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Posts Tagged ‘Moratti’


Quando «Fratelli d’Italia» ha definito l’INVALSI (Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema dell’Istruzione) un inutile carrozzone, la domanda del mondo della formazione sulla sorte che l’«Unione Popolare» riserva all’ANVUR (Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario) e all’INVALSI si è fatta pressante.
Sia pure confusamente, docenti, personale non docente e studenti, molti dei quali voteranno per la prima volta, intuiscono il rapporto diretto che lega il ruolo di questi organismi, l’inefficienza crescente del sistema formativo e la grave crisi della nostra democrazia. Per dare risposte adeguate, occorrerebbe probabilmente partire da lontano, ma in una campagna elettorale condizionata dalla mancanza di tempo, si punta il dito anzitutto sui dati macroscospici: investiamo su università e scuole pubbliche, assumiamo, cancelliamo l’aziendalizzazione e le rovinose riforme Gelmini e Renzi; basta con classi pollaio, tasse e precariato. Finisce così che, pur essendo un problema di fondo, dimentichiamo le agenzie di valutazione, delle quali non si percepisce immediatamente il ruolo negativo e lasciamo che sia la Meloni a dure che l’INVALSI è un «inutile carrozzone».
E’ un vuoto pericoloso? Sì, perché manca una riflessione sulle conseguenze prodotte dalle misure neoliberiste sul mondo della conoscenza e quindi nella società. Si può supporre che una di queste conseguenze sia, per esempio, l’origine di seri problemi di partecipazione? Penso di sì. Penso che dovremmo anzitutto capire come siamo giunti al punto in cui siamo e quali meccanismi producono l’indifferenza o addirittura l’adesione di studenti e docenti. Individuarli consente di comprendere se e quanto c’entrino con la formazione e come si possa eventualmente smontarli.
Esiste ormai almeno una generazione di giovani docenti e studenti soffocati nei confini disegnati via via da Bassanini, Berlinguer, Moratti, Gelmini e Renzi e formati in scuole e università dominate dalle agenzie di valutazione. Una generazione, forse qualcosa in più di una generazione, cui sono stati sottratti gli strumenti che formano il pensiero critico, la capacità di pensare e valutare liberamente con la propria testa, che in fondo è anche capacità di opporsi, di non rassegnarsi, di non cedere all’egoismo, all’indifferenza e al qualunquismo.
E’ vero, contano i dati materiali, ma l’aria che respiriamo non conta? Il lavaggio del cervello che parte dalla scuola, passa per la televisione e i social e non trova freni nella famiglia, un peso non ce l’ha? E che ruolo ha giocato tutto questo nella sconfitta della sinistra? Una sconfitta culturale, prima ancora che politica, come ci dicono chiaramente i milioni di voti, non solo meridionali e comunque di ceti popolari, toccati ai 5 Stelle nel 2018, che si sono poi significativamente incontrati con gli altri milioni di voti finiti alla destra leghista.
In genere si pensa a un regime anzitutto come repressione, ma è una visone miope. Un regime reprime, ma mira anche a costruire consenso. Per riuscirci, sterilizza la conoscenza intesa come potenziale arma di lotta e manipola il pensiero. Se ignoro i miei diritti, se non li riconosco nemmeno come tali, non rifiuto lo sfruttamento, ringrazio lo sfruttatore e divento addirittura ostile a chi lo combatte. All’inizio della storia del movimento operaio e socialista, gli operai e i braccianti ringraziavano i loro carnefici e se elargivano «benefici», li definivano «padri dei lavoratori».
Torniamo al punto. Sono anni che l’università è il laboratorio in cui il neoliberismo forma i futuri docenti e ne fa preziosi veicoli di quel «pensiero unico», che essi poi insegnano nelle scuole alle nuove generazioni. I contenuti di tale insegnamento sono selezionati da un sistema di valutazione che, di fatto, è uno strumento di controllo sulla cultura. E’ vero, scuole e università adeguatamente finanziate dallo Stato, sono un bene comune decisivo, in grado di consentire la crescita sociale e la realizzazione di ciò che il giovane Gramsci chiese ai suoi coetanei, quando scrisse: «Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza».
Le cose però non stanno così. Noi riusciamo ancora a vedere – e perciò li combattiamo – gli effetti macroscopici delle politiche neoliberiste: livelli di precarietà elevatissimi nell’area docente, sfiducia degli studenti e calo delle immatricolazioni. L’Italia, ultima in Europa per percentuale di laureati, impone restrizioni al passaggio scuola superiore-Università; benché la crescente povertà causi la rinunzia all’iscrizione e i numerosi abbandoni, la tassazione universitaria pubblica è più alta che altrove e abbiamo creato figure paradossali, quali gli «idonei non beneficiari», giovani, cioè, ai quali si riconosce il bisogno di un sostegno che però non avranno. Il diritto allo studio è ormai un’astrazione; l’università, indebolita dalla penuria dei finanziamenti e isolata dal contesto sociale, è sempre meno accessibile ai ceti subalterni. La sua decadenza è tra le cause fondamentali del decadimento culturale, etico e politico della Repubblica.
Così ridotta, l’Università va rifondata, ma è necessario che la gente capisca. Se diciamo INVALSI, c’è ancora chi sa che si tratta di assurdi criteri di valutazione e prova a boicottare. Se invece diciamo ANVUR, parliamo non solo di una inaccettabile valutazione, ma anche di meccanismi che diventano addirittura controllo sulla cultura; molti però non sanno, pochi si rendono conto e non è facile difendersi. Così com’è, la valutazione della ricerca è una galera per i ricercatori e un furto per gli studenti. Se non ne denunciamo la reale funzione, non sarà mai chiaro dove si nasconde uno dei principali nemici di una formazione critica generalizzata e di alto livello, sottratta agli interessi delle imprese e alle loro logiche di corto respiro.
La formazione ha il suo principio-guida nella Costituzione, laddove, mettendo ordine e armonia tra uomo, lavoro e società, dice che quest’ultima è fondata sul lavoro e che la sovranità non appartiene al mercato, ma al popolo. Solo seguendo questa bussola, Scuola e Università possono insegnare, per esempio, che le risorse della natura non sono un patrimonio a disposizione delle ragioni del profitto, ma fanno parte di un ecosistema che ha inviolabili equilibri; dal loro rispetto dipendono la nostra vita e quella di chi abiterà la terra dopo di noi. Tuttavia Scuola e Università non possono più farlo efficacemente, perché gli equilibri ambientali sono subordinati ormai agli interessi economici che dettano legge anche nel mondo della formazione. Occorre perciò impedire che l’ANVUR continui a costruire sacerdoti del pensiero unico e a spegnere nella maggior parte degli studenti la capacità di organizzare resistenza.

