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Copertina del libro Viva il re! di Marco Travaglio

Copertina del libro Viva il re! di Marco Travaglio

Bisognerebbe ringraziare Umberto Nobile, sfortunato protagonista di trasvolate polari, che si trovò contro Balbo e il fascismo, scelse l’esilio nell’Unione Sovietica e negli Stati Uniti e fu eletto deputato alla Costituente, tra gli indipendenti nelle liste del PCI; con lui merita un ricordo per la cultura e la passione civile, Paolo Rossi, giurista e perseguitato politico eletto alla Costituente, al quale i fascisti bruciarono lo studio e la censura bloccò i libri che aveva scritto. Rossi scrisse della «pena di morte e della sua critica» in un Paese così imbarbarito, da ripudiare Beccaria e tornare alla pena capitale. Sul significato storico della parola «tornare» manca – e sarebbe molto utile – uno studio accurato, in un Paese che ritiene attuale il codice penale fascista, ma rottama la Costituzione nata dalla Resistenza e lo fa, in un’Europa tornata alla guerra con la tragedia balcanica, tornata al colonialismo con i raid sulla Libia, tornata al razzismo, tornata ai confini sbarrati, tornata ai campi d’internamento, tornata allo sterminio quotidiano, che oggi tocca ai migranti, e tornata alle alleanze con i «dittatori amici».
Bisognerebbe ringraziarli, perché seppero difendere una norma che poteva sembrava superflua e oggi costituisce l’articolo 139, l’ultimo della Costituzione, quello che afferma un’apparente ovvietà: «La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale». E’ questo il testo definitivo e lo si deve a Nobile. In tanti lo ritenevano inutile e antigiuridico, ma per fortuna Gronchi, esprimendo il voto favorevole dei democristiani, ricordò che la forma dello Stato era stata scelto con un referendum ed era quindi «evidente che […]essa non potrebbe essere modificata che da una consultazione diretta fatta nella stessa forma attraverso la quale essa è sorta». Quell’articolo. «ha il valore di una solenne affermazione politica che la prima Costituzione italiana non può, in alcun modo omettere», sostenne Rossi, perché l’immutabilità della forma repubblicana conclude quasi tutti gli ordinamenti giuridici repubblicani.
Quanti di quelli che hanno approvato la nuova Costituzione conoscono le attuali Costituzioni repubblicane? Quanti hanno letto le migliaia di pagine con le discussioni dell’Assemblea Costituente? Probabilmente nessuno. La stragrande maggioranza non le conosce, benché quelle pagine spieghino le ragioni storiche, politiche ed etiche per cui la Costituzione è come noi la leggiamo. Ripugna alla coscienza che qualcuno cambi qualcosa senza conoscerla a fondo, soprattutto se si tratta di Costituzione, perché gli eventi degli ultimi anni hanno dimostrato che, se gli interessi in gioco lo richiedono nulla può esser dato per certo, nemmeno la forma repubblicana. Giorgio Napolitano, infatti è stato eletto due volte Presidente della Repubblica. Poteva farlo? Si è detto che la Costituzione non lo proibisce. Ed è vero. Ma essa non proibisce nemmeno che qualcuno sia eletto tre, quattro e pure cinque volte. Napolitano ha potuto introdurre così una novità assoluta, che per ora, spiace per Rossi, Nobile e Gronchi, potremmo definire «Presidenza lunga», o forse meglio «Principato di Napolitano». Qualcuno, percorrendo la sua via, potrà domani prolungare il soggiorno al Quirinale per il numero di volte che gli sembrerà opportuno. La Costituzione non si pronuncia e un Parlamento riformato come vogliono Renzi, Boschi e Verdini si limiterà ad approvare.
In realtà, sulla rielezione del Presidente della Repubblica c’è stata una inspiegata amnesia collettiva ed è sembrato che alla Costituente non se ne sia parlato. In realtà se ne parlò e sulla rielezione, soprattutto immediata, prevalse il dissenso. Lussu, ad esempio, propose di limitare a cinque anni il mandato, e il socialista Antonio Costantini dichiarò che «il carattere parlamentare della Repubblica» rendeva «impossibile la perpetuazione della tendenza al potere del Presidente eletto». Salvatore Aldisio, cattolico e antifascista, fu per la rielezione per «non più di una volta», ma chiese un mandato di sei anni. Replicando, il socialista Lami Starnuti chiese di tenere fermi nel testo i sette anni, ma di aggiungere che il Presidente «non è rieleggibile». Una scelta saggia che non trovò fortuna. Paolo Rossi, perplesso, suggerì allora una modifica alla modifica: «non è immediatamente rieleggibile», ma non ebbe fortuna. Sul tema tornò Togliatti in seduta plenaria Togliatti, chiedendo di aggiungere la non eleggibilità consecutiva e Nitti, precisè che avrebbe ridotto il mandato a quattro anni, per limitare i danni di eventuali rielezioni. Fu il giovane Aldo Moro a prendere in considerazione la rielezione di un «buon presidente» ma prevalse infine la necessità che un presidente durasse in carica per sette anni, in modo da garantire la stabilità del sistema. Sulla rielezione ci furono aggiunte nel testo, ma l’andamento della discussione e le preoccupazioni di uomini di Lami Starnuti, Lussu, Togliatti e Nitti, ci dicono che la maggioranza non era favorevolea. In un Parlamento privo di legittimità, però, nessuno, meno che mai Giorgio Napolitano, ha voluto tenerne conto. Di fatto, un presidente rieletto non s’era mai avuto e ci sono voluti un pessimo Presidente e un Parlamento di «nominati».

