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Posts Tagged ‘Marcello Guida’


Emilia Buonacosa nasce a Pagani il 19 ottobre 1895. Abbandonata dai genitori e adottata da una famiglia di lavoratori, frequenta a stento le elementari. Ai primi del ‘900, Giolitti apre una stagione di riforme sicché nel 1911, quando Emilia entra in fabbrica, per i minorenni la legge vieta turni di notte e mansioni rischiose e limita l’orario a dodici ore con due di pausa. La giovane donna difende coi compagni i diritti calpestati dai padroni, ma il lavoro è così rischioso, che un incidente la priva del cuoio capelluto. Nel 1921 Emilia è a Milano col tipografo Federico Giordano Ustori, che, accusato di un attentato e assolto dopo un anno di carcere, va a vivere con lei a Nocera. Tornati a Milano per le minacce fasciste, nel 1924 si sposano, ma dopo le leggi «fascistissime» fuggono in Francia.
A Parigi «casa Ustori» è un riferimento per molti fuorusciti e quando Federico attacca Stalin, «spietato necroforo della rivoluzione» e denuncia la persecuzione degli anarchici nell’URSS, Emilia è con lui. Il 2 novembre 1930, Federico muore ed Emilia si trova accanto tanti antifascisti, da Treves, che lo ebbe linotipista alla «Libertà», a Piero Montanini, della Concentrazione Antifascista che promette di riportare a casa da vincitori Federico, Amendola, Gobetti e i tanti operai morti in esilio come testimoni del sacrificio popolare. «Casa Ustori» sparisce così dalla «geografia politica» di Parigi, ma Emilia. che trova lavoro presso Ettore Carozzo, editore ed emigrato politico, non si allontana dai fuorusciti. Tutto ormai nella sua vita ha un colore politico, anche i luoghi frequentati. In un caffè in via Diderot, ritrovo di fuorusciti, nel 1932 incontra Pietro Corradi, che curerà le ferite d’una donna sofferente.
Vicina a «Giustizia e Libertà», la Buonacosa frequenta i libertari Renato Castagnoli e Bruno Gualandi e il dott. Temistocle Ricciulli. Interrogata su tali amicizie, anni dopo dirà di non conoscere anarchici. Ricorda il Ricciulli perché nel 1935 le curò una polmonite. In realtà, hanno combattuto i franchisti. Tornata a Parigi nel 1938 la donna procura documenti per i reduci in fuga dalla Francia. Sa di rischiare e il 2 gennaio 1940 avvisa un’amica: «quelli […] considerati i più sinceri fra gli amici […] oggi cercano di pugnalarti alla schiena».
L’attacco italiano alla Francia la trova esule in un Paese in guerra col suo e il 9 luglio 1940, come ha previsto, un «amico» la vende ai tedeschi. Condotta ad Aquisgrana, il 9 ottobre è in mani fasciste. A Napoli, a novembre, nega l’attività antifascista, la Spagna e le riunioni di «Giustizia e Libertà». Il 2 dicembre 1940, quando è condannata a cinque anni di confino, non ha un legale, l’accusa non esibisce prove e un medico attesta che è idonea al regime del confino. La Buonacosa ricorre: le accuse sono solo ipotesi, la condanna è «enorme e inumana», perché non si è giudicato un «atto violento», si sono ignorati l’infortunio e il bisogno di cure e si poteva mandarla infine in un luogo in cui i familiari potevano aiutarla. Il ricorso è respinto.
Giunta a Ventotene il 13 dicembre 1940, ottiene che un medico attesti il bisogno di cure e di una parrucca. Inizia così un duello sulle regole, che sembra rendere la confinata più libera dei suoi carcerieri, servi d’un regime in cui il diritto coincide col potere e il potere nasce dalla forza bruta. La prima richiesta – «un sussidio di vestiario» – chiama i carcerieri al rispetto dei «principi umanitari» della finta «civiltà fascista»: se manca di tutto, è perché il medico ha ignorato il suo infortunio e la polizia l’ha trascinata via senza lasciarle prendere le sue cose. Tocca al Ministero ritrovare le sue valigie perse nel carcere tedesco e pagare per la parrucca rotta.
Per quanto sofferente, Emilia insiste. Per la parrucca, propone, potrebbero condurla a Napoli e per le cure avvicinarla a casa. Se non si vuole, dovrà «abitare da sola, perché è umanamente impossibile vivere con altre donne». Invano il prefetto di Littoria approva il viaggio e il medico ricorda che la «psicoastenia a sfondo depressivo», vissuta «in comune con altri confinati», può «indurre al suicidio», il Ministero nega il trasferimento. Emilia vacilla – «vivo in penosissime condizioni», ammette – ma non cede e torna sulle valigie, in cui c’era il suo corredo, costato anni di lavoro e del quale, nonostante le ricerche promesse, non sa nulla. Quando infine si decide di condurla a Napoli, si scopre che manca la scorta. Per otto mesi, afflitta da dolori alla testa e dal timore del «ridicolo per le […] condizioni della parrucca», la donna resiste e frequenta gli «anarchici più pericolosi della colonia». Il calvario termina il 19 agosto 1941, quando, partita per Napoli, torna con una parrucca nuova.
Ai primi del 1943, il Ministero le permette di scrivere a Parigi al Corradi, che, per aiutarla, le ha venduto dei mobili, ma la donna critica il cambio con la moneta francese, così sfavorevole, da scoraggiare altre vendite. Meglio conservare ciò che ha, altrimenti, scrive, scontata la pena, «mi troverei senza casa e senza possibilità di formarmene un’altra». Ora la guerra si sente anche sull’isola. Costretta a bere acqua di mare bollita e a mangiare foglie di fichidindia cotte, l’unica pianta di cui l’isola è ricca, la Buonacosa peggiora e il sistema nervoso, già debole per l’infortunio, le causa  vertigini e oscuramenti della vista. Per curarla, il medico prescrive farmaci e vitto speciale, ma il Ministero, deciso a piegarne la resistenza, colpisce dove i nervi sono scoperti e il dolore più vivo. Il direttore, Marcello Guida, un vero aguzzino fascista – è lui che consiglia di prolungare la pena per Terracini e la Ravera – conosce l’intento del regime ed esercita con ferocia il suo potere, ritardando l’invio delle richieste a Roma.
Il colpo più doloroso giunge quando i genitori chiedono di vederla e la Buonacosa implora: la madre anziana potrebbe d’un tratto mancare e «sarebbe troppo grande dolore per me e per lei, qualora non ci fosse dato di vederci almeno una volta ancora. […] La devozione per il Regime li raccomanda. Non vorrete negare una consolazione». Il duce rifiuta e un no riceve anche la madre, che il 29 aprile 1942 gli confida l’ansia terribile «per il figlio combattente, che non scrive dal mese di novembre» e lo implora: non «avrò molto da vivere […] e vorrei vedere almeno la mia cara figlia adottiva che non ho potuto abbracciare da 16 anni».
Alla clemenza, che può sembrare debolezza o ammissione di colpa, i tiranni preferiscono spesso la crudeltà, sicché il senso di umanità cede il passo alla ferocia. Disumana è la risposta di Mussolini: la «domanda per ottenere una breve licenza a favore della Buonacosa Emilia non è stata accolta». La confinata resiste, finché, Guida sente morire il regime e abbandona la nave che affonda. Passi felpati, ma chiari: i diritti non più legati alla sottomissione faranno dell’aguzzino un «esecutore d’ordini». Il braccio di ferro con Emilia non ha più senso e il 27 giugno 1943, dopo che Roma ha deciso di liberare i «politici» meno «pericolosi», benché sia molto attiva e stimata dalle compagne, la inserisce in un elenco di 140 confinati ai quali  commutare in ammonizione la pena.
La notizia dell’arresto di Mussolini giunge a Ventotene il 26 luglio e gli antifascisti, formato un comitato, si recano dal Guida, che, tolto il quadro del duce dall’Ufficio e il distintivo fascista dalla giacca, d’un tratto cortese, accetta le condizioni poste dai confinati. Mentre Badoglio, incalzato dai partiti risorti, libera i prigionieri politici, ma «dimentica» gli anarchici, a Ventotene Emilia protesta vivamente e in nome delle «mutate condizioni politiche» chiede la liberazione. Il 23 agosto 1943, lasciando Ventotene, crede di tornare a casa. L’attendono invece le macerie e i morti di Formia bombardata e il campo di Fraschette d’Alatri, con migliaia di internati, per lo più donne e bambini.
La Buonacosa, che ha tenuto testa a Guida, è un riferimento per le slave, giunte con lei da Ventotene e a nome suo e delle compagne malate e prive di cure, ricorda al vecchio fascista  Badoglio un titolo che ora impone rispetto: la sua strenua lotta al fascismo. Noi tutte, scrive, «protestiamo energicamente contro questo trattamento e chiediamo la nostra immediata liberazione come confinate ed internate politiche». Il senatore Umberto Ricci, però, ex prefetto di Mussolini e ministro dell’Interno di un governo pronto alla fuga di fronte ai nazisti, prende tempo. Invano il 31 agosto da Fraschette chiedono che fare di Emilia Buonacosa, che, giunta al campo 24 agosto, per il direttore è ancora una «politica». L’ordine di liberarla parte da Roma il 7 settembre, mentre il governo prepara la fuga, e giunge al campo il 4 novembre, quando gli eventi bellici impediscono che Emilia torni a casa.
Tornata a Pagani il 7 agosto 1944, la donna abbandona lentamente la militanza attiva, mentre il sipario cala sulla sua vicenda umana e politica. Poco prima della Liberazione, Nenni le scrive, promettendo di andare a farle visita, ma non lo farà. Di lì a poco, quando Emilia chiede il passaporto per un viaggio a Parigi, il prefetto di Salerno, fermo al ventennio, scrive a Romita, socialista come Nenni e ministro dell’Interno, che Emilia Buonacosa, «pericolosa alla sicurezza pubblica e agli ordinamenti dello Stato», confinata a Ventotene, fuggì quando gli Alleati liberarono l’isola e conclude con parole terribili: «in atto, serba buona condotta in genere e non dà luogo a rilievi».
Per le autorità, quindi, La Buonacosa è una «fuggiasca» sorvegliata. La melma in cui rimesta il prefetto non può sfiorare la «vedova Ustori», che parte per Parigi, rivede i compagni e la tomba del marito, poi torna a casa. Su quella melma, però, poggia in parte l’Italia nuova, che in anni di lotte migliaia di «sovversivi» hanno provato a costruire. Una melma destinata a riaffiorare, se nel 1959, con Segni Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno e Tambroni al Tesoro, il fascicolo di Emilia «vive» ancora. E’ il Tesoro che, per decidere sul diritto alla pensione assegnata ai perseguitati politici, chiede agli uomini di Segni notizie sulla donna. Nella domanda Emilia ha ricordato tutto: l’espatrio, l’arresto e il confino, ma gli uffici di Segni copiano note fasciste ed è chiaro: nella vita di Emilia, come nel suo eterno fascicolo, il «passato non passa», l’antifascismo minaccia le Istituzioni e la «sovversiva» rimane la «donna di facili costumi, capace di azioni delittuose» che «convisse more uxorio con un tipo politicamente pericoloso».
Si chiude così un fascicolo che conduce difilato al 12 dicembre 1969, a Piazza Fontana, agli anarchici di nuovo in catene, a Valpreda, a Pinelli, staffetta partigiana e antifascista come Emilia e ai morti di Milano, che aprono quella che Zavoli chiamò «notte della repubblica». La notte in cui, incredula, alla televisione, Emilia vede il fango del ventennio che riemerge e riconosce Marcello Guida, l’aguzzino di Ventotene. Questore di Milano, indaga sull’attentato e colpisce ancora gli antifascisti.Emilia muore il 12 dicembre 1976, ancora «pericolosa» per  istituzioni in cui si muove libero Marcello Guida, protetto da «omissis» e segreti di uno Stato di cui è ad un tempo simbolo di continuità e naturale nemico.