Ecco la risposta alla domanda da cui siamo partiti. L’ANVUR è un’agenzia che fa della quantità della produzione scientifica la misura della qualità di lavori che le commissioni non leggono. Per l’ANVUR, una ricerca vale se l’editore conta molto, se c’è chi la cita – gli anglosassoni sono i più quotati – se l’autore «produce» molto e partecipa a convegni internazionali. Grazie al criterio della «misurazione quantitativa», una commissione ha regalato una cattedra a un giovane che in tredici anni, dalla laurea al concorso, ha sfornato otto saggi e «curato» nove libri; in quei tredici anni, moltiplicando il valore del tempo, come Cristo i pani e pesci, il giovane ha firmato due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. In pratica 200 pagine all’anno per tredici anni. Non bastasse, ha organizzato undici convegni, detto la sua in quarantuno simposi, seminari, workshop e festival nazionali e internazionali, ha valutato come revisore «prodotti di ricerca» su riviste italiane e straniere, ha presentato quattro progetti nazionali e internazionali e ha partecipato ai lavori di otto comitati scientifici. Naturalmente la commissione, che non ha letto alcun libro dell’enfant prodige, non s’è posta la domanda cruciale: quanto tempo ha potuto dedicare alla ricerca?
Si sa che il valore della ricerca è la sua qualità, che si misura in base a metodologia, originalità, capacità innovativa e ricchezza creativa. Un progetto di qualità può richiedere anche anni di lavoro. Che credibilità ha un giudizio dell’ANVUR, che, fondata su logiche produttivistiche, impone alla ricerca vincoli temporali? E soprattutto, a che serve una simile valutazione e quali effetti produce sull’insegnamento? La risposta è semplice: l’ANVUR, che conosce il forte legame esistente tra «grandi editori» e «baroni», che ne dirigono le collane e scelgono i testi da pubblicare, impedisce di fatto ai ricercatori di occuparsi di alcuni indirizzi di ricerca. Se studio gli anarchici, non pubblico i risultati delle mie ricerche e non vinco concorsi. Di conseguenza studierò altro e nessuno insegnerà più il significato e il valore storico dell’anarchia. Se voglio occuparmi di salute mentale e seguire la scuola di Basaglia e Piro, non otterrò cattedre con le mie ricerche, perché non troverò editori. O rinuncio, o batto la via farmacologica. La conseguenza è una salute mentale che torna a soluzioni repressive, narcotici e letti di contenzione e una università dalle quali sparisce l’esperienza di psichiatria democratica e del disagio come male sociale.
Potrei continuare, ma ormai dovrebbe esser chiaro. Valutare per controllare vuol dire imporre dall’esterno «obiettivi di valore» che ispirano periodiche verifiche della qualità dell’insegnamento; significa creare docenti che tutelano potere e mercato. Significa decidere cosa diranno i libri di testo. E’ questo meccanismo che rende apatico lo studente, impreparato e subordinato il docente formato al pensiero dominante. E’ da qui che occorre partire, per capire e cambiare davvero. Se il pensiero è sotto controllo, se i giovani che si danno alla carriera universitaria devono rinunciare a fare ricerca su argomenti sgraditi al potere, la minaccia non grava sugli studenti, ma è direttamente rivolta contro la libertà della Repubblica.

Agoravox, 12 settembre 2022

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Con Pierangelo Indolfi ho avuto il privilegio di collaborare, quando era redattore di “Fuoriregistro”. Non c’è bisogno, quindi, che lo presenti e se non conoscete “Fuoriregistro”, trovate un rimedio perché vi siete persi veramente molto. A gente come Pierangelo puoi solo dire grazie. Quello che ospito qui sul mio blog è un dono prezioso e una maniera modernissima di occuparsi della realtà della scuola che ha voluto fare a tutti noi, alla sua Bari, ai suoi ragazzi  e alla sua vecchia rivista. Guardate il filmato, ve lo consiglio vivamente; poco più di mezz’ora, ma non sarà tempo perso. Capirete meglio quali sono le criminali responsabilità di ministri come Berlinguer, Moratti, Gelmini, Profumo, Carrozza e Giannini. Per non parlare del pupo fiorentino.
Save Nicola!

