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Posts Tagged ‘Meuccio Ruini’

No-sign-610x350Nell’immaginario collettivo passa per verità della storia, ma è solo una forzatura: la Costituzione è formata da parti nettamente divise tra loro: una accoglierebbe i «principi sacri e intoccabili» e le altre sarebbero formate da norme che si possono e oggi si devono aggiornare, sicché se cambi 47 articoli su 139 e non tocchi i «principi», tutto è com’era e hai solo «modernizzato». In realtà, gli Atti della Costituente dicono che i «Principi fondamentali» non sono un isolato «Preambolo» e gli autori, esclusero la parola e il concetto che la sottende proprio per non suggerire una «graduatoria di valori» tra le sue norme, che essi non hanno in mente e anzi smentiscono. Ruini, Presidente della Commissione per la Costituzione, lo sottolinea: non è una inesistente maggiore «importanza», ma la loro natura «generalissima» e la difficoltà di dare loro un posto adeguato in uno dei titoli di cui essa si compone a suggerire di unirli in una parte a sé, intitolata «Principi fondamentali». Né d’altra parte si può sostenere che, cambiando la parte seconda della Costituzione, non si incida sulla prima. Si prenda ad esempio il Senato, finora eletto dai cittadini. La riforma prevede che non sia eletto dal popolo e non rappresenti più l’intero Paese, ma realtà territoriali. E’ evidente che un’Assemblea Parlamentare che non nasce dal voto popolare non ha una delega all’esercizio della Sovranità popolare e quindi non può più svolgere funzioni legislative e di revisione costituzionale che la riforma le assegna. E non si tratta di un problema che non riguarda i principi: la Sovranità, infatti, appartiene al Popolo che la esercita. Se i Senatori non rappresentano più il Popolo, come possono costituire una Assemblea legislativa?
Se le cose stanno così – e non è facile negarlo – insistere sui principi per coprire un profondo mutamento significa far propaganda per il referendum, negando che sono in gioco temi di fondo e linee di principio. Modificare un terzo degli articoli della Costituzione significa scriverne un’altra. Il governo ha i titoli per farlo, o la cortina di fumo cela proprio un problema di legittimità? L’articolo 138 concede di emendare singoli, specifici punti, non di trasformare il potere costituzionale di revisione in potere costituente, che è attributo esclusivo del popolo; nessuno, del resto, può ratificare una nuova Costituzione. Il tentativo di Renzi, quindi, è anticostituzionale ed eversivo. «Eversione dall’alto», direbbe Gramsci.
Al di là del dato giuridico, c’è poi un problema storico che in Italia ha radici profonde e lontane. Da un lato, il bisogno dei ceti dirigenti di far ricadere sulla Costituzione la cause della loro inefficienza, dall’altro, la volontà dei poteri economici di rafforzare il governo a danno delle Camere. Una volontà che cresce in anni di crisi, soprattutto se è crisi finanziaria. A seconda del momento storico, la manifestazione virulenta esplode con l’attacco alla Costituzione, o con i tratti dell’aperta reazione, ma conduce al nodo cruciale posto da Pietro Grifone durante il fascismo: la compatibilità tra democrazia e capitalismo finanziario, struttura di fondo della nostra economia e punto di coesione della classe borghese. Se il fascismo storico, per dirla con Gobetti, volle «guarire gli Italiani dalla lotta politica», utilizzando come farmaci massicce dosi di «fede nella patria», Renzi sposa il modello Marchionne, che privatizza i profitti e socializza le perdite, secondo gli spiriti animali della «razza padrona», e produce «bestiame» votante, togliendo alla scuola la libertà d’insegnamento.
Cosa accadrebbe con la vittoria del «sì» non è facile dire, ma è indicativo il ritorno alla polemica dei tutori di una malintesa «libertà d’impresa», che insistono per cambiare gli articoli della Costituzione sull’iniziativa economica privata e pubblica, le nazionalizzazioni, la cooperazione e la collaborazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa. Polemica antica, cui si somma l’altra, più attuale, sulla inadeguatezza della Costituzione di fronte alla costruzione di un mercato interno di carattere liberistico proposta dalle politiche comunitarie. D’altra parte, l’obbligo per l’azienda di non svolgere attività «in contrasto con l’utilità sociale», imposto dell’art. 41, è stato sempre vissuto dai liberisti come privazione di libertà; in questo senso lo leggeva l’on. Colitto, accademico e avvocato, quando chiese alla Costituente modifiche intese ad attenuare «l’impressione che l’attività privata, dovendo muoversi in una determinata, precisa direzione, non goda più della libertà». Quasi che esistesse un legittimo diritto ad agire contro la società di cui l’impresa è parte; una libertà che, in nome della concorrenza, spesso si fa diritto al «danno sociale». Colitto non la spuntò, ma ci lasciò un esempio della possibilità di violare lo spirito della Costituzione, senza por mano ai Principi fondamentali.
