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Posts Tagged ‘Medio Evo’

imagesSul valore di campanello d’allarme della pandemia, sul fatto che essa sia soprattutto l’esito prevedibile di un’idea deformata del  “costruire futuro”, in questi terribili mesi, televisioni e giornali hanno detto pochissimo e in fondo non se n’è discusso. E’ assurdo, ma vero: come se fosse legge di natura, si continua a intendere la costruzione del futuro come sinonimo di una “crescita”, fondata su una feroce e continua distruzione.  Benché il nodo da sciogliere sia tutto lì, pur di evitare una discussione seria sul rapporto tra l’ambiente che sconvolgiamo e la capacità di nuovi virus di aggredire gli esseri umani, c’è chi, come Stefano Boeri, sceglie di rifugiarsi in un mitico ritorno al Medio Evo: “Via dalle città. Nei borghi c’è il nostro futuro”, ha scritto infatti l’illustre architetto, come se i borghi non avessero conosciuto la pandemia o, peggio ancora, come se colpevoli del disastro fossero le nostre grandi e belle città.
Alla distruzione del mondo naturale, che è ragione di vita per la religione del mercato e per i suoi sacerdoti, si è fatto sì e no qualche cenno timoroso, subito lasciato cadere e di fatto quella che oggi passa per “seconda fase”, altro non è, se non la scelta primordiale, degna di una umanità primitiva, che non si rifugia nei borghi ma vive ancora nelle caverne. Uscire dalla tragedia, ci dice il neoliberismo, nascondendosi dietro la crisi sociale che ha prodotto, oggi significa “riaprire”. E quando lo dice, non pensa di aprire in modo diverso. Vuole semplicemente tornare al modello che ci ha condotti alla catastrofe: ricominciare a deforestare – se mai per un momento non lo si è fatto – cementificare, aggredire ecosistemi inviolati, alterare o cancellare la complessità della vita sulla terra, avvelenando l’aria, la terra e l’acqua, indebolendo il genere umano ed esponendolo inerme all’attacco di virus contro i quali non abbiamo difesa. Chi decide di riaprire in questa maniera folle, mette naturalmente in conto una ripresa dei contagi, chissà quanti morti e un sanguinoso scontro sociale per il quale di prepara da tempo.
A leggerla senza pregiudizi ideologici, la pandemia non è un’occasione propizia per il capitalismo, che anzi sembra non capire che in crisi è anzitutto la sua capacità di sopravvivere. Ignorando la portata della crisi – che è soprattutto crisi del capitalismo – il potere economico, che ha causato in pochi decenni tante pandemie quante non se ne sono storicamente avute nel corso di molti secoli, non riesce a leggere l’inequivocabile messaggio del virus e non capisce che la vita sulla terra può fare tranquillamente a meno dell’uomo. Accecato dalla sua innata arroganza, ispirato da un pensiero unico diventato una bibbia, il padronato neoliberista chiede a quello politico di creare i presupposti per sfruttare a proprio favore l’emergenza; questo per un verso dà l’impressione di un piano in qualche misura preordinato, mentre si naviga invece nel buio, per un altro spinge a tentare ogni azzardo.

Una sfida a dir poco rischiosa è la scelta di lasciare la scuola in condizioni disastrose, per farne un mercato di prodotti informatici e risparmiare sui docenti, mortificati in un ruolo di trasmettitori del pensiero unico dominante. Essa non mette in conto la saldatura di interessi tra la stragrande maggioranza degli studenti, dei docenti e dei genitori e la loro ribellione, dopo che la pandemia ha consentito la riscoperta dell’anima sociale dell’essere umano, la nausea dell’ “elettronico”, incapace di farsi carne, sangue e vita in comune, che è l’essenza della scuola in presenza nell’aula come nei corridoi.
Nessun computer e a nessun livello, dalla scuola primaria all’università, soddisferà mai il bisogno di confronto, il desiderio di vita in comune, il bisogno di libertà, di studenti e studentesse che sono anzitutto animali sociali. La nausea dello “strumento elettronico” sarà l’embrione attorno a cui si formerà una prima, fondamentale coscienza critica, il primo inarrestabile rifiuto di una imposizione. Di là nasceranno le naturali risposte di un pensiero sempre più autonomo, rinforzato da quel suo essere istintivamente condiviso da una vastissima collettività. In quanto ai docenti, là dove si voleva rinchiuderli, essi  troveranno porte aperte. una volontà di stare ad ascoltarli e capire che da sola sarà  rivoluzionaria.

