamo una Magistratura figlia dell’amnistia Togliatti. Per chi non lo sapesse, quell’amnistia fu scritta da Gaetano Azzariti, Presiedente del Tribunale fascista della razza e poi della Corte Costituzionale! E’ la Magistratura dei Palamara, dei giudici che hanno appioppato 14 anni di carcere a Francesco Puglisi, condannato per aver messo fuori uso un bancomat, secondo regole fissate dai fascisti nel 1930: “devastazione e saccheggio”! Gli stessi giudici che non toccano i padroni, quando ammazzano i lavoratori negandogli la sicurezza. Quelli che hanno incarcerato l’ultrasettantenne Nicoletta Dosio, esponente dei NO Tav, per un danno erariale di poche centinaia di euro e applicano il principio fascista della “pericolosità sociale” a Eddi Marcucci, tenuta sotto stretta sorveglianza e sottoposta a mille privazioni di libertà perché, armi in pugno, ha difeso dai turchi di Erdogan la libertà dei Curdi. Il beato Draghi, che si avvia a diventare santo, l’ha detto chiaramente, del resto: a noi i dittatori servono. Non l’ha detto, ma è chiaro: ci dà invece molto fastidio chi li combatte e lotta per la libertà.
Tu, caro Paolo, hai chiesto a giusta ragione a chi ama la storia una risposta civile, ferma, forte e indignata. Che – aggiungo io – non si limiti alle parole di circostanza e al bla bla sulla solidarietà.
Per quanto mi riguarda ho un archivio pieno zeppo di malefatte di giudici servi del potere e ci ho scritto libri: Crispi che chiede ai giudici di imbastire un processo farsa per far fuori i socialisti e il processo si fa; un magistrato che si contenta della dichiarazione congiunta e bugiarda di un pool di Commissari di P.S. che raccontano Biancaneve e i sette nani su un omicidio di Stato, commesso nei giorni di fuoco della settimana Rossa e via di questo passo. Mettiamo insieme qualche libero ricercatore. Ognuno ricostruisce, in ordine più o meno cronologico, una o due pagine «nobili» di questa storia infame e facciamone un libro. Raccontiamo alla gente cosa contengono le nostre carte e vediamo quanti sequestri e quanti processi i camerati di Palamara avranno l’ardire di organizzare.

