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Posts Tagged ‘Mazzini’

A Carpineto Romano, cittadina in provincia di Roma, la nostra “grande democrazia” ha dato ancora una volta forfait. La presentazione dell’ultimo libro di Barbara Balzerani, intitolato Lascia che il mare entri, prevista per il 21 agosto, è stata downloadannullata. La giunta comunale formata da SEL e PD, dopo averla patrocinata, ci ha ripensato per «evitare strumentalizzazioni di ogni genere o manifestazioni che possano turbare la tranquillità della nostra comunità». Così si legge in un comunicato che annuncia la disordinata Caporetto dell’Amministrazione di fronte alle polemiche dell’opposizione di destra, sostenuta da un giornale locale. Per salvare la faccia, poi, i liberi pensatori del sedicente centrosinistra hanno ribadito «la loro ferma contrarietà ad ogni forma di terrorismo e violenza nei confronti delle Istituzioni Democratiche».
La civiltà dell’Occidente e l’inesausta lotta al terrorismo si arricchisono così di un nuovo, originale e nobile principio: chi si azzarda a presentare un romanzo sul tema della donna fiancheggia pericolosi piani sovversivi che al momento non esistono, ma nessuno può escludere possano nascere. Per l’amministrazione comunale di Carpineto Romano, quindi, Barbara Balzerani, dopo ventinove anni trascorsi dietro le sbarre e in semilibertà per la sua militanza nelle Brigate Rosse, non ha diritto di parola. La pena scontata? La libertà riacquistata da tre anni? Siamo in guerra col terrorismo e la Costituzione è sospesa.
Chi si meraviglia della ferocia è un ingenuo. Un Paese che si scioglie nella retorica del Risorgimento, ma dimentica Mazzini morto clandestino in patria, sotto falso nome e Garibaldi circondato di spie e questurini, quand’era ormai vecchio e quasi paralitico, è un Paese nato male e destinato a vivere peggio. Lo so, i “democratici” alleati dell’estrema destra, i benpensanti per vocazione e i cialtroni di professione si scandalizzeranno per la bestemmia – la “terrorista” e i “padri della patria” – ma le cose stanno così e Mazzini e Garibaldi, per chi ha memoria corta o fa il finto tonto, ieri furono rivoluzionari e oggi sarebbero “terroristi”. Questo è un Paese geneticamente destinato a sostenere Crispi, che sputacchiò sul Parlamento fino al disastro di Adua, e a vantare tra i suoi “grandi statisti” Giovanni Giolitti, che Salvemini definì “ministro della malavita”. Un Paese che non s’è mai vergognato del suo passato fascista e dei suoi generali criminali; un Paese oggi targato Renzi e governato di fatto da un pregiudicato per reati comuni che, invece di eleggere domicilio tra Rebibbia e Regina Coeli, frequenta Palazzo Chigi e il Quirinale e cambia la Costituzione antifascista, accoppando diritti costati sangue. Piero Gobetti sostenne che il fascismo è stato l’autobiografia degli italiani e non aveva torno. Un Paese così, nato male e cresciuto peggio, non può comportarsi diversamente e gli pare normale: il pregiudicato che  sconta la risibile pena può governare, la scrittrice libera deve invece tacere.
Per ignorare la decomposizione della sua coscienza civile,  un Paese così in fondo non ha che una scelta: disprezzare tutto ciò che è insorto a difesa della dignità e della giustizia sociale e negare quel tanto di buono che ha saputo e sa dare. Lo so, beghine, cattocomunisti e benpensanti mi scomunicheranno, ma questa è la realtà: se ogni cosa marcisce e tutto si corrompe, la degenerazione diventa regola. Così Berlusconi frequenta Napolitano e un pensiero libero è imbavagliato.
A Barbara Balzerani, ieri brigatista, oggi scrittrice di forte sensibilità, si rinfacciano scelte lontane, benché i suoi conti con la giustizia siano chiusi e quelli con la storia, tutti ancora da sistemare, non è detto che risultino in passivo. In realtà, la condanna morale del passato è un alibi immorale che non sta in piedi; ciò che davvero non si tollera sono la coerenza d’una vita e l’umanità che traspare dalla scrittura. Una donna come Barbara Balzerani, di fatto, è un quesito inquietante e un involontario ceffone assestato in pieno viso a quanti – e sono tantissimi ormai – si trovano nella tragicomica condizione di chi fa il moralista, ma s’è venduto e ogni giorno si vende al migliore offerente. La gente che vive così accetta la più disumana cialtroneria, ma diventa immediatamente feroce con le manifestazioni di umanità.