Fonti e Bibliografia

ACS, Confino, f. 164; Necrologio in “Umanità Nova”, 6-3-1977; Rosa Spadafora, Il popolo al confino, Athena, Napoli, 1989, pp. 105-106; Giuseppe Aragno, Emilia Buonacosa, in AA.VV. Dizionario biografico degli anarchici italiani, Biblioteca Serantini, Pisa, 2003, I, p. 274; Idem, Antifascismo e potere. Storia di storie, Bastogi, Foggia, 2012, pp. 53-72; Annunziata Gargano, Resistenze. Esperimenti di microstoria attraverso tre biografie, Ippogrifo, Sarno, 2012. Ilaria Poerio, Vania Sapere, Vento del Sud. Gli antifascisti meridionali nella guerra di Spagna, Istituto Ugo Arcuri, Cittanova, 2007, p. 233.

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Quando tutto diventa buio e ti senti smarrito, ti torna in mente un maestro che tanto ti ha insegnato negli anni della tua formazione giovanile e segui la sua strada. Ti spogli dei vestiti che ti hanno accompagnato durante la faticosa giornata, indossi gli abiti curiali, cominci a parlare con i tuoi fantasmi e a poco a poco ritrovi fiducia e speranza. Non importa che il tramonto annunci la notte. Hai aperto una via. Altri proseguiranno.

Emilia Buonacosa nasce a Pagani il 19 ottobre 1895, Abbandonata dai genitori, finirebbe tra i «trovatelli», se il caso, che a volte pareggia i conti tra ragioni e torti della vita, non le donasse l’affetto di una famiglia[1].

