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Posts Tagged ‘Luciano Canfora’

 E’ cominciata così, con gli auguri di buone vacanze indirizzati dal Prof. Profumo al personale docente, a studenti, genitori, ricercatori, impiegati del personale amministrativo, tecnico e ausiliario e infine ai dirigenti. Al prof. Profumo è sfuggita evidentemente in questi mesi la portata, la qualità e lo spessore del dissenso che l’ha accompagnato passo dopo passo, errore dopo errore, imposizione dopo imposizione, in un’esperienza che si è segnalata soprattutto per i limiti culturali e l’autoritarismo.
Profumo stranamente non ha sentito il disagio insopportabile e l’inimicizia profonda di buona parte del mondo a cui ha rivolto gli auguri. Non così avventata è stata, andando in vacanza, la sua collega Fornero, che non si è azzardata a inviare i suoi auguri a pensionati e lavoratori massacrati. Profumo, invece sì. Dopo aver abbandonato al loro destino studenti, genitori e docenti, smantellando quel tanto che ancora si teneva in piedi della scuola e dell’università, il ministro ha avuto la malaccorta arroganza di firmare i suoi auguri di buone vacanze.
Val la pena leggere la sua lettera e poi dare dare uno sguardo alle reazioni che ha scatenato.

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Cari studenti, cari insegnanti e professori, cari ricercatori, cari genitori, cari impiegati del personale amministrativo, tecnico e ausiliario, cari dirigenti.

Prima della breve pausa estiva desidero condividere con voi alcune riflessioni su questi mesi passati, così densi di impegno e di duro lavoro quotidiano per la salute e l’ammodernamento del nostro sistema formativo e della ricerca, così come su quelli che ci aspettano alla ripresa autunnale, che saranno senz’altro intensi ma che possono nondimeno, se tutto il nostro sforzo sarà collettivo, rivelarsi perfino entusiasmanti.
In questi mesi ho infatti potuto toccare con mano la forza di questa grande comunità, il suo grande giacimento di risorse interiori fatte di generose disponibilità e di grandi slanci, la sua capacità di contribuire in modo determinante alla formazione dell’identità nazionale. Ricordo in particolare due momenti tra i tanti importanti: il centocinquantenario dell’unità nazionale, dove la scuola italiana ha mostrato la sua centralità anche nelle celebrazioni, e i tragici fatti dell’attentato alla scuola Falcone-Morvillo di Brindisi, dove la giovane vita di Melissa è stata innaturalmente stroncata e altre fra le sue compagne hanno sofferto e stanno ancora soffrendo. L’unità che il Paese ha potuto sperimentare in quei momenti costituisce al contempo un monito per i suoi detrattori e una ricchezza per tutti noi, anche se il mio pensiero non cessa di andare a chi ha visto la sua vita sconvolta in un luogo che dovrebbe essere di serenità e di impegno verso il futuro.
Ed è al futuro che voglio dunque invitarvi a guardare, oggi nel momento del riposo come domani in quello della ripresa. Tutto il ministero, a cominciare dai direttori e dai dirigenti impegnati negli uffici centrali e periferici, così come con eguale convinzione e sforzo tutti i funzionari e i lavoratori che collaborano con la nostra azione, è infatti dentro questo sforzo da molti mesi. Lo dimostra il successo avuto per esempio dalla modernizzazione delle procedure per la maturità, che per un momento hanno unito nell’orgoglio di essere italiani e parte del mondo della scuola centinaia di migliaia di persone. A tutti voi va la mia personale gratitudine ed un augurio di serene festività, oltre che il ringraziamento dell’Italia.
La ripresa autunnale non sarà del resto priva di sfide. Il nostro programma di azione nei prossimi mesi è quasi temerario, se si pensa alle fragilità del nostro Paese. Eppure sono certo che esso è alla nostra portata. Troppo spesso infatti le fragilità italiane sono invocate come alibi e non, invece, usate come stimolo a fare di più e con maggior impegno. E’ nella storia del nostro Paese sia la prima sia la seconda possibilità. Noi scegliamo la seconda!
Del resto, non partiamo da zero. Alcune azioni sono state già impostate. Per esempio, il nuovo sito Universitaly, che mette a disposizione le informazioni sempre aggiornate su tutti i percorsi di studio in Italia. Così come il sito Scuola in chiaro arricchito di nuove informazioni. Saranno anche disponibili dati sul mercato del lavoro ed in particolare sulla domanda delle aziende in modo da collegare meglio formazione e lavoro. Una accelerazione importante avrà anche il piano di innovazione digitale nella scuola, che vedrà anche un primo passo verso la costruzione di un ambiente assai ambizioso e innovativo: una “nuvola della scuola”. Un ambiente non solo di contenuti digitali ma anche di spazi personali e sociali.
Il processo di innovazione vedrà poi un deciso impulso alla “dematerializzazione” dei processi, eliminando progressivamente la carta e facilitando in questo modo le iscrizioni, che dal prossimo anno si faranno solo online, così come tutti i processi amministrativi, l’archiviazione e la gestione documentale delle scuole e di tutto il Ministero.
Lo possiamo progettare e fare perché i lavoratori pubblici sono una risorsa preziosa del paese e non certo un ramo secco da tagliare, capace – spesso in condizioni di lavoro assai difficili – di grande spirito di servizio e perfino di sacrificio. Per questo ho deciso di programmare molto presto un nuovo concorso per insegnanti: perché è giusto ed anzi necessario per la salute di tutto il sistema formativo che anche le generazioni più giovani possano dare il loro insostituibile ed originale apporto alla formazione dei futuri italiani. Una scelta che ha molto pesato nella mia decisione di sbloccare il sistema di reclutamento anche nel sistema universitario, con il varo qualche settimana fa dell’abilitazione nazionale. Insomma, stiamo lavorando ad una scuola e ad un sistema di formazione e di ricerca al passo con i tempi e capace di primeggiare in Europa e nel mondo, non solo come già accade per casi individuali ma anche per la complessiva forza stessa del sistema.
Si tratta di una sfida ardua ma alla nostra portata. Perché quando siamo capaci di unirci siamo davvero un grande paese. E allora nulla ci è precluso.
Buone ferie
Francesco Profumo”

