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Posts Tagged ‘Menenio Agrippa’

la-banalit-del-male-5-638Quando i villaggi sui sette colli divennero “città-stato”, inglobarono terre confinanti e fecero i conti con i popoli entrati nel nuovo territorio, nacquero immediate questioni di diritti. Il padrone romano volle negare la cittadinanza, impedire la mescolanza di genti, difendere privilegi e imporre un’iniqua divisione della ricchezza. L’egoismo di classe nascose così interessi ignobili dietro la bandiera nobile della “civiltà dei patres” e trovò i suoi Salvini, i suoi Trump e le scorciatoie ideologiche di chi s’illude di impedire il corso della storia.
L’Islam non esisteva, è vero, ma la predica sull’islamismo e la pratica dell’espulsione era già nata.
L’egoismo e la cecità sono antichi come l’uomo ma non meno antica è la risposta delle classi discriminate e “inferiori”. Migliaia di anni fa, cinque secoli prima di Cristo, la plebe di Menenio Agrippa, che sull’Aventino incrocia le braccia, impone alla ferocia di un’antica Le Pen un immortale principio di civiltà: non c’è organo del corpo sociale che non abbia una sua insopprimibile funzione e non contribuisca alla salute dell’intero organismo, sicché chiunque pensi di poter metterne impunemente al bando una parte, condanna a morte gli altri e se stesso. Come sempre, i Trump e i Salvini, campioni di un’eterna purezza latina, incitano alla reazione e mettono mano alle armi. Pugnalare i Gracchi, però, non basta a fermare il corso della storia, che procede indifferente sui suoi binari . Molti secoli dopo i liberi Comuni dimostrano che non c’è alcun bisogno di poteri universali e invano Barbarossa riveste di menzogne universalistiche la fame di potere e la difesa dei privilegi feudali. L’imperatore muore, condannato all’inevitabile sconfitta, ma la lezione non basta e quando, in uno dei ricorrenti deliri della sedicente “civiltà occidentale”, complici le immancabili “grandi democrazie”, Hitler, un Tramp in formato tedesco, porta le sue armi assassine verso l’est degli odiati “Soviet”, Barbarossa dà il nome alla spedizione. Sappiamo tutti come finì.
Si potrebbe spiegare il mondo d’oggi così, seguendo il corso delle cose passate, perché in ogni momento di crisi è nato un Salvini, mentre è mancata talvolta la risposta unitaria della plebe. Bisogna dirlo: furono i liberi Comuni di Lodi, Pavia e Como a chiedere l’aiuto dell’Imperatore contro Milano, così come oggi questioni di consenso hanno spinto le pallide ombre di una agonizzante sinistra a dar man forte ai Salvini.
Basta guardarsi attorno per capire. L’allarme per l’ennesimo pericolo islamico non è che la fotocopia della pazzia che agitò l’Europa ai tempi del complotto pluto-giudaico-massonico. E chi grida al lupo? I complici del massacro palestinese, gli alleati di Erdogan, un macellaio della razza dei Mussolini, i soci in affari dei dittatori del pianeta. Sono questi lestofanti i crociati della “civiltà superiore”. Di quale civiltà parliamo non è difficile capire e non occorre scomodare l’etnocidio dei popoli del nuovo mondo, non occorre ricordare i milioni di maghi e streghe bruciati vivi o l’indice dei libri proibiti. La civiltà che difende Salvini è quella di Abu Ghraib e Guantanamo, della pena di morte, del Ku Klux Klan, e delle prigioni piene zeppe di bianchi poveri e miserabili immigrati, la civiltà dell’Euro, della Grecia colonizzata e del Mediterraneo trasformato in cimitero.
La verità è sotto gli occhi di tutti: non s’è ancora ripulita l’aria dal fumo dei camini nazisti e già si sente il tanfo di nuovi genocidi, già si vedono ombre terrificanti di muri rinforzati dal filo spinato. Non c’è da farsi illusioni: tutto questo finirà, ma la banalità del male non si cancella e pagheremo prezzi altissimi. Tuttavia, prima saremo capaci di costruire vie alternative a questa nuova e terribile saga dei Nibelunghi e meglio sarà; una cosa occorre sia chiara, però: le mezze misure possono avere una funzione tattica, ma non hanno respiro. Non è più tempo di compromessi. E’ tempo di riprendere la via dell’Aventino.

Fuoriregistro e Agoravox, 25 febbraio 2017

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Per anni abbiamo pensato che un modello di stato sociale – sanità, formazione, pensioni – fosse un’idea di società figlia di un tempo della storia fecondato da un sistema di valori e, come tale, non potesse nascere per partenogenesi. bet_33_672-458_resize[1]Della mia generazione, per esempio, chi militò a sinistra da giovane fece i conti con una visione della formazione nata da un inestricabile intreccio tra modo di produzione, ragioni del mercato e rigide gerarchie sociali, Un modello egemonico di classe, fondato su criteri di selezione che bloccavano ogni ascensore sociale.