Emilia Buonacosa

Sono anni di forte crisi economica, sarebbe necessaria un’imposta progressiva sul reddito, ma Crispi colpisce la povera gente con dazi e balzelli sui generi di prima necessità e l’infanzia di Emilia è una breve magia di giochi e compagni. Dopo la scuola elementare, inizia a lavorare e impara ben presto che i padroni fanno guerra ai diritti, mentre i governi rispondono con la violenza ai disperati che chiedono pane e giustizia sociale[2]. del Novecento Giolitti evita la crisi sociale, consentendo alle classi subalterne di far «valere le proprie aspirazioni e difendere i propri legittimi interessi», sicché, quando Emilia entra in fabbrica, a Nocera, una legge tutela le operaie: dodici ore di lavoro con due di pausa e nessun turno di notte. La fatica è ancora dura e il lavoro rischioso – nel 1913 un infortunio sul lavoro distrugge il cuoio capelluto della giovane donna – ma s’è fissato un limite ed è una conquista[3]. I padroni hanno ora di fronte proletari maturi e la forte Camera del Lavoro in cui milita la Buonacosa. Come accade spesso con le donne, la Questura associa l’attività politica alla «cattiva condotta morale», sicché la Buonacosa non è solo una militante attiva in una fabbrica «agitata da movimenti sovversivi a sfondo anarcoide», ma ha «contatti politicamente pericolosi» ed è «una donna di facili costumi», che si dice anarchica per compiacere l’amante libertario e giustificare una vita dissoluta.
Lette con cura, però, le note di polizia narrano un’altra storia. Emilia cresce nelle difficoltà, fa scelte autonome, lotta contro padroni reazionari, diventa anarchica e non deve ai compagni più di quanto essi debbano a lei. Non è un’esaltata capace di «azioni delittuose», né una «poco di buono». E’ un’operaia che ha scelto il suo campo. Una scelta tanto più grave per la società del tempo, quanto più radicali sono la sfida allo Stato classista e la rottura col perbenismo borghese. Il «biennio rosso» la trova a Milano, dove frequenta Federico Giordano Ustori, tipografo di «Umanità Nova». Arrestato nel 1921 per un attentato e assolto dopo un anno di carcere, nell’estate del 1922 Federico si trasferisce con Emilia a Nocera, dove, però, notabili nazionalisti e padroni camorristi hanno creato un fascismo peggiore di quello originale, che costringe Ustori a tornare con Emilia a Milano. L’8 settembre 1924, col regime in crisi per la morte di Matteotti, i due si sposano, ma il 3 gennaio 1925 Mussolini spegne le illusioni: «se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione…». Quando il regime vara le leggi «fascistissime», Federico, per evitare il confino, fugge in Francia, dove Emilia lo segue.
A Parigi l’unità nella lotta al regime non spegne i contrasti tra antifascisti. Quando Ustori denuncia la persecuzione degli anarchici nell’URSS e definisce il bolscevismo «il più infame e spietato necroforo della rivoluzione», lo scontro con gli stalinisti è duro ed Emilia è con lui in una battaglia politica che scuote il campo antifascista. Casa Ustori è un riferimento per i compagni bisognosi d’aiuto e d’asilo, sicché il 2 novembre 1930, quando un’infezione causata da un banale intervento chirurgico uccide Federico a solo 39 anni, attorno a Emilia si stringe il fior fiore dell’antifascismo[4]. Treves, che ha avuto Ustori linotipista alla «Libertà», s’inchina alla memoria «duratura, incancellabile, onorata e compianta»; Piero Montanini e i compagni della Concentrazione Antifascista promettono alla donna che riporteranno in Italia il marito nel giorno della vittoria, quando torneranno, testimoni «del sacrificio popolare, tutti coloro che lasciammo nell’esilio: da Amendola a Gobetti, da Chiesa a Ustori, da Bensi a tutti gli altri oscuri operai di cui sono ricchi i cimiteri stranieri».
Se «casa Ustori» sparisce dalla «geografia politica» di Parigi, cresce tra gli antifascisti il ruolo della donna che, colpita negli affetti, non cede, si trasferisce presso una famiglia amica del marito, poi trova lavoro presso Ettore Carozzo, un editore emigrato politico. Antifascisti gli amici, antifascista il datore di lavoro, tutto nella vita della donna ha ormai colore politico, anche i luoghi frequentati. E’ il caso di un caffè in via Diderot, ritrovo di antifascisti, dove nel 1932 incontra Pietro Corradi, l’uomo col quale andrà poi a vivere e che curerà le ferite d’una donna sofferente.
Matura e molto autonoma, la Buonacosa va col Corradi alle riunioni «Giustizia e Libertà», frequenta gli anarchici Bruno Gualandi e Renato Castagnoli e il medico Temistocle Ricciulli[5]. Interrogata su tali amicizie, anni dopo dirà di non conoscere anarchici e negherà intese politiche col Ricciulli, che nel 1935, le ha curato una congestione polmonare. In realtà, lei e Ricciulli hanno combattuto in Spagna i falangisti. Ricciulli è partito nell’estate del 1936 ed è tornato in Francia malconcio; lei è andata a Barcellona nel 1937 con l’anarchico Romano De Russo. Non è chiaro quando sia tornata a Parigi, ma a marzo del 1938 una spia rivela che la donna procura rifugi e documenti ai reduci dalla Spagna che lasciano la Francia quando non ha soluzioni, offre la sua casa. Sa di rischiare e il 2 gennaio 1940 mette in guardia la figlia d’un amico: «Ricordati solamente che sono sempre quelli che si sono seduti alla tua tavola, che si sono considerati i migliori e i più sinceri fra gli amici che oggi cercano di pugnalarti alla schiena».
L’aggressione italiana alla Francia la trova straniera in un Paese in guerra col suo e il 9 luglio 1940, come ha previsto, un «amico» la vende ai tedeschi. Tre mesi di carcere ad Aquisgrana e il 9 ottobre è in mani italiane. A novembre è a Napoli, dove rigetta ogni accusa: «emigrai clandestinamente a Parigi, ma non è vero che io abbia frequentato gli ambienti di Giustizia e Libertà. […] Giammai sono stata a Barcellona. Non ho partecipato a movimenti antifascisti. A Parigi sono stata arrestata e qui tradotta Non ho altro da dire». Il 2 dicembre 1940 quando è condotta davanti alla Commissione per il confino, l’accusa non esibisce prove e lei non ha un legale. La Commissione finge di consultare atti e documenti e la condanna seduta stante a cinque anni di confino di polizia eseguendo così un ordine inviato giorni prima da Bocchini, capo della polizia: «confino […] destinazione Ventotene». Un medico incarna poi la ferocia del regime: ignora il grave incidente e ritiene Emilia «esente da difetti ed imperfezioni fisiche e psichiche», e «idonea a sopportare il regime del confino di polizia».
Contro la sentenza la Buonacosa ricorre e ogni parola del ricorso è un dito puntato sul regime: la condanna «enorme e inumana», perché non si è giudicato «nessun atto violento», le accuse «ipotetiche e fantastiche», da «vagliare con più serenità», «l’infortunio sul lavoro e il bisogno di scrupolose ed assidue cure» ignorati. Roma respinge il ricorso e la richiesta di essere inviata almeno nei pressi di Salerno o Napoli, dove i familiari «possano di tanto in tanto venirmi a vedere e darmi le cure dovute».
Il 13 dicembre 1940, sbarcata a Ventotene in catene, ma decisa a resistere, la donna ottiene che il medico attesti ciò che la Commissione ha ignorato: è priva del cuoio capelluto per un grave incidente e deve adoperare la parrucca. Inizia così una battaglia per le regole e i diritti che sembra rendere la prigioniera più libera dei suoi carcerieri, servi d’un regime immorale in cui il diritto coincide col potere e il potere si fonda sulla forza bruta di chi lo detiene. La prima richiesta della Buonacosa – «un sussidio di vestiario» – è un’accusa al regime, chiamato al rispetto di vaghi «principi umanitari» professati in nome della inesistente «civiltà fascista»: se non ha i «mezzi più modesti» per «provvedere al suo fabbisogno indispensabile», è colpa dei fascisti che l’hanno costretta a lasciare la Francia senza le sue risorse personali. Valutata l’entità del danno, Emilia insiste: tocca al Ministero ritrovare le sue valigie perse nel carcere tedesco; quanto all’infortunio, ignorato dalla Commissione, sono i suoi carcerieri a dover rimediare, pagandole la parrucca ormai rotta.
Dietro la sfida ci sono la sofferenza e il bisogno di cure. Potrebbero trasferirla vicino ai suoi che la curerebbero, suggerisce la confinata, o condurla a Napoli per una parrucca nuova. Se non si vuole, dovrà «abitare da sola, perché è umanamente impossibile vivere insieme ad altre donne». In un primo momento il Ministero tace e non ascolta nemmeno il prefetto di Littoria, favorevole al viaggio a Napoli; invano il medico della colonia, consapevole della sofferenza di Emilia, scrive che lo «stato psicoastenico a sfondo depressivo, nell’ambiente in comune con altri confinati, peggiora fino allo scoramento» e può «sfociare in mania suicida». Emilia è stremata, ma quando il regime le nega il trasferimento, torna sul bagaglio smarrito. Non ne ha notizie, «nonostante le promesse di interessamento» ed è inaccettabile, «perché le due valigie […] contenevano tutto il mio corredo che mi è costato anni di lavoro». E al Ministero che tace, ricorda: «vivo in penosissime condizioni».