 Contropiano, 26 agosto 2016; Fuoriregistro, 28 agosto 2016.

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caligolaOra la legge consente a Renzi di uccidere la scuola e il fondo è ormai vicino. Lo sappiamo probabilmente sin dal lontano 12 dicembre del 1969, da quando giornali e telegiornali hanno preso a narrarci una storiella sedativa: dopo Piazza Fontana, Pino Pinelli – guarda caso, un anarchico – aprì una finestra della Questura di Milano e si lanciò nel vuoto, annunciando la morte dell’anarchia. Col tempo l’esito delle indagini è diventato verità di fede: si trattò di un «malore attivo». Un malore che non aveva precedenti e non ha avuto poi seguito, perché mai nessuno era morto così e a nessuno è più accaduto dopo. Il circo mediatico, però, storicamente sensibile alle ragioni del potere e geneticamente reticente, ha scelto di portarsi dentro i dubbi mai espressi finché la malattia d’un tratto è esplosa. La diagnosi ormai parla chiaro e la prognosi è disperata: elettroencefalogramma piatto e coma irreversibile.
La stampa italiana di oggi, non vale più di quella fascista ai tempi del Minculpop e dell’«Istituto Luce» di Ezio Maria Gray. Vespa farebbe invidia a Telesio Interlandi, che in gioventù fu la passione del fascista e poi «democratico» Mario Missiroli, Mentana aggiunge quotidianamente la «C» di complicità alle cinque «W» del modello anglosassone, riducendolo così a un WC, Travaglio uccide l’idea di politica e un esercito di pennivendoli e servi sciocchi si fa strada ringhiando ogni giorno come vuole il padrone: l’immigrato «terrorista», invece dell’Europa razzista, il «sangue dei vinti» per far strada ai picchiatori di Casa Pound sponsorizzati da intellettuali alla Rossi Doria, i «fannulloni» a copertura di un feroce sfruttamento e chi più ne ha più ne metta. Ognuno ringhia e morde, così come ai suoi tempi ripetutamente inveiva Ansaldo contro «l’ebreo Morghentau».
A farci la lezione sul merito e sulla valutazione, insomma, c’è una vera e propria fabbrica di menzogne, serva di chi comanda, che «Reporter senza Frontiere» pone generosamente al 73° posto dietro gran parte dell’Europa e molti Paesi dell’Africa e dell’Asia. Persino dietro la Colombia dei narcotrafficanti e dopo quell’Ungheria, che pure si è data apertamente leggi per controllare i mezzi d’informazione e chiudere giornali e programmi televisivi. Da noi non servono. A noi bastano giornalisti intimiditi, aggrediti fisicamente e colpiti nei beni e nelle persone; a noi basta che, come i grandi cartelli della droga, l’Isis e Boko Haram, politici e mafiosi soffochino l’informazione.
Siamo tra gli ultimi per libertà di stampa. La notizia però non «fa notizia» per i nostra media, sicché, quando si parla del massacro mediatico della scuola pubblica, la premessa sulla stampa è d’obbligo, se si vuol capire da quale pulpito viene la predica, quanto valga e dove vada a parare la difesa d’ufficio dei «velinari» al servizio di Confindustria.
