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Posts Tagged ‘Mariastella Gelmini’

Tragicommedia. Non poteva che finir così. C’è davvero l’Italia di oggi nei cori sprezzanti dei tifosi contrapposti, nei cortei che si schierano davanti ai palazzi d’un potere sempre più estraneo, come fedeli davanti agli altari, in attesa dell’immancabile “miracolo”. Nell’incredibile confusione tra “liberazione” e “rito liberatorio“, c’è la comica tragedia d’un Paese che non s’è mai veramente “liberato“. Che il fascismo sia stato, come scrisse lucido Gobetti, l’autobiografia degli italiani, ora sì, ora si vede chiaro in questo surrogato di “liberazione“, che ci fa più servi in un inevitabile crepuscolo della democrazia. E’ vero, Berlusconi cade – e questo fa certamente bene – ma a chi torna ai ritmi del poeta latino – “nunc est bibendum” – il vino va alla testa e tutto si confonde nel gioco delle parti. Cade, sì, ma per mano di lanzichenecchi della finanza e di squallidi capitani di ventura, suoi pari, come Sarkozy e la Merkel, che l’hanno detto chiari e minacciosi a Papandreu: se si rompe il giocattolo, si torna all’Europa dei conflitti. Cade e l’Italia fa festa o protesta; in piazza c’è chi l’ha combattuto per anni, impotente, inascoltato e tradito da opposizioni complici che non l’hanno mai inchiodato al conflitto d’interesse, e chi l’ha liberamente eletto, esaltato e spesso idolatrato; strati sociali così vasti e così variamente connotati, che parlare ancora di “società civile” pare non abbia più senso. Brinda, fa festa o protesta, l’Italia, ma è un’Italia avvilita che non trova rappresentanza politica e cerca invano una classe dirìgente capace di arrossire, che mostri senso del pudore e quella capacità critica che distingue gli uomini liberi dai servi sciocchi. Canti, cori, dirette televisive e l’eterno salotto buono, con Di Pietro, folgorato sulla via di Damasco, che non parla più di “macelleria sociale“, Concita De Gregorio, pronta a sostener la tesi insostenibile che è stato il governo a scatenare la crisi economica nata negli Usa, Casini berlusconiano per due e più lustri, Fini capobanda fino all’anno scorso e il solito Floris con una batteria di servizi terroristici sui bancomat in tilt e i soldi sequestrati in banca per effetto del fallimento. Un polverone sollevato ad arte per coprire la miseria morale di una “uscita” dalla crisi di governo che, da qualunque parte la si guardi, non va d’accordo coi principi della democrazia e, quand’anche fosse l’unica, amara e necessaria medicina, non meriterebbe certo una festosa accoglienza.
Morto il re, viva il re, ma operai e docenti stiano allerta. Il “nuovo che avanza” ha già detto basta alla nefasta influenza marxista e al suo “arcaico stile di rivendicazione che è un grosso ostacolo alle riforme” e “finisce spesso per fare il danno degli interessi tutelati“. La ricetta è il solito veleno – il “vincolo della competitività” – e quanto sia efficace s’è “visto di recente con le due importanti riforme dovute a Mariastella Gelmini e a Sergio Marchionne. Grazie alla loro determinazione, verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili“.
In fabbrica, quindi, flessibilità e mano libera al signor padrone e, in quanto alla formazione, basta col valore legale del titolo di studio e via con l’incubo americano: il figlio del ricco borghese che studia a Milano vale il doppio del cocciuto figlio di poveracci che va a scuola a Canicattì. Che ci va a fare? Lo studente non conta niente, vale il “nome” dell’istituto. Ci sono lauree e pezzi di carta in un mondo in cui chi ha i quattrini per farlo si costruisce la scuola e l’università. Chi decide è il mercato…
Così, Mario Monti, sul Corriere della Sera del 2 gennaio scorso. Altro che nuovo! Monti al governo – un “governo tecnico“, s’intende, di colpo di Stato non si parla più – è una fucilata sparata a bruciapelo sulla democrazia! Lo sanno tutti, Napolitano, gli “scamiciati” del Governo di Unità Nazionale, il rosso Vendola con la formula diplomatica del “Governo di scopo“, Bersani e i suoi, stretti attorno alla bandiera tricolore di un “Governo di transizione” che ci porta difilato al patibolo della Bicciè. Lo sanno tutti, ma fingono di non sapere: dopo un lungo scontro, c’è una resa incondizionata e tutto avviene nello stesso campo: la trincea è quella del peggior capitalismo. Nulla a che vedere coi diritti e la fatica della povera gente, costretta con un colpo di mano a pagare il prezzo d’una crisi per cui Monti è responsabile più o meno quanto Berlusconi. Monti, sì, che, guarda caso, è stato International Advisor della “Goldman Sachs“, ha libero acceso al chiuso “Gruppo Bildeberg, è membro stimato della “Commissione Trilaterale” creata da Zbigniew Brzezinski e Rockefeller e ha partecipato in prima linea, come Commissario europeo per l’economia, alla creazione del mostriciattolo che ci si ostina a chiamare “Unione Europea”.