Anni fa, Berlusconi tentò invano di abolire l’art. 41 della Costituzione. Renzi, reso prudente dalla sconfitta dell’ex alleato, aggira l’ostacolo, lascia com’era l’articolo 41 ma, lo «disarma», rendendolo una dichiarazione d’intenti. L’articolo, infatti, al suo terzo comma recita testualmente: «La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali». Dove storicamente il «qualunquista» Colitto fu battuto, passa Renzi, per ora vittorioso, abolendo l’articolo 99, che istituì il CNEL, il «Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro», strumento di controllo indiretto dei limiti in cui può svolgersi l’iniziativa privata, volto a impedire che essa contrasti con l’utilità sociale, come prevede il secondo comma dell’articolo 41, che assegna al CNEL il potere di promuovere iniziative legislative di natura costituzionale, economica e sociale. Al di là di ciò che può essere oggi il CNEL, la discussione alla Costituente dimostra che l’operazione non è neutra o indolore. In aula è un fuoco di fila tra figure di primo piano. Di Vittorio vorrebbe modificare il nome in «Consiglio economico del lavoro», per impedire la pariteticità tra lavoratori e imprenditori; Clerici, della DC, trova inaccettabili principi di subordinazione, perché il lavoro è uno dei tanti settori, importantissimo, ma non l’unico nel mondo economico; Ruini aggiunge che non si può far contare per centomila gli operai e per uno la grande azienda. Dietro lo scontro ideologico sulla definizione del nome e sul «peso» delle componenti, ci sono i contenuti, sui quali si confrontano il liberale Einaudi e il democristiano Costantino Mortati, giurista fine, che nel 1960, difendendo la femminista Rosa Oliva, otterrà la cancellazione della legge che esclude le donne dalla magistratura e dalla carriera militare. Mortati, che svolge un ruolo centrale nei lavori della Costituente, chiede che i progetti di legge presentati dagli organi ausiliari abbiano poteri di ratifica dei contratti collettivi di lavoro e corsie preferenziali per i loro progetti di legge. Ha la meglio Einaudi, che si oppone, temendo un potere eccessivo che sminuisca il Consiglio i Stato. Renzi cancella tutto questo e ciò che ne è nato. E’ vero che i pareri del CNEL non erano vincolanti, ma è altrettanto vero che la «riforma» spegne una voce del lavoro dipendente e con essa rischia di svanire l’Archivio nazionale dei contratti collettivi di lavoro pubblico, con gli accordi interconfederali del settore privato, quelli tra governo e parti sociali, la banca dati sulle statistiche territoriali e quella sulle professioni non regolamentate. Una perdita secca in tema di democrazia economica, perché chiude un organo che faceva programmi. Ora li farà il mercato, finalmente fuori controllo e libero di gestire se stesso senza vincolo e finalità sociale. L’art. 41 è lì, nessuno lo tocca, ma è una inutile enunciazione di principio.
In senso autoritario, del resto, per tornare all’Italia disegnata dal progetto di Renzi, vanno le ragioni di chi alla Costituente si oppone alle leggi d’iniziativa popolare, in base alla convinzione, di per sé dispotica, che «l’intervento diretto popolare costituisca un perturbamento, una deviazione della linea direttiva politica approvata dalla maggioranza ed esposta dal governo». E’ Mortati a rilevare che l’istituto ha lo scopo di frenare e limitare l’arbitrio della maggioranza, che non è sempre espressione della volontà popolare. Renzi, che non sa chi fossero Colitto e Mortati, si schiera inconsapevolmente col primo e, in un progetto di Costituzione che rafforza il potere decisionale del governo, attacca la legge d’iniziativa popolare e i referendum, triplicando il numero di firme necessario per l’una, che passa da 50 mila a 150 mila, e portando quello per i referendum abrogativi da 500 mila a 800 mila elettori.
Cambiare la Costituzione è un evento di rilevanza storica. Perché cambiamo? Renzi e il suo governo hanno la legittimità politica e morale che aveva l’Assemblea Costituente? Evidentemente no.