Troppo, per non provocare risentite risposte. La prima, bella e pienamente condivisibile, è venuta dal precari della scuola. E non poteva mancare.

Signor Ministro,

I Precari della Scuola, docenti, amministrativi, ausiliari e anche studenti, visto che il loro iter educativo è stato vieppiù precarizzato dall'”epocale” controriforma basata sulla falcidie di posti di lavoro e materie portanti che è stata attuata dall’arrogante e incompetente Gelmini, da Ella molto ammirata, sono spiazzati e si sentono francamente insultati dal Suo impudente e incredibile “augurio” di buone vacanze, ulteriore contrassegno della siderale distanza esistente tra la percezione ministeriale, deamicisianamente stucchevole ed irenistica, della vita scolastica attuale e prefigurabile, e la percezione drammaticamente sofferta e conflittuale che della Scuola hanno i precari, che da anni ci lavorano con passione in condizioni estreme, e che stanno profondendo tutte le loro energie nello sforzo di scongiurare la deriva privatistica e la rifunzionalizzazione antidemocratica di una Istituzione cruciale per i destini del paese, che gli ultimi governi, del tutto indifferenti ai valori della cultura e incapaci di riconoscerne la peculiare “produttività”, hanno avuto l’ardire di degradare a “servizio”.
Controbattere alle Sue affermazioni allegramente parenetiche e alle Sue rosee prospettazioni significherebbe costringerLa ad uno sforzo troppo prolungato e articolato di analisi e di meditazione, se non altro in ragione del fatto che parlare di futuro come se il passato non concorresse a ispirarne e condizionarne la costruzione è già di per sé un assurdo storico e teoretico.
Ci limitiamo, perciò, alla sola intestazione della sua surreale letterina, che a noi suona già come una provocazione. Vorremmo infatti sapere a quali studenti Ella si rivolga quando dice “Cari studenti “: forse a quelli che l’hanno contestata in diverse sedi e che sono scesi in piazza cento volte, sfidando i Suoi manganelli, per protestare contro l’azzeramento del diritto allo studio? O a quelli che quest’anno si sono visti aumentare le tasse regionali del 120% e che Ella ha insultato e ferito, in Sicilia, pochi giorni fa, attribuendo esclusivamente a loro, in quanto “fuoricorso”, il tracollo di un’Università piagata dal baronato, vergognosamente depauperata, ridotta ad un laureificio seriale e vanificata, nella sua azione, da una società sempre meno disposta ad accogliere personale altamente qualificato, trovando più comodo e funzionale brutalizzare i lavoratori e farli morire precari?
E a quali insegnanti e professori si rivolge quando dice “Cari insegnanti e professori”, di grazia? A quelli di ruolo, che rischiano di tornare, a settembre, in una scuola violentata e balcanizzata dalla Legge “ex Aprea”, il cui passaggio proditorio abbiamo scongiurato con le nostre recentissime proteste, che si configura come strumento-cardine della dissoluzione di quell’unità d’Italia tanto celebrata a chiacchiere e che esautora i docenti, riducendoli a burattini ricattabili da presidi-padroni e da privati finanziatori abilitati anche ad espropriarli della dignità professionale, stabilendo quali argomenti trattare e quali no, allo scopo di creare non più cittadini consapevoli, ma perfette macchine da sfruttamento aziendale?
Oppure si rivolge a noi precari, decrepiti quarantenni da spazzar via per far posto a quei “giovani” tenuti tuttavia con tracotanza e per prudenza fuori da tutti i palazzi del potere; a noi, che siamo inseriti in Graduatorie faticosamente scalate che Ella vuole capricciosamente e irresponsabilmente “sparigliare” con un concorso che violerebbe qualunque norma giuridica sui diritti acquisiti e che cozza contro il più elementare buon senso?
Noi siamo sgomenti e restiamo davvero basiti, non solo nel constatare l’illegittimità, la pericolosità e l’inconsistenza delle motivazioni che La inducono ad annunciare, nelle condizioni in cui i governi dal ’97 ad oggi ci hanno messo, un nuovo concorso (troviamo sia permeato di pericolosissimo razzismo eugenetico l’assioma assurdo che un “giovane” sia necessariamente portatore di valori e metodi “innovativi”!), ma anche nel rilevare l’assoluta strafottenza che Ella ostenta rispetto alle tremende falle e ai feroci limiti che hanno caratterizzato i sistemi di reclutamento fin qui posti in essere per “fare cassa” sulla precarietà, di cui non dobbiamo essere e non saremo certo noi (questo glielo promettiamo senz’altro!), a pagare definitivamente lo scotto, facendoci da parte in silenzio dopo anni e anni di attesa, di esperienza maturata, di dolore patito nel lasciare in sospeso, per violenza istituzionale, il dialogo appena instaurato con i nostri studenti e di furto legalizzato delle nostre spettanze.
