Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Maria Chiara Carrozza’

Balilla_adunata“Stanno sfasciando tutto”, scrive con enfasi sospetta Alessandro Barbano sul “Mattino” del primo dicembre. Gli studenti, prosegue, o, per dir meglio, “i teppisti”, rompono “telecamere […] rubano computer, lavagne luminose e proiettore […] sfogano il loro disprezzo spaccando cattedre e banchi, imbrattando muri […] come un’orda barbarica”. Dietro Carrozza e Letta, nel silenzio rassegnato dei docenti, spuntano ormai le voci della reazione e l’apologia della scuola degli anni Cinquanta, affidata a un vecchio e nostalgico lettore che ricorda una società fondata “su categorie univoche, come il merito, il dovere e la responsabilità.
In prima linea è “Il Mattino” che non smentisce se stesso. Edoardo Scarfoglio e Matilde Serao, che lo fondarono, non furono modelli di giornalismo indipendente e illuminato. Ebbero Bracco e Nitti in redazione, ma il giornale si qualificò subito come avamposto dei ceti dominanti contro la “bestia elettiva”, la democrazia, che punta solo “sull’abbassamento sistematico delle superiorità legittime acquisite”. Di lì a poco, coinvolto pesantemente nell’Inchiesta Saredo sui rapporti politica-camorra, Scarfoglio scelse la via che non è più cambiata: soffiare sul fuoco della reazione. Le pagine sulla “bandiera rosso vino”, dei lavoratori in festa il Primo Maggio, quelle dedicate alla “teppaglia scioperante” nel giugno del 1914, quando la protesta contro il militarismo e la guerra incombente costa la vita a quattro operai, gli applausi per il capitano Aurelio Padovani, fanno parte della storia e mostrano un giornale in trincea, pronto a servire gli interessi dell’ala più arretrata e reazionaria dei ceti dominanti. Il sostegno alle peggiori avventure coloniali e la scelta di schierarsi apertamente contro il “cadavere putrefatto della democrazia”, non bastano a cancellare il guizzo neutralista per la “grande Guerra”; Mussolini non si fida e Paolo Scarfoglio è messo da parte. Paradossalmente, però, nel 1950, quando il giornale torna nelle edicole, alla direzione è chiamato Giovanni Ansaldo, consigliere di Galeazzo Ciano e voce nota della radio fascista, passato dalla leggi razziali e la mistica  fascista alla repubblica democratica.
Si può capire un lettore ultrasettantenne che rimpiange la scuola degli anni Cinquanta – giunti alla fine del percorso, il passato pare spesso meraviglioso – è inaccettabile che un giornalista faccia di questa debolezza lo strumento di misura di un processo storico durato oltre mezzo secolo. Volete capire chi sono i ragazzi che occupano le scuole? – chiede ai lettori Barbano. Bene, fatevi dire da uno studente del dopoguerra cos’era l’ ”Alessandro Volta” negli anni Cinquanta e andateci ora. Scoprirete che in pochi giorni di occupazione uno sparuto gruppo di studenti ha smantellato non solo la scuola, ma l’Istituzione, il Sistema Formativo e  – perché no? – è diventato la causa vera del disastro del Paese. Per capire cinquant’anni di storia della scuola, insomma, al “Mattino” non  occorre altro: basta una visita al “Volta”! Perché stupirsi? Teppisti erano nel 1914 gli operai in lotta per la pace, teppisti sono a maggior ragione gli studenti oggi, con mezzo secolo d’esperienza accumulata e la malizia tipica della gioventù.
Sarà che talora si fanno brutti sogni, sarà che del passato ognuno ricorda ciò che gli conviene, ma c’è chi si rammenta di un “Alessandro Volta” che, dopo il terremoto dell’Ottanta, condivise per anni i locali con una scuola media inferiore e vede ancora, come improvvisi flash, la porta carraio senza custodi, ormai intimoriti dai camorristi, in quella terra di nessuno che i napoletani chiamano “Siberia”, lo spaccio di droga all’ordine del giorno e la montagna di fonogrammi che chiedeva l’intervento delle forze dell’ordine. Incubi che il “Mattino” si guarda bene dal raccontare.
In quanto alla scuola degli anni Cinquanta, qualcuno dovrebbe spiegare agli esperti del giornale che già fin dal 1943, nell’Italia “liberata”, una commissione americana guidata da Washbume, allievo di Dewey, provò a rivedere gli osceni programmi scolastici fascisti. Partì dalle elementari e pensò a una scuola aperta, che rifiutava il primato della religione cattolica. Una scuola pluriconfessionale, che non fu possibile realizzare per l’opposizione dei cattolici. Tutto si fermò a metà del guado, con idee avanzate paralizzate dai clerico-fascisti. E’ vero, la Costituzione si schierò per l’istruzione pubblica, gratuita e obbligatoria, ma non poté modificare il sistema scolastico fascista: cinque anni di elementari, poi esame di ammissione costoso e selettivo per accedere alla “scuola media” col latino, chiave di accesso alla media superiore; per le classi subalterne, invece, che il latino e l’esame non potevano permetterselo, c’era la “scuola di avviamento professionale” senza latino e senza prosecuzione degli studi; una scuola che riduceva l’obbligo scolastico all’addestramento della manodopera di bassa specializzazione, senza possibilità di accesso a ruoli decisionali. Anche l’iscrizione agli Istituti tecnici, infatti, prevedeva esami molto selettivi di italiano e latino.
Poiché si andò avanti così fino al 1965, non è difficile capire quale scuola rimpianga il “Mattino”: quella fatta a misura delle classi dirigenti, che non aveva sezioni miste maschili e femminili e non prevedeva la “scuola materna” statale? La scuola fascista, insomma, faticosamente cancellata negli anni Sessanta dalla media unificata e dai decreti delegati. Se le cose stanno così, perché tirare in ballo la nostalgia di un ultrasettantenne? Molto più onesto sarebbe dichiararlo: vogliamo la scuola che serve ai padroni. Nessuno si scandalizzerebbe, stia tranquillo Barbano. Il “Mattino” è sempre stato coi padroni. I peggiori di tutti: i reazionari.

