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Posts Tagged ‘Maria Baratto’

mariabarattoR439Sul “femminicidio”, complice la sedicente sinistra radical-chic, si è costruita l’ennesima operazione di “disinformazione di massa”. Per capire la natura reale del fenomeno, infatti, non bastano certo il conto aggiornato degli ammazzamenti e la storia in salsa romantica delle povere donne uccise. Questi sono dati superficiali cui manca essenziali complementi. Bisognerebbe, infatti, aggiungere almeno, per cominciare,  che l’80 % degli assassini è di “razza italiana”. Si darebbero così senso e valore concreti al salviniano “primi gli italiani”. Primi, certo, e quindi – come vuole la logica corrente – inferiori ai “barbari” immigrati, che – per fortuna, ci sarrebbe da dire – non si integrano nella civilissima società ospitante.

Manca, poi, e non è vuoto banale, la radice di questo primato: siamo primi, perché siamo culturalmente fermi al concetto dell’onore, a un diritto di famiglia che sebbene modificato nei codici, se non si è saputo modificare nella testa di cittadini, per i quali spesso lo stupro è figlio di una gonna corta e di “comportamenti” riassunti nelle parole del senso comune: “in fondo se l’è andato a cercare”.

Il senso comune però non è buon senso e nell’analisi del fenomeno manca la presa d’atto: il femminicidio chiama direttamente in causa le politiche dei tagli alla formazione. Manca – e di tanti vuoti questo è il più grave e significativo – il dato sul “femminicidio al nero”, che uccide ugualmente, ma non ha mai colpevoli ed è sempre un delitto perfetto. Il più diffuso e ignorato, il più tollerato e taciuto.

Manca insomma all’appello la “morte morale” di una donna come Maria Baratto, morta di cassa integrazione e di reparto confino. Manca la morte da contratto di assunzione con incorporato il licenziamento per gravidanza; mancano la discriminazione salariale, le montagne da scalare nella carriera, le molestie sessuali che decidono dell’assunzione o del mantenimento del posto di lavoro. Se si vorrà sventare la strumentale la manovra, in un Paese malmesso per libertà di stampa, e smascherare la pietà pelosa del conto delle vittime e la retorica della femmina vittima di violenza maschile, occorrerà che la nostra anemica comunicazione sui social cambi registro e si ricordi che il modello politico del capitale finanziario è il fascismo. Lo ha dimostrato lucidamente Pietro Grifone e bisogna perciò mettere in discussione la presunta superiorità del modello occidentale e aver presente che, come accade per tutti i deboli e gli sfruttati, la condizione della donna è figlia allo stesso tempo della società capitalista, della sua sottocultura, dei tagli di bilancio al sistema formativo e dei limiti di una sinistra evanescente, che ha rinnegato la lotta di classe e si è attestata sulla sterile difesa dei diritti umani e civili.

Come dimostra chiaramente una delle più incontestabili “costanti” della vicenda umana,  laddove si sono cancellati la cultura del lavoro e i diritti dei lavoratori, conquistati dal movimento operaio e socialista, anche i diritti umani e civili sono stati sistematicamente violati. Il “femminicidio” è la parte di un tutto, l’effetto di una causa, il fango che precipita a valle dall’immensa montagna dell’ingiustizia sociale. Da questa consapevolezza può e molto probabilmente deve ripartire una sinistra degna della sua storia e della sua funzione sociale e politica. Poi si vedrà se la destra è un suo sinonimo e tra gli strumenti e le categorie ormai “fuori tempo” ci sono davvero la cultura di classe e la centralità del conflitto.

Agoravox, 29 agosto 2018

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socrateOdio l’unanimismo perché amo la lezione per la quale Socrate diede la vita e Brecht scrisse la sua immortale lode del dubbio. E’ questione di laicità.
Per il “grandissimo” Cesare, un uomo del suo rango – Bruto, suo figlio adottivo – toccò tasti che sembravano stonati e cantò fuori dal coro. Non importa se a torto o a ragione, uno ci fu, uno almeno, che seppe dubitare e temere che nell’ombra, non visto o volutamente ignorato, un impasto di ambizione e di certezze errate rendesse l’elogiata grandezza presente una cieca piccolezza, se misurata sulla larga scala del futuro.
Del “geniale” macellaio corso, uno scrittore filosofo, Lev Tolstoj, colse i limiti e nuotando controcorrente puntò il dito sul Bonaparte che “non poteva non inebriarsi di onori”  e gli addebitò la rovina dell’esercito francese nel 1812 per l’avanzata troppo  tardiva e senza preparazione invernale nel cuore della Russia.
Si dirà che è facile criticare la grandezza, quando la sorte la trascina nella polvere, ma non è così. Tolstoj non esaltò nemmeno il Bonaparte di Austerlitz, del tutto indifferente alla tragedia dei morti e dei moribondi che pagavano il suo trionfo.
Avrei voluto sentire una voce autorevole revocare in dubbio l’esattezza della dottrina economica del “grande manager”, la fede cieca nell’automazione che cancella l’omo e produce di conseguenza una disumana gestione delle risorse umane.
Avrei voluto che qualcuno trovasse in tanta presunta luce un’ombra, com’è naturale che sia. Una di quelle ombre che col tempo si allargano cupe e fanno la storia  ben più delle presunte luminose vittorie.
Avrei voluto sentire da qualcuno che conta, in controcanto, il nome di Maria Baratto – lei sì,  una piccola, grande persona – che la politica del manager ferì a morte – e i nomi dei cinque coraggiosi compagni che l’hanno onorata rimettendoci il posto. Non è andata così e quel nome lo faccio io per dire che un grande che non sbaglia  non esiste. E’ solo una menzogna. Piccola e senza storia.

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