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Nella scuola che ha in mente Renzi «si impara davvero». Un giornalista gli chiederebbe se pensa di tornaci, a scuola, lui che ha studiato quando non si imparava nulla, ma uno così acuto non s’è trovato e il «sindaco d’Italia» vola come Copia di imagesun treno: prima di tutto, dice, un forte investimento. Edilizia scolastica, docenti, formazione, sviluppo tecnologico della didattica: tutto coperto d’oro. Nessuno gli chiede da dove prenderà i quattrini, col pareggio di bilancio in Costituzione e i mastini della troika alle calcagna, e lui si scapicolla. Il menu, studiato ad arte, è buono per ogni palato, destra, centro e la sciatta imitazione della sinistra che passa il convento: la valutazione all’Invalsi, il modello anglo-sassone come pietra filosofale, più potere a dirigenti scolastici che non capiscono nulla di pedagogia e didattica, un’ennesima revisione delle procedure di selezione – vince chi lavora meglio e di più a costo zero – e via con le progressioni di carriera, la tecnologia nella didattica, psicologi – una terapia a sostegno della disperazione? – e il mirabolante premio di produzione per i migliori. Non è chiaro – nessuno ha cercato di capirlo – ma c’è il dubbio fondato che a formar cittadini non pensa nessuno; si vorrebbe un gregge e il padrone premierà chi non ragiona e non fa ragionare. Di qui partirono ai tempi loro Berlinguer, Moratti, Gelmini e Profumo – la destra dei berluscones fedeli o traditori e la sinistra passata armi e bagagli dal marxismo al liberismo – e siamo ridotti con gli analfabeti in Parlamento.
Nel gioco delle tre carte il finto tonto vince, incassa il malloppo e tace. Per lui, parlano gli occhi compiaciuti per l’onestà del compare, che paga senza fiatare, e il lampo tentatore di chi intasca un gruzzolo insperato. Quando il terzo lestofante fa lo scettico e cerca il pelo nell’uovo, lui lo guarda ironico, alza la posta e vince ancora. Muto, una smorfia furba e gli occhi eccitati, si gioca tutto come dicesse a se stesso: “ora o mai più” e torna a far bottino. I venditori di fumo danno corpo alla speranza del disperato, gli fanno vedere luci accese dove tutto è buio pesto e va sempre così: i gonzi abboccano all’amo e si fanno spennare. Si ruba in mille modi, ma a volte c’è dell’arte e persino la legge aggiunge al reato una parola che sa di complimento: furto con destrezza. Lo sanno tutti, però, che nemmeno il migliore dei pifferai porterebbe i suoi topi a morire, se non vi fossero condizioni date e sorci ormai pronti a farsi incantare.
«Vuoi anche i voti del centrodestra? Vuoi i voti di Grillo?» chiedono da un po’ i finti tonti, compari di Renzi, e lui vende tappeti: «Assolutamente sì. Non è uno scandalo, è logica: se non si ottengono i voti di coloro che non hanno votato il Partito Democratico alle precedenti elezioni, si perde». Un tempo, a parità di condizioni – compreso il cieco sostegno della stampa – di logico ci sarebbe stata solo la reazione della gente disgustata e il fenomeno da baraccone avrebbe chiuso bottega in un amen. Fino all’anno scorso – è vero pare un secolo – persino uno come Bersani lo cancellò dalla scena, ma s’è lavorato per girare a ritroso le pagine della storia ed ecco i risultati.
Fino a qualche anno fa, un leader convinto di poter convincere in un sol colpo il qualunquista, chi soffre d’orticaria se parli di politica, l’elettore di destra, di sinistra e persino l’astensionista, avrebbe rischiato la camicia di forza. Finché la destra ha rappresentato un pianeta con radici nella storia e un sistema di disvalori che a molti sembravano valori, un leader di destra sano di mente non avrebbe mai pensato di conquistare consensi in un pianeta antagonista, tra gente di sinistra che lottava per una società fondata su valori alternativi e contrapposti a quelli della destra. Oggi no. Da quando la «sinistra parlamentare» ha ripudiato Marx, adottando il pensiero liberista per puntare a centro, c’è stato un inarrestabile e profondo sconfinamento in territori tradizionalmente occupati dalla destra. Il «cambiamento» di Renzi, giunto in piena corsa, diventa perciò per la storia della repubblica il punto culminante di un arretramento culturale e politico più drammatico di quello prodotto da Berlusconi e si riassume in un dato sconvolgente: per la prima volta nella nostra storia, un uomo che esprime valori di destra giunge a guidare un grande partito che ha radici e base di consenso tra quella che un tempo era gente di centrosinistra. Non era accaduto nemmeno con Berlusconi, che, a onor del vero, vaneggiava e vaneggia di comunisti alla Bersani. Renzi non ha soluzioni per la scuola, che silura come Gelmini e Carrozza, né vie nuove per la politica. Giungiamo a lui perché i partiti, i suoi veri compari nel gioco delle tre carte, ridotti a comitati elettorali e camarille, hanno interpretato a loro modo l’invito di Cattaneo a fare gli italiani. Ne son venuti fuori così gli elettori che occorrevano al leader del «tempo nuovo», quelli «che non hanno bollini e non hanno etichette». Il «bestiame votante» che a fine Ottocento inquietava Antonio Labriola.
Il Renzi politico non è figlio di se stesso. L’ha creato il lavoro condotto alternativamente da governi che hanno condiviso un punto fermo – il mitico «centro» – , una legge elettorale incostituzionale e un programma unico, di volta in volta definito, a seconda dei casi, di «destra» o di «sinistra». Un programma che aveva e ha nel mirino i diritti garantiti della Costituzione.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 dicembre 2013 e su “Liberazione” il 31 dicembre 2013