Uscito il 3 dicembre 2013 su “Fuoriregistro” col titolo Scuola. Le voci della reazione e su “Liberazione” col titolo Dietro Carrozza spuntano le voci della reazione;  il 4 dicembre 2013 su “Report on Line” col titolo Il Mattino di Napoli e a scuola dei padroni. Voci della reazione.

Annunci

Read Full Post »

6afd69fca4d40105ff6471cfaee955a23715ba508864d078c6f087a9_175x175La «scuola breve» – il futuro dell’istruzione, a sentire Carrozza – fa i conti con mille impicci. Gelmini, per dirne una, ha messo al bando la sperimentazione negli istituti «tradizionali», ponendo un vincolo inderogabile: il percorso è quinquennale. Due anni, più due, più uno. Si tratta solo di tagli, ma ora che regna la Troika nelle colonie si dice «spending review». E’ il fascino dell’esotico.
Carrozza ha abrogato la norma Gelmini? Nemmeno per sogno!  Avrebbe nociuto alla cagionevole salute delle «larghe intese» e, ciò ch’è peggio, «tagliato i tagli». Insomma, partita persa prima di giocarla, ma la ministra s’è fatta furba e l’osso non l’ha mollato. Poiché Gelmini l’ha lasciata erede di un limbo senza regole – le imprecisate e mai ben individuate «sezioni internazionali» e i cosiddetti “licei classici europei” – di questa terra di nessuno che invano attende norme, non fuorilegge, ma certo «senzalegge», la ministra ha fatto l’ariete per sfondare le mura cadenti della scuola statale.
E’ evidente, Carrozza ignora le norme vigenti per la macchina che governa, ma i funzionari l’avranno avvisata: alle abolite sperimentazioni, anche quelle passate con l’inghippo delle sezioni «senzalegge», occorre il parere favorevole e obbligatorio del CNPI, il Consiglio Nazionale della Pubblica Istruzione. E’ legge. Ignorarla sarebbe una pessima lezione di educazione alla legalità. Senza fare una piega, Carrozza è andata avanti: niente parere. E’ vero, Profumo ha sciolto il CNPI, ma non l’ha abolito e il 15 ottobre, anzi, il Tar del Lazio – un vero guastafeste – ha intimato al Ministero di farlo rieleggere entro 60 giorni dalla sentenza. Carrozza, però, presa non si sa da quale fregola decisionista, ha tirato diritto per la sua strada e non s’è curata del vincolante parere scritto del CNPI. Dalle sezioni «senzalegge» alla sperimentazione fuorilegge il passo è stato breve e soprattutto ben coperto dal silenzio complice del baraccone mediatico, in cui ormai persino un mussoliniano come Teresio Interlandi farebbe la figura di un dilettante.
Compiuto lo strappo, si tratta ora di trovare un manipolo di Dirigenti Scolastici, tra quelli più pronti a dare una mano, più servizievoli e più ideologicamente schierati. I bravi e zelanti, insomma, che non mancano mai, pronti a far nascere sezioni di «Liceo classico internazionale» all’interno dei licei «tradizionali» marca Gentile. Anche qui, s’intende, regole, impicci e quell’autentica rogna che si chiama democrazia, ma l’esempio, si sa, viene dall’alto e di educazione alla legalità si parla anzitutto per vendere fumo. Che volete che sia, per un buon Dirigente Scolastico, in tempi come i nostri, con l’Europa in delirio per le palle di Letta che sono d’acciaio, seguire