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Posts Tagged ‘Mario Avoletto’


Consultare documenti della Pubblica Amministrazione è un diritto dei cittadini che abbiano un interesse giuridicamente rilevante, quale, per dirne uno, quello della ricostruzione storica. Gli Enti Pubblici, quindi, devono rendere consultabili i propri archivi. Questo non vuol dire, però, che il contatto cittadino-documento avvenga in tempi ragionevolmente brevi. In realtà, se tutto va bene – ed è raro che accada – la consultazione richiede decenni.  Un documento diventa «storico», infatti, quando riguarda affari esauriti da oltre trent’anni ed è sopravvissuto a una selezione che l’ha ritenuto «inutile», consentendone la distruzione. Se si pensa al cosiddetto «armadio della vergogna», si può continuare a dire che distruggere arbitrariamente un documento è un reato penale, ma è impossibile negare che sono esistiti documenti spariti o impunemente occultati.
Diventato «storico», occorre che un documento sia versato agli archivi assieme agli strumenti che lo rendono consultabile: registro di protocollo, che ricorda i documenti ricevuti e spediti e i dati identificativi; ordine logico nella conservazione, rispetto della sua integrità, assenza di danni e se necessario lavoro di restauro. Spesso gli oltre trent’anni diventano così quaranta. Per non dire dei documenti di politica estera o interna «riservati», per i quali la consultazione non può avvenire prima dei cinquant’anni.
Chi ha dimestichezza con le carte di polizia, sa che quanto vi si racconta va preso con le molle. Per una regola non scritta, infatti, i «sovversivi» si comportano quasi sempre male con la famiglia, le donne che non si allineano alla morale corrente sono quanto meno delle poche di buono e in tema di manifestazioni di piazza, il disordine e il male sono puntualmente dalla parte dei manifestanti, gli infiltrati non esistono e i comportamenti delle forze dell’ordine sono sempre giustificabili, legali e quindi ineccepibili.
Non so se i documenti istituzionali riguardanti la Rete no global e i fatti di Napoli del 2001 saranno considerati «riservati» e ammessi alla consultazione nel 2051, ma l’esperienza mi dice che ne verrà fuori comunque una storia di parte, in cui alla voce delle istituzioni e alle descrizioni di black blok, violenti e «sovversivi» non potranno fare da contraltare racconti, sensazioni e fatti narrati dai cittadini protagonisti di quel momento particolarmente importante della storia del nostro Paese. In questo senso il libro intitolato Da Seattle a Genova. Cronistoria della Rete no Global, curato da Daniele Maffione e pubblicato a giugno da Derive e Approdi, con una prefazione di Marco Bersani (pp. 320, euro 20), svolge una funzione importante, non perché intende stabilire le ragioni e i torti di chi fu in piazza, collocato in opposte trincee, ma perché «conserva» nell’archivio della memoria collettiva il senso di una lotta, visto da un punto di vista che rischia di perdersi per sempre: quello di chi, con singolare tempismo, seppe cogliere alcune caratteriste di una stagione che si apriva. Caratteristiche che i documenti ufficiali non ricorderanno, ma le testimonianze dei protagonisti richiamano, confortati da una conferma: i fatti che stiamo vivendo.
Ai primi del secolo si poteva essere d’accordo o trovare l’analisi sbagliata. Oggi no, oggi che il movimento no global di fatto non esiste più, solo chi è in mala fede può negare ciò che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi: le teste pensanti del capitalismo, in particolare nella sua più recente evoluzione – quella neoliberista fondata sulla globalizzazione – avevano in mente un progetto chiaro. Intendevano creare i presupposti per una feroce concentrazione della ricchezza nelle mani di una piccola e potentissima pattuglia di super ricchi e farlo senza tenere in nessun conto i diritti della stragrande massa di abitanti del pianeta, anche a costo di ridurre l’umanità alla disperazione e creare un rischio di estinzione per la vita dell’uomo sul pianeta. E’ quanto purtroppo sta accadendo.
Altri prima di Maffione si sono affaticati per far luce sugli ordini ricevuti dai reparti scelti delle nostre forze dell’ordine e sulla brutalità cui esse fecero ricorso per eseguirli. Far luce su quegli ordini da golpe cileno e quell’esecuzione da fascismo delle origini è un lavoro importante che andava fatto, anche perché ha mostrato la fragilità delle nostre istituzioni democratiche e ha indicato dove cercare le radici dell’attuale barbarie. Il merito del libro curato da Maffione è un altro e certo più notevole e necessario: per quanto riguarda il nostro Paese, infatti, il libro chiama a raccolta i protagonisti della grande battaglia che si è combattuta dal 1999 al 2002 e chiede a ognuno le ragioni per cui si mobilitò. Cosa spinse militanti e cittadini che di politica non si occupavano più, o non si erano mai occupati, a collegarsi a un movimento di dimensioni planetarie per urlare il proprio no alle ricette prescritte dai vertici del FMI, della Banca Mondiale, del Wto, dell’Ocse e dei tanti organismi di natura solo apparentemente economica, che abbiamo imparato a conoscere meglio nel corso di questi anni? Quale potere legittimo avevano tali organismi per sostituirsi di fatto alla politica?