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Ernesto Che Guevara, che prima di essere un rivoluzionario fu uno studente in gamba, si laureò in medicina e imparò a conoscere i problemi della scuola e dell’università, parlando agli studenti a Santiago di Cuba strappata con le armi a un dittatore al soldo degli USA, non mostrò incertezze: “Andate a cercare i nomi degli artefici della riforma e andate a vedere qual è oggi la loro posizione politica, quale ruolo hanno svolto nella vita pubblica dei Paesi d’appartenenza e avrete delle sorprese straordinarie. I personaggi che […] appaiono all’avanguardia della riforma nel loro paese sono le figure più nere della reazione, le più ipocrite, perché parlano un linguaggio democratico e praticano sistematicamente il tradimento“.  scuola-privata1[1]Sarà un caso, ma chi nel nostro Paese volesse provare a seguire il consiglio del Che, sorprese ne avrebbe davvero. Senza tornare al fascista Giovanni Gentile, Berlinguer, Moratti e Maria Stella Gelmini corrispondono perfettamente all’identikit tracciato in anni lontani dall’eroico rivoluzionario argentino. La verità è che la formazione, di qualunque paese si parli, è un ganglio vitale del potere economico e di quello politico, il solo vero e decisivo “ascensore” della scala sociale e un’arma a doppio taglio: se funziona come si deve, il potere ha da fare i conti con un controllo popolare reale e condizionante. Se invece non funziona, il popolo è servo, rassegnato e facile da manovrare.
Non meraviglia se nel ritratto, breve ma efficace, di Ernesto Che Guevara è facile riconoscere i volti e le scelte ambigue di chi qui da noi oggi governa la scuola e il paese. Chiedendo la fiducia al Parlamento, Enrico Letta non fece giri di parole: «La società della conoscenza e dell’integrazione – disse per l’occasione – si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi idonei agli educatori che in tante classi volgono il disagio in speranza e dobbiamo ridurre il ritardo rispetto all’Europa nelle percentuali di laureati e nella dispersione scolastica. In Italia c’è una nuova questione sociale, segnata dall’aumento delle disuguaglianze». Sapeva perfettamente che la crisi della scuola è un’arma fortissima in mano al malgoverno; era perfettamente consapevole che gli accordi capestro sul debito pubblico e sul pareggio di bilancio, firmati a tradimento del paese e approvati da parlamentari mai eletti, gli avrebbero impedito di comportarsi di conseguenza e investire sulla scuola anche se avesse voluto, ma a lui interessava solo il voto di fiducia, l’atto formale imposto dalla Costituzione. Nulla di quello che prometteva era in grado di fare senza aprire un conflitto con l’Europa della banche, ma quel conflitto non era nei suoi programmi e della sorte dei giovani e delle classi subalterne non gli importava nulla. Per rafforzare l’inganno, di lì a poco non esitò a dichiarare di nuovo pubblicamente: «Mi prendo l’impegno: se dovremo tagliare su scuola e università, io mi dimetterò»: L’Italia dei talkshow si lasciò come sempre incantare e i soliti pennivendoli ci raccontarono mirabilie: dopo l’intervista a Fabio Fazio nella trasmissione «Che Tempo che Fa», la popolarità del nuovo astro della nostra vita politica è salita alle stelle, ci vennero a dire. Di lì a poco, come in un sapiente gioco delle parti attentamente preparato da curatori d’immagini ed esperti di psicologia delle masse, di fronte all’evidente inerzia, alla totale mancanza di risorse e ai diktat paralizzanti di banchieri cialtroni travestiti da statisti per recitare la loro parte sui tragici palcoscenici dell’UE, entrò in scena di rincalzo Maria Chiara Carrozza. «O ci sono margini per un reinvestimento nella scuola pubblica, oppure devo smettere di fare il ministro», dichiarò la ministra dell’Istruzione, l’immancabile «volto pulito» di un governo impossibilitato a governare. Me ne vado, minacciò la signora, e ci fu chi si lasciò incantare dalla dichiarazione.
Sono passati mesi. Letta e Carrozza non hanno tirato fuori un centesimo bucato, gli studenti stanno peggio di prima, migliaia di assunzioni sono state cancellate, e ai docenti è stato bloccato lo stipendio. Le dimissioni non le hanno date e di far pagare la crisi a chi può farlo, di colpire seriamente chi i soldi li ha ma li nasconde non c’è nemmeno la più pallida intenzione. I nostri politici sono tutti al capezzale di Berlusconi, un loro collega, guarda un po’, evasore fiscale. A settembre, quando le scuole riapriranno, qualcuno si preoccuperà come sempre di trovare i fondi necessari a finanziare le scuole paritarie e la risposta alla sacrosanta protesta degli studenti, la daranno le forze di polizia in assetto antisommossa.
Che Guevara e Castro avevano capito come vanno le cose quando a dettare legge è il capitale. Non a caso Fulgencio Batista lasciò Cuba cacciato dalla rivoluzione.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 agosto 2013

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E’ vero. I soldi per le borse di studio sono spariti nei tagli e nell’insipienza della politica, ma non bisogna coltivare la disperazione. Il gusto forse è macabro, l’intento inconscio ha un vago sapore di sadismo, ma la notizia circola e nell’indifferenza generale che circonda la scuola occorre registrarla a futura memoria. Quando gli storici attoniti ricostruiranno la vicenda di questo impensabile codicillo di legislatura, occorrerà che si sappia: mentre il Paese annaspa nei vortici della peggiore crisi finanziaria che si sia mai registrata, Profumo, ministro scaduto e però prorogato, dà segni di vita e lancia, ineffabile, la sua tragicomica “Campagna di educazione finanziaria“.

In società con Poste Italiane, prende il via così, per gli studenti della scuole secondarie di II grado, quello che l’Ansa definisce, con impeccabile stile professionale lo “strumento di pagamento integrato alla ‘Carta dello Studente – IoStudio”.
L’ha presentato a Roma con invidiabile faccia di bronzo il ministro in persona nei locali del Miur probabilmente sconcertati, in compagnia di un noto campione del management, l’Amministratore Delegato di Poste Italiane, Massimo Sarmi, che con indiscutibile senso della realtà, si è associato all’ineffabile ministro nel funambolico panegirico della strampalata iniziativa. A dar retta ai due illustri personaggi, “Attraverso questa ulteriore operazione la nostra scuola si allinea ai migliori standard internazionali, con una carta in grado di attestare lo status di studente non solo in Italia, ma anche all’estero”.

Nunc est bibendum! Dopo le pagine buie di Berlinguer, Moratti e Gelmini, Profumo apre un nuovo capitolo e accende un faro sulla sorte della nostra pubblica istruzione: benché privi ormai di una scuola degna di questo nome, grazie alla “carta Profumo”, i nostri ragazzi continueranno a chiamarsi studenti.
Segnate la data col lapillo bianco.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 aprile 2013

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“Non ho fatto nulla per peggiorare la situazione dei precari nella scuola” ha dichiarato Profumo, respingendo l’accusa di aver cancellato le loro speranze, .che gli ha rivolto il prof. Carmine Cerbera prima di togliersi la vita. I casi sono due: o il ministro soffre di amnesia e non ricorda la disperata rabbia dei precari che a settembre, accampati davanti al Ministero, invano gli chiesero udienza, per convincerlo a non cancellare le graduatorie permanenti, o il concorso l’ha voluto a sua insaputa il Direttore Generale Luciano Chiappetta.