l’esempio, mettere in campo gli attributi e pilotare, se necessario, piegare un Collegio Docenti preventivamente terrorizzato dalla spada di Damocle di ventilati cali delle iscrizioni, conseguente precarizzazione, spostamenti di sede e via crucis dei soprannumerari? Occorrerebbe starci nelle scuole, per cogliere il senso di smarrimento del personale docente, vedere gli anziani, giunti al capolinea stremati, timorosi di una nuova riforma, che ancora una volta gli neghi un diritto, li irrida, gli faccia toccare con mano la loro impotenza, mentre un saputello del sindacato di Stato, disteso e ben pasciuto, tutto chiacchiere e cellulari, gli spiega che sbagliano, confondono: non di diritti si sta parlando, ma che dicono? Si tratta solo di aspettative di vita. Non pensa ad altro, buona parte degli anziani: tagliare la corda una volta e per tutte. In quanto ai «giovani», a loro diresti abbia pensato Ungaretti cantando la disperata rassegnazione: «si sta, come d’autunno sugli alberi le foglie».
Dalle mie parti, al liceo «Sannazzaro», pubblico e privato corrono già gomito a gomito: «sezione internazionale», quattro anni e un successo già scritto. Non c’è voluto un grande sforzo: un Collegio dei Docenti convocato dalla sera alla mattina nell’inerzia della rappresentanza sindacale – anche qui regole sotto i piedi – senza il tempo per capire che si approvasse. Un’urgenza insensata, una fretta così ingiustificata, che alla resa dei conti, nonostante la rassegnazione, è finita sul filo di lana: il liceo breve è passato per un voto e con tanti astenuti, mentre circolavano esempi di un orario nuovo, in cui non mancavano le compresenze; colpiva, tra tutti, il caso di due docenti pagati con due stipendi per fare insieme un’ora di religione e di filosofia. Senza contare l’equilibrismo sul filo del pensiero laico, anche stavolta la Gelmini è stata del tutto ignorata e le compresenze, abolite alle elementari, hanno fatto l’esordio al liceo. Una scelta compatibile con gli attuali ordinamenti della scuola? Il Consiglio d’Istituto non ha eccepito e tutto è filato liscio come l’olio.
Perché scandalizzarsi? La ministra Cancellieri siede tranquillamente al suo posto, il partito della ministra Carrozza va al Congresso con le tessere moltiplicate come pane e pesci e il governo poggia sull’accoppiata diavolo e acqua santa, mentre il polverone quotidiano, levato ad arte sulla sorte di un pregiudicato che coi suoi fedelissimi, fa l’opposizione e governa, non scandalizza il Senato, non crea casi di coscienza a Letta e ai suoi ammennicoli d’acciaio. E’ vero, in Germania si tende ormai a ripudiare la scuola breve, che in Francia non è mai esistita, ma chi si azzardasse a sostenere che la sola qualità del liceo di quattro anni sono i quarantamila posti di lavoro che taglia, diventerebbe subito lo scandalo nazionale, paladino senza vergogna della corporazione più potente d’Italia: gli insegnanti, ridotti ormai peggio dei loro colleghi nell’Italia fascista.

E’ uscito su Fuoriregistro l’11 novembre 2013, col titolo Educazione alla legalità e su Liberazione e Report on Line il 12 novembre 2013.

