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Posts Tagged ‘Londra’

Se il “Popolo d’Italia” non fosse ormai modello prevalente, avremmo caratteri cubitali: da Profumo a Gelmini siamo fermi a Berlusconi. Se prima, aperta una falla, provvedeva l’Invalsi, ora che la nave affonda c’è ancora l’Invalsi. La riforma è un Moloch.
Dopo i dotti bizantinismi su tecnici e politici dei soliti pennivendoli, folgorati dalla sostanza della forma, un silenzio complice e forse persino imbarazzato accoglie l’amara verità dei fatti: Profumo sposa la tesi politica di Gelmini ed ecco le prove Invalsi, tecnicamente errate, ma illuminanti sul terreno della politica. Il fine è scandaloso: imporre valutazioni dettate da un’idea di formazione omologante, che imprigioni la libertà d’insegnamento, produca un “Casellario Politico” delle scuole con tanto di schedatura, agevolando la disgregazione di una istituzione che rinneghi i principi di inclusione e solidarietà, per far spazio a una visione aziendalistica tutta competizione, concorrenza e discriminazione. Tecnici o politici, la scuola non ha più tempo per chi presenta disturbi specifici d’apprendimento e mentre un’intera generazione di test fa da Rupe Tarpea è sempre più evidente: la Questione Meridionale, il radicamento leghista in alcune aree del Nord, le differenze metodologiche tra le diverse scuole, in una parola la complessità d’un Paese di cui si riscrive la storia cancellando gli “omissis”, sono ignote all’Invalsi e ignorate dal governo. Lo sanno tutti, la distinzione tra “tecnico” e politico è una volgare “patacca”, ai tecnici, tuttavia, s’impicca il Paese, inebetito da imbonitori fini e pericolosi, che sparano ad alzo zero gli slogan berlusconiani sul “salvaitalia”, la monotonia del posto fisso, il sindacato trincea di sfaticati, i miracoli dei supertecnici e i politici ladri che fanno sconcia e mariuola l’idea stessa della politica.

Un fotografo che volesse raccontare l’Italia d’oggi userebbe il grandangolo e le prime pagine si aprirebbero di nuovo su Bettino Craxi; a lui rimanda, infatti, la trovata di Monti, che si affida ad Amato per tirar fuori dallo stato confusionale i suoi “tecnici”, incapaci di salvarci dall’incapacità dei partiti. Se l’Invalsi è il volto statico dello scandalo Italia, la vicenda Amato-Monti rovescia la medaglia e ne svela il volto dinamico. Giuliano Amato, pensionato da oltre 1000 euro al giorno, non è solo uno schiaffo alla miseria regalata dal governo a milioni di italiani, Amato è il germe della malattia che Monti sostiene di curare: una vita nell’università allo sbando, mezzo secolo di storia dei partiti, una sconcertante comunità d’intenti col socialismo indecente del pluricondannato Craxi, due Presidenze del Consiglio, sei incarichi da Ministro e infine fasullo Cincinnato, vagolante tra presidenze alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e alla Treccani.
A ben vedere, dietro Monti si scorge il tragico filo rosso che percorre la storia di un Paese nato per “creare un mercato” e cresciuto così, malato dei mali del suo capitalismo: penuria di capitale per scarsa accumulazione primitiva, nessuna propensione al rischio, frazionamento politico e assenza di un grande mercato interno. L’Italia che Garibaldi unì non era un mercato. Mancavano investimenti e smercio e ci pensò lo Stato, in mano a un capitalismo molto interessato al controllo delle leve governative. Iniziò così una rapina costante, un travaso ininterrotto di ricchezza prodotta dal lavoro e regalata al capitale dei Lanza e dei Sella, impegnati a “pareggiare il bilancio” per risarcirsi delle spese delle guerre per l’indipendenza. I lavoratori sputarono sangue, pagarono tasse persino sul grano macinato e fu la fame. La finanza, in compenso, divenne “allegra”, e i proventi fiscali finirono alle banche, pronte a sostenere ogni avventura industriale. Quando scoppiò la bolla immobiliare, s’intravidero legami oscuri tra politica e mafia e nel 1893 si scoprì che le banche d’emissione truccavano conti e stampavano banconote false. Non pagò nessuno e cominciarono i salvataggi: le banche fallivano, i lavoratori pagavano e quando la speculazione mise piede in Africa, si andò alla guerra. Nessuno ha calcolato mai quanto c’è costata in oro, sangue e civiltà l’avventura del cattolico Banco di Roma nel mare di sabbia libica, mentre il Sud mancava d’acqua e lavoro. Da Adua all’Amba Alagi, passando per l’ignominia di Sciara Sciat, la Spagna martoriata, la tragica Siberia e da ultimo l’Afghanistan, chi cercherà notizie serie sul debito di cui ciancia Monti, dovrà andare a cercarle tra i bilanci delle banche e incrociare i dati con quelli dello Stato. Altro che welfare. Qui da noi, la storia del capitale oscilla tre avventure, salvataggi e lavoratori strangolati. Gronda sangue. Anche la Comit è stata salvata: oggi si chiama Intesa e ha ministri al governo. Non aveva torto Pietro Grifone quando, scrivendo di storia al confino di Ventotene, definì il fascismo “regime del capitale finanziario” e ricordò agli antifascisti che nulla nasce dal nulla e prima del “Duce” c’erano stati Crispi, Rudinì, Pelloux, le cannonate di Bava Beccaris e il Parlamento tradito a Londra.