Aveva ragione Don Milani: “La politica è orribile quando chi la fa crede d’essere dispensato dal sentir bruciare i bisogni immediati di quelli cui l’effetto della politica non è arrivato” e non c’è dubbio: il dramma di Cerbera è figlio di un clima di arroganza, persecuzioni e disprezzo per il corpo docente che non ha precedenti nella nostra storia. Per un anno, incurante dei costi umani delle sue scelte, il ministro ha fatto della pretesa “necessità dei tagli” l’alibi per un vero e proprio massacro della scuola poi, d’un tratto, s’è messo a sperperare i soldi dei contribuenti con un concorso inutile, iniquo e fuorilegge. Senza godere del voto di un solo elettore, scialbo, incompetente e autoritario, Profumo ha sbandierato il mussoliniano binomio “carota – bastone” ed è diventato ad un tempo il peggior ministro dell’Istruzione e il carnefice delle giuste speranze dei lavoratori della scuola. E’ un primato cinicamente voluto e ampiamente meritato: passeranno alla storia la farsa del “referendum” sul valore legale del titolo di studio, il crescente sovraffollamento delle classi, l’inaudito attacco al diritto allo studio, ai disabili, al tempo pieno, il polverone delle “24 ore” levato ad arte per coprire la privatizzazione ormai quasi approvata e il progetto di annientamento degli insegnanti precari.

Si chiude oggi un cerchio aperto molti anni fa e basta percorrere a volo radente le tappe del calvario di studenti e lavoratori della scuola, per capire che il “ministro tecnico” è giunto al capezzale della scuola agonizzante dopo provvedimenti inqualificabili. E’ del 15 marzo 1997 la legge 59 che trattò la scuola come una qualunque attività produttiva e decretò la fine di numerose istituzioni scolastiche in base a indecenti parametri numerici. Da quel momento, serva o no al territorio in cui opera, una scuola muore se non ha “una popolazione, consolidata e prevedibilmente stabile almeno per un quinquennio, compresa tra 500 e 900 alunni“. Per gli istituti “sottodimensionati” è stata “pena capitale” e di lì sono nate feroci unificazioni orizzontali tra scuole dello stesso grado esistenti in ambito territoriale e accorpamenti verticali in istituti “comprensivi” che, fu promesso, avrebbero rispettato esigenze educative e progettualità del territorio. Mentre un’autonomia pezzente apriva la via alla fuga verso il “privato” e iniziava lo stillicidio dei posti perduti, nelle zone “a rischio” la criminalità organizzata ringraziava per l’inatteso regalo: la scuola sbaraccava là dove più necessaria appariva la sua presenza. Per usare il linguaggio aziendale caro a Profumo e soci, tra miseri risparmi e crollo della qualità, il rosso in bilancio sul piano etico ebbe così un’irresistibile impennata.

In una sorta di “cupio dissolvi“, tra giugno e luglio del 1998 seguirono a ruota il regolamento che perfezionò il dimensionamento e il Decreto 331 che sconvolse la già disastrata rete scolastica e le regole per la formazione delle classi e degli organici. In nome del dio del risparmio e in base ai soliti parametri quantitativi, si unificarono istituti di diverso ordine o tipo, si cancellarono sezioni staccate e plessi, si proibì di costituire una classe quando le iscrizioni previste erano meno di 30. Il numero degli alunni per classe, anche in presenza di portatori di handicap, violò così ogni norma di sicurezza in scuole da sempre malconce. Cancellate senza ritegno classi su classi e lasciati i docenti senza lavoro, gli studenti, ridotti a carne da macello, furono sparpagliati nelle “scuole viciniori” e in quanto alle “eventuali iscrizioni in eccedenza“, si pensò bene di dividerle tra “le sezioni della stessa scuola“. A parole si mise l’alt sul limite estremo di “28 unità per sezione“, ma il confine fu poi violato e saltò persino l’impegno di escludere dalla spartizione le sezioni con alunni in situazione di handicap, che subito giunsero a 25 ragazzi stipati in classi per lo più inadeguate e fatiscenti.

Bisogna far quadrare i conti, non ci sono soldi“, fu il ritornello, ma per le private di quattini ce ne furono sempre. Agli studenti ormai non badava nessuno e nelle scuole cominciarono a “sparire” i docenti. Sulla via dell’aziendalizzazione, l’8 marzo 1999 il DPR 275 inserì nel linguaggio comune la “domanda delle famiglie“, cui la scuola finì col soggiacere, confezionando la sua “offerta” ai fini di un ambiguo “successo“. Il calcolo dei “crediti” giunse a coprire il rischio dell’analfabetismo e nacquero attività di ogni tipo, dalla concorrenza sul mercatino delle pulci, alla “giornata del cuore”. In un tripudio di scuole parificate, legalmente riconosciute e pareggiate, tutte a carico dello Stato alla faccia dei famosi “risparmi”, ai giovani docenti esclusi e in difficoltà si offrì lavoro sottopagato e spesso gratuito in cambio di “punti” per un’assunzione che non sarebbe mai venuta. In quanto alle famiglie, le più abbienti trovarono una vasta gamma di diplomifici pagati coi soldi dello Stato. Il valore legale dei titoli di studio non fu toccato, ma fece fortuna il mercato dei “crediti”. Era iniziata l’età dell’oro delle convenzioni con università private, enti e agenzie sorte come fossero funghi, per dare il loro “ineludibile apporto” alla realizzazione delle più stravaganti aspirazioni. La bandiera della “qualità” annunciò il mito del merito, a cui, nella pratica quotidiana, diede, in realtà il colpo di grazia la riduzione in servitù dei supplenti, persi nel gioco al massacro di assunzioni a cottimo e licenziamenti, e dei docenti appartenenti a classi di concorso che presentavano esuberi di personale, i “soprannumerari“, costretti a corsi di riconversione professionale, pena il licenziamento.
Aperta la breccia e trasformati i presidi in riluttanti o complici “dirigenti”, nel mirino entrò presto la dignità dei lavoratori.