Read Full Post »

Ernesto Che Guevara, che prima di essere un rivoluzionario fu uno studente in gamba, si laureò in medicina e imparò a conoscere i problemi della scuola e dell’università, parlando agli studenti a Santiago di Cuba strappata con le armi a un dittatore al soldo degli USA, non mostrò incertezze: “Andate a cercare i nomi degli artefici della riforma e andate a vedere qual è oggi la loro posizione politica, quale ruolo hanno svolto nella vita pubblica dei Paesi d’appartenenza e avrete delle sorprese straordinarie. I personaggi che […] appaiono all’avanguardia della riforma nel loro paese sono le figure più nere della reazione, le più ipocrite, perché parlano un linguaggio democratico e praticano sistematicamente il tradimento“.  scuola-privata1[1]Sarà un caso, ma chi nel nostro Paese volesse provare a seguire il consiglio del Che, sorprese ne avrebbe davvero. Senza tornare al fascista Giovanni Gentile, Berlinguer, Moratti e Maria Stella Gelmini corrispondono perfettamente all’identikit tracciato in anni lontani dall’eroico rivoluzionario argentino. La verità è che la formazione, di qualunque paese si parli, è un ganglio vitale del potere economico e di quello politico, il solo vero e decisivo “ascensore” della scala sociale e un’arma a doppio taglio: se funziona come si deve, il potere ha da fare i conti con un controllo popolare reale e condizionante. Se invece non funziona, il popolo è servo, rassegnato e facile da manovrare.
Non meraviglia se nel ritratto, breve ma efficace, di Ernesto Che Guevara è facile riconoscere i volti e le scelte ambigue di chi qui da noi oggi governa la scuola e il paese. Chiedendo la fiducia al Parlamento, Enrico Letta non fece giri di parole: «La società della conoscenza e dell’integrazione – disse per l’occasione – si costruisce sui banchi di scuola e nelle università. Dobbiamo ridare entusiasmo e mezzi idonei agli educatori che in tante classi volgono il disagio in speranza e dobbiamo ridurre il ritardo rispetto all’Europa nelle percentuali di laureati e nella dispersione scolastica. In Italia c’è una nuova questione sociale, segnata dall’aumento delle disuguaglianze». Sapeva perfettamente che la crisi della scuola è un’arma fortissima in mano al malgoverno; era perfettamente consapevole che gli accordi capestro sul debito pubblico e sul pareggio di bilancio, firmati a tradimento del paese e approvati da parlamentari mai eletti, gli avrebbero impedito di comportarsi di conseguenza e investire sulla scuola anche se avesse voluto, ma a lui interessava solo il voto di fiducia, l’atto formale imposto dalla Costituzione. Nulla di quello che prometteva era in grado di fare senza aprire un conflitto con l’Europa della banche, ma quel conflitto non era nei suoi programmi e della sorte dei giovani e delle classi subalterne non gli importava nulla. Per rafforzare l’inganno, di lì a poco non esitò a dichiarare di nuovo pubblicamente: «Mi prendo l’impegno: se dovremo tagliare su scuola e università, io mi dimetterò»: L’Italia dei talkshow si lasciò come sempre incantare e i soliti pennivendoli ci raccontarono mirabilie: dopo l’intervista a Fabio Fazio nella trasmissione «Che Tempo che Fa», la popolarità del nuovo astro della nostra vita politica è salita alle stelle, ci vennero a dire. Di lì a poco, come in un sapiente gioco delle parti attentamente preparato da curatori d’immagini ed esperti di psicologia delle masse, di fronte all’evidente inerzia, alla totale mancanza di risorse e ai diktat paralizzanti di banchieri cialtroni travestiti da statisti per recitare la loro parte sui tragici palcoscenici dell’UE, entrò in scena di rincalzo Maria Chiara Carrozza. «O ci sono margini per un reinvestimento nella scuola pubblica, oppure devo smettere di fare il ministro», dichiarò la ministra dell’Istruzione, l’immancabile «volto pulito» di un governo impossibilitato a governare. Me ne vado, minacciò la signora, e ci fu chi si lasciò incantare dalla dichiarazione.
Sono passati mesi. Letta e Carrozza non hanno tirato fuori un centesimo bucato, gli studenti stanno peggio di prima, migliaia di assunzioni sono state cancellate, e ai docenti è stato bloccato lo stipendio. Le dimissioni non le hanno date e di far pagare la crisi a chi può farlo, di colpire seriamente chi i soldi li ha ma li nasconde non c’è nemmeno la più pallida intenzione. I nostri politici sono tutti al capezzale di Berlusconi, un loro collega, guarda un po’, evasore fiscale. A settembre, quando le scuole riapriranno, qualcuno si preoccuperà come sempre di trovare i fondi necessari a finanziare le scuole paritarie e la risposta alla sacrosanta protesta degli studenti, la daranno le forze di polizia in assetto antisommossa.
Che Guevara e Castro avevano capito come vanno le cose quando a dettare legge è il capitale. Non a caso Fulgencio Batista lasciò Cuba cacciato dalla rivoluzione.