Quando da Roma chiedono di conoscere il costo della parrucca, che il prefetto di Littoria però non conosce, si decide finalmente di condurla a Napoli, ma la scorta non c’è. Per otto mesi, tormentata dal timore del «ridicolo per le deprecabili condizioni della parrucca» e «dai dolori fisici alla testa», la Buonacosa resiste e frequenta gli «anarchici più pericolosi della colonia»; il calvario termina il 10 agosto 1941, quando la donna parte per Napoli e torna il 19 con una parrucca nuova. Il 10 gennaio 1942 e il 5 febbraio 1943, il Ministero le invia un sussidio di 150 lire e le consente di scrivere al Corradi, che, pur di aiutarla, a Parigi ha svenduto parte dei suoi mobili; la Buonacosa risponde criticando l’economia fascista e le condizioni di cambio con la moneta francese così sfavorevoli, da scoraggiare ulteriori vendite. Meglio conservare e custodire, scrive al Ministero, altrimenti, terminato il periodo di confino, «mi troverei senza casa e senza possibilità di formarmene un’altra».
E’ il momento in cui il regime, deciso a demolire la resistenza della donna, prende a colpire dove i nervi sono scoperti e il dolore più vivo. Ora la guerra si sente anche sull’isola. Costretta a bere acqua di mare bollita e a mangiare foglie di fichidindia cotte, l’unica pianta che cresce abbondante, la Buonacosa peggiora e l’alterazione causata dall’infortunio al suo sistema nervoso le procura vertigini e improvvisi oscuramenti della vista. Per curare la confinata, il medico prescrive farmaci e vitto speciale, ma il direttore, Marcello Guida, ritarda l’invio delle richieste Roma. Fascista accanito, sa che il Ministero intende punire la donna e più la vede soffrire, più esercita crudelmente il suo potere. Il rifiuto più doloroso per la confinata giunge quando i genitori, l’anziana madre anzitutto, chiedono di poterla rivedere e la Buonacosa implora il duce: «La loro devozione per il Regime li raccomanda. Voi non vorrete negare una consolazione». Mussolini rifiuta, come aveva fatto tempo prima quando Emilia gli aveva scritto che la madre poteva all’improvviso mancare e «sarebbe troppo grande dolore per me e per lei, qualora non ci fosse dato di vederci almeno una volta ancora». Un rifiuto opposto dal duce alla madre, che il 29 aprile 1942 gli confida «il timore e la pena che non danno pace» per il figlio «combattente, che non scrive dal mese di novembre». Forse, prosegue la donna, «non avrò molto da vivere, perciò vorrei vedere la mia cara figlia adottiva che non ho potuto abbracciare da 16 anni».
Alla clemenza, che temono sia letta come debolezza o ammissione di colpa, spesso i tiranni preferiscono nuove crudeltà e il senso di umanità cede il passo alla ferocia. Disumana è la risposta di Mussolini: la «domanda per ottenere una breve licenza a favore della Buonacosa Emilia non è stata accolta». La confinata sopporta anche questo dolore e va avanti. Di lì a poco, invece, Guida, che sente morire il regime, abbandona la nave che affonda. Passi felpati, ma chiari: i diritti non più legati alla sottomissione faranno dell’aguzzino un «esecutore d’ordini». Il braccio di ferro con Emilia ormai non ha senso e quando Roma decide di liberare i «politici» meno «pericolosi», Guida inserisce la Buonacosa in un elenco di 140 confinati e il 27 giungo 1943 appoggia la proposta di commutare in ammonizione la pena della donna che, a suo dire, ora «vive appartata dai gruppi politici». In realtà, Emilia è stata appena testimone alle nozze di Bice Mastrogiacomo col comunista Renato Olivieri e gode della stima delle compagne.
La notizia dell’arresto di Mussolini giunge a Ventotene il 26 luglio e gli antifascisti, formato un comitato, aprono subito trattative col direttore, che tolto il distintivo fascista dalla giacca e il quadro del duce dall’ufficio, insolitamente cortese accetta le condizioni poste dai confinati. Mentre Badoglio incalzato dai partiti risorti, libera i prigionieri politici, ma «dimentica» gli anarchici, a Ventotene Emilia protesta vivacemente e in nome delle «mutate condizioni politiche» chiede la liberazione. Il 23 agosto 1943, quando lascia l’isola, crede di tornare a casa. L’attendono invece Formia bombardata coi cadaveri tra le macerie e il campo di Fraschette d’Alatri, con migliaia di internati, per lo più donne e bambini.
La Buonacosa, che ha tenuto testa a Guida, è un riferimento per le slave giunte con lei da Ventotene e a loro nome, a nome di compagne ammalate e bisognose di cure, presenta a Badoglio, vecchio fascista chiamato a garantire la continuità dello Stato, un titolo che impone rispetto: la strenua lotta al fascismo: «Noi tutte protestiamo energicamente contro questo trattamento e chiediamo la nostra immediata liberazione come confinate ed internate politiche». Umberto Ricci, però, senatore, ex prefetto mussoliniano e ministro dell’Interno di un governo pronto alla fuga di fronte ai nazisti, diffida dei «rossi» e prende tempo. Invano il 31 agosto il direttore del campo di Fraschette chiede disposizioni per la confinata politica Emilia Buonacosa, giunta al campo il 24 agosto. L’ordine di liberare la donna, che per il direttore del campo è ancora una «politica», parte da Roma il 7 settembre, mentre il governo prepara la fuga e giunge al campo il 4 novembre, quando gli eventi bellici impediscono che Emilia raggiunga Pagani.
Tornata a casa il 7 agosto del 1944, la donna abbandona lentamente la militanza attiva e il sipario sembra infine calare sulla sua vicenda politica. Se alla vigilia della Liberazione, Nenni le scrive con familiarità e promette di incontrarla a Nocera, poco dopo, però, quando chiede il passaporto per  un viaggio a Parigi, il prefetto di Salerno, fermo al ventennio, scrive a Romita, socialista e ministro dell’Interno, che Emilia Buonacosa, «pericolosa alla sicurezza pubblica e agli ordinamenti dello Stato», confinata a Ventotene, si «allontanò a seguito della liberazione di detta isola da parte delle truppe alleate» e conclude con una frase terribile: «in atto, serba buona condotta in genere e non dà luogo a rilievi».
Per le autorità, quindi, Emilia, che non mai è stata liberata, è una «fuggiasca» sorvegliata. La melma in cui il prefetto rimesta per il momento non può sfiorare la «vedova Ustori», che parte per Parigi, rivede i compagni e la tomba del marito e poi torna a casa. Su quel fango, però, poggia in parte l’Italia nuova, che in anni di lotte e sacrifici migliaia di «sovversivi» hanno provato a costruire. Un fango destinato ad aumentare, se nel 1959, con Tambroni al Tesoro e Segni Presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, il fascicolo di Emilia «vive» ancora. E’ il Tesoro che, per decidere sull’eventuale diritto alla pensione assegnata infine ai perseguitati politici, chiede agli uomini di Segni notizie su quanto dichiara la donna. Nella domanda Emilia ha ricordato tutto: l’espatrio, l’arresto e il confino, ma gli uffici di Segni copiano note fasciste e tutto diventa chiaro: nella vita di Emilia, come nel suo fascicolo, incredibilmente «vivo», il «passato non passa», l’antifascismo minaccia le Istituzioni e l’anarchica è ancora una «sovversiva».
La nota si ferma lì, ma tra le sue righe si legge ancora la capacità di «azioni delittuose» e l’ex confinata è in fondo la «donna di facili costumi» che «convisse per circa tre anni more uxorio con un tipo politicamente pericoloso». E’ un rapporto che conduce difilato al 12 dicembre 1969, a Piazza Fontana, agli anarchici di nuovo in manette, a Valpreda, a Pinelli, staffetta partigiana e antifascista come Emilia, al fango del ventennio che sale, mentre i morti di Milano aprono quella che Zavoli chiamò «notte della repubblica». La notte in cui, incredula, guardando la televisione, Emilia riconosce Marcello Guida, carceriere di Ventotene, fantasma d’un passato che pensava chiuso. E’ lui, Marcello Guida,  il questore di Milano, che indaga sull’attentato e colpisce ancora gli antifascisti.
Emilia se ne va il 12 dicembre 1976, ancora e sempre «pericolosa» per  istituzioni in cui si muove libero Marcello Guida, protetto da «omissis» e segreti di uno Stato di cui è ad un tempo simbolo di continuità e naturale nemico.


