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Posts Tagged ‘Mario Sechi’

clip_image001Poiché se non stanno zitti, i protagonisti dell’informazione televisiva fanno gli smemorati, vale la pena di provvedere. Dopo l’ennesimo campanello di allarme suonato a Como, tiro fuori dal mio cassetto due pillole di fosforo e le regalo a Mario Sechi, che minimizza e se la prende con quotidiana violenza della politica. Io mi ricordo bene, però, che solo quattro anni fa il democratico campione della nostra libera stampa, tentò la scalata al  Senato con Mario Monti che, guarda caso, per recitare la farsa dello spread, s’era portato appresso Marco Rossi Doria, uno dei tanti rivoluzionari pentiti che, guarda caso per la seconda volta, promuoveva le democratiche ragioni del dialogo con i “ragazzi di Ezra”. Quello che accade, insomma, ha radici ben chiare e i “santi” per avvocato Casapound li ha trovati da tempo nelle alte sfere della politica.
Ecco le pillole di fosforo.

Ma il canto di Ezra non nasconde il male

D’accordo. Ognuno si sceglie il poeta che meglio risponde alla sua sensibilità, ma mi pare difficile negarlo: non si legge correttamente la storia facendo ricorso agli strumenti del letterato, alle emozioni del “lettore” e alle suggestioni della psicopatologia. Non entro qui nel merito delle “case” e delle cose di Ezra Pound e nemmeno di quella sconosciuta nebulosa che si cela dietro la formula generica dell’infermità mentale. Pazzo mi dicono fosse Adolfo Hitler e sarebbe stato da curare. E, tuttavia, se pazzi siano stati dal primo all’ultimo soci, complici e camerati, è difficile da credere e, in ogni caso, nessun dialogo con una così infame e criminale follia fu mai realmente possibile: il racconto dei fatti è solo raccapriccio. Lascio a chi le ama le riflessioni sulla poesia di Pound, che Rossi Doria ha consegnato a “Repubblica” giorni fa. Per quanto mi riguarda, se la misura delle “cose fatte” si ricava dalla “intenzioni”, se il gioco delle cause e degli effetti si colloca impropriamente sull’incerto confine della pazzia, se ci si muove tra sensazioni e filosofia, finisce che può essere vero tutto e il contrario di tutto. E’ questione di metodo e di punto di vista e, per carità, mi guardo bene dal sostenere la pura e semplice verità del fatto. Tuttavia, fuori dal campo dell’estetica, dalla soggettività del lettore, dall’interpretazione del “messaggio poetico” e del valore che ognuno è libero di assegnare alle parole, sono i fatti a parlarci degli uomini e dell’agire loro. I fatti soprattutto e le risposte che essi – testimoni muti del loro tempo – danno alle nostre domande.
Rossi Doria, del resto, anche questo ha il suo peso, giunge buon ultimo a dichiarare la sua passione poundiana, subordinando al valore del poeta il sistema di valori di cui si fece espressione. Prima di lui ci hanno provato, infatti, la cultura filosofica e la storiografia di destra. Giulio Giorello s’è spinto sino all’ “elogio libertario di Ezra Pound”, diventato addirittura un “nemico dei tiranni”; di Pound si sono innamorati Giano Accame, per il quale nemmeno Giovanni Preziosi fu razzista, e Luca Gallesi, che s’è sforzato – come se tanto bastasse a giustificarne le scelte – di vedere una matrice anglosassone e laburista nelle soluzioni economiche mussoliniane, nella “follia” nazifascista del poeta dell’Idaho e in un antisemitismo che, negli anni Venti, sarebbe stato totalmente ignoto al pensiero del duce.
