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Posts Tagged ‘Machiavelli’

Non mi va di citare me stesso, ma voglio tornare su quanto scrissi il 24 febbraio 2014, con Renzi sulla cresta dell’onda:

machiavelli«A proposito del Principe di Machiavelli, Gramsci osservò che “le masse popolari dimenticano i mezzi impiegati per raggiungere un fine, se questo è storicamente progressivo e risolve i problemi essenziali dell’epoca». Per giudicare della “virtù” del Principe, quindi, e capire se abbia saputo parare i colpi della “fortuna” occorre tempo. «Si metta l’animo in pace, perciò, chi si scandalizza per il colpo vibrato da Renzi all’amico Letta. Paladino del merito, intanto, un merito Renzi ce l’ha: ha usato per bussola Machiavelli. Sarà stata un’impresa da Giuda, la sua, ma ai moralisti risponderà che i tempi – e quindi gli uomini – sono così “tristi”, che ha dovuto decidersi a “intrare nel male”. Il punto, perciò, non è se abbia colpito a tradimento. Conta che la condizione delle cose lo richiedesse e abbia inferto il colpo con una “crudeltà bene intesa”. Conta, per esser chiari, che i fatti dimostrino, poi, che s’è trattato di ferocia “necessitata”, capace di volgersi a una “bontà” delle scelte, che spieghi il “male” e lo riscatti in nome del “bene comune” che ne è venuto».

Il tempo, scrissi perciò, solo il tempo dirà se il Principe ha voluto “intrare nel male” per quella “virtù” che produce “vantaggi collettivi”, o per istinto da Giuda che il “suo” Machiavelli direbbe “azione egemonica”, mirata alla “gloria”, non alla necessità di un “bene” che susciti consenso popolare. Un consenso, si sa, che non è “caritatevole” e disinteressato, ma risponde al criterio del “do ut des”: il tuo potere, in cambio di un minimo di benessere e giustizia sociale».
Renzi ha sfidato la sorte, ma governando dovrà dimostrare che, «dato il peggio di sé in ragione della “durezza dei tempi” e dei “venti della fortuna”, è ora pronto a cancellare l’impressione sgradevole d’una natura opaca, sensibile all’interesse “particolare” e incapace di ricavare dal male compiuto il cambiamento che conduce al “bene”».

Se Renzi conosce davvero le leggi della storia e l’arte della politica, sa che non ha scampo. Se sta vendendo fumo, se un governo umiliato e l’amico suo “Letta politicamente ucciso”, si riveleranno «“crudeltà male usate”, offese che non evitano mali maggiori, non superano la dimensione dell’egoismo e non creano condizioni di miglioramento […], stia certo […], “appena si presenterà l’occasione del proprio profitto”, la gente, ingannata, romperà l’impegno di fedeltà con “colui che inganna” e invano il Principe starà sul chi vive, sempre necessitato a “tenere il coltello in mano”. Il duca Valentino, privo di “virtù”, perirà, travolto da quella “fortuna” che ha in odio i vili e non perdona i Giuda, tutte le volte che il tradimento si dimostra inutile. Con lui, purtroppo, cadrà però il Paese senza colpo ferire e all’Europa, che egli afferma di voler cambiare, sarà “licito pigliare la Italia col gesso”, come fece Carlo VIII.  Non è un’esagerazione e nemmeno polemica politica. E’ la “realtà effettuale”, direbbe Machiavelli: il PD del Principe rischia di portarci molti secoli indietro».

Ai “Comitati del no” tocca ricordare a Mattarella che questo Parlamento di abusivi non rappresenta più nemmeno se stesso.