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Se i militanti di un movimento politico non hanno tutti lo sguardo rivolto nella stessa direzione, non è un male e potrebbe essere un bene. Tuttavia, dopo l’esito del Referendum costituzionale, ogni movimento e partito politico dovrebbe oggi sforzarsi di coglierne fino in fondo il valore di svolta, individuare i cambiamenti che provocherà e trovare necessariamente al suo interno un’intesa sulla prospettiva. In questo senso, decisiva diventa la capacità cogliere la direzione verso cui si muove il momento storico che viviamo.
Tre anni fa ero sicuro della funzione storica di «Potere al Popolo», perché potevo credere che la Repubblica nata dall’antifascismo avesse ancora una notevole vitalità, come aveva dimostrato l’esito del Referendum di Renzi. Quella vitalità consentiva di pensare che, nonostante il liberismo dilagante, c’era di certo ancora bisogno di un’autentica sinistra alternativa, perché la Costituzione era stata il prodotto di un compromesso di altissimo valore tra le culture politiche protagoniste della nostra storia: socialista, cattolica e liberale. Quella autenticamente socialista – e quindi antiliberista – non poteva sparire dalle Istituzioni senza che la Costituzione pagasse le conseguenze di quella sparizione.
Oggi continuo a credere che «Potere al Popolo» risponda a una necessità della storia, ma non posso fare a meno di registrare un fatto nuovo, che corrisponde a una trasformazione seria della realtà in cui ci muoviamo; il referendum ci ha detto ciò che in fondo appariva ormai chiaro: la Repubblica ha perso la sua forza vitale e tutto purtroppo corre decisamente verso destra. Ce lo dicono, per limitarsi alla repressione, una docente sospesa e una licenziata per motivi politici, la sorveglianza speciale inflitta a Eddi Marcucci, «colpevole» di aver combattuto per la libertà dei Curdi, i casi di persecuzione politica di una figura come quella di Nicoletta Dosio, cui s’è aggiunta Dana Lauriola, arrestate per colpire il movimento NoTav, e da ultimo, la sospensione inflitta alla compagna dottoressa Francesca Perri, che ha denunciato in un’intervista le gravi carenze nella protezione dei lavoratori. In questa situazione, la funzione storica di «Potere al Popolo» non è più quella di colmare un vuoto. Oggi c’è bisogno anzitutto di organizzare una «resistenza».
Se è così, ed è difficile negarlo, «Potere al Popolo» deve porsi necessariamente il problema di un «compromesso» di natura «resistenziale», che le consenta di aggregare forze fino a un certo limite «eterogenee». È un processo necessario, che non va lasciato in mano agli «antifascisti alla Minniti» e che Pap deve promuovere e guidare in prima persona. Deve farlo – ecco un altro fatto nuovo – in un tempo quanto più possibile breve.
Credo, però, che a questo punto sia bene sgombrare il campo da un facile equivoco: non si tratta di lavorare per alleanze elettorali, anche se molto probabilmente a un certo punto del percorso esse si realizzeranno. Si tratta di promuovere ragionamenti e lotte in comune con partiti, associazioni e collettivi sulle scelte possibili e anzi probabili che si vanno già facendo su temi quali la legge elettorale e lo sbarramento, che ci taglierebbe fuori, l’autonomia regionale separatista, la Sanità semidistrutta, il Sistema formativo trasformato in fucina permanente di pensiero liberista e di individualisti votati alla competizione, e via così su temi questo genere.
Su questo terreno – è bene ricordarlo – intese con PD, 5Stelle e Sinistra di governo non sarebbero nemmeno pensabili, perché è soprattutto dal governo che verranno gli attacchi alla democrazia. Non c’è nessun rischio, quindi, di snaturare un movimento o un partito. Si potrebbe e dovrebbe creare, invece, un campo comune, i cui confini sarebbero i principi condivisi e le lotte condotte assieme. Eventuali alleanze, se e quando dovessero venire, non sarebbero cartelli elettorali, ma l’unione di forze unite da ragionamenti comuni e lotte praticate assieme, in un processo che non chiede a nessuno di rinunciare alla propria identità.
Solo così, sarà possibile navigare sul filo della corrente che conduce al futuro. Cioè nella direzione in cui volge la storia.

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Chi mi conosce sa che, tranne poche eccezioni, qui sul mio Blog, c’è spazio solo per le mie piccole cose. Questa è certamente una delle eccezioni più eccezionali.

