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Posts Tagged ‘Mosè’

Avrebbero avuto ben altro senso, la condanna della violenza e l’improvvisa passione legalitaria, se ci si fosse sdegnati con pari veemenza per i patti con Gheddafi, gli omicidi libici e le leggi razziste di questi anni. Non è stato così e i nuovi ”nonviolenti“ hanno votato indifferenti due destre responsabili di violenze ben più gravi di quella che li indigna. Sarebbe stati credibile il palpito di “nonviolenza“, se dei presidi messi in piedi dai nostri figli contro i campi di concentramento per stranieri, avessimo fatto bandiera di legalità violata da una inaudita violenza di Stato. Se, dico per dire, quando i giovani, violentemente privati del futuro, lottavano per la scuola della Costituzione, tra cariche e lacrimogeni, i “neononviolenti”, nati evidentemente a Roma il 15 ottobre del 2011, fossero stati con loro per protestare sull’invalicabile linea rossa che il 14 dicembre scorso protesse i violentissimi tagli della Gelmini e la compravendita parlamentare. Mi sarei “tolto il cappello” se, in nome della “nonviolenza”, si fosse scesi in piazza per restarci, quando i responsabili dell’ordine pubblico condannati per i fatti di Genova furono premiati con oscene promozioni. Se, vado a caso, quando fu ucciso vilmente Cucchi, avessimo incrociato le braccia per condannare la violenza di Stato che l’ammazzò. Non è stato così, ma prendo atto: alleluia! Il 15 ottobre è resuscitata la “nonviolenza“. Forse non era ciò che volevano gli ignoti quindicenni incappucciati, che sono figli nostri, forse il parto è stato così travagliato che la creatura, se non cieca, ora è orba – qui combatte animosa la violenza, lì è complice e non sai perché – ma, dice il poeta, “nunc est bibendum“. Col tempo migliorerà.

In piazza il 15 ottobre parlava la gente che soffre. Più voci, certo, non ancora l’armonia del coro, qualche stecca, la nota stonata, ma un pullulare d’anticorpi e la rappresentazione plastica d’una “crisi di rigetto”. Era lampante: il circo Barnum ha messo le tende a Montecitorio, l’antipolitica governa la politica e invano pennivendoli e velinari aprono un fuoco di fila di analisi a “senso unico”, recitano l’opera buffa dello sdegno e fanno i paladini di “indignati” traditi da “teppisti”. “Buoni” contro “cattivi”. il potere sperimenta la sapienza latina: divide et impera. E’ il vizio di chi, perso il pelo, non solo rimane lupo ma, per sopramisura, si fa pure volpe.
Scatenato, il circo mediatico fa lo specchio deformante. Il punto, dice, è la violenza, ma lo sapevano tutti: c’era chi la voleva, chi la temeva e chi la preparava. nessuno parlava, perché, a cose fatte, serviva l’allarme: “è ora di reagire”. E via con le leggi speciali. Tempo perso. Se schiacci i popoli, la rabbia cresce e non bastano prediche di neopacifisti o minacce di provvedimenti. La storia non fa sconti e il punto non è la violenza, il punto è la sofferenza.

Violenza, si ripete. Qualcuno sta li a rivendicarla con passione quasi “estetica” – e magari se n’è stato prudentemente a casa – altri puntano il dito su compagni diventati d’un tratto nemici e non manca chi prende la via sperimentata del “complotto” e degli immancabili infiltrati. In tanti, e qui forse è il punto delicato, sorpresi e impauriti, danno l’addio alle armi e in piazza non si vedranno più. Non gli servirà a molto: la fame attraversa i muri e apre ogni porta.
Violenza, dite? D’accordo, violenza se ci tenete, ma una parola ha mille sfumature e spesso cela inganni. La violenza del dissenso siriano, per esempio, qui trova mercato, ha la bellezza struggente e il fascino della libertà. E’ una rivoluzione asettica, fa impazzire di passione democratica e non fa paura, tanto, si sa, che c’entriamo? “Lì c’è una dittatura”. Sfumature così sottili e ingannevoli, che s’è scoperta persino la violenza “umanitaria”, proditoria, sanguinosa e spudorata come in Libia, ma capace di passare per un’affermazione della “democrazia”. Il monopolio della violenza, che tocca allo Stato, fa i miracoli dei santi: le bombe per un verso sono una straordinaria “difesa dei civili”, per l’altro fanno a pezzi con tanto di diritto legale al macello. Bollo e timbro delle Nazioni Unite. Che volete di più? La violenza è il barbaro pilastro della guerra alla barbarie del terrorismo, un totem da venerare ovunque c’è una rapina di petrolio da legalizzare, diritti di popoli da negare e uno sconcio da contrabbandare per amara necessità di “esportare democrazia”. L’immancabile, ambigua, nobile e diabolica “democrazia occidentale”.