Uscito su Agoravox il 25 agosto 2014

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funerali_gallinari_fotogramma_8_jpg[2]Qualcuno dovrebbe spiegare al giudice Caselli che per i magistrati dell’Italia appena unita – soprattutto negli interessi padronali – Giuseppe Mazzini fu allo stesso tempo criminale e «cattivo maestro» e morì esule in patria sotto falso nome. I giudici della nuova Italia, infatti, d’accordo col nuovo e liberale potere politico, non annullarono l’antica condanna emessa in contumacia per la sua lotta armata contro il potere savoiardo. Il liberalissimo Silvio Spaventa, responsabile dell’«ordine costituito» nel Mezzogiorno conquistato, pensò addirittura di eseguire la condanna e non se ne fece nulla solo perché Mazzini era stato sorpreso a Napoli, ancora piena di camicie rosse, e vestiva la divisa di colonnello garibaldino. Solo per questa fortuita circostanza il repubblicano “padre della patria” si sottrasse al trionfo dell’ordine sabaudo che, di lì a poco, con la legge Pica, sperimentò sui “briganti” del Sud, leggi speciali, esecuzioni sommarie, deportazioni e carcere a vita.
Qualcuno dovrebbe spiegare a Caselli che esiste un invalicabile confine etico tra verità processuale e ricostruzione storica. Non c’è studioso serio che oggi darebbe credito ai giudici del “terrorista” Mazzini, tuttavia, ogni volta che Caselli sputa sentenze al di fuori dei tribunali non solo diventa il tragicomico storico di se stesso, ma dimostra che un giudice c’è, uno almeno, pronto a condannare di nuovo l’antico rivoluzionario. Qualcuno dovrebbe spiegare a Caselli che quando le sentenze penali sono state emesse ed eseguite e la morte giunge a dire la parola fine sulla vicenda umana del condannato, non è tempo di tribunali: è giunto – ed è sempre in ritardo – il momento della riflessione storica. Il giudice che ignora questo elementare dovere e torna a sputare sentenze commette un’intollerabile violenza, intralcia il lavoro dello storico e copre di ombre atroci il suo ruolo di magistrato.
La storia, Caselli dovrebbe saperlo, è piena di giudici smentiti e di condannati riabilitati. Sulle Idi di marzo del ’44 avanti Cristo il dibattito è aperto; non l’ha chiuso – e certo non lo chiuderà – l’aula di un tribunale. Sono duemila e più anni che storici, pensatori e intelligenze critiche si interrogano sul significato di quell’evento: Bruto e Cassio congiurarono contro il politico illuminato o colpirono l’uomo di potere, il garante di equilibri che avrebbero ucciso la repubblica? Qual è la vera violenza politica, quella d’un potere sordo ai bisogni di un popolo o quella di chi in nome della giustizia sociale sorge in armi contro la presunta legalità? Le Idi di Marzo, la sorte di Mazzini, Gaetano Bresci che uccise Umberto I, dopo la medaglia assegnata a Bava Beccaris per i cannoni sparati a mitraglia sulla popolazione inerme, Fernando De Rosa che nel 1929 tentò di uccidere il principe Umberto in nome dell’antifascismo e morì poi in Spagna combattendo per la libertà, non sono più imputati affidati ai giudici. Ai giudici, piuttosto, quei fatti e quegli uomini ricordano che spesso chi punta il dito sui cattivi maestri o è in malafede o ha bisogno di tornare a scuola.   
La storia non è figlia di verità assolute, non si scrive nelle aule dei tribunali e non è mestiere da giudici. I magistrati, quando sono onesti, si limitano ad affermare le ragioni dell’«ordine costituito», che, piaccia o no, per quanto quasi sempre estranee a quelle della giustizia sociale, sono la bibbia dei magistrati. In quanto alla patologia che dalle colonne del “Fatto Quotidiano” Caselli addebita a “molti italiani”, colpevoli a suo modo di vedere di una “perdita della memoria che sconfina nell’amnesia”, il giudice sbaglia a ritenersi immune. Da buon italiano, infatti, anch’egli soffre di pericolosi vuoti di memoria. Non fosse così, la pianterebbe di tirare in ballo a casaccio i valori della resistenza partigiana e proverebbe a spiegarci chi li ha devastati da Portella della Ginestra a Piazza Fontana, da Piazza della Loggia alla stazione di Bologna. Proverebbe a spiegarci come scioglie nella sua coscienza di magistrato il nodo della contraddizione tra il “servitore dello Stato” e quel segreto sistematicamente posto sulla strada delle sue indagini. Il «segreto di Stato», naturalmente. Intriso di sangue e venato di fascismo.