Canto per una baita prigioniera
Nicoletta Dosio

nicolettaChi dice che le pietre non hanno un cuore non conosce la piccola baita NO TAV della Clarea né sa l’invincibile amore di quanti l’hanno pensata, costruita, protetta. La sua storia è parte importante di una lotta nata trent’anni fa e che caparbiamente continua.
La lobby del TAV, dopo averla tenuta per più di otto anni prigioniera, ha decretato che lunedì 3 agosto dovrà morire. Per tale data ne hanno previsto l’esproprio definitivo e probabilmente la demolizione. Ma i ricordi sono troppi perché quel giorno possa passare nella rassegnazione .
E nata dai nostri progetti e dalle nostre mani, in quel 2010 in cui il movimento NO TAV si rimise in cammino senza deleghe, dopo le illusioni istituzionali del fine decennio. Le prime trivellazioni a San Giuliano e all’autoporto di Susa, la militarizzazione della Valle, con decine di denunce e vere e proprie cacce all’uomo che causarono ferimenti e lunghi ricoveri in ospedale. Il sondaggio geologico legato al progetto del tunnel di base spostato da Venaus a Chiomonte, nella valletta della Clarea, chiusa tra le montagne, per questo più facilmente trasformabile in fortino.
Un luogo che fu importante nell’antichità, come testimoniano i resti di antiche civiltà neolitiche ed i racconti leggendari che vi collocano la favolosa città di Rama.
La prima a violare quei luoghi di boschi, castagneti e vigne fu l’autostrada del Frejus, con un viadotto che li percorre in diagonale, da galleria a galleria, contendendo il terreno al torrente.
Volemmo la baita come presidio permanente in vista del futuro. Fu individuato un piccolo spiazzo lungo la via delle Gallie, la strada sterrata che dall’antichità collega Giaglione a Chiomonte, la vallata del Moncenisio alla Valle del Monginevro. Acquistammo il terreno collettivamente e a fine estate i lavori ebbero inizio. La costruimmo in pietra, in armonia con la natura circostante, sullo stile dei mulini che, sia pur in disuso, ancora esistono, poco lontano. All’interno un’unica stanza, un piccolo bagno, scaffali per le provviste, in modo da resistere il più a lungo possibile a quello che immaginavamo sarebbe stato un vero e proprio assedio.
Ricordo l’allegria di quell’autunno di lavori: ognuno contribuiva a suo modo, dando il meglio di sé, perché anche quella era lotta. Le domeniche erano scampagnate e merende intorno alla baita, scambi di notizie e assemblee, tra gli alberi che, a poco a poco si tingevano di rosso, giallo e ocra e il lento cadere delle foglie.
Si stava procedendo alla costruzione del tetto, quando arrivò l’ordine di sequestro con l’apposizione dei sigilli. Era l’ultima settimana di novembre: la copertura andava completata prima della neve. Decidemmo di rompere i sigilli e la costruzione andò avanti. Tra ingiunzioni e rifiuti arrivarono anche le prime denunce a cui si rispose intensificando i lavori.
Brindammo all’anno nuovo nella baita ancora spoglia, allo scoccare della mezzanotte, dopo una faticosa marcia nella neve alta, sotto un cielo sfolgorante di stelle che camminavano con noi, così vicine da poterle sfiorare.
In tal modo ebbe inizio quel 2011 tanto denso di eventi che, a ricordarli, sembrano dilatarsi nel tempo e far di pochi mesi una vita intera.
La primavera in Clarea sfodera tutti i colori del verde. In quell’armonia, il corpo estraneo era il viadotto autostradale, coi suoi piloni minacciosi, ma già intaccati dalla natura che tenacemente si riprende quello che è suo.
Anche gli antichi castagni si coprirono prima di gemme e poi di foglie, tutti tranne uno, un gigante che ancora si ergeva, ormai disseccato, come un antico totem, nei pressi della baita. Sulla sua cima costruimmo la prima casetta di avvistamento, un gentile nido: il capostipite di un villaggio sparso sugli alberi dei quali uno sciagurato progetto prevedeva l’abbattimento per far posto al cantiere del TAV.
I mass media davano come imminente l’inizio dei lavori e si intensificò da parte nostra il presidio del territorio. La baita divenne il punto fisso e attrezzato di quei lunghi giorni di attesa. Si teneva d’occhio l’autostrada su cui sapevamo che, al momento cruciale, sarebbero spuntati in lunga fila i lampeggianti blu.
Li vedemmo comparire all’improvviso una sera di maggio, ed attestarsi sul viadotto sotto l’antica cascina della Maddalena. Una breccia nel guard-rail avrebbe permesso loro di scendere sulla via delle Gallie e occupare i terreni destinati al cantiere.
La nostra resistenza fu pronta e per loro inaspettata: decine di persone in corsa lungo i pendii, a fare da barriera vivente. Desistettero, ma si prepararono a ritornare in forze. Anche noi ci attrezzammo a resistere. Da quella resistenza nacque la libera repubblica della Maddalena. I suoi confini partivano, ad occidente, dai cancelli della centrale idroelettrica di Chiomonte. La baita ne costituiva l’estremo avamposto ad oriente.