[1] La storia di Emilia Buonacosa è stata ricostruita grazie ai documenti conservati nell’Archivio Centrale dello Stato a Roma, fondo Confino b. 164, f. «Buonacosa Emilia», e fondo Casellario Politico Centrale, b. 2422, f. «Giordano Federico (già Ustori Federico)». Utile è stato anche il lavoro di Annunziata Gargano, Resistenze. Esperimenti di microstoria attraverso tre biografie, Edizioni dell’Ippogrifo, Sarno, 2012. 
[2] L’8 luglio 1904 Orlando fissò l’obbligo all’età di 12 anni.
[3] Giovanni Giolitti, Memorie della mia vita, Garzanti, Milano, 1982, p. 115. Nel 1902 la legge Carcano impose per le minorenni atto di assunzione, libretto, certificato medico e un orario di lavoro che non superasse le 12 ore.
[4] Per la morte di Ustori, F. Ustori, “La Lotta Anarchica”, cit.

[5] La Buonacosa è più attiva del Corradi, un comunista dissidente che non svolge attività politica. Del Corradi esiste un fascicolo nel Casellario Politico Centrale b. 1480, f. “Corradi Pietro”.

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Per raccontare gli anni Settanta, la Rai ha chiamato Graziano Diana: il ruolo di «voce narrante» è toccato all’inconsapevole commissario Calabresi e n’è nata una favola sconcia, che ha una morale decisamente immorale: Piazza Fontana come un libro aperto, Pinelli suicidato dal peso di colpe inesistenti e un giudice che assolve davanti alla storia la Questura di Milano.imagesPer Diana, il 1969 è figlio d’ignoti: non ha padre, né madre e, ciò ch’è peggio, nemmeno radici. E’ un mistero glorioso: italiani felici e contenti, Questure strapiene d’amore, incerte tra “Fate bene fratelli” ed esercito della salvezza, poi, va a capire perché, un delirio di bombe, un autunno rovente, manifestazioni a catena e su tutto, inspiegata, la violenza che dilaga.
Spiace per Diana, ma i conti non tornano. La sua storia degli anni Settanta non la salva nemmeno la libertà dell’arte, che non può fare da alibi a uno stupro della memoria collettiva. Marcello Guida, le stragi, Luigi Calabresi, il fascismo come braccio armato del capitale, non nascono dal nulla, in un 1969 collocato fuori dalla storia e ridotto a un deformante specchio di faglia. Gli «anni spezzati» da Diana sono una forzatura maldestra e pericolosa. Da Portella delle Ginestre a Piazza Fontana corre un fiume di sangue innocente che macchia la storia della repubblica.
Se il punto di vista dell’Italia che ammanettava avesse fatto i conti con quello dell’Italia in manette, la Rai si sarebbe evitata una pagina buia. L’altra “voce narrante”, infatti, quella a cui Diana non ha voluto dare un microfono, ci avrebbe restituito la memoria di un altro Paese. Una memoria che occorre difendere. La «voce» zittita ci avrebbe parlato di un 22 gennaio del 1952 alla Questura di Como, di un collega di Luigi Calabresi che chiede a Scelba «dettagliate informazioni sulla condotta morale e politica di Lionetti Volga, precisando il suo grado di pericolosità per l’ordinamento dello Stato» e tutti avremmo capito che, nonostante la Costituzione antifascista, nel 1952 il fascismo al Ministero dell’Interno non è ancora caduto. Il Questore di Como, infatti, non chiede notizie perché intende perseguire un reato. Sta solo colpendo un diritto conquistato col sangue. La donna, in realtà, ci racconterebbe la voce messa a tacere, è una giovane sarta giunta «a Faggeto Lario per frequentare un corso in quella scuola femminile del P.C.I». Scuola di partito, quindi, e tanto basta alla polizia «repubblicana» ancora perfettamente in linea con le direttive di Mussolini, tanto basta perché non solo il codice penale è e resterà quello fascista, ma la politica è ancora “mistica”, gli uomini del «Duce» sono tutti dov’erano nel ventennio e i linguaggi e i comportamenti, in Questura, trasudano disprezzo per la libertà e i diritti conquistati dai partigiani.
De Gasperi, d’altra parte, è stato molto chiaro: vuole «uno Stato forte» e una «democrazia protetta dagli estremisti di sinistra». Un disegno che mette la repubblica in mano al fascismo moderato e impunito di Scelba. E’ così che – avrebbe spiegato la nostra «voce» – il fascicolo della Lionetti, non a caso figlia di un partigiano combattente delle Quattro Giornate, si aggiunge a quello di Antonio Gramsci, Sandro Pertini e migliaia di antifascisti e militanti del movimento operaio, raccolti in quel Casellario Politico Centrale, ereditato dal regime, che De Gasperi non solo tiene in vita, ma rende più attivo che mai, infilandovi i fascicoli di antifascisti colpiti dalla polizia della repubblica nata dalla guerra di liberazione dal fascismo.
Le notizie su Volga Leonetti si accumulano così con un’alacrità che farebbe arrossire Bocchini e l’efficiente polizia del fascio littorio. E’ un racconto incalzante e rivelatore. Ai colleghi di Calabresi «non consta che la donna sia dotata di particolare cultura, pur tuttavia ella svolge con discreta intelligenza l’attività di propagandista». E poiché nulla nasce dal nulla, spiegano i solerti funzionari, ieri fascisti e ora democratici, non c’è da scherzare: dietro la donna si cela una tradizione di lotta. «In passato», infatti, «i genitori, anch’essi orientati verso il comunismo, tenevano nella propria abitazione conferenze di iscritti e simpatizzanti al P.C.I.» E’ così che l’esperienza dell’antifascismo clandestino diventa, per Volga Leonetti, un pericoloso precedente che la militanza conferma. «Allo scopo di sovvertire l’ordine pubblico sollevando la folla presente», denuncia, infatti, di lì a poco la Questura di Napoli, la donna e «un gruppo di una diecina attiviste comuniste, hanno inscenato una dimostrazione ostile all’arrivo del Generale Rigdway». Non bastasse, scrive il Questore, «invitate ad allontanarsi, hanno insistito nella manifestazione e sono state arrestate, identificate ed associate alle carceri di Poggioreale», a disposizione di giudici e codici che hanno divorziato dalla giustizia sociale e condannano l’operaia a tre mesi di galera. Tra gli anni Cinquanta e Sessanta, la polizia segnalerà a Roma i «cambi di residenza e […] ogni notizia riguardante Volga Leonetti»: il ruolo che svolge nel Comitato Regionale per la pace, le conferenze per le donne del P.C.I., una condanna e la sua sospensione condizionale ottenuta nel 1955 per reati del 1953, la “denuncia per lesioni, ingiurie e minacce” che nel 1956 finirà in una bolla di sapone. La polizia che anni dopo accoglie Calabresi, presentato da Diana nei panni di un improbabile poliziotto pasoliniano, è la stessa che nel 1958 non ha esitato a rifiutare il «rinnovo del passaporto chiesto da Lionetti Volga, […] fervente attivista e propagandista del P.C.I. ed inscritta al C. P.C. per normale vigilanza».
La donna avrà fortuna. Non volerà da finestre di questure, non si ritroverà in una pozza di sangue, uccisa in piazza, come i 65 compagni caduti in quattro anni, dal 1948 al 1952, o i morti ammazzati a Portella della Ginestra nel 1947, a Reggio Emilia nel 1960, a Ciaculli nel 1963 e ad Avola nel 1968. Il 1969 che la Rai ha volutamente stravolto la troverà, però, tra i 15.000 lavoratori che una legge del 1974 riconoscerà come perseguitati politici nell’Italia repubblicana. E sono numeri approssimati per difetto. E’ questa storia taciuta ad arte a rendere oltraggioso il 1969 e gli anni Settanta di Graziano Diana. Un oltraggio grave, ma rivelatore perché spiega a chi non l’ha ancora capita la tragedia che stiamo vivendo.

Uscito su “Fuoriregistro” l’11 gennaio 2014

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 A Napoli la cronaca della città pone domande inquietanti: i miei giovani amici studenti, i miei compagni di lotta, i sindacati di base, sono tutti tornati d’un tratto “sovversivi”? A dar retta all’allarme dei cronisti e alle denunce, si direbbe di sì e anzi, com’è nella tradizione d’un Paese che non sa o non vuol fare i conti con la sua storia, sono diventati ormai “pericolosi”. Se dico “tornati”, non è per sopraggiunta demenza senile. E’ il contrario. E’ che la memoria, invece, è ancora buona e ricordo perfettamente che, per fare un esempio, qui a Napoli, i ragazzi del “Collettivo Autorganizzato Universitario” sono stati “sovversivi” già nel dicembre del 2010, quando sul “Mattino” Massimo Martinelli scriveva cupo e allarmato che i giovani studenti serrati “i ranghi con gli attivisti dei centri sociali e con gli eredi dell’anarcosindacalismo” s’erano messi “contro lo Stato”. Oggi nessuno se ne ricorda e i ragazzi hanno poi smentito coi fatti Martinelli e soci, ma in quei giorni, secco come una fucilata, il giornale titolava: “Studenti e centri sociali: ecco il patto del terrore“. Niente spazio per i dubbi: una condanna senz’appello. In quanto al “Messaggero”, un modello di giornalismo liberale, citando un rapporto dell’antiterrorismo, “riservato” per tutti, non per il suo cronista, descriveva addirittura la “galassia” del terrore. Una “riservatezza” violata, dio sa come, anche dal “Mattino”, scatenato a sua volta nei dettagli su un fronte del “terrore” formato, guarda caso, dalle espressioni del mondo della scuola, che era in piazza ogni giorno coi ricercatori universitari; proprio loro, sì, i ricercatori, che come tutti sanno hanno antiche tradizioni bakuniniste. Gli uomini dell’antiterrorismo, poi, che a quanto pare avevano tracciato la “mappa del terrore” per passarla ai giornali, riferivano che “a Torino, Milano, Padova, Bologna, Genova, Firenze, Roma e Napoli c’erano studenti e ricercatori, ma anche attivisti dei centri sociali, identificati dall’occhio attento delle Digos cittadine”. Non mancavano gli onnipresenti “duri del sindacalismo di base, convinti che le azioni di massa, come le manifestazioni o gli scioperi generali, servano soprattutto ad attirare sulle barricate le categorie dei lavoratori scontenti, […] i ragazzi delle università, […] i centri sociali e le organizzazioni studentesche che fornirebbero le teste pensanti al vertice del Movimento”. Equitalia non c’entrava nulla – all’epoca il problema era Gelmini – ma i “sovversivi” a Napoli erano quelli di oggi: studenti del “Collettivo Autorganizzato Universitario” e attivisti del Laboratorio Insurgencia, che di lì a poco, però, folgorato sulla via di Damasco, si sarebbe schierato con Luigi De Magistris, al quale tutto si può rimproverare, meno che frequenti “sovversivi”.