Buon ultimo, quindi, Marco Rossi Doria s’è assunto la complicata e inutile difesa d’ufficio di un Ezra Pound collocato soprattutto nell’empireo degli intellettuali e dei poeti. E l’ha fatto lasciando ai margini, come un incidente che riguardi solo la sua salute mentale e un dato secondario della sua vicenda umana, quel feroce schierarsi col nazifascismo, quella sua ostinata e mai apertamente sconfessata difesa della miseria materiale e morale di Salò che, val la pena di ricordarlo, segna il punto basso, la vergogna estrema cui è giunto finora questo nostro Paese sventurato. I fatti, però, quelli che ci raccontano la storia quando poniamo le domando giuste, i fatti sono ben altri. Gli affari di casa innanzi tutto. Occorrerà pur dirlo: nessun antisemitismo britannico o statunitense degli anni Venti ha prodotto leggi razziali come quelle che il fascismo regalò all’Italia alla fine degli anni Trenta. In quanto al resto, mentre il revisionismo infuria e la parificazione tra fascisti e partigiani punta a colpire apertamente il cuore della Costituzione, un intellettuale democratico, progressista e antifascista che scelga di parlare alle giovani generazioni, non può far finta d’ignorarlo. Le parole sono pietre e, dietro “i ragazzi di Ezra”, come Marco Rossi Doria definisce i neofascisti di Casa Pound, si vedono bene e molto da vicino i “bravi ragazzi di Salò” tirati fuori dal cilindro anni fa da Luciano Violante. Troppo da vicino, perché tutto si riduca a una semplice e semplicistica questione di letteratura. Schierandosi con la Repubblica Sociale, Ezra Pound scelse il campo di chi volle il genocidio e la Shoà. Era impazzito, sembrerebbe, ma gli si fece grazia della vita e dopo una complessa e travagliata vicenda, gli si rese poi la libertà. Pazzo, sano, libertario o fascista che fosse, egli sembrò ribadire la sua fede e lasciò di sé, anni dopo, parole che si direbbero un testamento spirituale: “…sul lembo estremo dei Gobi, bianco nella sabbia un teschio canta e non par stanco, ma canta, canta: Alamein! Alamein! Noi torneremo! Noi torneremo”.
I “fascisti del terzo millennio” ritengono che Pound non fosse pazzo e condividono coi fatti il suo pensiero politico. Importa poco se Pound sia stato un traditore o un visionario. Fino a quando le sua follia sarà la fede di “Casa Pound”, il dialogo è improponibile. E’ vero. Molto ancora dovremo interrogarci sul senso storico del secolo scorso e il mondo in cui viviamo è complicato. Da troppe parti, tuttavia, e da troppo tempo, per ragioni oscure, è venuto e viene l’invito pressante a una pacificazione che ha assunto col tempo, ogni giorno di più, l’inaccettabile valore d’una parificazione. Rossi Doria dovrebbe saperlo: i vecchi e i bambini rom cacciati a suon di molotov da un nostro quartiere sono l’esito naturale d’una pratica di sdoganamento del fascismo alla quale da tempo i giovani antifascisti, nella loro stragrande maggioranza, si vanno opponendo con civiltà e misura. E’ vero che c’è un estremo bisogno di parole scambiate. Ma non meno vero è che non si può discutere con un’arma puntata alla tempia. E il fascismo, vecchio o nuovo che sia, è un’arma pronta a colpire, come ben sanno gli immigrati e gli omosessuali aggrediti e terrorizzati. Mi spiace doverlo dire, ma è così. Anch’io ho avuto in famiglia antifascisti e sono certo: è meglio lasciare in pace i padri e i nonni che se ne sono andati. Per quello che potevano, hanno già detto tutto ciò che c’era da dire. Nessuna violenza, quindi, ma un dissenso forte e chiaro. Qui non si tratta di pazzia, ma di una inaccettabile scelta di campo.