A chi dice “Cari genitori “, poi? Alle madri-maestre licenziate e rispedite a fare le casalinghe perché surroghino quel welfare che il permanere dei privilegi di pochi speculatori rendono “insostenibile”? Ai genitori che si sono visti tagliare il tempo pieno e che sempre più sono costretti a iscrivere i loro figli nelle costose scuole private del pensiero unico? Alle madri e ai padri degli alunni disabili buttati fuori dall’aula-Taigeto quando vengono “somministrati” alle classi i velenosi e stolidi quiz dell’odioso e odiato Invalsi, rigettati dai loro stessi creatori per la loro inefficacia e da voi adottati a dispetto dell’opposizione strenua di docenti e famiglie?
E a chi si rivolge, ancora, quando dice “Cari impiegati del personale amministrativo, tecnico e ausiliario”? Ha forse dimenticato che la spending review, da Ella certamente approvata con quell’alto senso di responsabilità che vi impegna moralmente a scaricare i costi della crisi sui più deboli e a massacrare il settore pubblico, obbliga i docenti inidonei e i tecnici a svolgere le mansioni degli amministrativi, che restano, così, senza lavoro?
L’avete chiamata “riconversione”… ricorda? E’ quell’infamia con cui si equipara il lavoro di operatori scolastici specializzati a quello di fungibili lavapiatti! 10.000 docenti, “in esubero” per i tagli pregressi, andranno ad insegnare materie che non conoscono e 4000 docenti circa, gravamente ammalati, saranno costretti a improvvisarsi segretari!
E tutto questo mentre si parla, con retorica melensa ed “efficientista”, di merito e di competitività! Quindicimila lavoratori tutelati dalla legge e dalla Costituzione verranno barbaramente umiliati e defunzionalizzati per raggranellare 200 milioni di euro, cioè poco più del costo di un solo maledetto bombardiere F-135!
Non staremo a rimarcare, per noia e per stanchezza, la fallacia e vacuità della Sua puerile fede nella biunivoca corrispondenza tra informatizzazione e “ammodernamento”: Le ricordiamo che anche le immagini pedopornografiche viaggiano, oggi, attraverso i “dematerializzanti” canali telematici, e La sfidiamo a sostenere che anche in questo caso siamo di fronte ad una “modernizzazione”!
Anche noi Le auguriamo buone vacanze, Signor Ministro, senz’ombra di ironia, dal fondo della nostra angoscia crescente. Le auguriamo un periodo di riflessione profonda sulla devastazione e sui molteplici guasti che l’estensione indebita, alla Scuola, del modello produttivo mercantilistico sta generando, compromettendo l’organicità strutturale del sistema scuola e rinnegando la finalizzazione disinteressata, umanistica e civica dei processi educativi, cioè mettendo fortemente a rischio l’unità del paese, l’uguaglianza costituzionalmente sancita tra cittadini e, in prospettiva, la pace nazionale.
Le suggeriamo di fare letture proficue, magari di rileggere i passi in cui Quintiliano, primo professore di “Stato”, elogia la scuola pubblica e ne illustra i vantaggi rispetto alla privata, o di rileggere quel passo del Siddharta di Herman Hesse in cui il protagonista dimostra concretamente, a un imprenditore, quanto una superiore cultura filosofica e umanistica “implementi” anche il guadagno materiale, consentendo di anticipare intuitivamente le reazioni dei partner d’affari,
oppure ancora di leggere qualche libro-testimonianza di Erri de Luca, scugnizzo assurto al rango di osservatore acuto e geniale delle dinamiche del vivere e dell’essere grazie alla Scuola della Repubblica, a quella Scuola statale che, tra le sue mura, come egli ha scritto, ha fatto “il pari ” dal dopoguerra a oggi, emancipando chi altrimenti sarebbe rimasto eterna vittima del fattuale e brutale “dispari ” economico-sociale.
Noi precari in vacanza non ci andiamo, in massima parte: molti di noi non possono permetterselo; altri non hanno il coraggio né l’animo predisposto ad andarci, pensando che, dopo anni di abnegazione e di insegnamento nonostante tutto gratificante, di aggiornamento a proprie spese e di sacrifici personali e familiari, non riusciranno ad entrare in classe, forse mai più; altri ancora sono alle prese con la pianificazione laboriosa ed estenuante delle necessarie azioni di contrasto al progetto governativo di smantellamento totale della Pubblica Istruzione, surrogando la quasi inesistente opposizione parlamentare.
Auspichiamo che Ella, Signor Ministro, che può godersele senza ansie né timori, torni dalle Sue serene vacanze con un minimo di pudore e con un massimo di dovuta resipiscenza.