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Poche parole, dopo aver letto per caso su Repubblica le considerazioni malevoli e faziose di Massimo Recalcati, sull’incontro-scontro tra Grillo e Renzi nell’ormai lontana diretta streaming. Due parole, per dire che, piaccia o no, nove di milioni Cesare, Bruto, Cassio e Recalcaltidi italiani hanno liberamente votato per il Movimento 5 Stelle. Credo che alla Camera sia addirittura il partito di maggioranza relativa. Tanto dovrebbe indurre Recalcati a risparmiarsi indecorose analisi sui tratti psicopatologici di Grillo.
Aggiungo solo, in tema di “psiche”, che più va avanti accanita la “caccia all’uomo” mediatica in atto da mesi, più la mia antipatia per Grillo tende progressivamente a scemare. E’ un riflesso condizionato o, se volete, una sorta di umana comprensione nei confronti di quanti, e sono veramente tanti, in un momento come questo hanno sperato ingenuamente – si può dire o è peccato mortale? –  che, senza dar di piglio alla violenza, si potesse ancora cambiare qualcosa confidando democraticamente nel voto. Io non voterò mai Grillo, ma non so come facciano De Benedetti, Berlusconi e Cairo, a non capire che, andando avanti di questo passo, indurranno milioni di elettori a sostenere il Movimento 5 Stelle. In tutta onestà, non sarebbe un disastro peggiore di quello che stiamo vivendo.
Per quanto riguarda l’incontro con Renzi, che dire? L’ex sindaco di Firenze è giunto ai vertici della Repubblica seguendo percorsi obliqui che lo rendono oggettivamente pericoloso. Un “Duca Valentino” in sedicesimo, rozzo, incolto e soprattutto privo di quella “virtù”, che Machiavelli invoca a difesa del “Principe”, quando le sue scelte calpestano il più elementare senso etico. Poiché ha in mano le sorti della repubblica, sono i suoi tratti psichici che dovrebbero seriamente preoccuparci. Mentre ascoltavo, infastidito, il battibecco con Grillo e Renzi impegnato nel suo penoso tentativo di vendere tappeti, una domanda mi ha folgorato: cosa direi a Napolitano – e soprattutto con quali toni – se per malasorte fossi costretto a incontrarlo? Per quanto deboli siano ormai le mie forze, il moto di stizza che ho provato è stato decisamente violento. Da tempo ormai sono tornato a meditare sulle Idi di marzo, sulle figure e sulla sorte di  Cesare, Bruto e Cassio. Sarebbe bello – e tutto sommato anche molto onesto – se Massimo Recalcati dedicasse i suoi sforzi psicoanalitici pubblici al dramma degli uomini liberi, quando una democrazia è piegata con la frode e la violenza dal desiderio di potere. E dico violenza a ragion veduta, perché se molto aspre sono state le parole di Grillo, violento, di una indicibile violenza, a partire da Monti, è stato, rispetto alla Costituzione, il processo che ha condotto Renzi a sedersi ad un tavolo per parlargli da Presidente del Consiglio incaricato.
Con buona pace di Recalcati.