Parlo di tempi lontani, quando si diceva «democrazia borghese» perché in mente si aveva quella socialista. Di tempi in cui c’era un mondo che pensava di «normalizzarci» e noi lo mettemmo sottosopra. Le identità erano irriducibilmente alternative: destra e sinistra erano campi contrapposti separati da barriere ideali. «Ideologie», si dice oggi con tono sprezzante. E’ vero, la sinistra aveva «anime diverse» e i nostri padri erano scesi a compromessi che noi rifiutavamo, ma c’era un terreno comune: i valori dell’antifascismo. La guerra era stata messa al bando, sulla legislazione sociale, sul lavoro e sulla sua tutela ci si poteva scontrare ma anche incontrare perché, per le sinistre, la repubblica era fondata sul lavoro. Se parlavi di studio, sulle finalità ci si intendeva: la formazione del cittadino tocca alla collettività, al popolo sovrano che ha la responsabilità di fornire strumenti critici per consentire di scegliere tra parti in lotta; è il popolo che ha l’autorità per «realizzare il bene comune, far rispettare i diritti inviolabili della persona, assicurare che famiglia e corpi intermedi compiano i loro doveri e formino i ragazzi al rispetto della legge costituzionale». La famiglia, quindi, cedeva il posto alla collettività, riunita nel «patto sociale» sottoscritto dopo la Liberazione, e riconosceva che l’unica tutela degli interessi particolari deriva dalla difesa assicurata ai diritti collettivi. Negli anni Sessanta del Novecento, questa visione della vita sociale – e l’idea di sistema formativo che ne derivava – non era figlia del bolscevico Zinoviev e nemmeno un prodotto del provincialismo italico: la sosteneva, infatti, persino il cattolico «Ufficio Internazionale per l’Infanzia». Oggi quel mondo è sparito. Destra e sinistra viaggiano unite e il punto d’intesa si riassume in un logoro slogan liberista: «troppo Stato». Non è la critica anarchica al principio di autorità, ma la rivendicazione di una sconcia «libertà» che tuteli manipoli di privilegiati a spese della giustizia sociale. La crisi che attraversiamo, ci spiegano, infatti, è figlia dei nostri errori. Un Sistema Sanitario al limite della decenza fa all’economia danni più seri di quelli causati dall’attacco terroristico alle Twin Towers e Obama è avvisato: se la crisi metterà in ginocchio gli USA, sarà per colpa sua che importa dall’Italia quell’idea di riforma sociale che ci sta rovinando. In un loro libro a quattro mani – Grandi illusioni. Ragionando sull’Italia Giuliano Amato, ideologo del craxismo, e lo storico Andrea Graziosi l’hanno teorizzato proprio in questi giorni di spese militari senza limite, di privatizzazioni senza liberalizzazioni e di banchieri che si tengono i profitti e socializzano le perdite: i «diritti costosi come quelli sociali» hanno «una natura diversa dai diritti politici e civili» e non sono «perciò sempre e comunque esigibili». E’ il più pesante attacco portato in Italia a quella che l’ex colonnello di Craxi chiama «l’irrealistica ideologia dei diritti», tenuta in vita ovviamente dal «cortisone del debito pubblico» grazie al “fanatico” provincialismo dei difensori della giustizia sociale, fermi a Keynes, mentre il mondo si inchina ai disastri di Hayek.
Applicato alla storia romana, questo «realismo» ideologico alla Fukuyama accollerebbe la crisi dell’impero a Menenio Agrippa e al suo celebre apologo sui diritti dei lavoratori; poiché si tratta, però, di fatti contemporanei, per quadrare i conti non si fa cenno a Grecia, Spagna e Portogallo, alla Francia vacillante, all’Inghilterra fuori dall’euro – è ovunque colpa dei diritti? – si ignorano i moti turchi, il terremoto nordafricano, il Medio Oriente in fiamme e, per difendere i privilegi di sparute minoranze parassitarie, si riducono i diritti a una volgare «illusione» e si fa della storia la scienza dei fatti che prescinde dagli uomini e dai loro bisogni. Occorre cambiare, ci dicono i severi giudici della repubblica, ma è l’antica bandiera del rinnovamento all’italiana: si cambia tutto perché nulla cambi. Intanto, scuole, università e ospedali, diventate aziende, sono alla rovina e i servizi, piegati alle logiche del profitto, sono solo riserve di caccia per manager. Nella crisi di identità di un popolo di senza storia, la dottrina di Amato e Graziosi confonde le cause con gli effetti e non serve a un insegnante che, in terra di camorra, deve spiegare agli studenti cosa tenga assieme la legalità costituzionale, nemica della guerra, e il cacciabombardiere abbattuto in volo dalla difesa irachena ai tempi della prima guerra del Golfo o quelli che, acquistati mentre non ci sono soldi per gli esodati, mandano in fumo quanto basta per dar da vivere a tutti i pensionati. L’insegnante però lo sa e per questo si mettono a morte scuola e università, perché non dica ciò che gli storici fingono di non sapere: per ingrassare i padroni del vapore, si spende e si spande nelle guerre che vuole il capitale, si gira il mondo armati fino ai denti per ammazzare amici e nemici con l’uranio depotenziato e si inventa una Costituzione materiale che è l’esatto contrario di quella su cui fonda la repubblica. L’insegnante lo sa: il lavoro ormai non si paga, le riforme cancellano diritti e stato sociale, la scuola è privatizzata, gli immigrati finiscono in campi di concentramento, la Val di Susa è militarmente occupata come la Libia nell’Italia liberale, la Magistratura usa l’eterno codice Rocco per trasformare in terrorismo il conflitto sociale, un Parlamento di nominati manomette la Costituzione e ci lega a filo doppio a un’Europa che di Costituzione non vuol nemmeno sentir parlare. Sovversivismo delle classi dirigenti. Altro, ben altro che una «irrealistica ideologia» dei diritti.