Ma cos’è oggi la democrazia cui si consente tutto e contro la quale la violenza è prima bestemmia e poi sacrilegio?
Il diritto riconosciuto a Trichet di imporre licenziamenti di massa e uccidere la speranza, l’arbitrio concesso a Marchionne, che schiavizza i lavoratori, la lettera di Draghi che affama i vecchi e rapina i giovani, questo è democrazia. Atroce messinscena. La violenza, oggi, si chiama così: democrazia. Violenza e democrazia sono allo stesso tempo i conti pubblici piegati agli interessi delle banche e la vita della povera gente sacrificata alle regole del mercato. La democrazia oggi è la violenza usata a Montesquieu in nome dei profitti, la restaurazione della Bastiglia, il commercio dei voti in un Parlamento che fu tabernacolo di “civiltà borghese”. Democrazia è violenza di leggi fuorilegge. Democrazia è polizia armata fino ai denti coi soldi di tutti noi, ipocriti moralisti, per internare gli immigrati, massacrare di botte i pastori sardi nel porto di Civitavecchia, sostenere con la forza armata bande di privilegiati, tutelare gli evasori, i “condonati” e i loro padrini politici, imporre a manganellate discariche velenose a popolazioni che non ci stanno. Questo è democrazia: lunghe file di immigrati davanti alle questure, il miserabile contrabbando di permessi di soggiorno e la guerra tra poveri e disperati.
Questa inaudita violenza è oggi la democrazia, ma va bene così e si dice che mercato e profitto son legge di natura, che il capitale non è un fenomeno storico intessuto di arbitrio e sopraffazione, ma l’ultima delle tavole consegnate a Mosè.

A ben vedere, la sola violenza che apre la porta della galera e accende i salotti buoni televisivi è la rabbia dei giovani che si rivoltano per tirarsi dietro precari scippati, lavorati sfruttati, disoccupati umiliati e poveri sempre più poveri e disperati. Questa sì, questa è violenza. E qui, tutti allerta, qui ci schieriamo contro scandalizzati: il fenomeno è italiano. E’ falso. Cameron insegue teppisti, la Grecia ha gli anarco-insurrezionalisti e se non ci sarà via d’uscita, non so quando, non so con quale nome, sarà rivolta ovunque una lettera di Draghi produrrà disperazione.
La verità è che quando i popoli lottano per la sopravvivenza e la dignità, quando si dice crisi per dire che si rifiuta la terapia del dolore ai malati terminali e si avvelenano l’aria, l’acqua e il suolo in nome del delirio neoliberista, quando lo sfruttamento feroce nega speranze a intere generazioni di giovani, la violenza è nelle cose, si chiama potere e colpisce le ragioni della civile convivenza. In queste condizioni, la rivolta, esito fatale di inaccettabili provocazione, è racconto di una indicibile sofferenza, narrazione leggibile e comprensibile di un terremoto annunciato. Non c’è dubbio, c’è una incalcolabile differenza tra un’auto bruciata e l’urto contro la “zona rossa”; tuttavia la tensione crescerà e, violenza o non violenza, conterà soprattutto l’efficacia della “narrazione”. Se i fatti parlano, il dolore aggrega. Si dice – ma andrebbe verificato – che questo non è politica, perché la politica suscita e orienta forze, indica modi e pratiche che producono incontri e “civilizzano” lo scontro. Ma dov’è la politica? E’ il dito di Bossi la politica? Lo è diventato perché per D’Alema è “costola della sinistra”? E’ D’Alema, che battezza Bossi? E’ Berlusconi, che il partito di Bersani salvò dall’inferno con la bicamerale? Sono Fini e Casini la politica, gli ex amici dell’amico di Mangano? Dov’è la politica che ora, scandalizzata, invoca leggi speciali? Si chiama Vendola che da sinistra fa blocco con sceriffi alla Di Pietro? E’ Draghi la politica o per caso Trichet? Dov’è la politica? In quanto all’etica, che d’un tratto trova mille amanti, se un ruolo vuole avere occupandosi di violenza, si guardi attorno: il campo della violenza del potere è inesplorato.
Non si governa senza crimine, insegnò Machiavelli, ma i rivoluzionari borghesi elessero la loro risposta a principio universale: la rivolta contro i governi ingiusti è diritto dei popoli, legittima difesa.
Il dito puntato di chi mi farà la lezione, lo metto nel conto: “questo è giustificazionismo delirante”.