Giuseppe Aragno, “Repubblica”, redazione di Napoli, 7 ottobre 2009

Dialogo a tradimento

Succede a Napoli e, poiché ci vivo, non faccio fatica a capire: è l’incipit di un’offensiva destinata a durare. I neofascisti di “Casa Pound” occupano un vecchio monastero per farne un sedicente “centro sociale”. Grazie a Bassolino e soci, la sinistra s’è sciolta da tempo come neve al sole e, incontrastato, spira un vento fortissimo di destra. Com’è costume italico, i soliti “intellettuali” in cerca di “collocazione“, fanno sponda e aprono la breccia: “è necessario dialogare“, sostiene su “Repubblica” Marco Rossi Doria, seguendo il manuale del revisionismo e l’arte antica dei “gattopardi“. Il personaggio è noto, ma è bene ricordare: rivoluzionario ai tempi di Potop, poi “maestro di strada” a costi esorbitanti e risultato zero, sindaco mancato alla testa di un’insalata russa riunita sotto le bandiere d’una lista civica fatalmente “trasversale“, è passato dalla strada al palazzo col ministro Fioroni e ha contribuito allo smantellamento della scuola statale.
Il “dialogo” offerto dà frutti immediati. Forte di tanto appoggio, “Casa Pound si scatena. La prima, prevedibile risposta è un agguato squadrista a uno studente antifascista. Indignato, reagisco all’indecente proposta che legittima di fatto il neofascismo e falsifica la cronaca e la storia in nome di malintese e presunte ragioni d’una sedicente “cultura della democrazia“, chiedo un po’ di spazio a “Repubblica“, e denuncio la manovra.
Rossi Doria si tace, timoroso che addosso gli piombi una valanga. Il 9 ottobre, però, puntualmente ospitato da “Repubblica Napoli“, torna alla carica, inventandosi fantomatici centri sociali di destra, in una città inesistente, fatta solo di “esclusi” e di “protetti”, e così salta il fosso: il sindaco, scrive, faccia da mediatore tra i centri sociali. Finalmente le cose sono chiare: dopo i ragazzi di Salò, occorre benedire quelli di “Casa Pound“, nonostante la caccia ai gay e agli extracomunitari e i frequenti agguati agli studenti di sinistra.
Che dire? La partita non sarebbe chiusa, se “Repubblica”, eccessivamente timorosa di alimentare una polemica che molto impropriamente giudica personale, mi nega la facoltà di replicare. Non è certamente una censura, ma se penso alle recenti, sacrosante battaglie, mi domando se libertà di stampa, non sia anche diritto di replica e “par conditio“. Sia come sia, rimane in vita la minacciata libertà del web cui affido la replica destinata al giornale e una richiesta: chi condivide, faccia poi “girare“.
Il “dialogo” colpito a tradimento
La Napoli di Rossi Doria è una mela divisa in due. Un taglio netto e dai confini oscuri: di qua i protetti, dall’altra parte gli esclusi. Un po’ schematico, ma funzionale. A rigor di logica mancano i protettori e, se vuoi esser preciso, provi a capire chi è che va escludendo. Se ci pensi poi bene, una domanda non la puoi evitare: dove metti, in questo disegno lineare e semplice, una scuola aggredita come il “Margherita di Savoia“? In quale delle due città? E dove si colloca Francesco Traetta, un ragazzo mandato all’ospedale con una costola rotta, solo perché ha portato a scuola un partigiano? Chi è Francesco? Un “protetto, un “escluso o più semplicemente e drammaticamente l’idea stessa di “dialogo” ferita a tradimento nella città in cui Rossi Doria offre al fascismo la legittimità che la Costituzione gli nega?
Lo so. Siamo tutti contro il revisionismo e tutti democratici. Di democrazia si riempie la bocca chiunque ne ha bisogno per non sai quali scopi. Ne parla spesso persino Berlusconi. Difficile è capire come si fa ad essere davvero democratici e ancora più difficile saper dire verità impopolari, nel nome e per conto della democrazia. Se la smettessimo di fare delle parole un’arma impropria, per sostenere tesi avventate e demagogiche, se cercassimo soluzioni reali e leali a problemi nelle cui pieghe si cela l’agguato di Francesco, se la piantassimo finalmente di andare per la tangente e cercare l’applauso, diremmo che il ragazzo è una vittima e non ci sfiorerebbe nemmeno il pensiero che a dirlo si può spingere all’odio.
Se Francesco è una vittima, è chiaro che ci sono dei carnefici e non so per quale singolare follia dovremmo mettere insieme il giovane antifascista e chi l’ha massacrato. La dico tutta e fuori dai denti, perché mi pare chiaro che la questione riguardi, a questo punto, il senso stesso della convivenza civile. Con la storiella comoda e strumentale degli steccati da saltare, si fa di ogni erba un fascio e si protegge oggettivamente gente che predica da sempre la violenza. A me non importa da che parte venga e di che colore sia. Nella risibile società degli esclusi e dei protetti, il confine che separa chi colpisce da chi è colpito dev’essere visibile e ben definito. E non c’è dubbio, la domanda è una: per saltare non so bene quali suoi steccati, chi sosterrebbe a cuor leggero che, per risolvere il caso Saviano, il sindaco dovrebbe mettersi a un tavolo e fare da mediatore tra il giovane scrittore e i casalesi?