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catilin3Costituzione della Repubblica
Articolo 87:

Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale. Può inviare messaggi alle Camere. Indice le elezioni delle nuove Camere e ne fissa la prima riunione. Autorizza la presentazione alle Camere dei disegni di legge d’iniziativa del Governo. Promulga le leggi ed emana i decreti aventi valore di legge e i regolamenti. Indice il referendum popolare nei casi previsti dalla Costituzione. Nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato. Accredita e riceve i rappresentanti diplomatici, ratifica i trattati internazionali, previa, quando occorra, l’autorizzazione delle Camere. Ha il comando delle Forze armate, presiede il Consiglio supremo di difesa costituito secondo la legge, dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere. Presiede il Consiglio superiore della magistratura. Può concedere grazia e commutare le pene. Conferisce le onorificenze della Repubblica”.

Che significa? Anzitutto questo: il Presidente della Repubblica non c’entra con l’attività del governo, con la polemica politica tra maggioranza e opposizione parlamentare e meno che mai con le lotte interne ai partiti tra gruppi di minoranza e forze che sostengono un segretario, nemmeno se quest’ultimo è anche Presidente del Consiglio. Il Capo dello Stato, per usare le parole di Meuccio Ruini, Presidente della “Commissione dei 75”, incaricata di redigere il testo costituzionale, “rappresenta ed impersona l’unità e la continuità nazionale, la forza permanente dello Stato, al di sopra delle fuggevoli maggioranze”. Egli, quindi, non può assolutamente entrare nel merito della battaglia politica che si svolge in Parlamento e meno che mia intervenire a favore delle posizioni sostenute dal governo e contrastate dalla opposizioni. Egli è e deve restare “arbitro” imparziale e custode della Costituzione, al di sopra delle contese politiche. L’Assemblea Costituente chiarì senza ombra di dubbi che nei suoi “messaggi alle Camere” egli non può indicare gli argomenti più importanti che interessano il Paese, come accade negli Stati Uniti. Non può perché l’Italia è una repubblica parlamentare. Egli ha diritto di rivolgere alle Camere parole pacificatrici e rasserenatrici senza prendere però posizione per questa o quella parte. Quando, in questi giorni, ha osato chiedere senza alcuna prudenza istituzionale “politiche nuove e coraggiose per la crescita e l’occupazione”, quando si è brutalmente inserito nel dibattito politico sull’articolo 18, affermando che “dobbiamo rinnovare decisamente istituzioni, strutture sociali, comportamenti collettivi”, perché, secondo lui, “non possiamo più restare prigionieri di conservatorismi, corporativismi e ingiustizie”,  Giorgio Napolitano ha superato il segno. Egli ha smesso di essere arbitro imparziale e ha assunto un ruolo di sostegno sia alla maggioranza di governo contro l’opposizione, che a quella interna al PD in lotta con la minoranza sul tema della riforma del mercato del lavoro.
A questo punto è inutile che intervengano i soliti avvocati delle cause perse: quest’uomo non è più il garante della Costituzione repubblicana, ma un pericolo grave per la vita della repubblica e della democrazia. O si dimette immediatamente o dovrà rassegnarsi al motivato e giusto disprezzo di chi, a cominciare da me, scriverà che è un traditore senza temere l’accusa di vilipendio, perché vilipesa è la Costituzione che Napolitano avrebbe il dovere di tutelare e invece calpesta.

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rep4[1]La Costituente si affidò a un principio che Meuccio Ruini, «Presidente della Commissione dei 75», fissò con chiarezza: «La sovranità spetta tutta al popolo, […] l’elemento decisivo che dice sempre la prima e l’ultima parola». Anticipando il primo articolo di quella che sarebbe poi diventata le legge fondamentale dello Stato, Ruini ancorava il futuro a una dato di fatto vincolante per le Camere, il Governo e il Presidente della Repubblica e fissava il confine tra la loro autonomia e il tradimento.
L’Assemblea, eletta a suffragio universale – per la prima volta avevano votato anche le donne –riflettendo sull’ordinamento della Repubblica, escluse il regime presidenziale per «il temuto spettro del cesarismo» e, chiarì Ruini, «per il convincimento (e noi non dobbiamo abbandonarlo, ma valorizzarlo,) che il Governo di Gabinetto abbia diretta radice nella fiducia parlamentare». Poiché l’Assemblea approvò, il monito – «noi non dobbiamo abbandonarlo» – appare eticamente vincolate e particolarmente attuale in questi anni di estrema personalizzazione della politica.