Quei giorni cambiarono l’esistenza di molti. La vita in comune fece cadere barriere, diffidenze e dogmi. Storie diverse si confrontarono e si unirono non nella mediazione, ma nella radicalità. L’accesso alla libera repubblica era interdetto ai “tutori dell’ordine costituito”, ma aperto alle realtà che, da tante parti del paese anzi del mondo, vennero a condividere lo spirito e la lettera di quella nostra esperienza e ne portarono con sé il sapore e il messaggio.
Durò un mese e mezzo, poi venne il 27 giugno, una giornata di lacrimogeni, ruspe, manganelli e prepotenze poliziesche. Caddero le barricate alla Maddalena, ma la baita fu difesa e, il 3 luglio, divenne il cuore della riscossa. In una nube di lacrimogeni si distribuiva acqua e viveri, si curavano feriti e ci si preparava a resistere ancora.
Quell’estate la vivemmo in tanti alla baita intorno a cui si dispiegò un vasto campeggio. Tende nel sottobosco, sacchi a pelo nelle casette sugli alberi, pasti e chiacchiere in comune. Qualcuno preparava legna per l’inverno. Donne, uomini, bambini; cani e pure un gattino che arrivò affamato e con noi rimase. Anche i caprioli si spinsero sul sentiero, nel silenzio che precede l’alba. In una giornata di pioggia vi trovarono accoglienza alcuni pellegrini in cammino sul sentiero di Compostela e se ne andarono contenti, dopo aver chiesto di apporre sul diario di viaggio l’annullo NO TAV, quale certificazione del loro passaggio.
Non mancarono provocazioni né lacrimogeni contro quello che ormai era diventato il villaggio di Asterix, con tanto di palizzate, arco d’ingresso, catapulta ornamentale (di essa i giornali parlarono come di una pericolosa macchina da guerra). Un blocco poliziesco permanente aveva interrotto la strada delle Gallie all’altezza dei piloni autostradali: niente più collegamento diretto tra Giaglione e Chiomonte. Ben presto comparvero le prime recinzioni a delineare i contorni del progettato cantiere e della “zona rossa”, comprendente la baita e i castagneti sottostanti. La risposta del movimento fu il taglio delle reti con manifestazioni di decine di migliaia di persone.. Fioccarono denunce e arresti preventivi per gli attivisti.
Ma la baita continuava a resistere, amata e protetta, diventata casa per qualcuno e luogo del cuore per tutti.
Lo sgombero avviene il 27 febbraio 2012, la mattina presto: un esercito di poliziotti in assetto antisommossa contro un pugno di uomini, mentre l’intera Valle sta salendo a dar manforte. Intorno a Luca morente ai piedi del traliccio sul quale è salito inseguito da un automa in divisa non si fermano i lavori di recinzione. La baita è dietro le sbarre, inglobata nel cantiere, come gli antichi castagni, le casette sugli alberi, il pilone votivo costruito dai credenti : un esproprio di fatto, prima di qualsiasi atto ufficiale.
Dov’era il bosco arrivano le ruspe. Sradicati i castagni centenari carichi di nidi e storia, i frassini e i carpini. Cancellato il sottobosco di roverella e piccoli frutti. Interrotta la via all’acqua per gli animali della selva.
Soltanto a metà aprile i terreni saranno espropriati, con la procedura accelerata dell’esproprio temporaneo di beni ormai devastati per sempre. Per denunciare tutto questo Marisa Meyer, alla quale il movimento aveva intestato la baita e la terra, si incatena alle reti.
Da allora la nostra baita guarda desolata piazzali di cemento, cumuli di detriti avvelenati da amianto e uranio, in un inferno di mezzi sferraglianti, ruspe e autoblindo, prigioniera di un mondo capovolto, dove l’anomalia è la sua figura gentile, con l’ultimo ciliegio selvatico che si appoggia ai suoi muri, sfuggito alla mattanza.
A guardarla a vista, nell’eterno giorno artificiale del cantiere c’è l’esercito in assetto da guerra: una vera e propria occupazione militare , estesa dalla Clarea a tutta la Valle, come accade ai “popoli di troppo” finiti nel mirino dell’UE e della Nato.
Nonostante le finestrelle coi vetri rotti e il tetto che, privo di lose, si sta sfaldando, la sua struttura è ancora salda, costruita come fu con maestria.
Lunedì 3 agosto arriveranno con l’esproprio definitivo ed il decreto di demolizione per abusivismo edilizio: nell’abusivismo legalizzato del cantiere-fortino, voluto dai lobbisti delle Grandi Opere e retto dalle mafie che si annidano nel cuore dello stato, la nostra piccola, amata baita è un avversario pericoloso perché porta in sé la storia concreta di una lotta irriducibile, generosa e bella per un mondo più giusto e vivibile per tutti.
A poche centinaia di metri, oltre il torrente, il neonato presidio dei Mulini di Clarea sorride e aspetta….