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Ancora un palazzo del potere, ancora qualcosa che vola dalle sue finestre, ancora una “morte” che rimarrà impunita. Stavolta tocca direttamente alla democrazia. Qui da noi va così. Qui da noi dalla finestra della Questura a Milano volò a terra l’anarchico Pino Pinelli e Vincenzo Guida, il questore, spudoratamente ne infangò la memoria. S’era ucciso, sostenne, schiacciato dal peso delle prove che lo inchiodavano alla sua responsabilità per la strage di Piazza Fontana. Pinelli era stato partigiano e il questore fascista come fasciste erano le bombe di Milano. Sembra strano, ma è così: passato senza colpo ferire da Mussolini a Einaudi, aveva diretto la colonia penale di Ventotene dov’erano reclusi Pertini e Terracini. Sono storie di questori che andrebbero insegnate. Ma forse è proprio quello che non si vuole.
Qui da noi va così: fanno testo i questori, salvo smentita postuma degli storici tra cinquant’anni, quando probabilmente “scopriremo” e non servirà a nulla che gli ignobili lacrimogeni sparati dalle finestre di via Arenula, proprio sotto il naso dell’inconsapevole!? ministro Severino, sono l’esito previsto di un progetto studiato a tavolino dai teorici della “postdemocrazia”, accorsi al capezzale dell’agonizzante Repubblica democratica. Oggi no: oggi, contro l’evidenza, ha ragione l’ineffabile questore Della Rocca: «sono stati sparati “a parabola” non diretti sui manifestanti. La traiettoria è stata deviata perché hanno urtato sull’edificio». E c’è da giuraci: il ministro Cancellieri non pagherà col licenziamento la tragicomica tesi della “legittima difesa” tirata fuori per giustificare i soliti “servitori dello Stato” che ormai ammazzano di botte chiunque si azzardi a manifestare dissenso.
Qui da noi va così. Questo è un Paese in cui, in nome della legalità, Farini, presidente del Senato, cogliendo al volo l’occasione dell’attentato Acciarito, non esitò a scrivere al Presidente del Consiglio Rudinì che «l’Agenzia Stefani va diffondendo non esservi complotto: è male dico. Ottima cosa sarebbe la convinzione d’un complotto, per indurre questa società molle a difendersi». E poiché di queste cose non si vuole che si parli, ecco i colpi alla scuola e all’università. Ai Rudinì di ogni tempo occorre anzitutto un rassegnato “bestiame votante”. L’insegnamento della storia in libere istituzioni formative potrebbe di fatto complicare la via alla “postdemocrazia” di cui questo governo s’è fatto il portabandiera. E, guarda caso, è proprio su studenti e professori che i lacrimogeni volano clandestini dai palazzi del potere. Docenti e studenti per ragioni di forza maggiore, perché piegando la scuola e l’università si vuole spezzare il filo forte e decisivo della trasmissione della memoria storica.