E torno a Napoli. Sempre più sventurata, devo dire. La guardo sconcertato, così come mi viene dipinta, e non la riconosco. Mi ci perdo. Una sola divisione: esclusi e protetti. I confini, tirati con la squadra e con la riga, sono incomprensibili e irreali, ma il quadro è suggestivo: due città che non si parlano e quasi non si conoscono. Ma quali città? E di che mondo parliamo? Se solo ti guardi attorno attentamente, il conto non ti torna. Nello stesso quartiere, nello stesso vicolo, spesso nella stessa famiglia, c’è tutta la complessità della vita. La gente parla e non c’è mai silenzio. La gente si incontra, si scontra, tratta, contratta, si conosce e trova modo di riconoscersi. Non ci sono due città, esiste solo un insieme di diversità, un’articolata molteplicità e la realtà non è riconducibile a una sorta di inverosimile binomio. Napoli è una metropoli che si legge a “strati” e non puoi chiuderla nell’antico stereotipo della città borbonica quasi per vocazione. Certo, se la guardi in superficie, ci trovi l’eterno malcostume politico e il ricatto clientelare che invischiano tutti i ceti nell’ideologia subalterna d’un popolo quasi indifferenziato. Ma se ti fermi a guardare, se stai per strada e vivi tra la gente, scopri che la salute è sorprendente, ti accorgi che la vita pulsa, che le tensioni sociali non erompono più fatalmente in protesta plebea e non soffocano malamente in un rigurgito sanfedista. Se vai più a fondo, e devi saperci andare, immediato giunge l’impatto con la borghesia e, se vuoi capire Napoli, tu devi farci i conti. Non puoi fermarti a Viviani e nemmeno conoscere solo Eduardo De Filippo. Il mondo cambia e, se tu non lo vedi, inganni te stesso o, peggio ancora, stai ingannando gli altri. Dov’è questa nuova “Berlino” col suo muro e i protetti da un lato, gli esclusi dall’altro? A meno di non esser ciechi – questo forse è il problema – la città è un inestricabile intreccio. Assieme all’economia del vicolo e a nuclei di plebe, per i quali il tempo non passa, la maturità non giunge, la coscienza civile non si forma, trovi una borghesia articolata che guarda in alto, ma ha frange che si proletarizzano; trovi, se guardi, un proletariato che ha avuto una gran storia. Gente che ha ancora un’anima e resiste al richiamo del vicolo, portandosi dentro l’identità di classe, sebbene sia ormai perennemente terrorizzata dal pauroso binomio licenziamento-disoccupazione e appaia piegata sotto i colpi di un’offensiva padronale così disgregante, che non ha precedenti nella storia della repubblica. E non basta. Quanto di militanza giovanile non sanno più raccogliere i partiti storici dei lavoratori, vive nei centri sociali “rossi“. Solo in quelli, perché centri sociali la destra non ne ha. Quale che possa essere la parte politica, nessuno onestamente può negarlo: nonostante limiti e insufficienze, negli ultimi anni questi ragazzi hanno costruito forme di democrazia “dal basso” che meritano rispetto. Sono stati protagonisti di una battaglia coraggiosa, civilissima e non ancora del tutto conclusa, quando la città è diventata un’enorme e vergognosa discarica a cielo aperto e hanno marciato con padre Zanottelli; svolgono ruoli attivi e propositivi nei “Comitati di quartiere” e nelle rare iniziative in cui la città mostra di essere ancora politicamente e socialmente viva. Chi li ha visti all’opera a Bagnoli, accanto a genitori, insegnanti e bambini in lotta per la scuola nella lunga ed esemplare vicenda del “Madonna Assunta“, chi li vede impegnati a fianco agli immigrati, chi ha la fortuna di stare con loro nelle assemblee universitarie e nelle manifestazioni in piazza, non può che togliersi il cappello. Ci sono limiti, errori e contraddizioni e sarebbe strano che non fosse così, ma c’è una passione civile che non è facile trovare.
La democrazia è partecipazione e Rossi Doria in piazza non si vede mai, ma lo ricordo negli anni della giovinezza, quando tutti eravamo autonomi e rivoluzionari. Il suo “potere” era allora tutto operaio. Non so di dove tragga fuori i suoi giudizi e i malaccorti e velenosi suggerimenti che regala al sindaco Iervolino. So che questo suo insistere nel paragonare i ragazzi dei centri sociali agli squadristi che hanno massacrato di botte Francesco Traetta, un loro compagno, uno di loro, non è solo una bestemmia. Somiglia molto a una sorta di provocazione, a qualcosa che sta la speranza e l’istigazione che mi auguro inconsapevole. Che si vuole davvero: evitare o scatenare la rissa? Protetti o esclusi: non sta in cielo né in terra. Tutto nasce semplicemente da una micidiale distorsione dei fatti? Può darsi. Ma questo è davvero il revisionismo. E sono sinceramente preoccupato.

Giuseppe Aragno, “il Manifesto” 15 ottobre 2009.

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