Un pensiero per Nicoletta
La tua ricostruzione, Nicoletta, narra eventi apparentemente marginali, destinati invece a esser ricordati e c’è da giurarci, molti ripeteranno il tuo bellissimo “canto” e chi ascolterà capirà: si trattò di una battaglia di civiltà. Una di quelle lotte che il potere perde anche quando apparentemente esce vincitore.
Così, cantato con le tue parole bellissime fino ad essere poesia, il racconto della “piccola storia” diventerà grande storia e sarà uno di quegli esempi di Resistenza, che sono destinati a far crescere coscienze. Andrà così e il potere, capace solo di vittorie prosaiche, scoprirà per l’ennesima volta l’invincibile forza delle sconfitte poetiche, tutte umanità e sentimenti, contro le quali inutilmente schiera le sue armi e i suoi scherani.
Io non so come finirà questa lotta nei tempi brevi. So che nei tempi lunghi della Storia, quando si dirà NoTav, si penserà ai primi chiari segnali che lasciarono intendere l’irreversibile crisi della Repubblica antifascista.

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imagesLa politica controcorrente è dura, difficile, ingrata, ma è la sola che serva davvero oggi per risalire la corrente devastante del capitalismo.

#DiariodallaZonaRossa DIRETTA FB 4 LUGLIO ore 1430 con lo scrittore VALERIO EVANGELISTI e con Nicoletta Dosio, Aurora Trotta, Giuseppe Aragno.

Questa diretta è l’ultima prima di una pausa, poi torneremo

 