La scelta cadde su un sistema parlamentare in cui il Governo, pur senza derivare esclusivamente dal Parlamento, deve la propria vita all’esito di un voto nominale su di una motivata mozione di fiducia o di sfiducia presentata in Parlamento. Che guitti e ciarlatani, animatori di salotti televisivi, ignorino tutto questo, è scandaloso, ma si tratta di malcostume. Va oltre lo scandalo – riguarda la tenuta delle Istituzioni e la fedeltà degli uomini che le rappresentano – la riforma della Costituzione proposta da Letta con un percorso così estraneo ai valori della Costituente, da ignorare persino le regole che essa fissò per la revisione della nostra legge fondamentale. Un progetto agevolato dal complice e insolito silenzio di un Presidente della Repubblica, abituato a parlare anche quando sarebbe meglio tacere, come ha appena fatto, inserendosi nel dibattito sugli F35.
Napolitano può fare ciò che vuole del suo tempo e nulla vieta che esamini «i principali scenari di crisi e l’andamento delle missioni internazionali», come ricorda il comunicato diffuso dopo l’ultima riunione del Consiglio Supremo di Difesa. E’ quantomeno singolare, tuttavia, che egli lo faccia «in vista del decreto autorizzativo per il quarto trimestre, che sarà in linea con gli impegni assunti nella prima parte dell’anno». Singolare perché il Decreto non c’è e se ci sarà, potrà cadere in Parlamento senza che le Camere debbano tener conto di “esami preventivi” di ministri, generali e ammiragli del Consiglio Supremo di Difesa. In quanto a Letta, se l’acquisto di cacciabombardieri F35, contestato da parlamentari di maggioranza e di opposizione, è essenziale per la realizzazione della politica del Governo, i casi sono due e in entrambi Napolitano e il Consiglio Supremo della Difesa non contano un bel nulla: o rinuncia, o si scontra col Parlamento. Se è vero che «in regime parlamentare l’arbitro e il disciplinatore dell’attività legislativa è il governo», come chiarì Mortati alla Costituente, non meno vero è che, «dovendo curare il costante mantenimento della fiducia da cui deriva la sua investitura», Letta ha una sola via costituzionalmente corretta per uscire da un eventuale dissidio – Mortati la indicò all’Assemblea ottenendo l’approvazione – e Napolitano e i generali non c’entrano: «il Governo porrà la questione di fiducia» e se la «sfiducia comporterà una crisi», a quel punto, solo a quel punto, il Presidente entrerà in gioco e deciderà il da farsi. Il Consiglio Supremo, no. generali e ammiragli dovranno continuare a tenere chiuso il becco.
E’ bene dirlo chiaro. Quando Napolitano afferma che il ruolo costituzionale «del Parlamento non può tradursi in un diritto di veto su decisioni operative e provvedimenti tecnici che, per loro natura, rientrano tra le responsabilità costituzionali dell’Esecutivo», dimentica che le questioni relative alla difesa e alla politica estera e militare si decidono sulla base di direttive generali che riguardano unicamente Governo e Parlamento e sono vincolanti per il Presidente della Repubblica. Il Consiglio Supremo di Difesa svolge attività consultive in tema di piani strategici e difesa dei confini, entro i quali ha un senso costituzionale l’attività delle forze armate di un Paese che ripudia la guerra. Il Consiglio non decide di sé, non risponde al modello della “via di fatto”, non modifica gli equilibri nei rapporti di forza tra poteri dello Stato e sarebbe bene che i contenuti, verbalizzati, fossero resi note al Parlamento in tempi più o meno reali. Napolitano non ha diritto di vincolare il Governo alle valutazioni di un organo consultivo, tutto sommato tecnico, che peraltro presiede, né può attribuire a quelle opinioni il valore di decisioni che si impongono al Parlamento. Meno che mai può pensare, Napolitano, che il suo Consiglio Supremo possa dirci come si attua la legge 244/2012 e se «debba riflettere indirizzi strategici e linee di sviluppo delle capacità e delle strutture coerenti con le sfide, i rischi e le minacce che il contesto globale […] prospetta per il nostro Paese e per la Comunità Internazionale”. E’ compito del Governo, sempre che il Parlamento non decida di sfiduciarlo perché sperpera miliardi, mentre la disoccupazione devasta la coesione sociale, i lavoratori stentano e i giovani sono in ginocchio. Quel Parlamento, che, Napolitano farebbe bene a ricordarlo, per alto tradimento o attentato alla Costituzione, mette il Presidente della Repubblica «sotto accusa […] in seduta comune a maggioranza assoluta dei suoi membri».

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