Qui da noi va così. Qui da noi lo Statuto albertino escludeva lo stato d’assedio perché non riconosceva a un Esecutivo il diritto di sospendere la Costituzione, ma contro gli “scrupoli garantisti“, Crispi non esitò a proclamarlo per colpire il “reato politico” o, se si vuole, il dissenso e a chi, in nome della legge, si opponeva rispose che, «di fronte allo Statuto, c’è una legge eterna, la legge che impone di garantire l’esistenza delle nazioni». Di lì a poco, un potere che non riconosceva freni alla sua azione decorava di medaglia al valor militare un mascalzone in divisa che aveva sparato a raffica sulla folla inerme e condannava alla galera il mite Turati e Anna Kuliscioff, colpevoli di socialismo.
Qui da noi va così. Da noi qui c’è sempre un ’98 in agguato, da quando Mazzini s’è spento clandestino in patria sotto falso nome, inseguito da una condanna a morte in contumacia che nessuno mai cancellò, e Garibaldi morente non s’è liberato della  polizia che lo teneva d’occhio come un volgare malfattore. Qui da noi per gli ideali “rossi”, i lavoratori si son fatti secoli di galera prima e dopo la Resistenza e il reato politico è stato ed è terreno privilegiato di tutte le polizie, passate attraverso le varie epoche della nostra storia senza mai dar conto di sé al “popolo sovrano”. Dietro i questori che parlano a ruota libera e gestiscono la piazza fuori dalla regole, c’è una malintesa e deformata idea liberale che ha sempre partorito governi reazionari e non a caso in buona parte i liberali confluirono nel listone fascista. Quest’idea, che è tornata di moda assieme a un liberismo che pare articolo di fede, ce l’ha a morte con la formazione di massa. L’attacco che oggi si porta alla formazione con l’alibi dell’ordine pubblico risponde perfettamente alla filosofia del bastone e della carota enunciata impunemente dal ministro Profumo ed è anzi la spia più evidente e inquietante d’una idea liberale che non solo vive di paure irrazionali e falsi miti, ma periodicamente lascia emergere dal suo seno un elemento occulto di continuità con una vocazione autoritaria che da Crispi alla DC di Scelba, giù fino ai giorni di Genova e ai tecnici alla Monti è un dato ineliminabile della nostra storia.
Occorre dirselo e trovare al più presto una via d’uscita: qui l’ordine pubblico non c’entra veramente nulla. In discussione è ancora una volta la democrazia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 novembre 2012 