Uscito su Report in line il 20 agosto 2013 e sul Manifesto il 23 agosto 2013

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In prima persona, con uno spirito apertamente “democratico“. E se Pierino rivoluzionario, quello che più rivoluzionario proprio non si può, dirà che i “sacri testi” sono chiari e fatalmente la crisi stana l’anima mia borghese, sorriderò di Pierino, e della sua rivoluzionaria rivoluzione, perché il versetto di un’antica bibbia recita testualmente: “l’idea che sia possibile costruire il socialismo […] senza l’aiuto degli esperti borghesi, è una puerilità […] Nessun prezzo sarà troppo alto per istruirci, purché soltanto impariamo in modo intelligente“. E’ Lenin che lo sostiene, ma ho in sospetto le verità per fede e non ne ricavo una bibbia nuova – prassi e teoria, del resto, non si sposarono nei Soviet – ed è stata spesso la borghesia a imparare dal socialismo, ma l’idea mi conforta: non mi manca la compagnia. Ci tengo molto: istruiamoci, riconosciamo il bisogno d’imparare dalla cultura dei padroni per criticarla, ma anche per penetrare i meccanismi della sua attuale e sorprendente capacità di egemonia.
Abbiamo bisogno di conoscere e di farlo in modo intelligente. Non è un caso se nella crisi, in ogni crisi, la cultura finisca sotto tiro. Quella del lavoro – la cultura operaia in un senso lato – e quella “classica” dei luoghi deputati alla formazione. Studenti e lavoratori, scuola, università e fabbrica, sono i presidi d’una democrazia che, senza esperienza e conoscenza critica e, quindi, senza reale partecipazione e controllo, esclude i ceti subalterni, privi di rappresentanza e si riduce a dittatura d’una maggioranza virtuale, aggregata in un blocco sociale, sulla maggioranza reale disgregata e negata. E’ necessario dirselo: se la democrazia autoritaria ci sta soffocando, la piazza può diventare il parlamento della maggioranza negata. Occorre però che la democrazia dal basso ragioni in termini di resistenza e diventi inclusiva. Unire le lotte. Sembra uno slogan, ma è l’ultima spiaggia e occorre fermarsi un attimo a ragionare.
Se le colonne d’Ercole si fanno incubo di mostri per vietarmi l’Oceano mare, m’imbarco sulla nave dannata d’Ulisse e Dante per me è divino soprattutto all’inferno, con le passioni sbilanciate sull’uomo; benché ami la pace, so che la guerra è passione feroce che vive nella storia e pertanto mi schiero. Sono partigiano. A vederla in poesia, di fronte alla belluina furia di Achille, sto con Ettore in armi, turbato, mentre alle porte Scee va incontro al destino e si lascia alle spalle Andromaca diletta e il timore per il figlioletto. Sono terribilmente elementare, lo so, e in tema di filosofia della storia giungo alla rozzezza. So che si fa un gran parlare di pensiero debole e pensiero forte, ma mi fermo al pensiero che non ha aggettivi e lo chiamo critica. Elementare come sono, mi riconosco limiti insuperabili: non so collocare sulla linea del tempo l’idea contemporanea di postmoderno, che, se non vado fuori strada, dà per certa l’esperienza d’una fine: moderna fu la “storia” intesa come insieme “unitario” delle vicende umane, regolato allo stesso tempo da idee “cardine”, temi centrali, visioni geograficamente unificanti e dalla loro contrapposizione. “Finita” questa “storia”, cessa il conflitto e, senza la contrapposizione di idee totalizzanti, anche l’evo moderno. Di qui l’approdo al “postmoderno”.
Come si giunga a Marchionne da questa premessa, dovrebbero spiegarcelo i “mastri pensatori” della borghesia, che a questa dottrina hanno ispirato la riforma padronale del sistema formativo firmata dalla Gelmini. A noi può tornare utile, intanto, organizzare scorrerie nel campo avverso. Saremo in centomila su molti milioni, ma “l’età di Gutemberg” ci trova che ragioniamo ancora col piombo e con l’inchiostro, professori e studenti, e facciamo scuola alla maniera antica. Siamo un “conflitto sopravissuto”, un po’ di famigerato moderno nel mitico postmoderno? Va bene così. Debole o forte che sia il pensiero, non è facile negarlo: quando sopravvive, un mondo dato per spacciato è la prova del difetto logico nel ragionamento dei suoi becchini. Il fatto è che non esistono fonti documentarie che possano sostenere due costruzioni metafisiche – la fine della storia e la fine delle ideologie – poste a sostegno d’una teoria che predica la fine della metafisica come filosofia della storia e, paradossalmente, pretende di fare delle ragioni dell’interesse economico i documenti d’una ricostruzione storica. L’immagine unitaria e globale della storia umana non è mai esistita. Per quanti sforzi possano fare i pensatori della borghesia, il maestro che narra ai suoi scolari l’apologo di Menenio Agrippa non racconta ai giovani dell’età postmoderna la storia dell’Evo antico. No. Il bravo maestro fornisce agli studenti “globalizzati” dalla Gelmini una chiave di lettura del conflitto in atto a Mirafiori. Getta un ponte tra passato e presente e prende a schiaffi l’idea stessa della fine delle ideologie: ideologica è l’idea che la scuola rinunci a pensare, ideologica è l’idea che la lotta in fabbrica sia conservazione, ideologica la convinzione che il futuro sia già scritto, perché non esistono i fondamenti del conflitto. C’è un “agire unico” che nasce dall’istinto. Se il maestro spiega agli scolari la rivolta di Spartaco, lo scolaro capisce che un filo rosso conduce al presente: l’uomo si fa uccidere in nome del diritto all’umanità. Il maestro sarà prudente, ma il pensiero rimarrà forte: esisteva, esiste ed esisterà un conflitto, ogni volta che gli interessi tra individui e tra gruppi di individui che condividono interessi non coincidono. La natura dell’uomo non può soggiacere passivamente al feticcio del mercato. Il servo è un capitale del padrone, ma la natura umana è proprietà del servo e sfugge al possesso del padrone. Esiste una proprietà che è di ogni uomo e di tutti. Non si compra e non è in vendita. Sembrerà strano, ma una merce che sfugge alla legge del mercato produce confitto, perché è una parte che nega il tutto, è la legge della vita che va in rotta di collisione con le leggi del profitto.
