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Posts Tagged ‘Masaniello’

downloadEsercito in assetto da campagna, leggi speciali, secoli di galera e soggiorno obbligato. Lo Stato borghese affronta così i Fasci Siciliani. I socialisti “legalitari” colti di  sorpresa  – Turati è fermo alla lezione di Engels sullo spontaneismo del Sud -, l’estrema sinistra, a quel tempo anarchica e già minoritaria, in eterna attesa della rivoluzione che non verrà e il disastro giunge puntuale. Non c’è una teoria buona per ogni tempo. Ci sono pensatori che guardano al tempo loro e chi fa di un metodo di lettura le “dodici tavole”.  Le inedite parole di questa canzone napoletana sequestrata dalla polizia crispina non ci parlano solo di tempi lontani. Anche oggi l’anacronistico conflitto tra “purezza rivoluzionaria” e “via legalitaria” produce corti circuiti e apre la via alla reazione.

Napule bella è ‘na schiumma d’oro,
s’hanno arrubbate tutte cose lloro
e ricche hanno arrubbate e puverielle,
Facimme come fece Masaniello.

So ‘sti guverne tutt’assassine,
so cose propete da stravede’.
Chiunque saglie fa ‘n‘arruine,
nisciune dice: cheste che d’è!

Nu guappe deputate è De Felice
Chi nun ‘o sape, overo nun ‘o dice:
Pe’ senza niente l’hanno condannate
a diciott’anne e pure survigliate.

So ‘sti guverne tutt’assassine,
so cose propete da stravede’.
Chiunque saglie fa ‘n’arruine,
nisciune dice: cheste che d’è!

Hanno arrestate a tutt‘e socialiste
sagliuto a lu putere è pure Crispe,
Ma u cunte s’hann’a fa ch’hanno sbagliato:
mo sentarranno ‘e botte d’o Mercato

So ‘sti guverne tutt’assassine,
so cose propete da stravede’.
Chiunque saglie fa ‘n’arruine,
Nisciune dice: cheste che d’è!

Iamm‘a piglia’ ‘e legne e li fascine,
struimme a chesta razza ‘e malandrine,
struimme a chesta razza de ministe
ca chiste songo ‘e vere cammorriste!

So ‘sti guverne tutt’assassine
so cose propete da stravede’.
Chiunque saglie fa ‘n’arruine,
Nisciune dice: cheste che d’è!