Occuparsi di scuola ormai, non significa più discutere di strutture, investimenti, programmi, obiettivi, metodologia, didattica e centralità del rapporto docenti-discenti. All’ordine del giorno ci sono i dogmi della religione neoliberista, i versetti di una Bibbia fondamentalista che, allo scoppio della più grande crisi economica del mondo capitalista, consentì a monsignor Giavazzi di ringraziare il Dio della finanza: «questo – affermò impunemente l’economista – è un grande giorno per il capitalismo». Non l’hanno fatto papa, questo è vero, ma continua a firmare ricette che ammazzano i malati. E’ gente di questa levatura a far da sponda all’analfabetismo di valori che ispira la Riforma Renzi, un Presidente del Consiglio che stenta a parlare un italiano corretto ed è stato eletto solo dal «popolo delle primarie».
Tutti sanno quanto contino poco i referendum abrogativi e basta pensare alla vicenda dell’acqua per capirlo. I manutengoli delle «riforme europee» fingono però di essere preoccupati perché la scuola tenterà quella via. E’ davvero questo che li spaventa? Sono davvero in prima linea perché c’è il rischio di non poter affidare a una banda di kapò il compito di mantenere l’ordine nei campi d’internamento per docenti e studenti progettati da Renzi? Non è possibile che i propagandisti di Confindustria pensino davvero che abbiamo una scuola tutta studi umanistici e docenti attestati a difesa di privilegi corporativi. E non è possibile nemmeno credere che non abbiano letto la proposta di legge di iniziativa popolare ignorata dal Parlamento. Perché allora l’attaccano, ricorrendo a grossolane menzogne e a giudizi stroncativi che non hanno né capo e né coda? Perché non si fermano mai a discutere seriamente le obiezioni di incostituzionalità? Perché citano a casaccio le statistiche sulla scuola, falsificando i dati? Perché ignorano il deficit strutturale della nostra edilizia scolastica rispetto a quell’Europa che ci chiede di investire mentre sono decenni che tagliamo e ci condanna per il barbaro sfruttamento del personale, imponendoci assunzioni ben più consistenti di quelle proposte da Renzi? Si tratta solo di indigenza culturale o c’entra per caso la miseria morale?
In realtà, essi temono ben altro. Hanno paura che la preannunciata disobbedienza civile negli istituti scolastici diventi pubblica e aperta denuncia dell’illegalità su cui fonda il governo Renzi. Temono che la protesta si trasformi in esplicita delegittimazione di un governo che ha moralmente e materialmente usurpato la sovranità popolare. La malafede, insomma, nasce dalla paura che la piazza esploda e si colleghi direttamente alla vicenda greca, che ha dato colpi mortali all’Europa tedesca, di cui Renzi è lo scodinzolante servo sciocco. Sanno – ed è qui il punto – che il governo naviga in rotta di collisione con un’opposizione sociale fortissima e va, pari avanti tutta, verso gli scogli della formazione rischiando il naufragio. Sanno che la vicenda greca alimenta speranze e legittima sogni. Sanno – e perciò tremano – che non si tratta di organizzazioni sindacali o partiti coi quali si scende a patti. E’ il Paese che si sveglia da un incubo, è la gente consapevole di una realtà drammatica: dopo la Grecia toccherà all’Italia e nessuno vuole farsi rappresentare a Bruxelles da un fantoccio che non sa di che parla e dalla banda di incompetenti che Renzi ha portato al governo come cavalli di Caligola.

Fuoriregistro, 19 luglio 2015 e Agoravox, 20 luglio 2015

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