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Posts Tagged ‘Michel Martone’

C’è la crisi, si dice, e pare tutto chiaro. Al buio, però, sullo sfondo, c’è qualcosa di “non detto” o forse d’indicibile e sul proscenio la luce inquadra un’altalena: oggi chincaglierie scintillanti vendute come gioielli ai creduloni, domani cadute di stile ripetute e negate col sorriso innocente e i toni pesanti di chi cerca la guerra. Nulla di più vicino all’inquietante paradosso di Orwell: “Il linguaggio politico è concepito in modo che le menzogne suonino sincere, l’omicidio rispettabile e l’aria abbia parvenza di solidità”.

A scuola, dopo i tagli, ecco, fatale, la “ristrutturazione aziendale”, ma il Ministero gioca tutto sulle parole della “narrazione” e i funzionari, pena la testa, aprono di concerto il fuoco di sbarramento: c’è una “logica gestionale dell’accorpamento”, fa il Solone di turno, ma è il funerale di Stato della didattica; occorre ripensare la “geografia dei plessi”, sentenzia solenne il solito “esperto”, che ha “studiato il sistema” e dà numeri certi: se si “smistano” bambini di prima elementare nelle classi terze della media “comprensiva”, la maestra malata non c’entra nulla e nemmeno i soldi mancanti per una supplente. Non si tratta di crisi: è un modo di ripensare “l’amministrazione del fare”. In questo contesto, i sottosegretari all’Invalsi studiano i criteri di valutazione d’azienda, in base a tecniche rivoluzionarie: una gestione seria della formazione che riduce all’osso le risorse economiche, solleva l’animo di quelle umane, afflitte dalla monotonia del posto fisso. Flessibilità! Sì, ne occorre ancora molta e c’è quella buona, quella cattiva, quella in entrata e quella in uscita. Flessibilità: è la chiave della ripresa.

Per quanto occultato dalla neolingua, il non detto talvolta traspare e, a ben vedere, si legge chiaro nell’ethos che muove il ministro Fornero e il suo vice, Martone, fiori di serra di quell’università ove regnano incontrastati merito e democrazia: “Andremo avanti comunque!”, è la filosofia. Anche qui, se prendi Orwell come punto di vista, la scienza della comunicazione fa un’ottima prova e dopo i pensionati che hanno miracolato l’incontrollabile spread, salvando l’Italia degli evasori, dopo l’investimento “mirato” su un manipolo di farmacisti che ci avvia alla crescita finalmente e salva i giovani disoccupati, ecco, solenne, l’ora del mercato del lavoro. Un fuoco d’artificio orchestrato da pattuglie di geni, il soliti minuetto ai limite dell’indecenza, tutto dichiarazioni e smentite, e infine il perno del programma in una vocazione: “toccare i tabù”.

Per chiudere la stagione del conflitto tra capitale e lavoro, Marchionne non ci ha pensato due volte: ha messo alla porta il sindacato e ci ha ricondotti all’Italia “più avanzata del mondo”: quella fascista di Bottai. Tuttavia, se resta in piedi l’articolo 18, prima o poi, la Fiat dovrà ingoiare il rospo e “riassumere” gli iscritti alla Fiom, che tiene accuratamente fuori i cancelli di Pomigliano. Fornero e Martone hanno il compito d’impedirlo. E’ quello il punto: schiacciare i diritti. Di qui le chiacchiere da neolingua sul rapporto inesistente tra crisi e Statuto dei lavoratori, mentre si vuole una Carta del Lavoro e un’idea di gerarchia. Dietro i fumogeni della trattativa, la decisone è presa: un arbitrato, la beffa d’un indennizzo economico e il limite invalicabile della proprietà: la giusta causa dell’impresa è quella dei padroni.

La scuola è avvisata: pensare è pericoloso, c’è bisogno di giovani “cinesizzati” per far concorrenza ai cinesi. In un mondo globalizzato, formare cittadini è sovversione. In quanto ai sindacati, Fornero non ha tempo da perdere con la cantilena sulla concertazione e lacrime ne ha già versate: è ferma su posizioni che hanno radici antiche nella nostra storia: basta lotta di classe, “il sindacalismo, per essere una forza viva dello Stato, deve uscire dagli accampamenti demagogici e dagli atteggiamenti ringhiosi contro il capitale”.

Non c’è membro di questo governo che non metterebbe la firma sotto queste parole. Monti in testa. Questa, però, non è neolingua e Orwell non c’entra nulla. E’ il linguaggio attualissimo del “Popolo d’Italia” nel gennaio del 1929. Dopo la parentesi buia di Gino Giugni e Giacomo Brodolini, la firma pare tornata di moda: Mussolini.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 febbraio 2102.