E’ indubbio, non ci sono verità che costituiscano un pensiero così forte da spiegare tutto. Sarebbe ideologico negarlo. Tuttavia, per quanto debole, nessun pensiero potrà pretendere di spiegare tutto quello che non spiegava il pensiero forte. Crederlo, sarebbe altrettanto ideologico e, in più, avrebbe il difetto di negarlo. Ogni sistema di pensiero, non potendo spiegare tutto, non può che ammetterlo: una domanda può avere risposte contrastanti. Ecco, questo è il principale conflitto che il sedicente postmoderno riceve in eredità dal passato moderno e, checché ne pensino Marchionne e soci, è un’eredità che si chiama uomo. E’ l’uomo il conflitto vero e insopprimibile della storia. In nome di questo conflitto, il buon maestro, nonostante Gelmini, spiegherà che l’uso massiccio degli schiavi consentì di risparmiare sul costo del lavoro ma segnò la fine dell’impero romano. Non fu questione di pensiero forte o debole e non c’entravano nulla le considerazioni di Ichino e Giavazzi sulle ragioni del mercato. Più semplicemente, accadde che i romani liberi non trovarono conveniente difendere i padroni che li affamavano. Meglio i barbari, si dissero tutti. Anche questa è legge del mercato e, senza alcuna intenzione di far politica, il maestro avrà spiegato così agli studenti il rischio reale che c’è dietro il ricatto referendario di Marchionne. Che la presunta barbarie del conflitto, diventi preferibile ai fasti della “civiltà”.
E, d’altra parte, fingiamo che sia vero: la storia è finita. Il capitale ha sciolto il conflitto nell’acido di schiaccianti rapporti di forza e lo ha travestito da collaborazione di classe. Un maestro che, spiegando il fascismo, dicesse che il suo fondamento voleva essere il corporativismo, non direbbe sciocchezze e, dopo la spiegazione, si vedrebbe chiaro il filo che attraversa i fatti della storia, senza dover far questione di formule o di nomi, senza dare i numeri sul pensiero che è debole o forte a seconda della sorte della storia. La pietra tombale sul naufragio “corporativo” è di marca fascista. Pietro Capoferri, sindacato dell’industria, così scrisse con audace realismo a Benito Mussolini: si continua “a perpetuare l’errore di colpire le sospensioni di lavoro [le proteste operaie], senza preoccuparsi mai né di indagare sulle cause, né di intervenire sui responsabili. La politica sociale del regime risulta così per gli operai vuota di significato“. Chi sa leggere tra le righe non fa fatica: è quanto gli studenti rispondono a Gelmini e la Fiom ripete a Marchionne. Ed appare chiaro: non ci sono strutture stabili, ma la storia non finirà. Non potrà finire finché uomini sopravvivranno.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 gennaio 2011

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La mia vita da lontano: fili sospesi nel vuoto. Ci cammino come un funambolo stanco che oscilla, si ferma e va avanti, stretto tra il timore di cadere e il bisogno di muoversi, tra la paura di aprire gli occhi e il bisogno di spalancarli per giungere, passo dopo passo nel tempo che gli è dato, dove conduce la strada segnata dai fili. Prima o poi verrà la notte a coprire d’ombra il mio spazio e il mio tempo. Un funambolo sa bene che un giorno cadrà. In piedi su un filo non si può stare mai del tutto fermi ed è impossibile muoversi con passo spedito. Si sta e si va, come un’onda che ruota spinge un’onda e poi un’altra: ciascuna al suo posto e tutto il mare in moto. Si sta e si va, adattandosi alla fatale delusione che ogni equilibrio comporta. Poi uno squilibrio pone fine al viaggio.
La guardo la mia vita – solo così posso farlo – passando per il filtro misterioso della memoria. Ho un punto di vista, un osservatorio precario e l’unico possibile: il futuro subito passato che diciamo presente. Di là guardo il futuro diventato passato: mi scorre davanti, istante dopo istante, e mi meraviglio: è di nuovo un’attesa che andrà delusa.
No, non gioco con le parole.
Il futuro, quale che sia stato, sogno, speranza, incubo o illusione, non ha mai avuto il volto del presente e non è stato mai fermo un istante, mai ne ho colto l’anima, mai l’ho fissato in una successione di fotogrammi. Se n’è andato come un sogno all’alba e mi resta il passato, un sedimento di sogni, un baleno d’illusione, il sapore amaro della delusione, il mito perduto e una triste consapevolezza: indietro non si torna se non con le parole di un racconto.