La democrazia è incompatibile col capitalismo, spiegava di fatto Grifone e in quanto all’Invalsi, strumento di normalizzazione tipico di un’idea corporativa dei rapporti sociali, risponde agli scopi del capitale finanziario che ci governa. Grifone direbbe “regime”. E sarebbe difficile dargli torto.

Uscito su “Fuoriregistro” il 4 maggio 2012

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Con tutto il rispetto, quando le ho parlato del suo VALeS , prof. Profumo, Chiara, la mia giovane amica ricercatrice, s’è fatta una risata schietta e ha commentato: “americanate“. Ha una storia alle spalle, Chiara, e la racconta così a chi le chiede meravigliato: “ma che fai, sei tornata a casa?“:
Sì, me ne sono tornata in Italia e ho mollato tutto, gli USA, la borsa di studio, il prestigioso Istituto di ricerca e le prospettive di carriera, perché, in attesa della stella polare, i soldi per la privata non ce li avevo e mia figlia dovevo mandarla per forza in una scuola pubblica“.
Per chi non capisce e fa lo sguardo interrogativo, risponde secca e senza mezzi termini:
‘I ministri, da noi, non sanno nemmeno di che parlano! Fa schifo. Da quelle parti la scuola pubblica fa schifo. Non potevo rovinare mia figlia. Qui, nonostante l’incompetenza di chi governa, abbiamo ancora una scuola coi fiocchi“.

L’avrà sentita raccontare, signor ministro, la storia di Lee Marshall, l’inglese che vive scrivendo, fa il giornalista e si occupa di bel mondo, viaggi, cinema e gente come lei, very important, per dirla alla sua maniera. Conosce l’Italia come e forse meglio di lei. Ci sta dall’ ormai lontano 1984, s’è ben guardato dal mandare sua figlia nelle decantate scuole inglesi e internazionali e non s’è mai pentito. Ai colleghi giornalisti del Corriere, che provavano a capire se gli avesse per caso dato di volta il cervello, l’ha detto chiaro: “l’ho mandata al liceo Tasso e lo rifarei. La scuola pubblica italiana avrà qualche difetto, ma resta molto valida” E ha usato a ragion veduta la parola “resta“. L’ha fatto per spiegare che era meglio di quello che è oggi, ma si sa: c’è stata la lunga serie di guai che da Berlinguer ci ha condotto a lei e danni se ne sono avuti.