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Stupisce che Marchionne stupisca ancora. Lo stupore si fa poi fastidio, se chi si stupisce si ferma all’indignazione e cancella così, per i corpi sociali e la dinamica della storia, il principio di reciproca influenza per cui ogni azione reale provoca una reazione uguale e contraria. “Siamo alla rappresaglia“, titola la stampa, e lì si ferma senza domandarsi com’è che non vedi cortei spontanei di protesta e non senti organizzazioni sindacali che denunciano per risposta l’autoregolamentazione dello sciopero e gli accordi sottoscritti in tempo di pace. Alle ripetute azioni d’una guerra di annientamento scatenata contro la classe lavoratrice, i lavoratori non rispondono con la guerra. E’ soprattutto questo che dovrebbe stupirci e, ancor più, interrogare le coscienze sul funzionamento effettivo dello Stato e sul rapporto reale che c’è tra legalità e giustizia sociale.
Si dice che la storia non si ripete e sarà vero, non si scrive, però, che essa si svolge su percorsi dati e schemi preesistenti in cui agiscono i suoi protagonisti. La lotta di classe è un dato fisso, è il contesto uguale nei secoli con cui fanno i conti i protagonisti; a mutare sono le scelte che decidono i risultati dello scontro, sicché, comunque vada, il dato costante è il conflitto. Chi conosce l’asprezza della lotta di classe e la storia del movimento operaio sa che Marchionne segue il solco d’una tradizione e non si meraviglia per le sue scelte. Sa che i diritti nascono storicamente da lotte condotte contro un quadro di “legalità” che ha sempre garantito i ceti dominanti con leggi repressive fatte apposta per colpire coloro che lottavano per la giustizia sociale.
La ritorsione è uno dei volti di una repressione unilaterale che è regola per uno Stato che non solo riconosce come prioritari i diritti del padronato rispetto a quelli del lavoro, ma è lì per favorire, approvare e se necessario imporre con la forza la barbarie del “libero” mercato. Qualora ce ne fosse ancora bisogno, Marchionne dimostra coi fatti che per i padroni non ci sono tribunali, giudici e sentenze. Sui lavoratori che non rispettano il verdetto del magistrato lo Stato esercita prontamente la forza che è suo esclusivo monopolio. Per i padroni questo non accade. La storia è piena zeppa di lavoratori incarcerati o uccisi nelle piazze. Nessuno ricorda scioperi terminati coi padroni arrestati o uccisi in piazza dalle cosiddette forze dell’ordine. Della ritorsione di Marchionne si stupisce solo chi fa il gioco delle tre carte e confonde le idee, perché non vuole che la gente sappia e capisca. In questo senso si spiega bene e assume, anzi, significati chiaramente classisti l’attacco contemporaneo che il padronato porta agli operai nelle fabbriche e ai loro figli nella scuola pubblica. Un attacco in cui la Fiat di Agnelli e di Marchionne, alla testa dello schieramento padronale, non solo è in prima linea ma parte da posizioni di forza, poiché ha collocato i suoi uomini, che nessun lavoratore ha eletto, direttamente nei banchi del governo. Sono i tecnici alla Profumo, che sottraggono soldi alla scuola pubblica per passarli a quella privata e togliere ai figli dei lavoratori ogni possibilità di capire ciò che accade attorno a loro.
Così stando le cose, è chiaro che nella “società della conoscenza”, scuola e università sono il terreno avanzato dello scontro di classe. I docenti vanno colpiti, la scuola disarticolata e la ricerca messa sotto controllo, perché nessuno deve spiegare ai giovani che sono stati rapinati del loro diritto alla vita, non devono sapere nulla di Crispi e della Banca Romana, degli stati d’assedio che non c’erano nello Statuto Albertino ma portarono in piazza la cavalleria contro la povera gente, di Mazzini, “padre della patria”, morto esule a Firenze sotto falso nome, ancora e sempre “condannato a morte in contumacia”, di Garibaldi, “eroe dei due mondi”, tenuto sotto stretta sorveglianza da nugoli di spie e confidenti, delle crisi del capitale pagate periodicamente con la disoccupazione e la fame dei lavoratori, delle leggi speciali che ignorano il dettato costituzionale, dei soldi dei lavoratori utilizzati per armare e pagare gli uomini in divisa che po li hanno sempre massacrati, da Milano nel 1898, a Reggio Emilia nel 1960, ad Avola nel 1968 e via così, anno dopo anno, fino a Genova nel 2001. Non devono sapere, per tornare alla Fiat, del gerarca Valletta che perseguitò i lavoratori prima coi fascisti e poi con la Repubblica. Non devono sapere, perché ai padroni come Marchionne non serve gente che pensa, ma servi che chinano la testa. La scuola, se funziona, produce intelligenze critiche, cittadini non servi. E il cittadino non subisce. Reagisce. E’ legge fisica.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 novembre del 2012