Il libro di cui parliamo si sgancia intelligentemente da un dibattito che si è polarizzato sulla violenza delle Istituzioni e sulla risposta di una generazione che rifiuta quel modello di ordine costituito; cerca invece punti fermi che superino il momento feroce dello scontro e ci riporta a un dato di fatto decisivo per chi voglia capire ciò che accadde e perché accadde. L’ha scritto su «Left» lo stesso Maffione e val la pena di ricordarlo: «La contestazione al G8 non nacque per puro caso, ma venne preceduta da una lunga preparazione e da un’incubazione tanto delle strategie del dissenso, quanto della repressione». Di qui il vuoto riempito rispetto alla centralità vera o presunta dei fatti di Genova, che probabilmente non avremmo avuto senza quelli di Napoli nel marzo 2001, senza la contestazione al Global Forum dell’Ocse che vi si svolse. A ricordarci la centralità di quattro giornate che radunano decine di migliaia di persone giunte da ogni parte d’Italia e da numerosi Paesi d’Europa e consentono alle Istituzione di sperimentare forme di repressione inaudite ed evidentemente sperimentali rispetto al luglio genovese, sta il fatto che di quella violenza in sostanza sovrapponibile, sono responsabili centrodestra e centrosinistra – a Napoli opera il governo Amato, a Genova quello Berlusconi – mentre alla testa della polizia inferocita troviamo in entrambi i casi Gianni De Gennaro.
In questo senso il libro offre finalmente un bilancio politico dei fatti. Lo fa coinvolgendo un folto numero di intellettuali, lavoratori, rappresentati della società civile, attivisti e lavoratori, utilizzati intelligentemente per spiegare a chi non c’era, al di là di quanto ci racconteranno le Istituzioni, cosa accadde davvero al termine di una grande stagione di lotte, talvolta ingenua, ma ancora viva nei suoi contenuti. Il lavoro si divide in cinque sezioni. La prima, superando coraggiosamente il problema del rapporto tra il passato e gli strumenti linguistici per ricostruirlo, su cui molto si è soffermato Hayden White, sceglie la tradizione narrativa e diventa racconto scritto dallo studioso Francesco Festa, che, prendendo felicemente spunto da un’inchiesta giornalistica, descrive con puntualità l’origine e la complessa natura di classe della Rete No Global nell’Italia meridionale. Segue poi un lavoro sulla Cronistoria della Rete no Global e delle quattro giornate di Napoli contro la globalizzazione, con testimonianze tutte interessanti e spesso diversificate, tra cui voglio ricordare per ragioni personali, quella di Francesco Amodio, recentemente scomparso, quelle di compagni di lotte quali Alfonso De Vito e Mario Avoletto, e quella di Francesca Menna, che ripercorre il viaggio particolarmente significativo dai no global ai meetup. Indiscutibilmente notevole quella di Don Vitaliano Della Sala, il parroco no global, che ha arricchito il libro con alcune lettere inedite.
La parte che riguarda l’incubazione del G8 di Genova, si occupa con ineccepibile rigore delle violenze subite dai manifestanti. Chiudono il libro una sezione archivistica, che si deve soprattutto al contributo offerto dal ricercatore Fabrizio Greco, e una sezione visiva, formata dalle foto di Luciano Ferrara, dalle grafiche offerte da Massimo Di Dato/Karl Max e dai manifesti di Francesco Sollazzo.
Conclusa la lettura, ciò che colpisce è la capacità di sfuggire ai luoghi comuni e di proporre un racconto collettivo, una sorta di canto corale, ma anche di contro narrazione di un momento probabilmente cruciale della nostra storia recente. Il lettore sente di aver acquisito molteplici strumenti per raccogliere le idee e farsi un’opinione personale non solo, o quantomeno non esclusivamente, della rete no global, ma di poter guardare al presente avendo tra le mani una chiave di lettura fornita dal passato. Il capitalismo, così come l’abbiamo visto all’opera in questi terribili anni di pandemia, diventa d’un tratto un «re nudo», con le sue responsabilità nella devastazione dell’ambiente, con la sua avidità nella ricerca del profitto, con la sua connaturata tendenza all’autodistruzione. Da questa consapevolezza partì la Rete no global e ricostruirne oggi le ragioni, significa anzitutto riacquistare la consapevolezza che ricordare non vuol dire semplicemente conoscere il passato, ma ascoltarne l’invito, oggi più che mai pressante, a non essere spettatori, ma protagonisti della costruzione del futuro. I divari sempre più profondi, l’onda dei virus che ci assale, lo strumentale elogio del privato a danno del pubblico, la distruzione della formazione, non sono catastrofi naturali. Sono il prodotto della storia. E la storia è figlia del conflitto. E’ ancora vero: un mondo migliore è possibile. Perché nasca, però, è questo credo sia il messaggio più autentico del libro, occorre unirsi e lottare, imparando a valorizzare al massimo ciò che ci unisce profondamente. Qualora ce ne fosse bisogno, dal 2001 a oggi i fatti l’hanno dimostrato: il capitalismo è il più pericoloso nemico dell’umanità.