A Londra, signor ministro, il ragazzo che aspira a una buona università o fa la scuola privata, oppure scopre che Oxford e Cambridge gli chiudono le porte in faccia. Al contrario, se i genitori si sistemano nel paradiso inglese e i figli italiani vengono da un nostro liceo statale, le porte sono aperte e non si lamenta nessuno. Lo saprà di certo e se non lo sa s’informi. Sentirà che coro! I suoi colleghi inglesi sono tutti d’accordo: gli studenti delle scuole italiane sono veramente bravi. Hanno strumenti per ragionar da soli e lo fanno bene. Nonostante i ministri, ci si riesce ancora: la formazione non soffre d’asfissia, non muore al primo ostacolo, soffocata dalla nozione.

Eva Schenck e Gijs Pyckevet, architetti di Berlino e Eindhoven, racconta il “Corriere“, hanno iscritto i figli alla Garbatella, una scuola statale di Roma. A chi le domanda, Eva risponde con semplicità che la valutazione se la son fatta da soli, lei e il marito, dopo che alla scuola tedesca di Roma hanno domandato quanti domestici avevano in casa. Ognuno a suo modo, prof. Profumo. Non hanno avuto dubbi e non hanno atteso l’esito delle sue cervellotiche teorie docimologiche.

Il mio amico Giorgio, ingegnere che s’è fatto un nome all’Alenia quando faceva aerei con gli americani, la differenza la spiega così: “Quando cominciai a girare per gli States e non capivo molto di quello che la gente diceva, la sera ne vedevo tanti di manager di nome. Davanti a un bicchiere di whisky, parlavano fitto, con l’aria seria di chi fa i grandi discorsi. Non è facile spiegare la delusione, quando finalmente fui in grado di capire ciò che si dicevano: reality, gossip, pettegolezzi. Una desolazione. Una lingua l’impari anche se a scuola l’hai fatta male e meglio sarebbe se te la facessero studiare sin da bambino” – riconosce, ma non glielo togli dalla testa e ha perfettamente ragione: “se non te lo insegnano prima, però, quando sei uno scolaro tra scolari, fai domande e domandi risposte, non imparerai mai a farne uso, mettendoci parte di te stesso e andando oltre la “lezione“.
Non era difficile fare il lavoro dei grandi manager, sostiene il mio amico Giorgio. Il difficile era far ragionare i grandi manager fuori da uno schema. La differenza è in un concetto base che le Tre Elle, l’Invalsi e il VALeS non sanno e non possono misurare: la formazione educativa prevale sulla necessità peculiarmente disciplinare. Per la prima la vita ha tempi dati, per l’altra c’è tempo una vita. Poi, certo, se un ministro ti dà una palestra, un edificio confortevole e laboratori, se ci mette i quattrini per lo stipendio dei docenti e i soldi che gli americani spendono per la ricerca, beh, allora si vola, si va sulla luna, senza bisogna di regalarsi al miglior offerente, di andare a vendere la propria formazione in cambio di una sistemazione, di un futuro e della certezza che non ti sorpassi un raccomandato.

E’ questo che manca all’Italia, signor ministro. Una classe dirigente selezionata per quello che vale.
Valuti il suo mondo, se ne è capace. Torni all’università e se ci riesce metta ordine nei concorsi. Sono il vero e grande problema di questo Paese, il terribile cancro che lo divora. Lo faccia, renda trasparenti i concorsi universitari. Dopo, solo dopo, se troverà chi è disposto a votarla, entri in Parlamento e governi. Vedrà, essere eletti è molto più difficile di quanto lei creda, tant’è che non vi fate più votare. Lei e i deputati che l’appoggiano, noi non li abbiamo eletti. Ci ha provato una volta Rossi Doria, il suo sottosegretario. Partì da lontano e si contentò: voleva fare il sindaco, ma nessuno lo volle.