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E’ uno stato d’ansia palpabile e giustificato. Basta ti guardi attorno e te ne accorgi: lo smarrimento è evidente. Ieri sera, al tg de La7, Mentana pareva addirittura spiritato. Non uno straccio di notizia d’agenzia. Niente. Giorgio Napolitano non ha parlato!

Un silenzio che inquieta e nessuno sa interpretare.

Il Presidente se n’è stato zitto e non s’è fatto notare: non ha chiesto nemmeno al Parlamento di finanziare la solita guerra umanitaria, con codicillo spiacevole di civili ammazzati dal “fuoco amico” e capi di Stato linciati o messi a morte da un vittorioso boia. Nulla. Inopinatamente Napolitano non ha “orientato” il lavoro delle opposizioni parlamentari, “invitandolecoram populo ad approvare senza neanche leggerlo il solito pacchetto d’infamie contrabbandato per una normale “manovra” economica, non ha “messo a posto” i redivivi sindacati che ancora si azzardano a tutelare gli incontentabili lavoratori, non ha intimato alla povera gente di accettare in dignitoso silenzio il tragico destino cui Monti la condanna, non ha benedetto il centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale, con Mazzini messo al bando e il trionfo del trasformismo.

Nulla. Silenzio di tomba.

Nessuno sa come abbia trascorso la giornata, ma a cinema e a teatro di certo non è andato, perché avrebbe subito “convocato” la solita squadra di pennivendoli e velinari disposti a sbandierare ai quattro venti l’evento commovente: un  democratico Presidente fa la fila come tutti i comuni mortali, finché – udite!, udite! – giunto al botteghino, paga il biglietto come fosse un pensionato da 500 euro mensili. Altro non può e per favore non pretendete troppo: non lo incontrerete mai dal medico della Mutua o in un affollato Pronto Soccorso, tra sventurati sistemati alla bell’e meglio su letti di fortuna nei corridoi d’un ospedale prossimo al fallimento e medici che non sanno a quale santo votarsi per andare avanti.

Lo stato di tensione si tocca con mano. Sono ormai ventiquattr’ore: Giorgio Napolitano non dice una parola, non dà notizia di sé, non presenta libri per la Confindustria, non parla alla stampa, non firma comunicati, non fa nulla di nulla.
Se può, Presidente, parli, per favore. Ci conduca nuovamente in guerra, mortifichi i sindacati, metta sullo stesso piano i cassintegrati e gli evasori fiscali, faccia qualcosa, se può.

Presidente, per carità, tranquillizzi il Paese!

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Ai politici non va giù, ma la storia, a scuola, la insegniamo com’è: gli italiani non sono “un popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori, di trasmigratori“. La grottesca definizione, che si legge ancora sul Palazzo della Civiltà del lavoro, a Roma Eur, la inventò Mussolini nel 1935, mentre “civilizzava” gli etiopi, sepolti sotto nuvole d’iprite, in nome di Roma antica e di un colonialismo straccione di retroguardia.
L’Italia non ha una gran storia e all’estero lo sanno. Il biglietto da visita fu la “piemontesizzazione” del Regno, ottenuta dopo massacri, processi sommari, deportazioni e domicilio coatto. Si disse che la “giovane unità” poteva andare in pezzi, ma si trattò di scontro d’interessi, i dissidenti furono macellati e il mondo civile ne fu nauseato. Mazzini morto in casa Rosselli sotto falso nome, Garibaldi sorvegliato come un delinquente, gli scandali bancari e i rapporti tra politica e mafia non portarono, poi, acqua al mulino del nuovo regno e la crisi di credibilità del nostro paese è molto più vecchia di Berlusconi. Prima abbiamo avuto Crispi con leggi marziali e domicilio coatto, Bava Beccaris decorato al valore per aver sparato a mitraglia sui milanesi scesi in piazza per la fame, le giovani generazioni senza diritto di voto costrette ad ammazzare e farsi ammazzare per la “patria dei galantuomini” e una questione femminile che si riassume in un amen: le donne contavano quanto gli asini e le mucche. Nel tritacarne della “grande guerra” operai e contadini ce l’infilarono con la forza il re e gli industriali, ma quando si trattò di saldare il conto, pagò la povera gente e gli imprenditori furono così egoisti che Giolitti minacciò Agnelli di sciogliere la Confindustria. Per tutta risposta, i padroni del vapore finanziarono il fascismo.