I Precari Uniti contro i tagli.

Se è probabile che il ministro dei quiz non abbia capito molto della colta, appassionata e politicamente articolata risposta dei precari, non ci sono dubbi che l’anonimo commento dedicato da Tuttoscuola all’intervento dei precari somigli molto alle infauste veline del Minculpop:

L’ottica è quella della corporazione che si difende
Quei contro-auguri dei precari al ministro
.

Una lunghissima lettera aperta, genericamente firmata ‘I precari uniti contro i tagli’, fa i contro-auguri di Ferragosto al ministro Francesco Profumo facendo la summa di tutte le critiche mosse all’attuale titolare del Miur dall’ala più militante e ideologizzata del mondo del precariato scolastico.
Il ministro è intanto accusato di aver implementato la “epocale controriforma” attuata dalla “arrogante e incompetente Gelmini, da Ella molto ammirata”, ragione per cui i precari “sono spiazzati e si sentono francamente insultati dal Suo impudente e incredibile augurio di buone vacanze, ulteriore contrassegno della siderale distanza esistente tra la percezione ministeriale, deamicisianamente stucchevole ed irenistica, della vita scolastica attuale e prefigurabile, e la percezione drammaticamente sofferta e conflittuale che della Scuola hanno i precari, che da anni ci lavorano con passione in condizioni estreme”.
Ma fin qui, se si prescinde dal carattere colto-ridondante del linguaggio (le affermazioni del ministro sono definite ‘parenetiche’, ‘surreali’, e compaiono citazioni di Erri De Luca e di Siddharta), non si è lontani dalle critiche che anche altre organizzazioni muovono alla linea del governo. In più i ‘precari uniti contro i tagli’ mettono una visione del ruolo della scuola pubblica totalizzante, ostile a ogni innovazione di carattere organizzativo-amministrativo (il ddl Aprea è definito “strumento-cardine della dissoluzione di quella ‘unità d’Italia’ tanto celebrata a chiacchiere e che esautora i docenti, riducendoli a burattini ricattabili da presidi-padroni e da privati finanziatori”), e frontalmente avversa alla valutazione di sistema che attraverso i “velenosi e stolidi quiz dell’odioso e odiato Invalsi” pretende di sostituirsi alla valutazione dei docenti.
Ma soprattutto i precari, o almeno quelli che si riconoscono nelle posizioni espresse in questa lettera di contro-auguri, sono assolutamente contrari ai concorsi aperti ai giovani aspiranti insegnanti: a chi si rivolge il ministro quando scrive ‘cari insegnanti’? Forse “a noi precari, decrepiti quarantenni da spazzar via” per far posto ai giovani? “A noi, che siamo inseriti in Graduatorie faticosamente scalate che Ella vuole capricciosamente e irresponsabilmente ‘sparigliare’ con un concorso che violerebbe qualunque norma giuridica sui diritti acquisiti e che cozza contro il più elementare buon senso?”
Per le argomentazioni addotte, come si vede, questo movimento non può che essere definito ‘corporativo’ in senso tecnico: ostile alle innovazioni, al mercato, all’ingresso di nuove leve (e nuove idee), come lo furono altre corporazioni nella storia. Ma per fortuna, vorremmo aggiungere, persero tutte.

Nemmeno il tempo di rimediare e due risposte, una diretta e l’altra indiretta sono giunte al ministro e ai suoi difensori d’ufficio:

