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Posts Tagged ‘Monica Lewinski’

Non ne parlo. Salto a piè pari il fosso dei temi dominanti: “escort“, calzini e bisogni sessuali di politici e giornalisti. Non faccio distinguo e non generalizzo. E’ su questa via che si tende a costringere la riflessione. Non so né voglio sapere se il caso sia diverso, se in fondo “questo è il mondo“, se il più bravo è chi lascia o è migliore chi resta.
Non è questo che conta.
Il tragico fango di Messina è povera cosa di fronte alla melma in cui stiamo affondando. Politica e sesso hanno avuto da sempre rapporti più o meno stretti. Per Cleopatra Marco Antonio perse tutto, l’onore, la gloria e la vita; le regine sopportarono “favorite” e “cocottes” e i sovrani ignorarono amanti e cicisbei. In America un Kennedy si giocò la presidenza, ma gli americani, per ritornare ad oggi, non hanno consentito a nessuno di seppellire sotto un letamaio la bandiera a stelle e strisce solo perché la “stagista” Monica Lewinski aveva avuto rapporti sessuali col presidente Clinton. Qui da noi, al contrario, c’è chi spinge il Paese nel fango e non ci ribelliamo.

La cronaca è breve e giova ricordare. Per un caso che è stato solo personale, la moglie del Presidente del Consiglio, tradita, delusa e nauseata, ci mette sull’avviso: attorno al marito ruota un meccanismo di scambio diffuso, efficiente, capillare e collaudato. Sesso in cambio di carriere politiche, spasso e scialo per un successo televisivo. Ed è stato subito chiaro: qui da noi, il cuore del problema non sono “stagiste” e prostitute, ma la prostituzione del Paese. Qui da noi, il Presidente del Consiglio non è solo un capopartito che guida la maggioranza, ma anche un fior d’imprenditore, un editore ingordo e straripante e l’imputato perenne in processi per corruzione. Il cuore del problema, qui da noi, sono le conseguenze di questa aberrazione.
Clinton, negli Usa, messo in croce, confessa la sua relazione, ma non azzarda la reazione. Non ci prova. Qui da noi, con una protervia senza precedenti, l’imperatore in un primo tempo prova a negare l’evidenza sconcia, poi decide di cambiare le carte in tavola e dimostare che lo sconcio è la norma. Se non si può negare, meglio allora esaltare. Un’armata di spie, velinari e maestri della disinformazione prende così a lavorare per costruire l’immagine d’un capo che è marcio solo perché la regola è il marciume. E’ l’ora del “big brother“, il fratello maggiore. Un “Grande Fratello” permanente esce così in edizione straordinaria, confonde dai teleschermi il virtuale e il reale e tutt’intero un Paese diventa protagonista d’una indecente rappresentazione. Giorno dopo giorno, impotente di fronte alla sperimentata capacità ipnotica di monitor e conduttori, il cittadino, ridotto a suddito telespettatore, assorbe il veleno che, in un’unica dose, potrebbe ammazzarlo e, goccia a goccia, invece l’immunizza.
Annichilita la coscienza critica dalla successione preordinata degli scandali quotidiani, non si salva nulla e presto ce n’è per tutti. Vecchie foto discinte della moglie del premier servono a screditare l’idea stessa della moralità, mentre sordide storie prendono a circolare in forma di minacciosa barzelletta. L’invisibile manganello si abbatte con violenza inaudita sulla capacità di ragionare. Tutto è confuso e tutto si confonde; per ogni regola sono pronti un’accusa e una dose devastante di olio di ricino virtuale. Si mesta nel fango e l’aria si appesta: se una donna non si vende è un prodotto scadente, il giudice che non si compra è una “toga rossa“, un uomo che pensa con la sua testa è il solito “moralista veterocomunista”. Il modello ideale è il neofascista di Piazza Navona. Va di moda Corona dopo la carcerazione e il terreno è infine spianato, quando sotto i riflettori fa rumore il primo caso esemplare: il direttore di un giornale d’opposizione fatto a pezzi pubblicamente sulla scorta di carte e documenti “compromettenti“. Lo scandalo, montato ad arte, turba qualche coscienza e accende discussioni, ma nei salotti buoni della televisione medici prezzolati, accorsi al capezzale della democrazia, spiegano ai sudditi spettatori la loro accativante terapia da talk show: “chi non ha peccato, scagli la prima pietra…“.
Il Paese si adagia, la coscienza critica vacilla e una doppia morale afferma i suoi diritti. “Sì, però…” è la formula ricorrente e, se qualcuno fa ancora resistenza, d’improvviso ecco in luce meridiana i magistrati. Si scava nelle amicizie, si pubblicano conversazioni private, si fanno illazioni su quelli pubblici, si passano al microscopio le frequentazioni. Tutto contribuisce a far crescere il fango che ci insozza e c’è chi fa notare: “ognuno ha i suoi vizi, vedete?“. Uno stuolo di professionisti della guerra psicologica e dello spionaggio ci tiene d’occhio, ci scandaglia, vigilia, scava, scarta, sorveglia, raccoglie documenti, conserva dossier. E se quattro cialtroni in divisa, manovrati da misteriosi pupari, possono mettere in scena il ricatto dei transessuali per pugnalare un avversario politico del “Grande fratello“, il corpo del Paese mitridatizzato non si rivolta. Assuefatto al veleno, l’uomo comune si congratula addirittura con se stesso, strizza l’occhio all’amico e gli batte la mano sulla spalla: “la politica è questo, io l’ho sempre saputo. Tutti uguali, tutti corrotti. E sai che ti dico? Fanno bene, si vive una volta sola e farei come loro“.
Sono tutti convinti: il meglio della vita sta nella corruzione a viso aperto, nell’orgia dichiarata, nel successo assicurato a chi passa dal banco degli accusati al Parlamento. Ormai è l’imputato a segnare il confine tra il lecito e l’illecito di fronte al giudice intimidito. E non sembra esserci scampo: la lotta è per la vita. Darwin, che se ne intendeva, ha osservato che “quando una specie, grazie a circostanze oltremodo favorevoli, aumenta disordinatamente di numero in un piccolo territorio, spesso sorgono epidemie“.

Uscito su “Report On Line” il 28 ottobre 2009 e su “Fuoriregistro” il 29 ottobre 2009

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