Uscito su “Fuoriregistro” il 16 agosto 2013

Read Full Post »

Schiacciata dal disastro Gelmini e dal pirotecnico campionario di corbellerie messo in mostra dal collega Profumo, la ministra Carrozza naviga a vista nel burrascoso mare dell’Istruzione Pubblica e fa l’. Sull’infamia del concorsone per i “nuovi insegnanti” non ha avuto l’animo di ripristinare pienamente il diritto, che pure riconosce violato, ed è ferma a metà del guado: 50% assunti dalle graduatorie e 50% dal concorso illegale. Incapace di decidere se essere o se non essere, ora fa i conti con le ingiustizie moltiplicate, le attese deluse e il marasma dei numeri ballerini. A chi, petulante, le chiede se i vincitori verranno assunti, risponde come in stato confusionale: “mi auguro di si”. La ministra si augura che accada ciò che vorrebbe, però non può, minaccia di sbattere la porta in assenza di fondi per la decenza, ma non lo fa, si incolla alla poltrona, si tiene il ceffone e farfuglia: “le selezioni sono in corso, alcune sono in ritardo, alcune più avanti, dipende dalle sedi. Abbiamo avuto problemi perché i compensi per chi è in commissione sono molto bassi, nonostante avessimo chiesto di aumentarli”.
Ciò che non dice, la ministra, è che a causa dei ridicoli compensi c’è stata quasi una rivolta dei commissari e che, strada facendo, il Ministero s’è accorto di non sapere più quanti docenti vincitori saranno assunti. All’inizio si erano promesse 26mila assunzioni, ora si spera di reclutarne 15mila, se l’inferno dei pensionamenti voluto dalla lacrimante Fornero consentirà. 11mila posti di lavoro sono così svaniti nel nulla e per i rimanenti 15mila la Carrozza si consola, spiegando che a questa cifra si giungerà negli anni che verranno perché l’indecente concorso ha durata triennale. La stampa di regime naturalmente non fa una piega. La ministra del gran rifiuto – se il governo mi taglia lo pianto in asso e me ne vado a casa – non se ne va, si tiene il posto e, pia com’è, la santa donna, aspetta che il prete dia l’estrema unzione alla Pubblica Istruzione.
In cima ai suoi pensieri stravaganti al momento, chissà perché, c’è il Partito Democratico. “Penso che ci sia bisogno di un Governo che governi e di partiti che svolgano il loro ruolo, a cominciare dal Pd che dovrebbe concentrarsi di più suo temi congressuali per decidere quale partito vuole far uscire dal congresso”. Mentre la scuola va alla deriva, il la ministra Maria Chiara Carrozza pensa al PD che “dovrebbe dire con chiarezza quali sono le priorità che vorrebbe vedere risolte dal Governo anziché alimentare fibrillazioni. L’esecutivo è solido”, sostiene. Così solido, che si è convinta: governerà la scuola anche quando il governo sarà riuscito a distruggerla assieme all’università.
Sono passati quattro mesi dalle sfide e dalle dichiarazioni di rottura. Quattro mesi che sembrano cent’anni.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 luglio 2013

Read Full Post »