Questa è la nostra storia, così la conoscono all’estero e così noi la spieghiamo agli studenti. Il capitolo giustizia è tra i più tristi con la vicenda atroce di anarchici, socialisti e comunisti segregati nelle isole e nelle galere o sepolti vivi nei manicomi. Ce n’è per ogni momento storico. Romeo Frezzi ingiustamente sospettato di complicità in un attentato, fu arrestato a Roma il 17 aprile 1897 e morì per le percosse subite nel corso di un interrogatorio. Nessuno fu punito. Nel giugno 1914 la polizia, infastidita dai discorsi contro la guerra, aprì il fuoco sui manifestanti. Sette giorni di scontri, tanti lavoratori morti ammazzati, ma i giudici non trovarono un colpevole. Tra il 1927 e il 1943, il Tribunale Speciale condannò 4.596 “sovversivi” a 27.735 anni di carcere. “Carcere duro” si disse allora.
Con la repubblica, nacquero speranze, ma tra il 1948 e il 1950 ci furono 15.000 oppositori politici condannati a 7.598 anni di galera. Tra il 1948 e il 1952 in piazza, da noi, la polizia fece 65 morti. In Francia, in quegli anni, di morti ce ne furono 3 e in Inghilterra e Germania se ne contarono 6. Sono numeri che all’estero conoscono bene, così come è noto un dato impressionante: una legge dello Stato ha riconosciuto che tra il 1948 e il 1966 in Italia ci sono stati 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici che hanno subito persecuzioni politiche.

Col 1968 sembrò che si girasse pagina. A Milano, invece, nel dicembre del 1969, Giuseppe Pinelli, ch’era stato staffetta partigiana, arrestato benché innocente per la strage di Piazza Fontana, morì dopo un inspiegabile volo dal quarto piano della Questura di Milano. “Malore attivo“, decise il giudice D’Ambrosio. Nessuno capì cosa fosse, ma nessuno pagò.
Così va da sempre.
Marcello Lonzi, detenuto per tentato furto, è stato massacrato ed è morto in cella alle Sughere, a Livorno, l’11 luglio del 2003. La sentenza di archiviazione del 2010 ricorda il caso Frezzi: è stato un “forte infarto“. Le perizie, però, hanno accertato fratture, escoriazioni e due “buchi” in testa.
Il 27 ottobre 2006 Riccardo Rasman, un povero psicopatico, si rifiutò di aprire la porta. La polizia non chiamò il centro di salute mentale, entrò con la forza, gli bloccò i polsi con due manette, gli legò le caviglie con filo di ferro e lo pestò – dall’autopsia emerge una ferita alla testa inferta presumibilmente con un corpo contundente – poi lo stese a terra, un agente si sedette sulla schiena e lo sventurato morì per asfissia. Il giudice ha condannato due capi pattuglia e un assistente a sei mesi di reclusione ciascuno con la sospensione condizionale della pena.
Stefano Cucchi, arrestato a Milano nella notte del 15 ottobre 2008, morì una settimana dopo all’Ospedale “Sandro Pertini” per un violentissimo pestaggio e sono in pochi a credere che i colpevoli pagheranno. In compenso, Spartaco Mortola, ex dirigente della Digos di Genova durante il G8 del 2001, condannato in secondo grado a tre anni e otto mesi di carcere e a cinque anni di interdizione dai pubblici uffici per l’irruzione alla scuola Diaz, è stato promosso questore.
Qui da noi va così. Dal 2001 al 2010 nell’inferno delle carceri sono morti 1582 detenuti; di essi 775 si sono suicidati. Gli Istituti di pena ammassano reclusi come carne in scatola, ma nessuno muove un dito, così come nessuno parla dei CIE, i lager nei quali, per disposizioni del ministro Maroni, non fanno entrare nemmeno i deputati.