https://www.facebook.com/100008988816453/videos/2351220648520873/

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YxSOLJYjtqbjhGA-400x225-noPadQuando nella primavera scorsa scoppiò il caso della prof.ssa Rosa Maria dell’Aria, si era appena  spenta l’eco della protesta per licenziamento in tronco di Lavinia Cassaro, maestra mandata a casa per un reato d’opinione; un caso in cui il disprezzo per la democrazia aveva messo assieme PD, Salvini e Cinque Stelle. Rosa Maria Dell’Aria fu sospesa per «non aver vigilato» su lavori di studenti che, com’era loro diritto ed è peraltro scientificamente giusto, avevano accostato i decreti sicurezza alle leggi fasciste. Il PD, che all’epoca recitava da guitto la parte dell’opposizione, levò flebili voci di protesta, ma non prese mai posizioni davvero decise. Temeva evidentemente che, approfondito il caso, anche i decreti del suo ministro «antifascista», Minniti, feroce protagonista degli accordi libici, incontrassero la condanna degli studenti.
Il 23 maggio 2019  Matteo Salvini, incontrata la docente, la prese in giro, dicendole che i tecnici stavano lavorando sulla sospensione del provvedimento disciplinare, ma il PD non sostenne la docente e non attaccò mai il governo, che non aveva alcuna intenzione do fare marcia indietro. Nel gioco delle parti tra forze politiche così vicine tra  loro, da poter tranquillamente scambiarsi i ruoli di maggioranza e opposizione senza che nulla cambi, tennero un profilo basso; a parte il Manifesto, nemmeno la stampa che si proclama “libera e indipendente” aprì una campagna convinta sui rischi di autoritarismo che il Paese correva, chiunque governasse. Nulla si mosse poi nemmeno quando la professoressa Dell’Aria incontrò fiduciosa a Palazzo Madama le senatrici Liliana Segre ed Elena Cattaneo.
La prova che una scuola davvero repubblicana e costituzionale non interessa a nessuna delle forze politiche che si scambiano periodicamente i banchi dell’opposizione e della maggioranza è giunta puntuale in questi giorni, dopo che al governo della Lega «fascista» si è sostituito quello dell’«antifascista» PD, conservando però – guarda caso – il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Il governo del cambiamento, infatti, non ha mosso un dito per sottrarre al suo amaro destino Rosa Maria Dell’Aria, antifascista e perseguitata politica e la cosa non meraviglia. In un Paese in cui i governi che si alternano sono altamente specializzati nella distruzione della scuola come presidio insostituibile delle democrazia le cose non possono che andare così. Non a caso, i partiti che mettono quotidianamente in scena la pantomina della battaglia tra fascismo e antifascismo, hanno fatto e fanno a gara nel colpire la scuola e hanno provocato la crisi della libertà di insegnare e di imparare, come dimostra senza ombra di dubbio un libro appena pubblicato dalla Castelvecchi, intitolato Le mani sulla scuola.
Noi di Potere al Popolo, ascoltiamo con crescente sconcerto ministri della Repubblica che, con incredibile faccia tosta, mentre si dichiarano impotenti, quando si tratta di aperta violazione di diritti e di questioni gravissime di democrazia nei posti di lavoro e nella scuola, esercitano il loro potere con estrema durezza, quando occorre mettere mano alla repressione. Lo dimostrano il caso di Lavinia Cassaro, maestra licenziata in tronco per avere difeso la democrazia pericolante, quello della nostra eroica Nicoletta Dosio, incarcerata a 74 anni, rea di aver partecipato a un blocco stradale e quello di Rosa Maria Dell’Uva colpevole di aver fatto il suo dovere di docente.
Noi non siamo così ingenui da abboccare all’amo di una narrazione che ci parla di un incombente fascismo. Noi stiamo ai fatti, che non ci parlano di un fascismo imminente, ma una democrazia calpestata da un autoritarismo, che permea di sé le destre e il PD corresponsabili della tragedia in cui versa il Paese. Contro questo autoritarismo lottiamo e lotteremo, perché sappiamo bene quale prezzo ci tocca pagare ai governi dei sedicenti «antifascisti» in termini di lavoro, sanità, formazione e giustizia sociale e perciò gridiamo con forza: giù le mani dalla scuola! Riabilitate Rosa Maria dell’Aria.

 

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Nessun giudice sarà mai libero
quanto quel prigioniero
che l’ha costretto a ridurlo in manette,
scegliendo il carcere
in una battaglia di libertà.
Nessuna galera ingabbia pensieri
e la storia ricorda
quelle antiche parole imprigionate,
costate al carceriere
molto più d’una battaglia perduta.