Gent.mi Operatori del sito Tuttoscuola

Sono Marcella Ràiola, docente di Lettere classiche (classe di conc. A052, latino e greco al triennio di quel che resta del liceo classico e materie letterarie, latino e greco al ginnasio), precaria da dieci anni e in servizio come supplente dal 2002 nei licei della provincia di Napoli.
Sono l’autrice della risposta agli auguri del Ministro Profumo, firmata, per sintesi, “Precari Uniti contro i tagli” – che non è il nome di una “corporazione” ma di uno dei tanti gruppi facebook creato dai precari e dai docenti per dibattere di quelle riforme che ci cadono addosso di continuo e che stanno devastando la scuola – in quanto i colleghi in lotta e in piazza con me da cinque anni, condividendone tono e contenuti, hanno espresso la volontà di aderire al documento, corroborandone, così, le tesi e le posizioni.
Il Vs. commento alla mia lettera, astioso e accusatorio, palesa lo stesso fastidio per la cultura “alta” e per l’argomentazione retoricamente curata e logicamente serrata che si riscontra negli appartenenti a certe sétte i quali vedono (e giustamente) nella cultura e nell’emancipazione un pericolo mortale per la sussistenza e l’accettazione acritica dei propri dogmi, sicché direi che proprio il Vs. atteggiamento può essere a buon diritto definito, “tecnicamente”, come piace a Voi, “corporativo”!
Che reato si commette, poi, nel servirsi della cultura, della letteratura, della grande arte, insomma, come puntelli del proprio discorso? Non voglio credere, dato che svolgete una delicata funzione, sia pure in una posizione antitetica rispetto alla mia, che apparteniate a quella cerchia di persone semplicistiche, allergiche al dubbio e al confronto che considerano la cultura una dotazione da saccenti, un prodotto del temibile demone rosso dell’ideologizzazione oppure una frivola chiacchiera da salotto… Sarebbe assai triste, in verità!
I docenti precari non sono un partito né difendono interessi personali e privati, ma un bene comune e valori costituzionali quali la libertà d’insegnamento sancita dall’art. 33 della Cost., la laicità, il pluralismo delle posizioni e le pari opportunità, parimenti previste e difese da quella stessa Carta fondativa che i “modernizzatori” del sistema a Voi tanto graditi stanno trasformando in carta straccia, accanendosi in particolare sull’istituzione che ha garantito, appunto, quel po’ di mobilità sociale che l’Italia, malgrado tanti ostracismi corporativi veramente nocivi alla vita democratica, ha potuto e voluto sperimentare.
Quanto al misoneismo (Oh! Scusi: ho usato un altro parolone! E’ che quando andavo a scuola mi hanno persuaso che avere tante parole significa avere tante risorse in più e che le parole sono tutte uguali: basta usarle nei contesti giusti!) che ci imputate, con riferimento al concorso, Vi invito serenamente a considerare quanto vecchia e usurata sia la formula ministeriale del concorso, che apre la via a giochi clientelari, a nepotismi e ingiustizie di ogni genere, come dimostra la recente clamorosa vicenda del concorso a preside e, insieme, a valutare con obiettività la nostra posizione: siamo vincitori di più di un concorso e, nel 90% dei casi, detentori di titoli post-lauream (dottorati di ricerca, corsi di perfezionamento, masters); siamo nel pieno della maturità esistenziale e professionale; abbiamo garantito il funzionamento della scuola per più e più anni, in attesa della stabilizzazione; abbiamo consentito allo Stato di risparmiare, sulla nostra pelle e su quella degli alunni, privati della continuità didattica, migliaia di euro all’anno.
Vi pare decente costringere dei 40enni umiliati da anni e anni di precariato a “rigiocarsi” alla lotteria del concorso il posto che spetta loro di diritto e per legge, adducendo come giustificazione la sola, opinabile e assurda idea che bisogna “svecchiare” una scuola che intanto, paradossalmente, trattiene fino a 67 anni i docenti sulla cattedra, per non pagare loro la pensione?
Non hanno dunque alcun valore, per Voi, di fronte alle presunte “magnifiche sorti e progressive” additate da un ministero che ha tagliato 8 miliardi all’istruzione, i diritti acquisiti, la Giustizia, la coerenza logica e morale?
Qualcuno chiederebbe mai a un chirurgo con 10 anni di attività di rifare l’esame di anatomia e un test per stabilire quali siano le sue “attitudini” a stare in corsia? Come mai l’esperienza è un valore per tutte le categorie ed è un deterrente per i professori? Ve lo siete chiesti? Vi siete chiesti come mai solo per i prof. valga la “presunzione di ignoranza”? Vi siete chiesti come mai sugli scranni di questi signori politici che postulano lo “svecchiamento” della scuola non siede quasi nessuno che sia sotto i 55-60 anni?
Tra i “Precari uniti contro i tagli” ci sono moltissimi docenti “giovani”; Vi assicuro, che aborrono l’idea di salire in cattedra scavalcando colleghi illusi per anni e che, fortunatamente, sono tanto intelligenti da capire che la “giovinezza” non è affatto una garanzia di maggiore entusiasmo o preparazione a livello didattico, perché ci sono giovani retrivi e pigri e, viceversa, “anziani” dinamicissimi e sempre pronti ad aggiornare le proprie metodologie!
Quanto all’Invalsi e alla Legge Aprea, non ho bisogno di diffondermi, perché l’articolato della legge e il boicottaggio attuato da migliaia di docenti e studenti che quest’anno hanno rifiutato i quizzetti (pieni di errori) propinati loro, bastano a denunciarne la pericolosità e l’intento snaturante e destrutturante per la Scuola così come vogliamo continuare a percepirla e concepirla.
Nella “chiusa” del Vs. articolo avete auspicato che la nostra “corporazione” perda le sue battaglie. Non so come finirà la dura lotta che stiamo conducendo contro i mistificatori del senso dell’educazione, contro questi finti modernizzatori che fanno coincidere il progresso con uno sviluppo meramente economico e che chiamano “merito” la traduzione in modelli pedagogici asimmetrici e meccanizzanti dell’egoismo delle privilegiate èlites produttive; so per certo, però, che che la nostra eventuale sconfitta sarebbe una grave sconfitta per la vera “autonomia” e per la democrazia.
Grazie per l’attenzione riservata a me e ai Precari Uniti.