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downloadHo sorriso ieri, all’«ex OPG Je so’ pazzo», pieno di gente, quando un amico di vecchia data mi ha avvisato: «in giro c’è chi dice che ti sei troppo appiattito sul sindaco». Poiché non mi sono spostato di un millimetro e sto come sempre a sinistra, ne ho ricavato una conclusione: come fanno gli storici compiacenti che ignorano i documenti, quando non raccontano la «verità» dei padroni, così alcuni sedicenti compagni fanno con chi non sta con loro. Non ti vedono come sei, ma come vorrebbero che fossi.
Appiattito su cosa? Io, che oggi conosco De Magistris, so che è uomo di sinistra, come può e deve esserlo uno della sua generazione. Più adatto al suo tempo e più a sinistra di certi vecchi sinistri inaciditi. Più adatto per cultura, esperienza e temperamento. E non lo dice uno che scrive le vite dei santi.
E’ inutile che farsi le pulci l’uno con l’altro, mentre il mondo corre e non aspetta. Si può essere diversi e lottare per lo stesso obiettivo. Finché funziona, va bene com’è. Se qualcuno tradisce ne riparleremo.  L’anomalia Napoli ha molti protagonisti e suscita allo stesso tempo timore e spirito di emulazione. Parlo per me, per il contributo che ho potuto dare a un disegno collettivo, a cui tanti hanno messo mano senza per questo «appiattirsi».