Torno indietro, quindi. Narro, cantastorie di me stesso, il respiro del tempo: il breve mio tempo di uomo affannato e quello profondo e cavernoso dell’umanità; torno indietro e colgo intrecci impensati, un mondo dentro un altro, come se guardassi una goccia d’acqua al microscopio; torno indietro, ordino eventi, individuo legami, sequenze logiche di cause e di effetti, incontro il caso cinico e beffardo, scelgo nel tempo ciò che penso stia fermo e ciò che pare che avanzi e trascorra cambiando. Cantastorie di me stesso, torno indietro e scrivo: storie nella storia.
Dal mio punto di vista, aperto su un mondo di pupi sorretti da fili, sono fortunato: non so bene per quale inganno ottico, i fili io li ho sotto i piedi. Cantastorie di me stesso, mi reggo da solo e non sono sorretto. Li vedo sospesi nel vuoto, i cavi sottili sui quali ho vissuto e torno ai sussulti di panico, ai soprassalti d’orgoglio, alle rivolte sedate, alla rassegnazione rifiutata, ai patti con me stesso, ai compromessi, all’eterna paura di cadere cercando un equilibrio nuovo. Sono lì, davanti a me, sono io che guardo me stesso su fili che intrecciano fili, e li riconosco: la mia storia e quella di un mondo nel quale hanno vissuto insieme quattro o cinque generazioni, ciascuna col suo tempo, tutte in un unico tempo, entrando o uscendo una ad una dal tempo dell’altra. Ho un figlio, potrei avere un nipote, ho visto uscire dal mio tempo mio padre che non aveva più tempo. Non c’è stato, ma poteva esserci, il tempo di mio nonno che non ho conosciuto. Eppure l’ho visto così presente nella mia infanzia – me ne hanno parlato a lungo mille cantastorie di se stessi – che senza incontrarlo ho ricavato dal tempo suo il senso misterioso della storia che regola il mio oscillante cammino sui fili. E storia del resto era la vita di quel nonno sconosciuto e affascinante che mio padre mi narrava quand’ero bambino:


Papà era un socialista – mi raccontava spesso – amico di Mussolini quando il dittatore dirigeva l’Avanti! e spesso si fermava da “Aragno“.
Era quello per me un linguaggio incomprensibile e magnetico: il duce, l’omicidio Matteotti, la lotta antifascista, il comandante Giulietti – che mio padre trasformava in Giolitti – un organizzatore sindacale della “gente di mare” che aveva sistemato mio nonno al “punto franco” nel porto di Napoli; e mio nonno stesso – “ fuoruscito” diceva mio padre con orgoglio – si faceva magnetico e incomprensibile: un uomo che non scappa per paura, no, tutt’altro, uno che scappando ha coraggio. Due nani erano al confronto lo squadrista e il poliziotto che lo attesero per anni sotto il portone di casa e un giorno svanirono nel nulla. Tenevo per me mille domande e giungevo subito al cuore del problema:
Perché sparirono? Domandavo puntualmente come se già non sapessi. E puntuale giungeva la risposta:
Perché era morto. L’avevano ucciso. Non sappiamo nemmeno dove lo seppellirono.
Troverò la tomba del nonno, concludevo ogni volta che mio padre smetteva di raccontare. E sul suo viso bruno lo sguardo schietto si faceva luminoso.
Le prime, confuse lezioni di storia le ebbi così: una vicenda ripetuta mille volte, sempre nuova e mai definitivamente conclusa, un nonno ucciso e mai sicuramente morto, un assassino feroce, ignoto e, ciò che più mi colpiva, fino a prova contraria innocente, un tempo lungo che oggi vogliamo breve e, sullo sfondo, due fedi contrapposte, il socialismo e il fascismo, che ormai, al mercato delle pulci hanno lo stesso prezzo svilito e un’etichetta che le rende assurdamente uguali, come uguali potessero essere Lutero e Sant’Ignazio, solo perché ebbero entrambi a che fare con la religione. Sullo sfondo quel socialismo, per cui un uomo poteva scegliere di morire, e il fascismo, origine d’un odio così feroce da ridurne un altro ad ammazzare i compagni. Il rosso e il nero, valori contrapposti in un tempo lungo. Qualcuno anni dopo mi avrebbe raccontato del secolo breve e dei danni causati dall’ideologia: il secolo breve, proprio così, breve, in modo da mettere quanto più tempo possibile tra un tempo nato vecchio ed uno nuovo per definizione, tra un male e un bene nettamente scissi tra loro, come se fosse possibile annullare il legame che c’è tra l’essere e il non essere, come se potesse esistere un male senza che ci sia il bene e viceversa, un bene senza male. Secolo breve, certo, per ingannare e ingannarsi, come se il tempo della storia potesse nascere e morire là dove comincia o finisce un segno sul calendario.
Aragno e Mussolini, storie nella storia, storie di uomini nella storia dell’uomo. Carne ed ossa nel loro tempo né breve né lungo, incantarono misteriosamente la mia giovane fantasia, che presto rifiutò le intollerabili dosi della sciapita pappina scolastica, tutta massacri e truculento amor patrio, tutta politici e generali sorti dal nulla e divenuti arbitri tra destini d’uomini e fortune di popoli. Quando mi resi conto che la preistoria amazzonica e australiana vivevano assieme alla sofisticata tecnologia degli “sputnik”, mi sembrò che la linea del tempo fosse solo una stupida astrazione e sentii fino in fondo le ragioni di Diogene e della sua lampada:. in una storia fatta di morti risultava impossibile trovare la tomba di mio nonno. Sepolto dagli eventi di cui era stato protagonista, l’uomo scompariva.