18430_13215_20130507-yy2_Image[1]«Al mio popolo gli ho tolto la pace» – scrisse Don Milani – «ho affrontato le situazioni con la durezza che si addice al maestro, ma mi sono attirato contro l’odio dei potenti». Il governo Letta, invece, che pure si dice nato per pacificare, l’odio l’ha scatenato sui ceti subalterni e in cambio del consenso dei più forti ha seminato subito la guerra: da Milano a Napoli un’inquietante sequela di violenze: cariche, manganellate, ferimenti e fermi. Sintomi di una impotenza che si spiega anche senza Marx. «Finché esisterà proprietà privata», spiegò Thomas More, «non ci sarà nessuna speranza di trovare cure appropriate. Cercando di curare una parte del corpo politico, inevitabilmente scateni malanni nell’altra, perché ciò che funziona da medicina per una persona, può essere veleno per un’altra; non si può in alcuno modo dare qualcosa a qualcuno senza sottrarla a un altro».
Questo governo di pace, mette mano alla violenza perché soffre di una insanabile contraddizione; si proclama democratico ma è costretto a cercare l’impossibile equilibrio fascista: quello corporativo. «E’ una pia illusione, non vi riuscirà» direbbe Don Milani, che Letta ama citare, «e se vi riuscisse, sareste creature disumane e nessuno vi vorrebbe». La verità è che l’utopia pericolosa non è quella di Campanella o More. L’utopia perniciosa va cercata nel sedicente «realismo politico», che in nome nella ragion di Stato sogna di cancellare il conflitto tra le classi sociali, mettendo d’accordo gli interessi dei ceti dirigenti. Il fascismo, in realtà, l’ha dimostrato: chi impedisce il contrasto aperto tra bisogni collettivi, fa degli avversari nemici inconciliabili e più che «incontri» genera ferocissimi scontri.
I fatti di Milano e Napoli sono stati, in questo senso, campanello d’allarme e prova del nove. Napoli soprattutto aveva ieri in sé tutti gli elementi che trasformano una notizia in monito e disegnano il quadro d’un governo nato male, di un’avventura che s’annuncia tragedia: un ministro «invisibile» che, giunto in città, si blinda in Prefettura, un fascio-camorrista indagato e condannato più volte che scatena impunemente squadristi contro operai disoccupati e studenti, la polizia che prima lo ignora e poi lo spalleggia, caricando con estrema violenza  un corteo pacifico, fermo e del tutto inoffensivo. Laura Boldrini, così attenta alla rivalutazione del fascismo e alla condizione femminile, provi a procurarsi i filmati: scoprirà un clima da “anni Venti” e vedrà quante botte si sono rivolte non a caso a donne adolescenti, che tenevano stretto come la speranza un innocuo striscione. Vedrà un giornalista malmenato perché filmava imprese cilene e un vicequestore esagitato che s’è già distinto il Primo Maggio, in un quartiere stretto d’assedio con un disprezzo inaccettabile e provocatorio. Chi tutto questo l’ha visto non può fare a meno di domandarsi come si fa ad affidare l’ordine pubblico a un funzionario che sta in piazza come fosse alla guerra.
Torni in città quando vuole, la ministra Carrozza, senza scorta e senza comunicati stampa; ci venga come fosse una cronista, interroghi i commercianti e chi abita nelle strade sconvolte dalle cariche. Scoprirà che, mentre era a San Pietro a Maiella, orgoglio d’una città che il malgoverno non riesce a piegare, cariche brutali, premeditate e ingiustificate sconvolgevano l’abituale tranquillità di vie laboriose e civili. I testimoni le diranno, indignati e concordi, che il «capo degli agenti», l’uomo che gestiva i poliziotti, «gli  ha comandato di legarsi i caschi perché immediatamente avrebbero caricato i ragazzi anche se non avessero fatto gesti violenti». Si rivolga alle autorità di Pubblica Sicurezza e scoprirà che la giornata difficile che ha vissuto a Napoli non è figlia del caso o di una inesistente violenza dei giovani manifestanti; se ancora non l’ha capito, vedrà così che il suo vero problema non sono stati gli studenti contestatori, ma i colleghi di governo. Venga e non ci metterà molto a scoprirlo: Maurizio Fiorillo, vice questore e protagonista degli incidenti, è un reduce di Genova 2001, di una delle pagine più buie della storia della polizia e della repubblica. In quel tragico luglio del 2001 era a Piazza Alimondi e vide morire Giuliani. Ai Magistrati si limitò poi a raccontare che la morte del giovane l’aveva vista «da lontano». Più chiari e rivelatori  i ricordi di ciò che accadde subito dopo la morte. Giuliani «indossava un passamontagna nero che copriva il volto. E’ stato tolto da noi quando sono venuti i medici rianimatori». dichiarò agli inquirenti il Fiorillo, «Abbiamo notato immediatamente che aveva un buco in fronte o qualcosa del genere; al momento sulla fronte non c’era molto sangue e, quindi, poteva sembrare opera anche di una pietra. Infatti, ricordo che a terra c’erano delle pietre […] ma non ricordo se una di esse fosse insanguinata».
La «cosa del genere» era il foro d’un proiettile sparato da un carabiniere e i sassi non c’entravano nulla. Ma questo conta poco. Mette i brividi scoprire che molti anni dopo la tragedia di Piazza Alimondi, nel cuore di una crisi economica che tende a sfociare sempre più chiaramente in crisi sociale e istituzionale, gli uomini di Genova tornino alla ribalta e con loro, al centro della scena, schierata in piazza contro i nostri ragazzi che lottano per rivendicare diritti negati, riappare una polizia cilena, il vero collante che unisce e rende inaccettabile maggioranza forze politiche ormai prive di credibilità: la crescente e patologica insofferenza per le regole della democrazia,