Uscito su “Fuoriregistro” il 14 novemente 2011 e sul “Manifesto” del 15 novembre 2011 col titolo “Il nuovo avanza ma il capitalismo è sempre lo stesso”.

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La legalità è in cima ai pensieri dell’avvocato Gelmini, vestale della meritocrazia e ministro della scuola e dell’università per meriti ignoti. Tra il dire e il fare però ci passa il mare e – pazienza per i luoghi comuni – ogni regola ha le sue eccezioni. Conserviamo, perciò, tra gli eventi che serviranno a ricostruire la storia di questi anni, un luminoso esempio di ministeriale rispetto della legalità.
Noi pensavamo un tempo – miserabili statalisti rossi e comunisti – che la scuola non potesse esser trattata come un raccordo autostradale o un regolamento di canali di scolo. Cattolici, socialisti e liberali, concordammo su un’idea di scuola cui Aldo Moro, un noto mangiapreti bolscevico, assegnò, durante i lavori della Costituente, “la tutela del diritto comune” e, quindi, la preminenza nel campo spinoso della formazione e, per suo conto, Concetto Marchesi, illustre latinista e – stavolta sì, davvero comunista – definì “il massimo e l’unico organismo che garantisca l’unità nazionale“. E’ noto a tutti, però, ed è storia d’oggi: per l’avvocato Gelmini, che s’è “formato” alla scuola d’un costituzionalista di gran nome, come Silvio Berlusconi, la Costituente fu l’anticamera del “consociativismo”. Cartastraccia. Sulla base di questo rivoluzionario principio, sono due anni che il ministro mette in mora Istituzioni, organi costituzionali, leggi, sentenze e tribunali. Le regole generali non valgono più. Decide il ministro.
Formalmente, cinquemila insegnanti precari possono ancora rivolgersi al Consiglio di Stato per rivendicare il diritto di essere inseriti in una graduatoria con il punteggio effettivamente maturato. Formalmente, il Ministro non può ancora impedirlo e può darsi persino il “caso scandaloso” che il Consiglio di Stato commissari il Ministero perché s’è rifiutato di obbedire a una legge che ostacola la volontà assoluta del ministro. E’ qui, però, che la storia volta pagina – stavolta torna indietro – e, a difesa della sua idea di legalità, il coltissimo avvocato sceglie la via della sfida e ci riporta a Louis quatorze e al glorioso passato della “rivoluzione monarchica” del marzio 1661.
Invano 5.000 insegnanti invocano il merito e attendono la vecchia giustizia. Il nuovo che avanza detta le sue regole e impone la sua legge. Alla stampa che pretende di raccontare la corruzione, ai giudici che intendono ancora processare il potere, agli insegnanti che osano ancora appellarsi alla Costituzione, Gelmini, risponde decisa: “lo Stato sono io“.
L’uomo è nato libero, ebbe a scrivere Rousseau, ma in ogni luogo egli è in catene. Anche chi si crede padrone degli altri non cessa tuttavia d’essere più schiavo di loro. Come mai è accaduto questo cambiamento?“. Dopo di lui, senza cercare risposte filosofiche all’angosciosa domanda, Massimilano Robespierre enunciò il principio che fece giustizia di chi si crede padrone e mandò al patibolo l’assolutismo. L’avvocato farebbe bene a ricordarlo: “quando il governo opprime il popolo, l’insurrezione è per il popolo intero e per ciascuna porzione del popolo, il più sacro e il più indispensabile dei doveri“.