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nicoletta-dosio-no-tavL’anno purtroppo si chiude con una notizia triste, che non fa ben sperare per il futuro. In questo momento i carabinieri stanno eseguendo l’arresto e la traduzione in carcere di Nicoletta Dosio, esponente di primo piano dei NOTAV, dirigente di Potere al Popolo e compagna di lotte ultrasettantenne. Avrebbe potuto chiedere gli arresti domiciliari, ma non ha voluto. Sarebbe stato per lei come riconoscersi colpevole  di una colpa che non ha. E in carcere con lei vanno compagni che non ha voluto abbandonare.
E’ una notizia amara e dolorosa, che conferma la sostanziale ferocia di un sistema politico in decomposizione. Mi sento vicinissimo a Nicoletta, ma so che purtroppo siamo lontanissimi.
Non uso mai parole a casaccio e odio la retorica insulsa e di maniera, però stavolta credo di poterlo dire senza esitare: la Repubblica ha scritto stasera una pagina nera della sua storia. La stessa pagina in cui la scelta di Nicoletta diventa senza ombra di dubbio esempio di Resistenza e nel buio profondissimo che ci circonda tiene accesa una luce preziosa: la luce della dignità.

Fuoriregistro e 31 FriskipperItalia, 31 icembre 2019; Agoravox, 2 gennaio 2020

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WhatsApp-Image-2019-10-05-at-22.13.56-672x372Se avessi vissuto badando a te stessa, se di fronte alla violenza del potere avessi scrollato la testa, disapprovando, ma nello stesso tempo, messa l’anima in pace, avessi considerato che questa è la vita e così purtroppo va il mondo, nessuno ti avrebbe trascinato in Tribunale e non saresti mai giunta al punto di dovere scegliere tra carcere, coerenza e dignità. Tu hai vissuto lottando. Non ti consiglierò perciò di scegliere il male minore e non ti dirò di non andare in carcere, Nicoletta; se lo facessi, ti dimostrerei affetto, sarei apparentemente solidale, ma probabilmente ti mancherei di rispetto. «Umano sei, non giusto», tu potresti dirmi e sarebbe una risposta meritata.
Tu sei una donna minuta e apparentemente fragile, ma l’apparenza inganna e la tua storia fa venire in mente l’esempio di giganti. Quello che ti accade e il modo in cui lo vivi a me ricordano una grande lezione di coerenza, passione politica e dignità: la vicenda di Maria Muzio, la madre addolorata di Sandro Pertini, malato e prigioniero della galera fascista, per il quale domandò grazia al duce dei fascisti. Se ti spingessi verso un compromesso che giudichi indegno della tua scelta di vita militante, meriterei che tu mi rispondessi con le parole di Pertini:
«Perché? […] Mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà. Tu […] hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei improvvisamente così allontanata da me, da non intendere più l’amore, che io sento per la mia idea?».
Credo che questa tua scelta vada rispettata fino in fondo e anzi accettata per quello che è, un atto politico, non solo perché è l’unica che ci si poteva attendere da una compagna con la tua storia, ma perché contiene un forte insegnamento per tutti noi e indica una via irrinunciabile. Non ti dirò perciò di fare in altro modo, benché mi spiaccia moltissimo che tu vada in prigione. Ti dedicherò invece poche e ormai antiche parole, che in qualche modo rendono omaggio alla tua scelta e al suo esemplare valore di regola di vita di cui tutti dovremmo far tesoro:

Amico, se ti compri,
pagati quanto vali.
Non un quattrino in più.
Credimi, non sentirti prezioso,
tanto nemmeno serve e poi si muore.
Ma se ti vendono un giorno per caso,
e magari all’incanto,
tu non avere prezzo.
Stattene duro e il banditore invano
attenda di picchiare il martelletto.

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downloadIncarcerando Nicoletta Dosio, come comanda il codice firmato dal fascista Rocco, la magistratura torinese sogna di mettere in gabbia un esempio e impedire a un un’idea di circolare. Tutti sanno invece, tranne il potere geneticamente ottuso, che non c’è galera capace di cancellare un esempio e fermare un’idea di libertà.
Mentre questa consapevolezza aiuterà Nicoletta a sopportare con forza e dignità l’eventuale carcerazione, diverrà sempre più chiaro che giudici, gabbie e provvedimenti restrittivi possono ottenere solo un inevitabile risultato: moltiplicare il suo esempio e rendere più che mai forte e inarrestabile la sua idea di libertà.

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