Come un filosofo, mio padre mi aveva involontariamente insegnato che la storia della civiltà ha le mille sfumature della vita degli uomini. Di essi, tuttavia, nei libri di storia trovavo raramente traccia. Tutti i quanti i plebei messi assieme non avevano il peso di un Menenio Agrippa, le molte pugnalate patite da Cesare cancellavano completamente lo strazio di Vercingetorige, Alesia era un nome geografico e non un bagno di sangue, Roma non era mai chiamata a vergognarsi per Spartaco, le persecuzioni subite dai Cristiani avevano il nobile volto di Pietro e Paolo e rimandavano alla follia di Nerone, ma non intaccavano il mito della “patria del diritto” e non davano nome e volto alla sventurata gente di Linguadoca. Allo stesso modo, il Concilio di Trento aveva un’assoluta preminenza sui milioni di senza nome macellati dal Sant’Uffizio, l’Asiento era tutt’al più la causa di qualche guerra ma non segnava a fuoco col marchio dell’infamia l’Occidente schiavista e non è certo un caso che gli schiavi abbiano avuto bisogno d’un letterato per acquistare un nome e un volto; di fatto, però, essi sono tutti Tom e il loro posto è una capanna che non fa ombra a quel mito americano per il quale Buffalo Bill può tranquillamente essere un clown da circo equestre e i pellerossa ebrei di seconda mano per i quali la storia può serenamente smemorarsi.
Studente di materie letterarie a Salerno, divenni maestro senza aver risolto i nodi ingarbugliati del mio complesso rapporto con la storia. Tornato a casa dai “Censi” senza un’oncia di forza, preparavo gli esami con scrupolo, ma l’università potevo frequentarla veramente poco. Il corso pomeridiano di storia contemporanea però non volli perderlo e feci miracoli per non mancare. Se ne diceva un gran bene e un gran male e se ne discuteva persino sulla stampa. Lo teneva un gran nome, un comunista che, uscito dal Pci dopo i fatti d’Ungheria, s’era dato anima e corpo allo studio del fascismo, aprendosi strade impensate tra memorie di protagonisti e carte d’archivio, ma non s’era lacerato le vesti per i marines a Santo Domingo, per il moltiplicarsi delle repubbliche delle banane, per la Baia dei Porci, per il napalm Vietnamita o per la libertà uccisa dal dollaro a Santiago del Cile.
Non c’è nulla che ci aiuti a diventare adulti più che il dolore d’una cocente delusione. Così si dice ma è un luogo comune falso e meschino: le delusioni ci incupiscono e il dolore ferisce. Di quel corso di storia contemporanea che mi vide andare avanti e indietro da Napoli a Salerno per mesi e mesi ho ricordi splendidi, ma ciò che ne seguì prese la forma della contraddizione che spezza fili dentro.
Seguii col respiro sospeso. Non mi associai al consenso mostrato in aula da moderati servi sciocchi a caccia di un voto da scroccare, non condivisi le critiche saccenti dei futuri scienziati della borghesia che, fuori dai corridoi, censuravano arditamente il “venduto passato a destra” e si preparavano ad appendere ai pali della luce i “nemici del popolo”. Non ho mai amato le mille controfigure di Che Guevara che si riempivano la bocca di un gergo da iniziati, storcendo le labbra e pontificando sullo spontaneismo anarchico o si atteggiavano ad avanguardia proletaria esaltandosi al ritmo di slogan ritmati il più lontano possibile dall’aula di storia: “Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tsé Tung!”.
L’uomo mancava di fascino. La fronte, ampia sotto i capelli grigi tirati verso la nuca, si separava troppo bruscamente dagli occhi vivaci, intelligenti, cerchiati e luciferini; il naso grande e aguzzo si allungava fino al disegno delle labbra che, nello sforzo di tenere stretto l’eterno sigaro, si inarcavano costantemente verso l’alto, segnando il viso con un’aria involontariamente clownesca; il collo era corto, la vita larga e le mani nervose diventavano adunche quando aiutavano il pensiero. Non aveva fascino, ma sapeva ricostruire un evento, inserendolo in un contesto e non una parola era detta a caso: dietro ogni fatto citato c’erano prove e documenti. La storia del fascismo che ci raccontava era un mosaico che teneva conto delle tessere più minute.
I particolari, sottolineava sorridendo, sono essenziali. Occorre tener conto anche di quelli che sembrano fuori tono. La realtà italiana negli anni del fascismo fu complessa e articolato fu il fenomeno. Non capireste l’Italia vedendola superficialmente come una realtà unitaria e non capirete il fascismo se lo estranierete dalla complessità che pone le sue componenti in un rapporto tra loro dialettico. Se è moralmente consentito distinguere nell’antifascismo concezioni politiche, interessi, personalità, illusioni e fantasie, è e deve essere moralmente consentito cercare differenze tra Grandi, Farinacci e Mussolini, senza per questo doversi difendere dall’accusa di voler riabilitare il fascismo o il suo capo.
Storie nella storia, pensavo, mentre il viso molto pallido del professore si tingeva di un rosa vivo. E mi pareva che la sua strada conducesse alla tomba di mio nonno.
Un giorno ci spiegò che Croce aveva sentito sempre così viva la repulsione per il fascismo che non aveva mai voluto scriverne: gli ripugnava troppo.