Perché non dirlo? I “terroristi” io li conosco bene. Nell’infocato autunno del 2010, circondato da agenti-fotografi che, in quei mesi, mi “scortarono” attivamente, ero con loro tutti i giorni nelle assemblee di giovani che avevano serie ragioni per protestare: gli avevano rubato il futuro. Posso dirlo in coscienza: non c’era una sola verità in ciò che raccontava certa stampa. Tra noi, nessun accordo segreto e nessun terrorista. C’erano studenti, ricercatori e spesso artisti, gente di cultura, che si batteva contro la sciagurata “riforma Gelmini” dietro i loro illuminanti striscioni: “Noi la crisi non la paghiamo!”. Nell’atrio del Teatro di San Carlo, in un’allucinante sera di dicembre, ho visto coi miei occhi manipoli di agenti scatenati – il solo pericolo vero presente nel tempio della musica – manganellare a tutto spiano studenti, docenti e persino gli artisti impegnati nelle prove e venuti a parlare con noi e a solidarizzare. Gente così inerme che, non ci fosse stata di mezzo la divisa, avresti avuto buoni motivi per pensare a un’improvvisa pazzia. Pazzia, però, purtroppo non era.

Approvata la riforma, misteriosamente sparì la “sovversione” e per due anni il silenzio è caduto tra noi. D’un tratto, giorni fa, per opera e virtù dello Spirito Santo, i presunti sovversivi si sarebbero svegliati. Che è accaduto? Perché questo improvviso ritorno di fiamma? Attentati, rapimenti, espropri proletari? No, nulla di tutto questo. Uova marce e vernice ad Equitalia, cariche immediate e qualche scaramuccia. Ci sono stati eccessi? Deprechiamoli, ma la storia dei “sovversivi pericolosi” è l’eccesso più grave.

Non partirò da Cucchi, non griderò allo scandalo per De Gennaro sottosegretario, non dirò ciò che sarebbe bene dicessero per prime le forze dell’ordine dopo che “Diaz” e Vicari l’hanno certificato: Genova fu una vergogna nazionale. Non lo farò. Parlerò di un passato che riguarda tutti, come compete allo storico, per ricordare che da Crispi al ‘68, da Romeo Frezzi a Pino Pinelli, la storia del conflitto sociale s’è macchiata di troppo sangue innocente e s’è legata spesso a montature di pennivendoli e velinari. Dirò che Frezzi era un povero muratore innocente, morto di botte in un interrogatorio e Pinelli una staffetta partigiana. Dirò che a Milano, quando Pinelli volò dalla finestra della stanza in cui lo interrogavano – gli anarchici, sempre gli anarchici – era questore Guida, il fascista che aveva tenuto confinato Umberto Terracini, l’uomo che poi firmò la Costituzione. Dirò che a Napoli, nel giugno del 1914, con quattro manifestanti uccisi, non si trovò un colpevole e finì con un processo ai soliti ignoti armati di… moschetto e pistole d’ordinanza. Dirò che settanta morti in piazza negli anni della guerra fredda, dal ‘48 al ‘68, sono un orrore italiano che fa arrossire di fronte alle dieci vittime di Francia, Inghilterra e Germania messe assieme. Dirò che tornare sulla tragica barzelletta degli studenti “sovversivi” in un momento così difficile vuol dire far finta di non sapere che qui da noi spesso, troppo spesso purtroppo, dietro il paravento dell’ordine costituito, s’è costruita la tomba della giustizia sociale. E si è cominciato così, agitando uno spettro. 

Da “Contropiano“, 19 maggio 2012

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C’è chi accenna a rapporti dell’antiterrorismo e accusa studenti e ricercatori: “sovversivi pericolosi” da arrestare. Chi ogni giorno ha tra le mani carte di polizia, note riservatissime e relazioni ignobili di infiltrati e confidenti, sa che la storia ha anche un volto impresentabile, che non riguarda solo i regimi totalitari. Piaccia o no, è il volto del potere. Puoi mettergli a guardia regole e segnare limiti, le zone d’ombra esistono, non le cancelli. Un esempio per tutti: il sindacato. Oggi è normale, per certi versi addirittura “banale”, che esistano confederazioni sindacali. Sarebbe ridicolo se la Digos le indicasse come “covi di terroristi” ed è noto a tutti: per loro natura, “raffreddano” il conflitto e sono utili anche al padronato. Non è andata, però, sempre così.

 Napoli, 1893. Nei vecchi rapporti di polizia il sindacato è una minaccia per gli equilibri sociali: l’operaio deve “chiedere” e, se rivendica un diritto, si ribella. Quando i lavoratori si associano, il Ministero dell’Interno ordina alle questure di insinuare uomini tra gli operai per “conoscere il numero complessivo degli iscritti, le generalità, i connotati e un breve cenno biografico di ciascuno dei capi”. In gran segreto si fanno schedature e a Roma giungono elenchi di “organizzazioni pericolose”. Basta parlare di orario di lavoro, salario e salute, ed ecco l’etichetta: “sovversivo”. Decidono questori, prefetti e funzionari della Squadra Politica. Oggi diremmo Digos. Senza informare gli interessati, “le autorità, prima di ammettere nuovi operai negli stabilimenti e nelle amministrazioni” chiedono “speciali informazioni” e si segnalano così i sindacalisti “più influenti e pericolosi affiliati ai partiti sovversivi”. Sono partiti regolarmente presenti in Parlamento, ma nei rapporti non c’è differenza tra delinquenti e delegati sindacali e la stampa non prova nemmeno a verificare le “veline”. Le società operaie crescono e la Questura s’inventa “cabine di regia” e “manovre anarchiche”. Per mettere nei guai chi lotta per un diritto e disturba i padroni, l’anarco-insurrezionalismo è l’argomento più usato dalle autorità di Polizia di ogni stagione della nostra storia: Italia liberale, fascista e repubblicana. I fascicoli della Questura sono pieni di rapporti fantasiosi e inverosimili di spie e confidenti che vendono a peso d’oro notizie di terza mano, invenzioni e libere interpretazioni di discussioni politiche e sindacali. Senza uno straccio di prova, il prefetto accusa: “si finge di tendere al miglioramento economico degli operai, ma invece si punta a fomentare le passioni, a coalizzarli, con mire evidentemente politiche e avverse all’attuale stato di cose. […] Per far proseliti, poi, si studia di trar partito specialmente dal malcontento che, per una ragione o per l’altra, serpeggia nelle varie classi operaie”.