Il primo passo concreto l’ho fatto il giorno stesso in cui De Magistris fu messo brutalmente alla porta. In un comitato nato per rispondere alla prepotenza, riuscii a far passare un principio: non stiamo difendendo un sindaco, ma la sua e la nostra città. E mi pareva già chiaro: per i cialtroni romani, Napoli e il suo sindaco andavano subito normalizzati. Erano già un’autentica anomalia.
Subito dopo, naturale conseguenza, il conflitto con la coscienza: un magistrato? Ma no, un ex magistrato… Sì, va beh, però uomo di quelle Istituzioni che hai rifiutato…
Ho cercato un confronto. Raffaele Paura è l’amico che se mi dice sbagli, mi ferma. Avrebbe bocciato l’idea che mi affascinava? E qual è questa idea? La dico sinteticamente. in origine avevo questo in testa: ricondurre il sindaco ai movimenti e i movimenti al sindaco. Come? Una «cessione di poteri», un trasferimento autentico. Per me era ed è un’occasione storica, un treno che non passa due volte. L’opinione, quella che sempre rispetto e quel giorno temevo, fu immediata: sai cosa penso dei magistrati, ma questo non è stato al gioco e s’è fatto mettere alla porta. Merita rispetto. Prova.
Occorreva parlarne anzitutto con lui, con il sindaco. L’ho scritto in un libro e non mi ripeto. Ho discusso del rapporto tra legalità e giustizia sociale, ma l’avevo già fatto nel 2012, quando presentò un mio libro sull’antifascismo e mi sorprese per la coincidenza delle opinioni. Venne la riconferma e fu il primo segnale di un’anomalia. Un magistrato a vita – non gliel’hanno mai tolta la toga, non si può fare – un giurista autentico, colto, che riconosce il tuo stesso confine: la legalità senza giustizia sociale è una prepotenza.

Il secondo segnale fu che ci si capiva benissimo quando si parlava di potere. Anche questa era un’intesa anomala: lo studioso dei perseguitati politici e un ex rappresentante dei persecutori. Solo che, guarda caso, il magistrato era finito tra i perseguitati. E poiché pensavo fosse in fondo un liberale, mi venne in mente Giovanni Amendola, che a quattro passi da Palazzo San Giacomo dirigeva “Il Mondo”, capofila della stampa antifascista che ora un marmo ricorda. Su questa base nacque un’intesa forte. Oggi lo so: l’uomo è integerrimo come Amendola, ma lo scavalca mille e mille volte a sinistra.
Cominciò la messa scalza. Non lasciai fuori nessuno. Tutti la stessa risposta: sì certo ha garantito spazi di democrazia dal basso, ma vorremmo capire. Secco e intellettualmente onesto il no di quello che allora era il Me-Ti; diventato poi Ex Opg, è stato il più veloce nel passaggio del guado e si è inventato il «controllo popolare». In tutti i movimenti c’era gente di prima qualità. Il più illuminante fu per me Mario Avoletto, che non è mai andato oltre una partecipazione iniziale a titolo personale e poi s’è fatto da parte. Mi confermò la formula base che conduce ad oggi: una progressiva cessione di poteri ai comitati attivi sui territori. Potere di decidere, potere di gestire. Seguirono per me incontri con il sindaco, lunghe lettere, riflessioni che avvicinano. Non ci poteva essere e non c’è appiattimento. Era un binario unico, con due forze che non puoi sovrapporre: una sintesi tra «vertice» e «base» che conservano le distanze.