Questa è la nostra storia e, parlando di giustizia, un docente non può non ricordarlo: la legge Reale del 22 maggio 1975 consente alla forza pubblica discrezionalità nell’uso delle armi per necessità operative, estende il ricorso al carcere preventivo anche senza flagranza di reato, in modo da tener “dentro” un cittadino per 96 ore senza un decreto dell’autorità giudiziaria. Nel 1986 la legge n. 663 introduce l’articolo 41 bis che, emendato dall’art.19 del decreto legge n. 306, nel 1992 estende le limitazioni ai detenuti (anche in attesa di giudizio) per criminalità organizzata, terrorismo o eversione, riduce il numero e modifica le regole dei colloqui, limita la permanenza all’aperto (“ora d’aria“) e censura la corrispondenza. A tali categorie di detenuti s’è applicato l’art. 4 bis della stessa legge, che concede i benefici carcerari e le misure alternative alla detenzione (permessi premio, lavoro esterno, affidamento a servizi sociali, semi-libertà, detenzione domiciliare) solo a chi collabora con la giustizia. Di nuovo “carcere duro“, quindi, ma, dicono in molti, quello fascista era più mite,
Nel 1995 il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, dopo aver visitato le nostre galere e verificato le condizioni dei detenuti soggetti al regime ex art. 41 bis, ha concluso che le restrizioni rendono i trattamenti inumani e degradanti. I detenuti, privati di ogni attività e tagliati fuori dal mondo esterno, presentano alterazioni spesso irreversibili delle facoltà sociali e mentali.

Nel 2002 il Ministro della Giustizia Castelli volle rendere permanente la validità dell’art.41 bis e il Parlamento con la legge 279 approvò la proposta, sicché oggi non c’è più alcun limite temporale e si va avanti così: una visita di un’ora al mese, sessanta minuti di colloquio, ascoltato e registrato, solo con familiari di grado diretto o conviventi. I volti sono separati da una lastra blindata per impedire, col gelo trasparente del vetro, ogni calore di contatto umano anche quello d’una mano sfiorata. La condanna, la pena e la sofferenza toccano così anche ai parenti innocenti. Lo scambio delle voci non è diretto: la voce, fatalmente alterata, passa per un citofono. Pare che a poco a poco si smarrisca così il ricordo del suono vero. Un ipocrita residuo d’umanità consente che i figli minori di12 anni possano parlare senza vetro e citofono una volta al mese, per dieci minuti.
Il Sant’Uffizio avrebbe provato brividi.
Il fine costituzionale del “recupero” è smarrito: mafiosi e “sovversivi” non sono più riconosciuti come uomini e poco importa se l’isolamento profondo fa impazzire. Il “pacchetto sicurezza” porta voti e più lo inasprisci più ci guadagni. Di qui, la gara a chi fa meglio: limiti alla possibilità di corrispondere con le famiglie, posta controllata, nessuna attività ricreativa, nemmeno se si tratta di studio, nessuna frequenza di corsi scolastici. Il detenuto studia da solo. Anche le celle sono fatte apposta: fitte maglie metalliche filtrano la luce e l’aria e le file di sbarre sono moltiplicate. Non c’è un’utilità pratica, né si garantisce più sicurezza. C’è, com’è stato scritto, “il valore simbolico ed effettivo di una ordinaria continua afflizione“*. Una sola via d’uscita: collaborare con la giustizia, com’era durante il fascismo, quando se la cavava solo chi vendeva nomi e passava al regime.

Questa è la storia. Napolitano e il Parlamento, che si strappano i capelli per Battisti non estradato da un Brasile che non prevede ergastolo e tortura, farebbero meglio a occuparsi di quello che accade a casa nostra. Una casa di cui noi, che siamo insegnanti, non possiamo che spiegare la miseria morale.

* Prefazione di Sergio D’Elia a Nazareno Dinoi, Dentro una vita

Uscito su “Fuoriregistro” e “Report on line” il 10 giugno 2011

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