Chi priva di diritti e non mette nel conto la sofferenza di chi subisce è destinato a tremare per la ribellione. Ognuna della privazioni che oggi alletta il potere e si presenta come occasione di controllo, susciterà un bisogno, un desiderio, una fame insaziabile. La chiusura di spazi pubblici, l’applicazione informatica sui telefonini come bracciale di localizzazione di detenuti, il lavoro negato a milioni di cittadini, il voto svuotato di significato, diventeranno miscela esplosiva. La pandemia, colpevolmente non prevista e stupidamente utilizzata come acceleratore di provvedimenti presi assieme, tutti in una volta, diventerà  il detonatore che avvierà l’implosione.
In questa situazione, abbiamo un solo grande problema: riconoscerci come compagni, parlare una sola lingua chiara e comprensibile e organizzare assieme la risposta.
Fino a che l’abbiamo letto sulla carta, quel terrificante “socialismo o barbarie” poteva sembrare un bruttissimo sogno. Oggi, che è un incubo incombente, non fa tremare i polsi. Chiama alla lotta.

Agoravox, 4 maggio 2020; IlMonews, 5 maggio 2020.

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ritratto_di_settimio_severoRiordinare libri è anche questo: avere tra le mani il mondo antico e guardare il presente alla luce del passato. Chiedersi, per esempio, che direbbero di noi Settimio e Alessandro Severo. libico il primo, libanese il secondo ed entrambi – nella buona come nella cattiva fortuna – imperatori romani. Che direbbero Filippo l’Arabo, il mauritano Emiliano e l’iraniano Valeriano?
I libri raccontano di imperatori turchi e d’un manipolo di slavi che il rozzo fascista, restauratore dell’impero sui “fatali colli di Roma”. avrebbe perseguitato. In tema di razza il mondo latino fu così avanzato, da far sembrare il nostro un nuovo e più buio Medio Evo.
Guardo i libri ma, mentre mi chiedo se anche questo mio cercare vie di comunicazione tra passato e presente sia “fare storia”, non so dare risposta a una domanda che si fa strada e diventa pressante:  che faremo di questo tempo nostro e di noi stessi, immersi in una terribile tempesta d’odio e barbarie? Sbandiereremo la superiorità culturale di un modello antico e chiederemo un presidente di colore al Quirinale, come hanno fatto gli Usa con Obama? Ci limiteremo a questo, o prenderemo atto che Guantanamo condanna Obama e che tutti, l’americano come gli africani, consentirono uno sfruttamento feroce dei bianchi e dei neri e ignorarono i diritti umani? Capiremo che il razzismo è un’atrocità, ma anche uno degli strumenti ai quali talora il potere ricorre per opprimere i popoli e armare i bianchi poveri contro quelli neri?
Se difenderemo astrattamente il diritto alla parità, mi dico, se leveremo il vessillo dell’antirazzismo, faremo il gioco dei padroni e dei suoi servi. Finiremo dalla parte del “Minniti antifascista”.
Forse, per radunare emarginati e sfruttati di ogni colore nella stessa trincea contro la barbarie, dovremo ricordare che il capitaismo non ha colore e non ha patria; ricordare che non siamo divisi in bianchi e neri, ma in  sfruttatori e sfruttati. La sinistra non parla più alla gente perché ha rinnegato la sua identità e le sue radici profonde. Non occorre cambiarle di nome, ma ritrovare la coincidenza tra teoria e pratica, partendo da un punto fermo: il neoliberismo genera sfruttamento e produce razzismo.
Se riconquisteremo i diritti sociali che ci hanno sottratto, il razzismo non sarà più al centro della scena politica.