Prof.ssa Marcella Ràiola (Napoli)

Poco da replicare per il malaccorto anonimo, tanto più che a rincarare la dose è giunta a Profumo una replica che, al di là delle difese d’ufficio di veline e velinari, va agli atti e servirà agli storici domani. Si tratta di una lettera aperta, firmata dal gruppo de “L’università che vogliamo”, autore di un documente intitolato “Carta di Roma”, in cui si delinea un sistema formativo del tutto alternativo a quello promosso da Profumo. La lettera, sottoscritta da un folto gruppo di universitari, rafforzati da una valida pattuglia di docenti delle scuole pubbliche, smantella letteralmente l’accusa di “corporazione” mossa ai precari da “Tuttoscuola” e mostra quanto culturalmente valida e politicamente fondata e condivisibile sia l’opposizione al ministro Profumo e alle politiche per la formazione del governo Monti.

Lettera aperta a Francesco Profumo da “L’Università che vogliamo”

14 agosto 2012

Caro Ministro,
all’inizio della pausa estiva (per chi se la può permettere, e tra noi non tutti possono), vorremmo anche noi condividere alcune riflessioni con Lei.
Prendiamo atto del fatto che Lei abbia “potuto toccare con mano la forza di questa grande comunità” che è il sistema dell’istruzione pubblica italiana. Questa, però, non mostra “la sua centralità” solo in occasione delle celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità nazionale, bensì lo fa tutti i giorni, nella sua dimensione ordinaria. Lo fa accogliendo i figli dei migranti che entrano nelle classi senza conoscere una parola di italiano; lo fa aiutando le persone diversamente abili; lo fa divulgando il sapere senza alcuna distinzione di classe, religione, sesso e lingua; lo fa all’interno di poche e sovente vetuste strutture, con poco personale, in condizioni di lavoro sempre più difficili, con stipendi inadeguati e tra l’indifferenza generale della politica.
Non è il caso, Ministro, di riempirsi la bocca con la retorica della patria. Una retorica ingannevole volta a rappresentare un’unità di intenti indotta la quale cozza con l’immagine che oggi l’Italia dà di se stessa: un paese iniquo che discrimina i suoi cittadini in base alla loro condizione di partenza; un paese che costringe quotidianamente chi fa parte del nostro mondo a una concorrenza deteriore cui riesce a fare fronte solo chi ha più le spalle coperte per adeguare le proprie speranze a un presente improbo.
Di fronte all’immagine di una pubblica istruzione vilipesa dalla chiusura degli istituti scolastici, offesa dalla perdita progressiva di importanza e di investimenti che il sistema del sapere pubblico subisce ciclicamente, noi non ci sentiamo in dovere di celebrare l’unità armonica della patria, quanto semmai di ripensarla. E non per quella che le potrebbe sembrare una malintesa volontà antinazionale, ma perché abbiamo la piena consapevolezza che non in questa armonia, bensì nella rivendicazione costante e puntuale dei nostri diritti – campo in cui Lei ci sembra debole – si cementano le migliori democrazie nazionali e le “patrie” più robuste. Gli intenti comuni, signor Ministro, non esistono per mera buona volontà, né per quella virtù taumaturgica della retorica cui Lei – con una punta di cattivo gusto – fa ricorso citando l’atroce delitto di una ragazzina per dipingere ai nostri occhi il mondo dell’istruzione pubblica come idilliaco ed entusiasta.
Il mondo dell’istruzione pubblica è quello delle scuole con organici insufficienti, con classi sovradimensionate, con i muri scrostati e i banchi spaccati. È il mondo degli studenti “meritevoli”, usando un vacuo termine di cui tanto si è usi riempirsi la bocca, e che però vivono il diritto allo studio come un miraggio, come l’ennesimo riflesso di una concorrenza che non sta allenando i corpi ma li sta uccidendo. Studenti costretti, signor Ministro, ad attacchinare manifesti sui muri delle città o a lavorare sera per sera non per desiderio di autonomia, ma per costrizione che toglie loro possibilità altrimenti concesse a chi, agiato, può concedersi il lusso dell’istruzione.
Sì, signor Ministro, nella patria dei cui destini noi dovremmo essere partecipi, l’istruzione è un lusso, come sanno bene i ricercatori precari, inquadrati dentro Università dagli enormi deficit. Donne e uomini spesso costretti a lavorare gratis, che riescono a sopravvivere solo grazie a introiti esterni a quelli ottenibili con la propria professione e che per questo o la vedono dequalificata oppure sono costretti ad abbandonarla.
Il mondo dell’istruzione pubblica è fatto di docenti oberati da pratiche amministrative e impossibilitati a svolgere le loro attività didattiche e di ricerca.
E quale futuro ci prospetta Lei? Un futuro in cui l’istruzione pubblica torni a essere il fulcro del progresso morale e materiale dell’Italia, spereremmo tutti.