 E’ un classico. Vale per ieri e oggi. Le cause del malcontento non interessano  nessuno. Contano soprattutto i “sovversivi”. Ogni riunione è un pericolo, le “voci” inverosimili riferite dai confidenti sono prese per buone senza alcun riscontro. Pericolosa è persino una riunione “in una bettola fuorigrottese, ove si legge una lettera pervenuta da Palermo”. Nessuno sa che ci sia scritto, ma conviene credere a un fantomatico piano rivoluzionario al quale, suggerisce un infiltrato a caccia di quattrini, “prenderebbe parte un giovane prete dimorante al Vomero”. Il condizionale la dice lunga e il senso del ridicolo indurrebbe chiunque a più serie riflessioni, ma “in alto” si preme e inquirenti e magistrati si legano in oscure connivenze. Per colpire gli operai, il Questore si muove “nel modo più acconcio” per indurre il proprietario di uno stabile a sfrattare i sovversivi e la Procura “garantisce che dal locale Pretore sarà emessa relativa ordinanza e, nello stesso giorno in cui giunga, fatta eseguire”. Accuse non ce ne sono, ma il Questore trasmette alla Procura Generale copia dei rapporti inviati al Prefetto. La procedura é scorretta, ma serve a costruire prove false. Si giunge al punto di denunciare gli autori di un manifesto che due settimane prima è stato considerato del tutto legale. I lavoratori scoprono un provocatore, ex agente di PS, e lo espellono, ma l’uomo riappare nell’elenco degli iscritti, “ritoccato” dopo il sequestro, e in Tribunale fa la sua parte nel ruolo di falso testimone. Il Questore dà credito ai confidenti e si cerca un’imbarcazione “comandata da un maltese, che dovrebbe arrivare dall’Albania con armi da sbarcarsi lungo la marina di Licata e Porto Empedocle”. Nessuna la trova e due perquisizioni senza mandato non bastano a tirar fuori il carico di armi. Una “velina” della Questura trova, però, spazio su giornali compiacenti e crea un clima di tensione giustificato dalla “necessità di opporsi con energia al movimento che nelle presenti condizioni economiche e morali di queste basse classi sociali, potrebbe da un momento all’altro prendere un carattere apertamente sedizioso e gettare la città […] in preda allo scompiglio”.

Occorrono, scrive il Prefetto, imputati “deferiti al potere giudiziario sotto il titolo di Associazione di malfattori”. Creato l’allarme nella popolazione, scatta la trappola. Il solito confidente consegna alla Squadra Politica un piano misterioso che prevede la sollevazione sincronica di Palermo, Messina e Napoli. La rivolta, si dice, inizierà con “incendi dolosi appiccati nella notte”. Quando un sarto del sindacato torna da Palermo, lo aspetta la Squadra Politica che lo arresta. In città, intanto, il Questore, avuta “notizia sicura che gli incendi si sarebbero praticati nella nottata mediante petrolio e acqua ragia coi quali si sarebbero intrisi gli stoppacci accesi gettati negli scantinati”, mette in moto “pattuglie che percorrono la città in tutti i sensi con ordine di fermare, perquisire e arrestare”. Nel cuore della notte sono presi due individui. “Perquisiti nella persona”, guarda caso, hanno con sé due bottiglie di acqua ragia e un manifesto con la scritta a mano: “Viva la rivoluzione sociale”. Due terroristi e due bottiglie di acqua ragia sarebbero ben povera cosa per una rivoluzione, ma la polizia sostiene che i mille compagni, impauriti, si sono ritirati. Tanto sindacatobasta per portare in tribunale l’intero sindacato. Nella fretta, la Questura sbaglia la data dell’arresto e anticipa d’un giorno la rivolta, ma i giudici lasciano correre. La fantomatica rivolta non c’è stata, ma due bottiglie d’acqua ragia e le chiacchiere del sarto che si “pente” spediscono in galera decine di sindacalisti.

Al processo la condanna è già scritta. Tutto si basa su insinuazioni di anonimi confidenti di fiducia della Questura. La difesa chiede di interrogarli, ma il giudice rifiuta, perché “le informazioni  avute da confidenti trovano riscontro negli atti”. E’ verità di fede e tanto basta: due bottiglie di acqua ragia e dei confidenti. I due “terroristi” negano e l’acqua ragia può essere strumento di lavoro. Nessuno li ascolta. Degli agenti che testimoniano, uno è colto con un foglietto da cui legge appunti e nomi d’imputati; un altro manda su tutte le furie il giudice che lo interroga perché ricorda “cose molto differenti da quelle risultanti nella deposizione scritta”. Un ispettore, infine, messo alle strette dalla difesa, ammette che gli imputati non sono sovversivi pericolosi. Il giudice preoccupato, scrive allora al Questore per fargli “raccomandazioni sul contegno di funzionari e agenti che dovranno essere intesi, non potendo in caso contrario garantire l’esito del processo”. Preoccupato è anche il Crispi, presidente del Consiglio, che intervenuto personalmente e indebitamente, “raccomanda di sollecitare il più possibile il pronunciato della Camera di Consiglio, ritenendo opportuno lo scioglimento del sindacato”. In quanto al sarto, testimone chiave, ritratta le dichiarazioni rese in istruttoria e narra la storia di durissimi interrogatori, di lunghi digiuni e della privazione dell’acqua. La polizia, accusa, lo ha drogato e convinto a firmare una dichiarazione falsa e già preparata. Dopo un’altalena di violenze e lusinghe, avrebbe ceduto in cambio di 500 lire, un passaporto e la sistemazione delle figlie. L’uomo non mente. In archivio c’è la ricevuta della cifra pattuita e la firma di un ispettore. Il processo è una farsa, ma una valanga di condanne si abbatte sul sindacato, che è disciolto, mentre i sindacalisti sono spediti in galera.

È un caso tipico, ma ce ne sono veramente tanti. Nel 1914, quando l’Italia dei padroni, interessati a vendere armi, si prepara alla guerra, l’ostacolo sono gli operai antimilitaristi. A giugno del 1914 l’esercito liquida il conto, sparando sui lavoratori. A Napoli sono ammazzati quattro dimostranti. Due giovani vittime sono operai di 16 anni. La polizia e i bersaglieri negano ogni addebito: hanno sparato una sola volta per legittima difesa. E poiché i quattro morti e un ferito sono trovati in due strade diverse, a Vico Spicoli e a Vico Croce, si falsificano gli atti. Il ferito è immediatamente arrestato e “per imperiose ragioni di ordine pubblico”, un morto viene nascosto “nella sala mortuaria del Trivio”, il cimitero ebraico, sicché per giorni la povera madre cercherà invano il figlio ucciso. Si prende tempo per concordare una versione comune tra i commissariati di quartiere. “Prego redigere un unico rapporto ribadente questo unico punto di vista”, scrive il Questore ai dipendenti: “c’è stato un unico conflitto a fuoco […]. Confido nella solerte abilità ed attendo un preciso rapporto per il quale è opportuno prendere accordi col Colonnello che comandava la truppa”. Un giudice che sta al gioco si oppone – “l’esame necroscopico e gli accertamenti generici escludono che uno degli operai sia morto con gli altri” – ma tutto è sepolto in archivio, anche la verità narrata da un veterinario, finito in ospedale per uno scontro a fuoco in cui è morto un lavoratore. La via dei tumulti non è quella indicata dalla Questura.

 Maroni può dire ciò che vuole, ma le cose stanno così: tra il 1948 e il 1966 12.981 lavoratori e 2.078 lavoratrici sono stati ritenuti “perseguitati politici”. In Archivio ci sono ancora i telegrammi della polizia repubblicana che pedina Gaetano Arfè, partigiano e storico di prestigio e Giorgio Napolitano, oggi presidente della Repubblica. Il Ministro di storia non s’intende, ma può controllare. Sandro Pertini è ancora schedato come malfattore. Lo tenne prigioniero a Ventotene un “camerata del noto La Russa”, per dirla col linguaggio dei questurini: Marcello Guida, direttore della colonia penale fascista di Ventotene, ove fu prigioniero anche Terracini, che poi firmò, come segretario della “Costituente”, la carta costituzione, nella quale i missini come il ministro La Russa non si riconoscevano. Bene, Maroni non se ne ricorderà, ma si informi, il 12 dicembre del 1969, quando una bomba fascista fece una strage a Milano, capitale della sua inesistente Padania, il Questore che coordinava le indagini era proprio lui, il fascista Marcello Guida. Fu lui a informare gli italiani che l’attentato era opera dei soliti anarchici insurrezionalisti. Pochi giorni dopo il povero Pino Pinelli, accusato dell’attentato senza alcuna prova, volò dal quarto piano della Questura retta dal Guida. Questo alto funzionario fascista, incredibile Questore della Milano antifascista, aveva fatto bene il suo lavoro. Stavolta non si trattava di montare un processo. No. Il compito era di smontarlo per coprire i camerati.