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machiavelliA proposito del Principe di Machiavelli, Gramsci osservò che «le masse popolari dimenticano i mezzi impiegati per raggiungere un fine, se questo è storicamente progressivo e risolve i problemi essenziali dell’epoca». Per giudicare della «virtù» del Principe, quindi, occorre tempo per capire se abbia saputo parare i colpi della «fortuna». Si metta l’animo in pace, perciò, chi si scandalizza per il colpo vibrato da Renzi all’amico Letta. Paladino del merito, intanto, un merito Renzi ce l’ha: ha usato per bussola Machiavelli. Sarà stata un’impresa da Giuda, la sua, ma ai moralisti risponderà che i tempi – e quindi gli uomini – sono così «tristi», che ha dovuto decidersi a «intrare nel male». Il punto, perciò, non è se abbia colpito a tradimento. Conta che la condizione delle cose lo richiedesse e abbia inferto il colpo con una «crudeltà bene intesa». Conta, per esser chiari, che i fatti dimostrino, poi, che s’è trattato di ferocia «necessitata», capace di volgersi a una «bontà» delle scelte, che spieghi il «male» e lo riscatti in nome del «bene comune» che ne è venuto.
In questo senso, la formazione del governo, in particolare Stefania Giannini al Miur, fortilizio su cui si leva la bandiera del merito come grido di crociati – «Dio lo vuole!» – è la prima, vera cartina di tornasole per capire se il Principe ha voluto «intrare nel male» per quella «virtù» che produce «vantaggi collettivi», o per istinto da Giuda che il «suo» Machiavelli direbbe «azione egemonica», mirata alla «gloria», non alla necessità di un «bene» che susciti consenso popolare. Un consenso, si sa, che non è «caritatevole» e disinteressato, ma risponde al criterio del «do ut des»: il tuo potere, in cambio di un minimo di benessere e giustizia sociale.
Chi provi a cercarlo, un segnale che dica sin da ora dove s’indirizzi Renzi, lo troverà nella scelta che ha seguito il colpo; una scelta che presto chiarirà se, dato il peggio di sé in ragione della «durezza dei tempi» e dei «venti della fortuna», è ora pronto a cancellare l’impressione sgradevole d’una natura opaca, sensibile all’interesse «particulare» e incapace di ricavare dal male compiuto il cambiamento che conduce al «bene». E’ vero, Stefania Giannini non si valuta su dati «qualitativi» – il Miur, di cui è titolare, gioca le sue carte su un’idea «quantitativa» della valutazione – Invalsi e test, Anvur e «mediane» – e non bastano i valori di riferimento, che, non c’è dubbio, conducono alla famigerata «Agenda Monti», a criteri di «revisione della spesa pubblica» che diventano «tagli», alla detassazione delle sovvenzioni private a università e scuole che non hanno più accesso a fondi pubblici, al «prestito d’onore» come forma di finanziamento privato degli studi, che nei paesi anglosassoni consegna troppi giovani all’indebitamento a vita e al ricatto del «debito si studio» e, infine, alla dottrina Aprea sulla privatizzazione del sistema. Stefania Giannini, docente universitaria di glottologia, si valuta anzitutto coi parametri bibliometrici adottati dal Miur per i docenti.
Il Corsera e Wikipedia – che in tema di politici è più realista del re – ci dicono che la Giannini, glottologa e linguista, è diventata docente Associata all’Università di Perugia dal 1991, quando contava solo su una monografia scritta con una collega. Per carità, nessun giudizio di valore (il Miur non chiede alle Commissioni per l’abilitazione alla docenza di leggere i libri) solo un rilievo oggettivo: con le regole imposte oggi dall’Anvur – bibbia del Ministero – il suo lavoro, che sarà certamente un modello di scienza e innovazione, non le avrebbe dato la cattedra e la carriera, che l’ha poi vista rettrice dell’università di Perugia, ne sarebbe stata segnata, tanto più che, in seguito, assieme ad alcune «curatele», la ministra ha scritto una sola nuova monografia. Non c’è dubbio e va detto: sarebbe davvero stupido discutere del valore di Stefania Giannini in base a questi dati. Sarà studiosa di indiscutibile talento. Sta di fatto, però, che proprio in questo modo stupido l’università valuta oggi gli studiosi. E la ministra lo sa.
Per un governo che leva il vessillo della «cultura del merito», il tema della valutazione diventa a questo punto contraddizione grave e problema grande come una casa. O ha scelto Stefania Giannini in ragione di questa esperienza diretta, con l’intento di correggere le distorsioni di un sistema di valutazione dannoso e inefficiente, o Renzi e Giannini vendono fumo e l’ultima preoccupazione del governo è il sistema formativo. Fosse così, Letta politicamente ucciso e Giannini al Ministero di Carrozza, per dirla col maestro di Renzi, sarebbero «crudeltà male usate», offese che non evitano mali maggiori, non superano la dimensione dell’egoismo e non creano condizioni di miglioramento. Fosse così, stia certo Matteo Renzi, «appena si presenterà l’occasione del proprio profitto», la gente, ingannata, romperà l’impegno di fedeltà con «colui che inganna» e invano il Principe starà sul chi vive, sempre necessitato a tenere il coltello in mano». Il duca Valentino, privo di«virtù», perirà, travolto da quella«fortuna» che ha in odio i vili e non perdona i Giuda, tutte le volte che il tradimento si dimostra inutile. Con lui, purtroppo, cadrà però il Paese senza colpo ferire e all’Europa, che egli afferma di voler cambiare, sarà «licito pigliare la Italia col gesso», come fece Carlo VIII.  Non è un’esagerazione e nemmeno polemica politica. E’ la «realtà effettuale», direbbe Machiavelli: il PD del Principe rischia di portarci molti secoli indietro.