Uscito su Liberazione.it il 9 maggio 2013

Read Full Post »

Dopo Milano e il Palazzo di Giustizia assalito con furia giacobina come fosse la Bastiglia, anche Roma è caduta. Il Parlamento è in mano a una destra autentica e alla sua dozzinale imitazione di sinistra. Qualcuno domani titolerà che l’Italia ha un nuovo governo e molti, ingenui, speranzosi o compromessi col potere, andranno a cercare nel nome dei ministri la dignità delle Istituzioni violate. Si può esserne certi purtroppo: chi ama la scuola troverà nei molti e prestigiosi titoli della ministra dell’Istruzione, professoressa Maria Chiara Carrozza, ragioni di speranza che Profumo, Rossi Doria e Ugolini non potevano offrire e per un po’ molti lavoratori traditi sogneranno di certo impossibili miglioramenti, solo perché tra i ministri non troveranno più la tragica figura della Fornero. La verità però è diversa e veramente amara: nonostante l’aperto rifiuto manifestato dagli elettori, oggi un Parlamento commissariato ha votato la fiducia a un nuovo governo Monti. Identica maggioranza, coincidenti priorità – anzitutto i mercati, poi l’umanità dolente in lotta con la disperazione – e una legittimità democratica ancora più impalpabile.
Dovendo spiegare agli elettori increduli il voto di fiducia del PD che tradiva l’esplicito mandato elettorale, l’on. Roberto Speranza non ha saputo trovar di meglio che un distorto pensiero di Don Milani. “A che serve avere le mani pulite se le teniamo in tasca?“, ha chiesto infatti, con incredibile faccia tosta ai deputati del Movimento 5 Stelle; poi, senza alcuna vergogna, paragonando Aldo Moro ed Enrico Berlinguer a Berlusconi e Letta, ha sostenuto senza esitare che il “nuovo” governo è ciò che serve e che chiede il Paese. Un assioma, una sorta di verità di fede che non ha bisogno di dimostrazione. Avesse potuto rispondergli, Don Milani, improvvidamente chiamato in causa, gli avrebbe di sicuro opposto con la sua proverbiale franchezza una scomoda verità: coloro che troppo spesso appello alla fede, la ricordano a se stessi prima che agli altri e la “reggono con le unghie e coi denti […] sono interiormente rosi dal timore che non sia proprio vero ciò che dicono“. In quanto a un governo nato come nasce quello votato dell’on. Speranza, da buon maestro, Don Milani avrebbe ricordato al neoministro Carrozza che gente che ama la scuola in quel governo che difende i privilegi di classe non doveva entrarci, perché “il mondo dei ricchi non si deve amare” e “sono trecent’anni precisi che la famiglia secolarmente analfabeta […] mantiene agli studi la famiglia secolarmente universitaria del signorino“.
C’è poco da cavillare in politichese. I filosofi del “momento eccezionale“, i sacerdoti dell’eterna “emergenza“, gli utopisti della “svolta“, che promettono la rivoluzione però tengono d’occhio i “mercati“, non convincono più nemmeno se stessi. E’ inutile perciò che l’on. Speranza si attacchi a Don Milani: Berlusconi non è Aldo Moro e questo è l’ennesimo governo del signorino.

Uscito su “Fuoriregistro” il 29 aprile 2013

Read Full Post »