Chi andasse a cercare oggi nomi e partiti, troverebbe schieramenti variopinti: Scalfaro, Berlinguer, Prodi, Flick. Centrosinistra per lo più. Gli ingenui stupiranno, ma è un dato storico: dove si ferma la destra, perché occorrerebbe la forza, ecco in soccorso l’inganno della sedicente “sinistra riformista”.
Profumo è ultimo dopo Moratti, Fioroni e Gelmini, ma molto ci ha messo del suo, ispirandosi al modello Marchionne e creando un clima di irresponsabile e crescente insicurezza. Nessuno come lui ha cancellato diritti acquisiti nel corso di una vita in nome di un becero giovanilismo ed è chiaro che non lo sa: chi ha ragione non invecchia. E’ stata la precarietà condotta alle estreme conseguenze la molla che ha indotto Carmine Cerbera al suicidio, questo è certo, ma non meno certo è che a togliere ogni certezza ai docenti precari è stato Profumo. Farfugli se vuole la sua impossibile difesa, il ministro. Uno più uno fa due e le conclusioni può tirarle chiunque. 

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 novembre 2012

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L’immagine dell’Italia giunta dalla Germania è un film-denuncia che dalle nostre parti non ha superato la censura. Da noi l’informazione, serva o prezzolata, tratta i tedeschi come se avesse a che fare coi nazisti della «società del crollo» nell’«ora zero», sguazza nella polemica, evoca lo spettro della “Grande Germania” e in casa nostra non guarda. Ci voleva perciò un Parlamento straniero per ricordare a un popolo di senzastoria che il 25 aprile seguì la Resistenza e si concluse a Piazzale Loreto. Se Berlusconi fu un Mussolini, anche un cieco lo vede: è lì dov’era e tiene in piedi questo governo di pedagogisti che nessuno ha eletto, ma apertamente dichiarano di voler educare il Parlamento, in nome di un decisionismo tecnocratico che fa carta straccia della Costituzione. C’è un arbitro è vero, Napolitano, ma è distratto. Dopo aver “preso a cuore” i guai di un ex ministro, accusato di falsa testimonianza, è intervenuto impropriamente su temi di stretta competenza del Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, andando ben oltre i suoi poteri, poi, forte del silenzio del Parlamento, ha scatenato un putiferio contro magistrati che rischiano la pelle in trincea combattendo la mafia e s’è concentrato su una speciosa difesa delle sue prerogative.
In questo clima, Monti, uscito allo scoperto, sostiene che ha il dovere di salvare l’Italia e perciò deve anzitutto educare il Parlamento. Da qui, da quest’dea ossessiva d’una funzione pedagogica e didattica dell’azione di governo, i guai che toccano alla scuola. I tecnici, infatti, che stupidi non sono, sanno che per centrare in pieno l’obiettivo, educare e se necessario privatizzare il Parlamento, bisogna disarticolare le strutture che educano il cittadino. Scuola e università in altre parole, sono il vero macigno da rimuovere, poi la strada sarà tutta in discesa.
Si spiegano così le tappe forzate di un’aziendalizzazione del mondo della formazione, che parte dalla scuola e mira all’università. E’ vero, qualcuno in modo flebile e tardivo prova a resistere ma, tutto è abilmente coperto dal taglio ai diritti contrabbandato per riforme, dal polverone levato ad arte attorno a micidiali manovre, imbellettate d’inglese à la page e presentate come spending review. Nel silenzio delle Camere che mostrano ormai segni di assuefazione alla pedagogia di Monti, la proposta Aprea, tenuta in serbo dopo mille bufere, nei convulsi passaggi Prodi-Berlusconi Monti, è giunta con Profumo in vista del traguardo. Mentre l’accademia s’attarda in calcoli di bottega e a un fronte comune con la scuola ci pensano in pochi, i colpi partono duri come mazzate e vanno tutti a segno. L’aumento delle contribuzioni studentesche, manda in soffitta il diritto allo studio e mette alla porta i figli della povera gente per farne – nella migliore delle ipotesi – lavoratori rasseganti e docile bestiame votante. In quanto alla scuola statale, prima è diventata genericamente pubblica, poi è stata tramortita dall’autonomia squattrinata e dal “privato paritario” di Berlinguer. Il resto l’hanno fatto la crociata della Moratti per spostare risorse dello Stato al privato e il “giravite” sabotatore del cattolico Fioroni. Contro la Gelmini la battaglia campale l’hanno data da soli gli studenti; i docenti erano a casa, la società civile alle prese con l’immancabile colpo di sonno dei momenti decisivi e a chi diceva che, fabbrica o scuola, la guerra è proprio la stessa, s’è dato del demente. Ormai la logica di mercato portata nelle scuola e l’educazione alla democrazia che Monti propone agli scandalizzati tedeschi hanno davanti un’autostrada.
Ne abbiamo viste tante: il maestro unico e prevalente, il tempo scuola confuso col tempo pieno, il dirigente scolastico che non sa di scuola ma è bravo perché batte la concorrenza vendendo fumo, ma stavolta siamo al dunque e non serve nemmeno la foglia di fico dell’«Europa che ce lo chiede». L’Europa, anzi, ci mette in guardia: l’Italia ha un grave problema di democrazia. Però pare tardi.
Ora che l’autonomia è ridotta all’autogoverno della miseria materiale e dell’indigenza culturale e l’inevitabile crisi del sistema formativo agevola processi di disgregazione, indebolendo la tenuta democratica della repubblica, ora si ufficializza un’aziendalizzazione pensata ben prima della crisi, che non ha cause economiche e mira a colpire la scuola come presidio di democrazia. E’ per questo che si svuotano di contenuti la facoltà d’intervento concreto di docenti e studenti nella vita delle istituzioni scolastiche, per questo che si ragiona di governance garantendo poteri straordinari ai dirigenti scolastici, con l’apporto di privati e sponsor, di fronte a corpi docenti frantumanti, divisi in fasce e spinti alla solita guerra tra morti di fame: io ti “valuto”, tu ci perdi. Diventata azienda, la scuola garantirà la linea “educativa” della “proprietà”. Come accade in tutte le aziende degne di questo nome.
Il risparmio, insomma, si fa sui diritti e passerà: in questo contesto nasce storicamente ogni tragedia politica. L’esito sarà violento? Impossibile dirlo, però m’hanno colpito le parole d’un libro che ho appena recensito: “la violenza è già in campo. E’ quella di un sistema economico e politico colluso, la violenza di strutture che si muovono sul piano mediatico e non sulla realtà quotidiana, la violenza delle rivendicazioni del singolo individuo a discapito della collettività, uno contro tutti, tutti contro uno, tutti contro tutti”*.