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scansione0001Questo documento apre il misterioso fascicolo che contiene gli atti istruttori di un processo penale a mio carico. Non entro nel merito. Dico solo che non c’è numero di protocollo e i dati copiati dalla mia carta d’identità, non sono esatti. Non abito a quell’indirizzo e sulla mia tessera, il n. 2 non c’è. Se fossi stato identificato col mio documento, il mio indirizzo sarebbe stato un altro: Via Saverio Altamura is. 22. Sono stato io a dire agli agenti che quello sulla tessera era un indirizzo inesatto e così è comparso il n. 2. In quanto alla frase conclusiva del verbale – “A questo punto, presumo, un ufficiale mi invitava a seguirlo per poter procedere a quanto da me chiesto” – non ha senso. uno sa bene, infatti, perché si trova in un ufficio di Polizia Giudiziaria e non avevo nulla da presumere; nessuno mi aveva invitato, costretto o accompagnato. Mi ero presentato per denunciare alcuni vigili che avevano picchiato un extracomunitario. Avrei potuto recarmi tranquillamente dai carabinieri o rivolgermi alla Pubblica Sicurezza. Com’è naturale, durante il processo, chi mi avrebbe condotto dai vigili non è stato interrogato: non si poteva perché non esiste.
E’ vero, il documento reca la mia firma autentica, ma io non l’ho mai firmato così com’è ora. A chi mi ha chiesto come sia possibile una cosa del genere, ho risposto che io saprei farlo. Avendo in mano due firme, si possono avere due documenti falsi con le firme autentiche. La tecnologia oggi fa miracoli. Non potendo provarlo, mi limito a dire che non so come sia andata. Che fine ha fatto la denuncia? Non lo so. L’ufficiale a cui mi rivolsi, una donna, mi chiese di ritirarla o di modificarla nelle sue parti più dure. “La città è difficile, gli agenti hanno famiglia, vuole che passino un guaio?”, insistette. Mi lasciai convincere. Non mi sarebbe piaciuto farla pagare ai figli. “Vorrei che si limitassero a fare il loro dovere”, replicai, ma dettai un’altra denuncia meno dettagliata. Firmai, accettai un caffè, i ringraziamenti, una stretta di mano e via. Le denunce rimasero entrambe in mano agli agenti. Mentre prendevamo il caffè, l’immigrato che avevo visto cadere a terra, investito da schiaffi e pugni, stava rilasciando negli stessi uffici una “spontanea dichiarazione”, (conosceva l’italiano?) scritta a penna, in stampatello in cui, guarda caso, teneva a precisare: “Sono caduto a terra, ma non mi sono fatto niente. Non ho ricevuto schiaffi e pugni”.
Non avevo nemmeno lasciato la signora Tenente e il suo gentile caffè, che già i solerti tutori dell’ordine si erano messi all’opera per denunciarmi alla Procura della Repubblica. Secondo i galantuomini in divisa, per favorire la fuga di alcuni immigrati, avevo guidato una vera e propria sommossa ed ero stato un così abile Masaniello, da costringerli addirittura a chiedere rinforzi! il 5 febbraio il Sostituto Procuratore della Repubblica ordinò: “si iscriva altresì Aragno Giuseppe per il reato di cui agli articoli 110-337 C.P.
Le indagini su fatti che riguardavano me, ma a rigor di logica anche i vigili, non furono affidate alla Pubblica Sicurezza o ai Carabinieri. Il giudice istruttore affidò la faccenda ai… vigili, che indagarono per quasi tre anni, e non sentì mai il bisogno di interrogarmi,. A quanto pare, non si accorse nemmeno che nelle deposizioni dei tre agenti che mi accusavano c’era uno stranissimo errore. Interrogati separatamente, i tre vigili ricordarono nomi e dettagli minimi, ma sbagliarono sempre la data dei fatti che denunciavano. Mistero misterioso, ricordavano tutti l’identica data sbagliata. Lo stesso errore per tutti e tre. Come se avessero concordato una versione inavvertitamente imprecisa, andò a finire che la rivolta da me capitanata non era più avvenuta il tre, come avevano inizialmente denunciato, ma il 4 febbraio. Se si fosse trattato di un omicidio, avrei ucciso due volte la stessa persona!
Il 7 maggio 2009 il Sostituto Procuratore Stefano Capuano mi accusò di avere, in concorso con altri, minacciato gli agenti, inveito contro di loro, intralciato il loro lavoro e favorito la fuga di alcuni delinquenti. Reati che ti possono costare un bel po’ di galera. In tre anni non aveva mai ascoltato la mia versione dei fatti, non mi era stato notificato un avviso di garanzia, non sapevo nulla di nulla delle indagini e ora d’un tratto il signor giudice mi dava 20 giorni di tempo per “presentare memorie, produrre documenti, depositare documentazione relativa ad investigazioni del difensore ovvero chiedere di essere sottoposto a interrogatorio”. Pensai che non meritasse di incontrarmi.
Ne ero convinto: Il processo non aveva né capo e né coda e l’ho detto chiaro, quando finalmente ho potuto parlare. Dopo la deposizione, l’accusa si è vista costretta a chiedere l’assoluzione dell’imputato. Fosse capitato a me, mi sarei vergognato. Durante l’interrogatorio, ho osservato che sarebbe stato opportuno chiedere spiegazioni ai galantuomini in divisa, ma è stato inutile. Mi sarebbe piaciuto sapere se è vero che gli agenti smemorati hanno fatto una colletta per l’immigrato, dopo averlo malmenato; sapere se hanno l’abitudine di far collette per tutti gli sventurati che acchiappano. Se non è così, perché farla proprio quel giorno?
Il giudice non poteva che assolvermi. Avrebbe forse dovuto accertare l’attendibilità dei testi, ma sarebbe stato chiedere troppo. Ormai è acqua passata, ma la lezione amara che viene oggi da questa penosa vicenda, è ben più triste di quello che appare. Che fine ha fatto l’immigrato picchiato? In quale campo di concentramento l’abbiamo chiuso? Quante angherie impunite ha subito ancora, dopo i pugni e gli schiaffi? Quanto ci odia? Quanto sarebbe facile oggi convincerlo a metterci un coltello alla gola? Parliamo tanto di terrorismo e fanatismo islamico, ma facciamo finta di non sapere che quel fanatismo nasce dallo scontro con un altro, più feroce fanatismo ideologico: quello neoliberista, che cancella diritti e genera leggi e provvedimenti di polizia bestiali.
E’ il neoliberismo la vera fabbrica di morte di questo tempo disumano. Ma come si porta in tribunale un assassino che si chiama mercato?

Uscito sa Agoravox il 20 gennaio 2015

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