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Per Berlusconi era l’«azienda Italia» e ne menava vanto: a guidarla l’aveva voluto il «popolo sovrano». Il voto non è dettaglio banale, ma dopo il lavoro forsennato dei curatori d’immagine e le utili idiozie dei pennivendoli, l’amore per la democrazia si fa passione per la «sobrietà». L’opinione pubblica si costruisce: è la fabbrica del consenso che si studia nelle scuole non a caso ridotte alla fame. L’intelligenza critica non cede al ricatto dello spread.
Monti, che pare vada per la maggiore, nei sondaggi sarebbe al 50%, ma si finge d’ignorare che metà degli elettori non intende votare, sicché il dato reale d’un consenso virtuale non va oltre il 25%. Ai rischi legati a statistiche manipolate è molto attento il libero insegnamento, ma Profumo dovrebbe saperlo: chi investe in formazione punta sui tempi lunghi e lavora quasi a futura memoria. Sapendo che è un imbroglio e nell’aula sorda e grigia sta in piedi solo col voto dei nominati di Berlusconi, Monti va in scena col nuovo che avanza, raffina l’arroganza padronale del suo predecessore-sostenitore e specializza l’impresa: la sua «azienda Italia» è ora una «merchant bank» che, per dirla volgarmente, fa intermediazione finanziaria, colloca titoli, trasforma risparmi in capitale di rischio, arricchisce così le “sue”banche e manda alla malora la povera gente. Per farla breve, se Berlusconi badava alle imprese di famiglia, Monti sfascia le famiglie per aiutare le imprese che l’hanno messo dov’è. E’ un gioco di specchi.
Per il «self-made man» il «mattone era volano dell’economia»; il professore mette all’arco altre frecce e tira colpi con la miope sicumera di chi passa per scienziato. In comune, però, i due hanno una verità di fede: il capitalismo, sottratto al destino dell’evento storico che nasce, cresce e muore. Entrambi, forzano verso l’idealismo la filosofia della storia che, farsa o tragedia, nei fatti si ripete, in un delirio di astrazioni estraneo alla fenomenologia storica degli avvenimenti. A scuola, ove la Grecia di Socrate ancora non prende ordini dalle banche, c’è chi ricorda il dissidio tra platonici e aristotelici, con l’anatomista che mostrava nel cervello il centro del sistema nervoso e l’aristotelico, gelido e tronfio, che a stento concedeva: «se Aristotele non avesse affermato ch’è il cuore il motore del nostro sentire, direi che hai ragione». Si andò avanti per secoli così.
Il nuovo che avanza non vola più alto e tiene per assioma che il debito si è accumulato per colpa dei lavoratori che – ipse dixit – hanno vissuto al disopra delle proprie possibilità. E va per la sua strada: paga gli strozzini e sacrifica dignità e diritti al feticcio del mercato. Metafisica, direbbe Comte, ma non c’è scampo. Triviale avanspettacolo berlusconiano o humor volgarmente britannico di Monti, non c’è limite all’indecenza: dai laureati sfigati al titolo di studio svalutato, dall’oltraggiosa monotonia del posto fisso, all’impresa da aprire con un euro, al giovane che non è imprenditore di stesso, alla sperequazione livellata in basso per smantellare le tutele, tutto fa a pugni con la realtà, la banca che non concede mutui, il lavoro, quale che sia, sfruttato, il futuro negato; tutto è propaganda di guerra e la differenza è solo un’apparenza. I velinari hanno versato fiumi d’inchiostro sul loden e il doppiopetto ma se Berlusconi avesse parlato di posto fisso coi toni di Monti, se di articolo 18 avesse discusso Sacconi con le parole di Fornero, se Brunetta avesse attaccato gli studenti lavoratori come Martone, l’enfant prodigio che “brucia le tappe“, qualcuno l’avrebbe detto: sono pugni allo stomaco della democrazia.
A scuola, con lo scandalo della Banca Romana diventa subito chiaro: la storia del debito è un imbroglio scandaloso. Ai più bravi, poi, di questi tempi, chi può fa leggere con la dovuta cautela un celebre brano sull’Economia Politica alla Monti, sui problemi di una teoria storica sulle scienze e sulla «inutilità delle pretese scientifiche dei nostri economisti» ai quali manca lo «spirito abituale di razionalità positiva che credono di aver trasferito nelle loro ricerche». Un paradosso anacronistico di Comte, se ogni parola di Monti, che solo due mesi fa ha scoperto l’esistenza di pensionati a 500 euro mensili, non confermasse il giudizio e non lo completasse: sacerdoti di un liberismo che parte da verità di fede, Monti, Fornero e soci sono «inevitabilmente estranei […] ad ogni idea di osservazione scientifica, a ogni nozione di legge naturale, a ogni sentimento di vera dimostrazione». Senza giungere a Marx, converrebbe anche Keynes: non hanno saputo applicare «convenientemente alle analisi più difficili un metodo del quale non conoscono affatto le più semplici applicazioni», sicché, «l’insieme delle loro opere manifesta [ ..], ad ogni giudice competente ed esercitato, i caratteri più decisivi delle concezioni puramente metafisiche».
Avanti così noi non andremo a lungo: la nostalgia per l’umanità del passato esploderà in rabbia.

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