 Si potrebbe continuare a lungo. Ma a che serve? Maroni e soci tengono ben coperte le verità che scottano e invano gli studiosi chiedono di cancellare il segreto di Stato. Il Ministro ha altro da fare. Non è la verità che va cercando. Punta alla solita montatura sui soliti anarchici. Per ora ha creato i colpevoli e li ha indicati all’opinione pubblica. Poi verrà il reato. Quale? Un po’ di pazienza. Come troveranno un sarto pentito, ce lo faranno sapere.

Uscito il 20 dicembre 2010 su Caunapoli.

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La ricerca storica ti fa giramondo. Non tanto perché, dietro le tracce di uomini e cose, ti metti talora materialmente in viaggio – e il percorso ti è ignoto: lo dettano i fatti e le passioni che ricostruisci – quanto perché, dal tuo osservatorio locale, segui l’itinerario ammaliante delle idee. E lo vedi non: hanno confini.
Un viaggio un po’ amaro, m’è capitato di farlo pochi giorni fa in archivio. Seguivo Federico Zvab, un istriano, incontrato alla testa di insorti nelle Quattro Giornate, e mi è parso assurdo che di un uomo della sua tempra si sappia poco o nulla e che nessuno abbia pensato di intitolargli una strada. Non sappiamo di noi, mi sono detto, e non c’è scampo: un popolo che non ha memoria storica, s’imbarbarisce. Poi mi sono perso nel viaggio.

A Casigliano di Sesano, dove Zvab è nato nel 1908, l’aria è irrespirabile. I fascisti la fanno da padroni e la gente di sinistra morde il freno: a Federico hanno ucciso un fratello e, per poter parlare e pensare da uomo libero, nel 1930 se ne va clandestino. Lo rincorro, assieme a telegrammi e note di polizia, e giro l’Europa di paese in paese: Jugoslavia, Francia, Belgio – dove si lega a Enrico Russo, napoletano, comunista ed esule come lui – e poi Germania, Svizzera, Austria – a Vienna, nel febbraio del 1934 è ferito sulle barricate degli operai in lotta col fascista Dollfuss – e infine Spagna, dove a settembre del 1936 è tra i repubblicani. Comandante di batteria nell’artiglieria miliziana, attaccato da aerei italiani è ferito gravemente in Catalogna. Nel 1939, mentre i franchisti entrano vittoriosi a Barcellona, passa in Francia ed è internato a Vernet. Mussolini però occupa la Francia sconfitta dai tedeschi e, nel settembre del 1940, Zvab finisce per due anni a Ventotene, dove incontra Sandro Pertini ed Ernesto Rossi, si ammala di peritonite tubercolare e si fa il calvario dei ricoveri nel reparto confinati dell’Ospedale Incurabili di Napoli. A giugno del 1942 è così sofferente, che il direttore della colonia di Ventotene, Marcello Guida – futuro questore di Milano al tempo della strage di Piazza Fontana! – “propone che alla scadenza del periodo di confino venga restituito alla famiglia”. Ma il fascismo non fa sconti e Zvab torna libero solo nell’agosto del 1943, quando, caduto il regime, si stabilisce a Napoli.
Seguendo la sua via, faccio così ritorno a casa e ritrovo Zvab che combatte nelle Quattro Giornate.
E’ il volto politico dell’insurrezione, quello che non piace agli americani, che ai moti di popolo preferiscono foto di scugnizzi, e probabilmente non piace a Togliatti ed al “nuovo” PCI, che fa i conti con lo spettro di Bordiga, che, a Napoli, ha storia e radici tra i lavoratori; non piace perché con la rivolta il PCI c’entra poco e, in molti casi, i combattenti sono stati mossi e guidati da “irregolari” come Zvab, Tarsia, Gabrieli ed altri militanti, il cui passato politico mal si concilia coi programmi degli uomini di Togliatti.
Sulle Quattro Giornate cade così la pietra tombale del presunto spontaneismo. Ma Zvab, comandante di battaglione partigiano, che a Napoli ritrova Enrico Russo, non si fa mettere da parte facilmente. Con Russo, Villone, Iorio e Vincenzo Gallo, egli organizza infatti quella CGL che vuole essere un sindacato democratico, libero da vincoli di organizzazioni politiche, con un largo controllo della base sul vertice. Avrà vita breve, diverrà CGIL e sarà soffocata dalla burocrazia che nasce all’ombra dei partiti. Il danno si vedrà nel dopoguerra.


Avrei concluso il mio viaggio con Zvab, se la sera stessa, tornando dall’archivio, non avessi trovato su Metrovie notizia d’una iniziativa del “Comitato Claudio Miccoli” : una strada intitolata al giovane ucciso da neofascisti, ed una a Giorgio Perlasca, fascista pentito, che salvò numerosi ebrei dallo sterminio. Il viaggio si è fatto a questo punto amaro.
Non è questione di toponomastica, e nemmeno del fatto che Perlasca fu volontario in Spagna dalla parte opposta a quella in cui si schierò Zvab, benché sia inevitabile pensare che, in Spagna, i Perlasca avrebbero potuto ammazzarli i miei Zvab. E allora, mi domando, chi avrebbe fatto poi le Quattro Giornate. Ma non è questo il punto. E’ che Perlasca, non più fascista e non antifascista, tiene per sé, se mai la sente, la ripulsa morale per le leggi razziali e, scoppiata la guerra, è incaricato d’affari nei paesi dell’Est con lo status di diplomatico: rappresenta il regime. Vive così, in una condizione ambigua la tragedia dell’Olocausto sino alla soluzione finale, e in extremis, risolve con un moto di pietà un sopraggiunto confitto interiore; non scioglie però il nodo cruciale della responsabilità personale nei confronti del fascismo, contro il quale non si schiera mai apertamente.
E’ per questa sua condizione di ambiguità che, quando i tempi sono parsi maturi, Perlasca è diventato strumento di una sottile e pericolosa operazione di “maquillage” politico, di recupero di immagine del fascismo, attraverso quella “dottrina della pacificazione”, per la quale, di fatto, il revisionismo vince la partita.
Siamo di fronte ad una scelta di filosofia della politica, all’adozione di un metodo di indagine e, soprattutto, di un metro valutazione dei fatti della storia che, lo capisco, lo sento sulla mia pelle, pone gli studiosi di sinistra in una condizione di oggettiva difficoltà: nel clima in cui viviamo, con la gente sconcertata e impaurita da una quotidiana violenza politica, non è facile prendere le distanze da un “giusto dei popoli” e riuscire a motivare una posizione che – lo so – si presta all’accusa di estremismo.
Lo capisco. Penso però che occorra farlo, che si debba conservare la lucidità necessaria per parare il colpo e domandare, senza alcun intento polemico, a se stessi, prima che ad altri, se per queste vie non passi il revisionismo; chiederselo, come lo chiedo a me, provando a capire se la scelta di intitolare una strada a Miccoli ed una a Perlasca, non celi l’ennesima operazione bipartisan, per usare una parola alla moda, dietro la quale fa capolino la rimozione. Così, in tempi non meno difficili, fu rimossa la CGL di Enrico Russo, che, rifiutato un posto di ministro, morì “dimenticato” in un ospizio per i poveri; così probabilmente si cancellò, grande o piccola che fosse, l’anima politica delle Quattro Giornate, così si ignorano vent’anni di antifascismo, come se la nascita del regime non coincidesse anche a Napoli con l’inizio della resistenza.
Allora come oggi tutto sembra muoversi in nome di interessi immediati, di una pacificazione invocata da un realismo più realista del re, da sedicenti riformisti, architetti della politica degli schieramenti, di fronte ai quali le scelte ideali rischiano di scadere al rango di opzioni e la storia diventa, ahimè, un ostacolo da aggirare. Rimozione – e qui bisognerebbe discutere con grande onestà intellettuale – consentita da una sinistra che, invece di far conti chiari con la propria storia, emendadola da antichi errori e rivendicandone con orgoglio lotte, valori e ideali, lascia che passi il veleno mortale che ci cancella.
Per questo mi domando e domando: perché Perlasca e non Russo o Zvab?

Uscito su “Metrovie”, settimanale campano del “Manifesto” il 9 ottobre 2004 e su “Fuoriregistro, il 15 ottobre 2004.

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