Tuttavia si può garantire tale futuro se le notizie che riguardano questo settore ci riferiscono con dolorosa regolarità di tagli e di provvedimenti che devono tradursi in realtà “con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, senza nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica”?
Si può garantire tale futuro se alla parola “docenti” si associa sempre e comunque il concetto di “esubero”?
Si può garantire tale futuro se ai recenti test di ammissione al cosiddetto Tfa si è assistito a una pagina che definire vergognosa è dire poco, con le commissioni ministeriali che hanno mostrato la loro completa non-conoscenza delle materie sulle quali avrebbero dovuto essere specializzati? Come è possibile che nelle classi di concorso relative alle scienze naturali, all’elettronica e al francese oltre il 40% dei quesiti fosse errato? Come è possibile che nella classe di concorso relativa alla filosofia fossero errate le domande relative a Hume, Pascal, Feuerbach, Descartes e Leopardi (solo per dirne alcune)?
Non si può garantire un futuro all’istruzione se i meccanismi selettivi del futuro corpo insegnante sono modellati sul modello dei quiz a premi, svilendo anni di educazione critica alla complessità del sapere che è così ridotto a un offensivo e inutile nozionismo, figlio di una cultura, i cui risultati bene oggi stiamo vedendo, che annichilisce il pensiero critico, e con esso il fondamento del pensiero scientifico, ossia la continua revisione delle nozioni apprese.
Signor Ministro, prima ancora che ricercatori e studiosi, noi siamo uomini, non automi. Come tali vogliamo essere trattati e pretendiamo rispetto. Altrimenti la Sua patria è un dato a priori, una nozione come le tante, inutili e spesso anche sbagliate, su cui siete arrivati a richiedere anche un offensivo obolo, dopo anni di studio non garantito e sempre più costoso, ad alcune delle migliori generazioni di studiosi mai nate nel nostro Paese.
Non è possibile garantire un futuro in cui l’istruzione pubblica torni a essere il fulcro del progresso morale e materiale dell’Italia se ogni anno agli studenti universitari viene proposto un aumento delle tasse di iscrizione in una escalation che, di fatto, costituisce una lesione al diritto di studio universale così come viene riconosciuto e garantito alla Costituzione Repubblicana.
Non esiste futuro per l’istruzione se il mondo della docenza universitaria è precluso ai ricercatori trenta-quarantenni, se il nuovo concorso per le abilitazioni alle docenze universitarie si basa su bizantinismi astrusi (le cosiddette mediane) e non su una valutazione quantitativa e organica del percorso scientifico dei singoli candidati.
Non esiste futuro per la pubblica istruzione se non si procede a quella che oggi è la primaria esigenza della istruzione in Italia: un investimento decente, che inverta la consolidata e fallimentare tradizione dei tagli, per consentire un futuro non tanto ai tanti e preparati ricercatori giovani cresciuti grazie al sapere pubblico, ma per consentire che, attraverso la salvaguardia e la riproduzione di quel sapere l’Italia tutta possa quantomeno vivere una stagione di decenza che da anni le manca.
Questo cerchiamo e questo vediamo mancare, stupiti dal propagandismo con cui si eludono i problemi concreti del sapere per giocare con dei semplici palliativi quali il tentativo di imporre lezioni universitarie solo in lingua inglese, cancellando con singolare spirito provinciale e omologazionista non solo quell’identità nazionale che a parole tanto si dice di voler difendere, ma secoli e secoli di storia.
Il mondo dell’istruzione pubblica non è, come qualcuno vorrebbe far credere, un luogo improduttivo e parassitario. Dall’istruzione primaria all’università, esso concentra le migliori intelligenze di questo paese, donne e uomini su cui qualsiasi governo mediamente illuminato punterebbe per tentare di farci uscire da una crisi che non è solo economica, ma è anche morale e intellettuale. Un paese che volesse rilanciarsi fornirebbe a queste persone motivazioni e risorse, in assoluta discontinuità con gli esecutivi che hanno preceduto quello di cui Lei fa parte. Invece assistiamo a provvedimenti di facciata quali le pagelle elettroniche, i portali internet che non servono a nulla e a nessuno.
Non servono, caro Ministro, novità difficilmente definibili come la “nuvola della scuola” da Lei promessa, bensì elementi tangibili che servano a risollevare l’istruzione pubblica dalla polvere in cui è stata fatta precipitare.
Servono investimenti, serve considerazione, serve una ridefinizione dell’istruzione pubblica che svincoli quest’ultima dalla sudditanza al mercato.
Non serve un “programma di azione… temerario”, bensì certezze, se non vogliamo affondare definitivamente.
Senza una radicale inversione di tendenza rispetto al passato, il momento della ripresa si tradurrà nella più significativa opposizione del mondo della scuola e dell’università che si sia registrato in questi anni.
Buone ferie anche a Lei.