Uscito su Liberazione.it il 25 febbraio 2014 e su Fuoriregistro 1i 26 febbraio 2014

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E’ singolare, ma non stupisce. La storia, nel nostro “liceo nuovo“, è una successione cronologica di eventi “correlati secondo il tempo“, in cui – occorre dirlo? – individuare le “radici del presente“. A che serve un astratto percorso botanico tra i semi invisibili del lontano passato e le incomprensibili piante che costituiscono il mondo d’oggi? A capire il presente o giustificarlo? Non è la stessa cosa. L’impressione è che non torniamo a Ranke e alla histoire événementielle. E’ peggio. Siamo di fronte a un corpo amputato, una cesura netta di cui la vittima designata è il pensiero critico. Lo studioso che s’arrovella sul problema drammatico del silenzio del “fatto” qui da noi da noi non ha più patria.
In senso “cronologico” le Idi di marzo del 44 a.C. consegnano alla storia un evento “concluso“: Cesare ucciso a pugnalate da Bruto e Cassio. Messi i fatti uno dietro l’altro, non è facile trovarci la radice del presente e ha ragioni da vendere lo studente: ti obietterà che a distanza di 20 e più secoli, la faccenda non gli interessa. Eppure, non c’è dubbio, il docente che, invece di scovare antiche radici, pone ai fatti domande attuali, ne ha risposte in sintonia con la sensibilità dei suoi studenti e trova facilmente ascolto. Cesare fu un dittatore, o intendeva rinnovare la repubblica? Bruto e Cassio dei volgari assassini o i tragici e nobili difensori della legalità repubblicana? Ci fu una ragione etica nel gesto dei congiurati o si trattò di criminali ambiziosi? E se Bruto fu solo un omicida, tali furono anche Schirru e Sbardellotto, condannati a morte per aver complottato contro Mussolini? Criminali furono anche von Stuffeneberg, Canaris, Von Moltke, e quanti con loro provarono a uccidere Hitler alla “Tana del lupo“? Le Idi di Marzo non sono il passato, ma una riflessione sulla natura del potere su cui si è recentemente fermato Canfora. Ne nasce un dibattito, si richiamano filosofie della vita e della storia, si discute di regole, cadono certezze; il reazionario si interroga, il democratico esita, tutti capiscono che il fatto li riguarda; in quanto al docente, si trova a parlare di etica politica, di Machiavelli, di Giovanni di Salisbury e di Shakespeare, ha davanti a sé, risvegliato, l’intero corso delle cose e, alla fine del percorso, lascia allo studente chiavi che non conducono al passato, ma offrono strumenti per leggere con la propria testa ciò che lo circonda e gli pare indecifrabile. Il fatto è che questo lavoro, proprio questo, tendono a impedire le cosiddette nuove indicazioni.
A sinistra, il meglio che s’è trovato per contrastare questo ennesimo colpo è la sacrosanta, ma miope protesta per la Resistenza taciuta. Com’era prevedibile, gli “scienziati” gelminiani l’hanno inserita prontamente nella “lista della spesa” e la tempesta si acquieta. Silenzio su tutta la linea. La pretesa superiorità della morale vaticana è un articolo di fede: paradossalmente, la storia non fa i conti con la storia e inganna se stessa, violando persino la conclamata “religione del fatto“. Tutto dimenticato, dalla pedestre contraffazione di Costantino, agli Albigesi sterminati, dall’Inquisizione a “Dio lo vuole“, da Bruno a Galilei, dal Sillabo ai complici silenzi sul nazifascismo. Nella “civiltà giudaica“, come in un acido dissolvente, svaniscono la cruciale vicenda del Medio Oriente e il dramma della Palestina; nel “terrorismo” precipita anche solo l’idea di una resistenza popolare alla tirannia, all’aggressione e all’illegalità del potere costituito. Mentre si accenna in maniera ambigua e strumentale al “confronto tra democrazia e comunismo“, sicché nessuno sa dove mettere Gramsci, si cancellano in un sol colpo l’idea di socialismo, i crimini del capitalismo e la natura degenerativa dei sistemi borghesi di fronte alle crisi economiche; nulla da dire se, per fermarsi all’Italia, una repubblica fondata sul lavoro, si tiene in piedi sulla disoccupazione, sul lavoro nero e sullo sfruttamento. Il confronto democrazia-capitalismo è top secret, si fa silenzio sull’etnocidio e, in quanto al razzismo, non è mai esistito. La Lega vuole mano libera per arrestare clandestini e chiuderli nei campi.
Il vecchio Carr direbbe che il fatto storico non esiste – sono gli storici a scegliere tra la muta miriade degli eventi – e il moderato Croce si limiterebbe a ricordare che, prima della storia, occorre conoscere la storia dello storico. La sinistra, inerte, non s’allarma. Ancora una volta, come ripeteva negli ultimi suoi anni Gaetano Arfè, finirà che c’è stata battaglia e nemmeno ce ne siamo accorti.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 aprile 2010

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