Uscito su “Fuoriregistro” l’8 luglio 2010

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La scuola, che alla bell’e meglio l’ha alfabetizzata, avvocato Gelmini, non si spaventa per gli strafalcioni e stia tranquilla: non rischia l’onta delle “orecchie d’asino“. Per quanto la sgoverni con l’arroganza che è figlia naturale dell’incompetenza, per sua buona sorte – e per quel tanto di ritegno che la fatica di docenti ha saputo insegnarle – lei non l’ha confessata la nostalgia struggente che sente per questi antichi strumenti educativi. Lei s’è fermata al voto di condotta, al grembiulino e alla piuma rossa del “Cuore” di De Amicis. Mi spiace d’informala: il bravo Edmondo fu di quella sinistra che lei, senza sapere bene di che parla, disprezza col furore ideologico dei chierici.

Giorni fa, intervenendo allo spettacolo pagato da Berlusconi per convincere i beoti che è nato un partito, lei s’è data da fare e non sarebbero bastate nutrite scorte di penne rossoblu per rimediare. Chiamata a un ruolo che conosce male, lei s’è tenuta sulle generali e, quando ha provato a recitare la parte del ministro dell’istruzione, se n’è venuta fuori coi proclami: “La scuola – ha voluto annunciare – non appartiene alla sinistra e al sindacato ma appartiene agli italiani“. Gli italiani che pensano, quelli che sanno leggere, scrivere e far di conto, si sarebbero limitati a una risata, se lei purtroppo non avesse voluto strafare. Veda, avvocato, il senso della misura è arte nobile che la scuola non sempre può insegnare. Sul nostro lavoro pesano spesso negatvamente i ministri non sempre competenti e in quanto ai risultati, lei converrà: occorre avere la materia prima. Fidia non avrebbe incantato il mondo senza il marmo e Caravaggio ebbe bisogno di colori di buona qualità. Sangue, lei lo sa bene, non ne cava nessuno dalle rape ed è per questo che la seconda parte del suo intervento non ha brillato per senso delle cose e per misura. Lei chiede troppo a se stessa. “E’ iniziata una rivoluzione della responsabilità – lei ha sostenuto – e a chi non si riconosce nei valori della sinistra voglio dire che è finita l’oppressione culturale“‘.

Da Piazza Navona in poi – lei finge d’ignorarlo – dalla vergogna di neofascisti, guidati probabilmente da poliziotti, armati e pronti all’uso, sempre più spesso nelle scuole e nelle università giovani fanatizzati da un’ideologia apertamente nostalgica del fascismo tentano di trasformare il dissenso democratico nei confroni dei suoi malaccorti provvedimenti in scontri tra opposti fazioni. Il suo alleato Borghezio ormai fa scuola e, quali che siano state le sue intenzioni, avvocato Gelmini, in un momento così delicato per il paese, nel cuore d’una crisi economica devastante, le sue parole sono benzina gettata sul fuoco. Sembrano istigazione e potrebbero generare un incendio di cui lei e il governo di cui fa parte si assumeranno poi la responsabilità di fronte alla storia. In quanto alla sua “rivoluzione”, i valori di cui lei si fa portabandiera, li conosciamo bene. Conducono difilato alle ronde e alla xenofobia, si chiamano tolleranza zero e si applicano in misura diversa a seconda del colore della pelle, della carta d’identità e della religione professata.