Tuttavia, aggiunse, il filosofo napoletano ammise la necessità di rendere aperta giustizia a quanti si diedero al fascismo mossi non da vili interessi, ma da sentimenti nobili e generosi, sebbene immaturi e privi di equilibrio critico.
Ne ricavai l’idea che essere uccisi da banditi da strada è assai meno onorevole che finire per mano d’un nemico che ha fede, sebbene riponga il suo credo in un ideale omicida chiaramente scellerato. Mi sembrò che la lampada di Diogene avesse diretto la sua luce su segni di presenza umana e che la vicenda Mussolini-Aragno si dirigesse verso una via capace di renderla comprensibile. Intuivo però che, per giungere davvero alla tomba di mio nonno, occorreva evitare che fascismo ed antifascismo fossero considerati una vicenda storicamente conclusa e collocata nel passato. La questione del tempo – mi venne di pensare – è essenziale nella storia: il passato concluso perde la sua attualità e non aiuta a decifrare il presente. Indietro si torna se non con le parole di un racconto: ma a che serve raccontare qualcosa che proprio non ci riguarda più? Pensarlo e dirlo fu una cosa sola.
Posso fare una domanda?
Certo.
Ritiene che una nuova interpretazione del fascismo, professore, quale che essa sia, possa prescindere dai valori morali e politici che sono alla base della realtà del nostro tempo e della nostra Carta costituzionale?
Il giudizio morale non compete allo storico.
La risposta secca non consentiva repliche e dentro mi rimase la sensazione di una ambiguità. La lampada di Diogene smise di dare segnali: l’uomo era evidentemente ancora tutto da scoprire. L’esame orale, dopo quello scritto, si aprì con una bellissima sorpresa. L’assistente, dopo avermi chiamato, lasciò che sedessi, poi si rivolse al titolare:
Professore, questo è Aragno.
Il sorriso che ormai conoscevo si aprì verso di me con una curiosità compiaciuta che lo rese affettuoso:
Lei è parente degli Aragno proprietari del famoso caffè letterario?
Uno era mio nonno, ma non l’ho conosciuto. Fu amico del Mussolini socialista, ma morì prima che nascessi, molto probabilmente ucciso dai fascisti.
Lei ha fatto un compito scritto molto interessante, ha due esami di storia contemporanea e sta facendo la tesi col mio assistente. Le piacerebbe venire qui a lavorare con noi dopo la laurea?
Il viso del professore s’era fatto d’un tratto ammaliante. Toccai il cielo con un dito e acconsentii senza esitare.
Non le prometto molto, aggiunse, ma un posto di esercitatore lo troviamo. Si faccia vedere appena ha terminato. Mi racconterà di suo nonno. Ci tengo molto.
La strada per l’università non mi era parsa mai così ridente come quando passai il ponte sull’Irno e girai a sinistra verso la palazzina tutta nuova dove mi attendevano per prendere accordi e cominciare. Due mesi dopo il professore mi aveva già aperto la sua casa, la sua biblioteca, i suoi preziosi documenti e mi aveva offerto un’amicizia calda e imprevedibile. Mi pare di vederlo ancora davanti al cancello della sua casa romana a Monteverde, mentre mi veniva incontro sorridente, in canottiera, e mi accoglieva nello studio ingombro di libri e carte fino all’inverosimile. Su di una mia ricerca discutemmo per un anno ardentemente e fu per me una guida davvero preziosa. Ascoltava, sorrideva, prendeva tempo, mi invitava a prenderne, rifletteva, mi induceva a riflettere, leggeva e infine valutava:
Ora va davvero bene. Ma c’è un punto che chiarirei.
Ed era certamente un nodo che non avevo sciolto.
Su questo episodio dovrebbe esserci qualcosa di interessante in archivio.
E c’era di sicuro una carta da scovare.
Ti sarà utilissimo questo libro. Te lo presto – mi diceva scherzando – ma guai a te se non me lo riporti: non se ne trova una copia in tutt’Italia.
Andava a colpo sicuro tra migliaia di volumi, tirava fuori il suo tesoro e me lo consegnava con un’aria festosa che mi faceva sorridere.
Gli spiaceva che fossi comunista, ma era convinto che studiando avrei scelto altre vie. Io scuotevo il capo e replicavo che non sarei mai passato in campo liberale. Gli dicevo quello che pensavo e sosteneva che il dissenso non creava barriere tra noi; era evidente però che lo preoccupava.
Questa tua idea di una superiorità etica dei valori dell’antifascismo – mi ripeteva continuamente – è una posizione da militante. Tu rischi così di far prevalere il momento etico su quello scientifico.
Io mi difendevo con estrema semplicità: non credo alla neutralità dello storico, sostenevo convinto. Prendevo quel suo rimprovero come la lezione d’un precettore a un alunno che stima, ma non sentii mai pesare il potere che pure possedeva e non mi pareva mai di essere chiamato a scegliere tra “carriera” e valori. Certo, un velo gli passò negli occhi una volta che il discorso cadde sul consenso conquistato dal fascismo nel paese.
Un’opposizione inesistente. Ridotta a nulla senza ricorrere ai gulag, Aragno. E’ questo che conta. I numeri parlano chiaro.
Dopo le manganellate e l’olio di ricino, dopo il confino e il tribunale speciale. Col rischio del licenziamento e una famiglia da mantenere. Cose banali forse, ma i numeri non dicono ciò che pensa la gente. A casa mia, professore, ci furono balilla e piccole italiane. Non ci fu un fascista.