* AA.VV., Sulla pelle viva. Nardò: la lotta autorganizzata dei braccianti immigrati, Derive e Approdi, Roma.

Uscito su “Fuoriregistro” il 7 agosto 2012 e sul “Manifesto”, col titolo Italia di incapaci, Monti pedagogista, l’11 settembre 2012

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Non sappiamo e non sapremo mai se, in Paradiso, Gabriele sia l’angelo meglio riuscito alla divina fabbrica del Creatore. Se la maiuscola sia d’obbligo, chiedetelo a bruciapelo al ministro Profumo e alla sua scienza dell’ortografia, ma si lasci a chi pensa il diritto del dubbio, perché non c’è rimedio: non ci sono certezze, se non permangono dubbi. Se gli angeli siano uguali tra loro, se l’impegno lavorativo del Padreterno abbia tenuto costante il livello della produzione nei fatidici “sei giorni” in cui s’è generata questa “valle di lacrime“, non siamo in grado di dire. Come un indocile ribelle, ognuno nella vita una volta almeno s’ostina a capire ciò che capire non può e, di fronte ai suoi mille dubbi, sta lì, a rovesciare invano col secchiello in un buco scavato sulla sabbia tutto l’Oceano mare. Più acqua rovescia, più vana è l’impresa, ma non per questo s’arrende la voglia di capire. Per quanto difficile sia l’impresa e disperato l’esito finale, noi scaveremo sempre, nei secoli dei secoli; fino a quando uomini e donne vivranno, questo conflitto indomabile si perpetuerà di generazione in generazione. Corpi di Pubblica Sicurezza e apparati repressivi, di cui le migliori democrazie non sanno fare a meno, vedranno in questo sforzo di progresso vene di sedizione, ma Dio ci scampi se la tesi della certezza l’avrà vinta sulla lungimiranza dell’utopia.
Nessuno sa se il sommo, infallibile artefice abbia commesso errori o battuto la fiacca, sta di fatto che tra gli angeli forgiati dalla sua mano si sono registrate immense differenze e non solo il migliore dei demoni, Lucifero, è il peggiore degli angeli ma, ciò che più conta, dal punto di vista del Male – senza del quale non si trova Bene – l’opera più perfetta è la peggiore di tutte. Sarà una divina pazzia, ma la perfezione del Creato aveva da passare per questa incomprensibile imperfezione.
Il ministro Profumo ora giura su un’idea di università che sposi le regole del mercato e, a suo modo di vedere, l’abolizione del valore legale del titolo di studio, con la creazione di un clima concorrenziale tra atenei – è questo il dogma che ispira il creatore – indurrà le università a migliorare la propria offerta e finalmente si vedranno trionfare il merito e la competenza. Quando il miracolo sarà compiuto – anche Profumo il settimo giorno dovrà riposare – l’angelo ribelle, che l’irato Creatore invano sprofondò nell’inferno, seminerà i suoi dubbi: domanderà com’è che all’estero ci rubano i giovani senza difficoltà, nonostante Profumo, Gelmini, Moratti e Berlinguer; vorrà sapere se, con i ficchi secchi, s’hanno da fare matrimoni regali, indagherà sui criteri informatori della scelta dei ricercatori e dei docenti, sulla regolarità dei concorsi, siederà nei laboratori deprivati, inseguirà cervelli in fuga provenienti da buone scuole che spesso danno più incollature all’eccellenza, ascolterà, le mani nei capelli, incomprensibili lezioni dei sacerdoti della scienza nuova e, maligno com’è, concluderà che la ricetta sbagliata ha già sfasciato troppo un mondo nato male e governato peggio. Politica di classe, borbotterà, velenoso; una filosofia della storia che si fa scienza esatta non ha fondamento. Vivono ancora, però, Lucifero lo sa bene, armi efficaci come strumenti di guerra in mano a buoni maestri, che insegnano molto meglio di un accademico ciò che la peggiore delle università non riuscirà a distruggere: i giovani sanno che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è più una virtù. Sanno che ormai non c’è molto rischio di peggiorare il mondo, qualunque cosa si faccia, sicché un po’ di ribellione, se venisse, sarebbe solo la fine di un ordine così disordinato.
Gliel’ha insegnato, e aveva ragione, Don Milani, angelo e diavolo, che – c’è da stupirsi? – non aveva certo studiato alla Bocconi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 27 gennaio 2012

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Sono notoriamente alieno da inutili violenze e non cammino  armato. Vi avverto, però, e badate, non scherzo. Se vi azzardate anche solo a parlarmi di un “grande cambiamento” col centrosinistra al governo guidato da una sentinella del capitale finanziario come Monti, beh, non ci penso due volte: vi tiro una sberla con tutte le forze che ancora mi ritrovo. Con Monti, si profila uno spettro: il governo Marchionne. Va finire che Berlusconi e Gelmini sono stati un capolavoro.
Un “grande cambiamento”? Lo faccio: vi tiro una sberla.