Uscito su “Fuoriregistro” il 18 febbraio 2012 e sul “Manifesto” l’1 marzo 2012 col titolo Caro Profumo, il problema ero sono i concorsi…

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Ormai c’è un berlusconismo per ogni capitalismo. David Cameron è il politico della malapolitica. Puzza di corrotti e di corruttori, di sterline marce e fortune losche, di ricatti e di fango raccolti in dossier, di un mondo a misura dei ricchi, tenuto in piedi dall’esecuzione capitale dello Stato sociale. Come provi a grattare, dietro la foto della stampa patinata che sostiene il regime “liberale“, ci sono squali come Murdoch, oscuri rapporti di potere, profitti illeciti, mutui subprime, banchieri usurai e parassiti della Finanza. Dietro c’è il delirio fondamentalista di un capitale che sgancia l’impresa da ogni etica e socializza le perdite a colpi di manganello, proiettili di piombo e gomma, cannoni d’acqua e secoli di galera. Si dice Cameron, si scrive neoliberismo e si legge ingiustizia sociale. Si dice Londra, ma si scrive Val di Susa e si legge Madrid con la Porta do Sol e gli “indignati“, si legge Parigi della “racaille, la recente “feccia” delle banlieue, Atene degli “anarchici“, Santiago degli studenti in piazza contro la “legalità borghese” che uccide a tradimento scuola e università pubbliche, mirando a quell’intelligenza critica che è il primo segno della libertà per cui si fece uccidere Salvador Allende e, per mano di mercenari, morì Ernesto Che Guevara.

Davide Cameron è la pistola fumante del capitale, l’arma impropria che spara sulle conseguenze drammatiche della promessa di un paradiso terrestre dell’età dell’oro postcomunista, col mercato che produce benessere, i giovani che diventano imprenditori di se stessi, il successo garantito e il guadagno illimitato. Urla, si accalora e ce l’ha coi teppisti, proprio Cameron, amico di Andy Coulson, che dirigeva giornali a colpi di menzogna, poliziotti corrotti e scoop portati in prima pagina con sistemi illegali e imbrogli d’ogni specie. Se la prende con la famiglia che ha disgregato, con la scuola che sta smantellando, ma lo sa bene e trema: i minorenni che assaltano i fortilizi del consumo, non più lavoratori e nemmeno consumatori, sono solo figli suoi naturali, figli di questo leader dell’inganno borghese. Hanno succhiato col latte in polvere la menzogna che ora divora i risparmi di intere generazioni di lavoratori e fa traballare gli equilibri e le sicurezze fino a ieri stabili del perbenismo piccolo e medio borghese. Figli spuri della sua “civiltà dei consumi” e di quel pensiero unico di cui s’è fatto garante, i suoi “teppisti” vedono nella politica la maschera che copre fango e teppismi infinitamente più pericolosi, la maschera d’un inganno per cui, nati per spendere, non hanno un centesimo, educati alla scalata dell’Olimpo capitalista, sono infognati senza speranza nelle pianure malariche dei bassifondi, non hanno posto nel sogno luccicante dei supermarket, non trovano in fabbrica la disciplina e i progetti politici della classe operaia e fanno i conti con una rapina chiamata “tagli“: migliaia di miliardi delle vecchie lire sottratte al sistema formativo, alle scuole e alle università, alla salute della povera gente, ai servizi sociali, alla previdenza e ai diritti sacri persino per il liberismo classico. A Londra ormai è difficile persino trovar posto nei cimiteri: un buco a terra è salito alle stelle.

David Cameron è la pazzia di un capitale che ha dimenticato di essere un fenomeno storico e ignora ormai che è nato e morirà. Ignorante e cieco, schiera la polizia degli scandali a difesa dei potenti e non trova posto per la giustizia sociale. Il suo capitalismo muore di asfissia e non ha la statura culturale del riformismo umanitario e democratico che consentì il New Deal, una embrionale e, se si vuole, strumentale affermazione di un principio di solidarietà verso i più deboli. Cameron e i nuovi “grandi”, sono bambini viziati e piccoli prepotenti da osteria: non ammettono sicurezza sociale, non riconoscono liberi sindacati, non fanno lavori pubblici senza mazzette e interessi criminali. Qualcuno gliel’ha insegnato, la storia glielo dimostra e ce l’hanno sotto gli occhi: socialismo o barbarie. Cameron lo sa bene, ma è un soldato del capitale e, come tale, cerca naturalmente la barbarie.

E’ lui, Cameron, la vera grave minaccia per l’ordine pubblico.

Uscito suFuoriregistro il 12 agosto 2011

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