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narciso1Narciso, noi pensiamo in genere, è innamorato di se stesso. Non ama quindi. Amante senza amore, immaginiamo lo colga la sventura allorché, malaccorto, volto lo sguardo oltre lo specchio in cui si vede perfetto, è preso da qualcosa che non c’è nell’immagine restituita dallo specchio. Narciso è una finta perfezione: lo specchio non parla, non pensa, non vive. E’ lui che lo anima, pieno solo di sé. Quella è la vita. Può essere tutto sbagliato ma ogni cosa appare giusta: tra Narciso e lo specchio non esiste confronto. Fuori dello specchio – e perciò fuori di Narciso – c’è il mondo, nel quale questa specie di angelo dalle ali tronche non ha saputo entrare quando lo fanno tutti gli angeli che hanno sul dorso ali più adatte a volare. Narciso non è vanitoso, come spesso crediamo: qualcuno l’ha ferito quando è venuto al mondo ed ha smesso di volare. Il mondo di Narciso è Narciso: forma e sostanza di se stesso, territorio e confine d’un mondo contenuto in uno specchio. Se l’amore che è oltre lo specchio prende per mano Narciso e lo conduce nel mondo dal quale è fuggito, Tiresia lo ha predetto: è il primo e anche l’ultimo viaggio. Tutto gli è nuovo nel pianeta in cui vivono forma e sostanza che se lo portano via. C’è l’amore nei limiti del mondo – Narciso lo sente – c’è, in quel mondo nel quale lo trascina irrimediabilmente il mistero che gli è apparso oltre lo specchio. Il mondo che l’ha ferito. Ma questo Narciso non lo può sapere. Ha imparato a zittire il dolore con un finto amore. Un passo, ed è fuori da se stesso. Ora sa che c’è forma e sostanza ed intuisce che lo specchio è un inganno. E’ come precipitare in un abisso.

Narciso, che per dolore rifiutò di nascere, ora scopre per amore il dolore di stare nel mondo: quanta gioia gli dà così quell’amore, che lo libera dalla menzogna dello specchio, tanto inspiegabile dolore gli proviene da quell’accettare di amare e quindi venire nuovamente al mondo. L’amore di Narciso per ciò che è fuori dallo specchio è ora vero. Egli lo sa, lo avverte ed accetta un sublime calvario.narciso3
– O ti riconcili con la vita – sente Narciso che qualcuno gli va dicendo con voce che nasce dal petto suo in tumulto – o la smetti e ti uccidi.
– Non posso – mormora piangendo – ucciderei l’amore che mi porto dentro.
Se il cielo non fosse una celeste menzogna, verrebbero in aiuto i cavalieri dell’Apocalisse, la gloria celeste recupererebbe quel figlio suo innocente fuggito per dolore e tornato per amore. I santi che millantano credito presso la misteriosa Trinità ai piedi del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo invocherebbero per lui grazia.
Nulla di tutto questo. La forza che produsse un diluvio, che spaccò il Mar Rosso da una costa all’altra, che scolpì sulle Tavole Sacre strappate al Sinai coi fulmini della tempesta le leggi date a Mosé, quella forza rimane inerte. Come inerte è l’Olimpo coi suoi numi, come fermi nel loro meditare se ne stanno gli orientali celesti pensatori e fermo il profeta di Medina.
Tutte le forze di quello che chiamiamo bene se ne stanno immote: vada Narciso per la strada che ha scelto e a nessuno sia consentito spostare gli equilibri sui quali poggia da sempre la storia del creato. Narciso è dolore, non può essere amore.
Eppure egli ora ama. Nessuno sa amare qualcosa oltre lo specchio più di quanto non l’ami Narciso, nessuno ne soffre come ne soffre Narciso. Nessun amore è più dolce e doloroso dell’amore di Narciso, perché in quell’amore c’è la fatica di accettare il mondo che lo ha ferito a tradimento, in un agguato così oscuro che nulla resta nella mente oltre il dolore. E’ l’amore per il tradimento e per il dolore quello che accetta di portare sulle spalle quest’innocente violato, l’amore per una Croce pesante come quella che a Cristo guadagna un posto accanto al padre ed a lui, gigante Cireneo, promette solo la Via Crucis.
Non moltiplica i pani – non ne ha il potere – e, tuttavia, dalle sue lacrime nasce talvolta, più che dall’acqua a Cana, il vino per le nozze. Narciso ha il suo deserto e un orto a Getsemani l’accoglie perché sudi sangue, egli che è uomo e tale resterà, mortale come la sua fatica, come la sua innocenza tentata all’inverso.