Inizialmente assemblee da carbonari cui si veniva a titolo personale, senza impegnare gruppi e organizzazioni. Anche trovare una sede non era facile. Per l’esordio pensai al «Giardino Liberato», di cui sono peraltro il garante giuridico, ma non si poté fare; mi chiamò da Roma Enrico Voccia, amico carissimo, e mi spiegò che hanno le loro regole: occorreva un po’ di tempo. Aveva ragione a difendere la sua autonomia e non forzai la mano. Poiché il tempo mancava, pensai a Barbara Pianta Lopis, sempre così ospitale. Andò bene e ne uscii confortato*. A Bagnoli, in una sera di pioggia, tra mille scetticismi, la pubblica assemblea e la conferma che non si scavavano buchi nell’acqua.
Il 6 dicembre 2014, infine, missione compiuta: a palazzo San Giacomo c’erano più o meno tutti e l’anomalia Napoli divenne processo in corso. Chi più, chi meno, tutti i movimenti hanno poi fatto miracoli e la stampa dei padroni si è suicidata con la slogan sprezzante: «il sindaco dei sovversivi». Ho poi lasciato tutto in mano a tutti. Non ho mai barato. Non ho mai chiesto nulla. Ho sopportato le persone moleste che misurano gli altri da se stessi e mi hanno inutilmente atteso al varco delle candidature. C’erano compagni presenti all’ultimo garbato rifiuto: no, grazie, non mi candido, ho fatto ciò che credevo necessario. E poi sono vecchio.

Ho sorriso ieri, quando un amico mi ha parlato di appiattimento; gli ho spiegato che è giunta l’ora di farsene una ragione. Si rassegnino i duri e puri. C’è ancora chi lotta per ideali e non si mette in vendita. Ruoli? C’è a questo mondo chi ha sempre fatto ciò che credeva giusto, senza badare a chi fa ciò che gli torna comodo. E’ questa la prima anomalia del caso Napoli.  Se dovesse servire, ci penserei, ma non chiederei il consenso di nessuno. So sbagliare con la mia testa.
In due anni non mi sono mai fatto da parte, ma non mi sono mai nemmeno fatto avanti. Sono entrato in un comitato, uno solo: quello che lotta per la salute mentale. L’ho fatto dopo ripetute insistenze e quando ho capito che si poteva lavorare per un obiettivo che l’Italia ci invidia: l’«Osservatorio Comunale per la Salute Mentale». Non a caso comunale. I compagni che «noi non abbiamo a che fare con le Istituzioni», erano partiti dal ruolo che il sindaco ha: garante della salute. Da un’apertura alle Istituzioni, quindi. Poteva nascere solo così l’Osservatorio. Ho lavorato perché me l’hanno chiesto loro, i duri e puri, ma pochi giorni fa due dei più duri e più puri, un terzo sta dietro e tace, in un empito di durissima purezza me l’hanno contestato: «chi ti ha mai detto di parlare con il sindaco? Lo sai, sono state le nostre lotte…». No, non si tratta di Alzheimer. E’ malafede. Va così a questo mondo. Di mio ci ho messo l’intelligenza politica e il credito che i durissimi non hanno. Ho garantito per loro, bambini capricciosi o ambigui marpioni.

Ancora un passo: aiutare lo sforzo dei «Volontari di Napoli Insieme». Dare una mano a Salvatore D’Amico, che ritiene la solidarietà con i poveri un gesto politico e ha ragione. La sinistra non fa la carità dei preti, come dimostrano la storia del primo socialismo e dei pionieri delle prime organizzazioni operaie. Nessuno meglio di Ernesto Cesare Longobardi lo ha mai spiegato con più chiarezza ai compagni. Si era ai primi del Novecento e lui fu efficace e semplice: «E’ inutile parlare di organizzazione e di politica a chi la mattina non sa se la sera mangerà e non ha dove dormire la notte». Troviamogli un pasto, troviamogli un letto, aggiungo io, poi si potrà parlare di lotta.
Qualche giorno fa qualcuno mi ha detto che sono una merda e ha scagliato l’anatema: «agente del partito De Magistris, presto ti daremo quello che meriti!». Gli ho risposto che non mi fa paura. Non pubblico la lettera firmata perché il minacciato dovrebbe poi preoccuparsi di tutelare la salute di chi minaccia e perciò tengo per me i nomi dei campioni. Vale per loro quello che spesso diciamo dei fascisti: tornate nelle fogne.

* Qui ho corretto alcune parole frettolose e malaccorte. Pareva che ce l’avessi con Enrico o con i compagni del «Giardino Liberato», ma non è così e mi scuso.

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