Quando giudicò concluso il mio saggio e mi annunziò che l’avrebbe pubblicato sulla prestigiosa rivista che dirigeva, mi sembrò di aver ottenuto una sorta di consacrazione.
Devi aver pazienza. L’anno prossimo verrà il tuo turno. Per quest’anno sulla rivista non c’è un rigo libero.
Un anno dopo lasciò Salerno per Roma e raccomandò il suo giovane pupillo a tutti quelli che contavano:
Trattatemelo bene. Ci tengo.
Ci sentivamo per telefono assai spesso e le volte che andavo a fargli visita a Roma aveva sempre strade da indicarmi e ricerche da avviare. Una volta, però, mentre sedeva alla scrivania con l’aria molto stanca, mi guardò sorridendo e confessò: sai una cosa? Guardandomi allo specchio stamattina ci ho visto Mussolini.
Scossi la testa, pensando agli antifascisti lasciati da poco in archivio:

Tutti abbiamo dentro i nostri fantasmi, professore. Se fanno compagnia va bene. Se no, occorre liberarsene. Dicono che Montesquieu abbia lavorato per decenni al suo “Spirito delle leggi”. C’era sempre qualcosa da rivedere e non si decideva mai a concludere. Domani si ripeteva, ma quel domani non veniva mai. Fu così che un giorno si accorse di avere un demone dentro. Si accostò al manoscritto, aprì l’ultima pagina ed esclamò: tu hai deciso di vedere la mia morte e io ti uccido. Prese la penna e scrisse la parola fine.
Rimase pensoso e non rispose. Se il suo duce gli fosse entrato davvero fin dentro il cuore, come il demone di Montesquieu non saprei dire. Cercava più carte di quante ne servissero e, fra tutte, sceglieva sempre quelle che aprivano uno spiraglio e chiudevano porte. Se due parole servivano a giustificare, tutte le altre finivano nella penombra di frettolose note in calce: un muto elenco di carte.
L’ultima volta che l’ho visto a casa sua aveva l’ombrello aperto nel giardino di casa. Pioveva e mi aveva accompagnato al cancello. Salutandomi mi assicurò:
I tuoi sindacalisti rivoluzionari sono al varo. Nel prossimo numero stampo il tuo saggio.
Aveva il solito viso sorridente e mi poggiò la mano sulla spalla. Nessuno dei due poteva immaginarlo quando il cancello si chiuse quel giorno dietro di me come tante altre volte prima: il filo che ci aveva uniti era logoro e stava per spezzarsi. Eravamo delusi. Mi aveva insegnato tutto ciò che sapevo e si era accorto che non sarei mai stato un suo allievo. Io, che gli dovevo molto e gli volevo bene, sapevo che non l’avrei mai considerato un maestro. Scrivere di storia in fondo è un po’ come andare in trincea: il cuore è nel presente. Il suo Mussolini e il mio Aragno, irriducibili avversari da vivi, erano incompatibili da morti. Stanco della mia indipendenza – frequentavo compagnie accademiche che riteneva selezionate apposta tra i suoi peggiori nemici – il maestro scelse la via chirurgica.
Il saggio non uscì: bisognava rifarlo – troppo il tempo trascorso – e all’università occorreva scegliere: o lasciare la scuola o andare via.
Il ponte sull’Irno non era mai stato così triste come quando me ne andai. Nel cortile tardi epigoni del Sessantotto, che da tempo straparlavano di diciotto politico e di esame di gruppo, trovarono il coraggio di appiopparmi l’etichetta che non si erano mai permessi di tirare fuori:
il fascista va via.
In cattedra poco dopo andarono gli “apprendisti di bottega”, alcuni dei tardi sessantottini che mi dopo avermi chiamato fascista impararono a ragionare con moderazione, rinunciando ad appendere in piazza i nemici del popolo.
Non ci contavo, più, ma molti anni dopo il vecchio professore si accorse di me.
Ha pubblicato una bella recensione sui tuoi socialisti – mi informò qualcuno – e nel tuo libro ha trovato uomini e non solo fatti.
La lessi: “ C’è una concezione alta e indipendente della vicenda storica, c’è la passione dello storico militante e ci sono ricerca e documenti“. Sorrisi amaramente.
Il telefono della casa a Monteverde non era cambiato.
Aragno, che piacere!
E sembrava sincero.
Volevo ringraziarla per la recensione. E’ bella.
E’ bello il tuo lavoro. Ora non potrai negarlo, avevi bisogno di maturare.
Può darsi, replicai. Tutti ne abbiamo bisogno. Una cosa però voglio dirgliela. Lei mi ha insegnato davvero molto di quello che so: ho imparato da lei come si fa ricerca. Il saggio che mi restituì, però, non l’ho rifatto. Così com’era poi divenne un libro. Ci aggiunsi un paio di capitoli e a Salerno lo adottarono come testo d’esame.
Stette un attimo zitto, poi esclamò cordialmente:
La mia rivista è a tua disposizione. Se scrivi qualcosa mandamelo.
Troppo tardi, avrei voluto dirgli. Ho lavorato e scritto molto. Fuori dei circuiti accademici però si incide poco. Ma come spiegarglielo? Avrei rischiato di sentirgli ripetere la lezione sulla neutralità dello storico e sui rischi che il giudizio etico fa correre alla scientificità della storia.
Non gli mandai nulla e non lo rividi mai più: un anno dopo morì.

Uscito su “Fuoriregistro“, il 7 luglio 2005.

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