Agoravox, 4 settembre 2018

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Meno di due mesi, nemmeno sessanta giorni, ma chi lo ricorda più? Anche per la memoria malata è pronta la ricetta degli specialisti, ma le cure saranno tutte a carico dei pensionati, che hanno rubato ai figli miliardi e miliardi di euro e non si ricordano più del vergognoso scialo. L’occasione l’offrì l’irrinunciabile convegno organizzato dall’Abi per la presentazione del volume Le banche e l’Italia; a lanciare l’allarme fu Giovanni Bazoli, presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, guidata allora per caso dal noto Corrado Passera. Si parlava della crisi e delle banche da finanziare e Bazoli fu chiaro: La prospettiva che si presenterà è quella di un intervento dello Stato o direttamente o tramite fondi sovrani” – ma il ritorno a un sistema bancario pubblico dichiarò senza mezzi termini “ci riporterebbe indietro di trent’anni”. Nessuno, meno che mai Napolitano, obiettò che in soli due anni le banche ci avevano riportati al Medio Evo. Nello sfascio del Paese, anzi, tra operai licenziati, vecchi pensionati ridotti a rubar per fame, ospedali che chiudono i presidi di Pronto Soccorso, scuole, università e ricerca dissestate, Giorgio Napolitano ascoltò con attenzione le preoccupazioni del sistema bancario e si premurò di chiedere il testo degli interventi. I sistemi bancari, si sa, contano molto più di pensionati e lavoratori e altro di meglio da fare il Presidente della Repubblica non ha, se non frequentare banche e banchieri. Non vorreste, per caso, che un Capo dello Stato si presenti a un convegno di cassintegrati a rischio licenziamento? Le preoccupazioni delle banche sono, per dettato costituzionale, in cima ai pensieri del Presidente e per favore piantiamola con la repubblica fondata sul lavoro.

Meno di due mesi, nemmeno sessanta giorni, e la preoccupazione di Bazoli è del tutto svanita. In verità, lo Stato è intervenuto, come aveva previsto l’Abi, ma i ruoli si sono capovolti. Napolitano, sensibile al grido di dolore di Passera e soci, ha gestito il problema con tale cura e passione che alla fine sono state le banche a privatizzare la repubblica. Non è un caso se, eletto da Napolitano, il governo sia ora quello delle banche e uno dei suoi pilastri sia diventato Passera, l’uomo di Intesa Sanpaolo. Sventato il pericolo e nominato ministro dello Sviluppo Economico, Passera s’è messo all’opera e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Per dirla con le formule magiche che da vent’anni annunciano malanni da curare e cure miracolose che puntualmente spediscono il paziente in sala rianimazione, “il Paese non crescerà”. L’ha  annunciato con indifferenza squisitamente tecnica proprio lui, il ministro di uno sviluppo che non verrà. Appena nato e già disoccupato”, l’uomo di Banca Intesa, che ha un futuro assicurato da pensionato miliardario, è stato categorico: non è colpa del Governo, ha dichiarato a nome della setta neoliberista. Subito dopo, “di concerto” con un ministro dell’ambiente che ignora la catastrofe ambientale, con la piangente Fornero e con quel Giarda, che si occupa dei rapporti con un inesistente Parlamento, Passera ha firmato con Monti un provvedimento che individua e punisce i colpevoli. Convertito in legge con Atto della Camera n. 4829, il provvedimento reca “disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici” e così recita testualmente: “ferma restando la tutela derivante dall’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali, l’articolo 6 prevede l’abrogazione degli istituti dell’accertamento della dipendenza dell’infermità da causa di servizio, del rimborso delle spese di degenza per causa di servizio, dell’equo indennizzo e della pensione privilegiata. La norma non si applica al personale del comparto sicurezza-difesa e soccorso pubblico né ai procedimenti attualmente in corso“.
Una disposizione che non merita commenti: Monti, Passera e soci hanno cancellato la causa di servizio. Non c’è più equo indennizzo, non si pagano spese di degenza, non esiste più la pensione privilegiata per quei lavoratori che si fanno male lavorando. Proprio come vuole la Costituzione. E non ci sono dubbi: Giorgio Napolitano firmerà anche questa infamia.

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