Lo scorso 5 marzo, avvocato, lei lo sa ma non le conviene parlarne, mentre preparava il suo discorso sulla scuola che fa la rivoluzione contro la sinistra, qui a Napoli, nella mia città un tempo tollerante, Kante Kadiatou, una rifugiata politica della Costa d’Avorio, che si era recata in ospedale per partorire, è stata denunciata alla polizia con un fax partito dall’ospedale e il figlio neonato le è stato sottratto per quasi dieci giorni. Tanto è occorso per “una verifica sulla sua identità“…
Il permesso di soggiorno di Kante infatti è scaduto, mentre è in atto il suo ricorso per ottenere l’asilo politico. Gli “studenti” oppressi dalla cultura di sinistra, quelli col casco e le spranghe dipinte col tricolore, quelli che sempre più spesso si rendono protagonisti di raid e di aggressioni, i giovani che lei vorrebbe “liberare“, sono d’un tratto spariti e nessuno sa dove siano nascosti. I nostri ragazzi, invece, gli studenti democratici, quelli che noi educhiamo ai valori della Costituzione, senza tenere in alcun conto i suoi comizi, avvocato Gelmini, si sono immediatamente mobilitati e hanno preso subito posizione:
La denuncia di Kante – hanno scritto in un loro bellissimo comunicato – nasce dalla vergognosa ansia di applicare le norme contenute nel cosiddetto “pacchetto sicurezza”, come quella che annulla il divieto di segnalazione per i migranti irregolari che vanno a curarsi o, come nel suo caso, a partorire. Un provvedimento che fa a pezzi le regole base del giuramento di Ippocrate e della convivenza civile. Un’iniziativa illegale, […] perché il pacchetto sicurezza non è ancora legge dello Stato e quindi vige sempre il divieto di segnalazione. Ma anche un’iniziativa che dimostra la barbarie che ci aspetta se venisse approvato. In questo caso non solo per gli immigrati irregolari ci sarà il rischio di segnalazione ed espulsione per il solo fatto di ricorrere a cure mediche, ma sarà impossibile anche la registrazione anagrafica del bambino, con un’incredibile condanna preventiva alla clandestinità amministrativa per le nuove generazioni!
Non è un caso che questa prima applicazione illegittima del pacchetto sicurezza avvenga proprio sul corpo di una donna, le più esposte e ricattabili anche all’interno della già difficile condizione dei migranti e dei rifugiati in Italia.
Dobbiamo mobilitarci subito, per pretendere provvedimenti immediati contro i responsabili di quest’assurda iniziativa e per chiedere con forza che il “pacchetto sicurezza” non sia approvato. Diritti e dignità per tutte e tutti!”.

Avvocato Gelmini, Kante non aveva documenti perché il suo passaporto era trattenuto in questura, per un’istanza di permesso di soggiorno, che non si risolve mai: Kante è clandestina nella sua terra, perché in Costa d’Avorio, si combatte una sanguinosa guerra civile, nella quale quattro anni fa le fu ucciso il marito. Kante è clandestina perché lo Stato italiano le nega lo status di rifugiata politica e attende da tempo una sentenza del Tribunale di Roma che le riconosca il diritto di asilo.
Tutto questo, avvocato Gelmini è estraneo al sistema formativo della Repubblica. Noi possiamo avere limiti e commettere errori. Una cosa però l’abbiamo chiara: scuola e univesità non si presteranno a questo gioco. Noi ci rifiuteremo di formare i nostri ragazzi facendo ricorso a ideologie condannate dalla storia.
Nello spettacolo in cui lei ha recitato da comprimaria, il protagonista, Silvio Berlusconi, non ha mancato di elogiare e ringraziare Stefania Craxi, ‘figlia e degna erede politica del […] carissimo amico Bettino”.
E’ bene che lei sappia. Col rispetto che si deve ai defunti, noi spiegheremo ai nostri ragazzi che Bettino Craxi, il carissimo amico del suo amico Berlusconi, è stato condannato con sentenza passata in giudicato in due processi: a 5 anni e 6 mesi per corruzione e a 4 anni e 6 mesi per finanziamento illecito per le mazzette della metropolitana milanese. Faccia pure la sua rivoluzione, avvocato. Questa è la storia e questo insegneremo.
Se le basta l’animo, provi ad impedirlo.

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