narciso0311Egli non oppone, non può, la sua divina perfezione. Tutt’altro: è la perfezione quello che combatte, e ciò che il demonio gli offre è la perfezione. “Vade retro”, può opporre. Ma quando e se lo dice, parla a se stesso, al demone che dentro gli alberga. Sicché più fiera è la lotta, più difficile il rifiuto, più dolorosa la ferita. “Vade retro!”: lo urla con coraggio nel deserto, tra le orribili tarantole e la sabbia inafferrabile. “Vade retro!”. Coraggio, certo. Perché può scegliere Narciso, tra non amare e vivere a lungo, come a tutte le madri racconta Tiresia, o amare e attraversare la vita accettando di morire quando comanda l’amore. “Vade retro!”: lo urla con ardire nel deserto che di notte ha freddo. Ardire, certo. Perché può scegliere Narciso tra amare e morire, senz’altra speranza che quella di uccidere se stesso. Per amare. Per amore.
E dimmi Tiresia, tu che sai tutto: il male è dentro Narciso e il suo specchio o è nel mondo che egli accetta di guardare oltre lo specchio? E però non mentire, Tiresia. Tu non conosci ciò che soffre in lui e sai che non ha un padre. E quando ce l’ha si chiama Erode. Che cerca, Tiresia, dillo, che cerca Narciso dentro si sé?

Uscito su “Fuoriregistro“il 27 marzo 2005

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Non c’è da farsi illusioni. Il 77° Cavalleggeri non interverrà. Non ci sono winchester e giacche blu, non si ascoltano squilli di trombe finali e il bene non prenderà il posto del male che trionfa, tirandosi fuori da nuvole di polvere. Piombo fuso, firmato da Tzipi Livni, non è un film e non riserva colpi di scena: è un oltraggio al pudore, un’oscenità inaccettabile, un programma di annientamento dei diritti umani realizzato dal governo d’un popolo che per i diritti umani, primo e più di tutti, dovrebbe lottare.
Piombo fuso è uno schiaffo della barbarie all’agonia della civiltà; è fosforo per tritacarne, esperimento su cavie umane, fabbrica di amputati e ciechi, fucina d’odio per un futuro da storpi, da terroristi e da terrorizzati.
Piombo fuso è la condanna capitale dei sentimenti d’umanità, la verità messa al rogo, un’allucinazione per cui l’agnello diventa lupo, la guerra un effetto collaterale e il racconto biblico si capovolge: non tavole della legge diede Iddio a Mosè, ma la tracotanza di senza dio che non riconoscono legge.
E, tuttavia, per quel tanto di buono che anche un male infinito alla fine produce, occorre crederci: quando rinate alla luce, generazioni di storici ricostruiranno le tappe del nostro ritorno alla barbarie, i gazzettieri del potere non troveranno credito. Nessuno racconterà che i “terroristi” di Hamas si fecero scudo dei civili, sicché gli eroici combattenti della stella di Davide non ebbero altra scelta che sparare ai civili, alle scuole e agli ospedali. Racconteranno ciò che oggi si tace: che mentre Chavez espelleva l’ambasciatore di Israele per la premeditata ferocia di Gaza, l’Europa sonnolenta non vedeva e non voleva vedere, come non vide e non sentì ai tempo del tragico imbianchino bavarese a Norimberga.
Ha ragione Gad Lerner, che tavolta riesce a non fermarsi alla metà del guado: “il disonore può trascendere nella rovina“. Piombo fuso è una vergogna tale che numerosi intellettuali e pacifisti ebrei si schierano contro Israele e ci sono militari che scelgono la galera pur di non macchiarsi le mani di sangue innocente. Piombo fuso, diranno gli storici domani, è semplicemente quello che tutti fingiamo d’ignorare: la fine del nostro mondo. Un mondo di senza storia.

L’articolo è uscito su “Fuoriregistro” il 14 gennaio 2009

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