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Immagino che la sera spegnerebbe il televisore con un moto di ripulsa sconfortata, subito dopo i titoli del Tg3, nella penombra del suo studio che non ho più rivisto. La sera ci sorprendeva inattesa, come accade di questi tempi, quando il sole d’un tratto si inclina veloce all’orizzonte, per sparire in un preludio di autunno che il caldo micidiale non potrà fermare. Non so che direbbe e, per quanto profonda, non c’è amicizia che consenta di dare la parola a chi non c’è più. Di “libera stampa“, Arfè s’intendeva come pochi e di cialtroni che vendono fumo la sera tra pubblico e privato non si stupiva più. E’ singolare, diceva, l’ambigua passione per i dettagli e il disinteresse voluto per i problemi concreti. E come dargli torto, se in questo disastrato settembre di borse crollate e di vite tagliate, la prima pagina, parlando di scuola, è toccata all’abbraccio tra Lupi e Gelmini? Vera o presunta, la “storica pace”, dopo gli scontri estivi, ha tenuto il campo e “fatto ombra” all’agonia reale della scuola. Il problema di chi ci governa non è, come sarebbe lecito aspettarsi, il crollo verticale degli investimenti che si somma al taglio indiscriminato di risorse per l’ordinario e ai milioni di euro dirottati dal pubblico al privato. Lupi, portavoce degli interessi oscuri di Comunione e Liberazione ce l’ha con Gelmini non perché ha falcidiato gli organici e licenziato persino banchi, lavagne e cattedre. Ce l’ha, perché assume 66 mila precari. La smorfia disgustata di Arfè la conosco così bene, che mi pare di vederla e mi torna in mente chiaro il suo richiamo alla Costituzione. Il dio dei socialisti onesti l’ha risparmiato, chiamandolo a far compagnia al suo Turati, mentre il diritto al lavoro, garantito dalla Costituzione, tocca nervi scoperti dei ciellini e, a dar retta a Lupi e compagni, in futuro sarà difficile diventare docente per chi oggi comincia l’ università. Chi abbia torto o ragione tra i due ras lombardi, per la povera gente, non conta un bel nulla. Tutto quello che c’è dietro gli attacchi violenti, le liti, gli abbracci e i patti di pacificazione è che ormai si governa così, tra guerre per bande che mettono diritto contro diritto, generazione contro generazione, bianco contro nero, lavoratore contro disoccupato. Il Paese si sfascia, la casa crolla e la Costituzione è cartastraccia, con buona pace di Napolitano che si occupa di guerre e manovre finanziarie, qui ammonendo, là invadendo il campo, sempre, ovunque e comunque, ignorando il Parlamento e la sofferenza della povera gente.
Non ho dubbi. Uno storico del valore di Arfè lo vedrebbe lucidamente: sono vere tutt’e due le cose. E’ vero che i precari hanno diritto al lavoro, non meno vero è che ai giovani spetta un futuro. E’ vero e nessuno dovrebbe poter scegliere tra diritti contrapposti. I diritti sono vita per le democrazie. Negarne uno, in nome di un altro, significa ferire a morte la civile convivenza e la giustizia sociale. Nessuno potrebbe, ma lo fanno e non si trova una via per poterli fermare. Tutto questo accade perché dopo la bancarotta del socialismo, il delirio neoliberista che ha causato il disastro, fa la diagnosi e suggerisce le cure velenose che intossicano sempre più un Paese sofferente e sconcertato. La scuola, quella vera e concreta, quella che Arfè amava e ch’era stata la vita di suo padre, la scuola fatta di ragazzi, famiglie, personale docente e non docente, già prima di Gelmini e Tremonti, con Berlinguer, Moratti e Fioroni, ha vissuto di stenti. Quando è arrivata Gelmini a fare da curatore fallimentare, una scuola su due risultava costruita in zone a rischio sismico e fuori norma, un numero impressionante di edifici scolastici era privo di agibilità statica e spesso anche di documentazione igienico-sanitaria; introvabili risultavano gli attestati di prevenzione incendi. Sono poi venuti a mancare gesso per lavagne, sapone nei bagni, asciugamani usa e getta e carta igienica, difficile s’è fatto l’accesso alle cassette per il pronto soccorso e non serve proseguire. Ce n’era quanto bastava per temere il collasso che i dati Inail sugli incidenti del 2008 mostravano incombente: 92.060 infortuni occorsi ai ragazzi (+1,6% rispetto al 2007) e 13.879 ai docenti (+1,8 per cento).
Qui più o meno si fermava la conoscenza diretta del problema quando Arfè se n’è andato. Su questo mare di guai, cancellato ogni principio didattico per far spazio ai conti della spesa, si inseriscono le classi pollaio, in spregio di ogni legale rapporto tra aule e alunni e il sacrificio degli insegnanti precari grida invano vendetta. Mentre i ragazzi iniziano tra le proteste, Lupi e Gelmini non trovano di meglio che puntare all’ennesima guerra tra poveri, per vincere scontri di potere che con la scuola non c’entrano nulla. La Costituzione, diceva Arfè, sarebbe un baluardo, ma più il tempo passa, più si indebolisce. Di mio, ci aggiungo solo che forse basterebbe organizzarsi dal basso e cominciare a dire dei no. No, noi questo non lo faremo. Ripugna alla coscienza e non è legale. Quante volte, a lezione da grandi storici, ho ascoltata l’amara considerazione: questo è un Paese in cui, durante il fascismo, dell’intero corpo docente, all’università, solo in dodici rifiutarono di giurare per Mussolini. “Fortunato quel paese che non ha bisogno di eroi, ha scritto Brecht. Gaetano Arfè, maestro d’altri tempi che se n’è andato il 13 settembre di quattro anni fa, intuendo dove andavamo a parare e guardandomi con disperata compassione, lucidamente corresse: “Io direi: fortunato quel paese che quando ha avuto bisogno di eroi li ha trovati, sventurato il paese che non sappia mantenersene degno“.

Uscito su “Fuoriregistro” il 13 settembre 2011

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