L’Università che vogliamo

Non basta. Ai malaccorti auguri del ministro hanno replicato il professor Luciano Canfora, un’autorità nel campo della Filologia Classica, che ha stroncato i test, defindoli «antieducativi» e la “rivolta” dei 27 decani della cultura umanistica, che hanno scritto a Napolitano, per chiedere l’abolizione dei quiz per l’abilitazione all’insegnamento, definiti senza mezzi termini avvilenti, “degradanti, buoni per i cretini” e ‘“nozionismo di bassa lega“.
Chissà se al ministro Profumo comincia a sorgere il dubbio che ad aver bisogno di auguri siano soprattutto lui e i suoi due ineffabili sottosegretari.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 agosto 2012

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E’ singolare, ma non stupisce. La storia, nel nostro “liceo nuovo“, è una successione cronologica di eventi “correlati secondo il tempo“, in cui – occorre dirlo? – individuare le “radici del presente“. A che serve un astratto percorso botanico tra i semi invisibili del lontano passato e le incomprensibili piante che costituiscono il mondo d’oggi? A capire il presente o giustificarlo? Non è la stessa cosa. L’impressione è che non torniamo a Ranke e alla histoire événementielle. E’ peggio. Siamo di fronte a un corpo amputato, una cesura netta di cui la vittima designata è il pensiero critico. Lo studioso che s’arrovella sul problema drammatico del silenzio del “fatto” qui da noi da noi non ha più patria.
In senso “cronologico” le Idi di marzo del 44 a.C. consegnano alla storia un evento “concluso“: Cesare ucciso a pugnalate da Bruto e Cassio. Messi i fatti uno dietro l’altro, non è facile trovarci la radice del presente e ha ragioni da vendere lo studente: ti obietterà che a distanza di 20 e più secoli, la faccenda non gli interessa. Eppure, non c’è dubbio, il docente che, invece di scovare antiche radici, pone ai fatti domande attuali, ne ha risposte in sintonia con la sensibilità dei suoi studenti e trova facilmente ascolto. Cesare fu un dittatore, o intendeva rinnovare la repubblica? Bruto e Cassio dei volgari assassini o i tragici e nobili difensori della legalità repubblicana? Ci fu una ragione etica nel gesto dei congiurati o si trattò di criminali ambiziosi? E se Bruto fu solo un omicida, tali furono anche Schirru e Sbardellotto, condannati a morte per aver complottato contro Mussolini? Criminali furono anche von Stuffeneberg, Canaris, Von Moltke, e quanti con loro provarono a uccidere Hitler alla “Tana del lupo“? Le Idi di Marzo non sono il passato, ma una riflessione sulla natura del potere su cui si è recentemente fermato Canfora. Ne nasce un dibattito, si richiamano filosofie della vita e della storia, si discute di regole, cadono certezze; il reazionario si interroga, il democratico esita, tutti capiscono che il fatto li riguarda; in quanto al docente, si trova a parlare di etica politica, di Machiavelli, di Giovanni di Salisbury e di Shakespeare, ha davanti a sé, risvegliato, l’intero corso delle cose e, alla fine del percorso, lascia allo studente chiavi che non conducono al passato, ma offrono strumenti per leggere con la propria testa ciò che lo circonda e gli pare indecifrabile. Il fatto è che questo lavoro, proprio questo, tendono a impedire le cosiddette nuove indicazioni.
A sinistra, il meglio che s’è trovato per contrastare questo ennesimo colpo è la sacrosanta, ma miope protesta per la Resistenza taciuta. Com’era prevedibile, gli “scienziati” gelminiani l’hanno inserita prontamente nella “lista della spesa” e la tempesta si acquieta. Silenzio su tutta la linea. La pretesa superiorità della morale vaticana è un articolo di fede: paradossalmente, la storia non fa i conti con la storia e inganna se stessa, violando persino la conclamata “religione del fatto“. Tutto dimenticato, dalla pedestre contraffazione di Costantino, agli Albigesi sterminati, dall’Inquisizione a “Dio lo vuole“, da Bruno a Galilei, dal Sillabo ai complici silenzi sul nazifascismo. Nella “civiltà giudaica“, come in un acido dissolvente, svaniscono la cruciale vicenda del Medio Oriente e il dramma della Palestina; nel “terrorismo” precipita anche solo l’idea di una resistenza popolare alla tirannia, all’aggressione e all’illegalità del potere costituito. Mentre si accenna in maniera ambigua e strumentale al “confronto tra democrazia e comunismo“, sicché nessuno sa dove mettere Gramsci, si cancellano in un sol colpo l’idea di socialismo, i crimini del capitalismo e la natura degenerativa dei sistemi borghesi di fronte alle crisi economiche; nulla da dire se, per fermarsi all’Italia, una repubblica fondata sul lavoro, si tiene in piedi sulla disoccupazione, sul lavoro nero e sullo sfruttamento. Il confronto democrazia-capitalismo è top secret, si fa silenzio sull’etnocidio e, in quanto al razzismo, non è mai esistito. La Lega vuole mano libera per arrestare clandestini e chiuderli nei campi.
Il vecchio Carr direbbe che il fatto storico non esiste – sono gli storici a scegliere tra la muta miriade degli eventi – e il moderato Croce si limiterebbe a ricordare che, prima della storia, occorre conoscere la storia dello storico. La sinistra, inerte, non s’allarma. Ancora una volta, come ripeteva negli ultimi suoi anni Gaetano Arfè, finirà che c’è stata battaglia e nemmeno ce ne siamo accorti.

Uscito su “Fuoriregistro” il 6 aprile 2010

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