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Posts Tagged ‘Locke’

tessera-riconoscimentoIl circo mediatico ha inserito il diritto dei popoli alla resistenza nell’indice dei temi proibiti. Persino i social network alternativi vanno per la tangente e giocano fuori casa: Locke, la Dichiarazione d’Indipendenza degli USA, quella dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino, la Costituzione francese del 1793. L’Italia non c’entra. L’Italia è il sogno dei padroni, il porto franco degli abusi di potere, la terra di nessuno in cui giocare a tiro a segno coi diritti per massacrare le classi subalterne. Ti fa gola il malloppo delle pensioni? Vuoi un fisco progressivo alla rovescia, così più hai meno paghi? Vuoi rubare quattrini alla povera gente per foraggiare le scuole private dei ricchi? Questo e altro puoi fare impunemente qui da noi. L’Italia è l’Eden dei delinquenti politici e male che vada, ci sono i servizi sociali. Qui l’abuso è protetto e se il popolo si rivolta, manganellate e carcere duro per i caporioni. Stupidi tangheri, l’ordine regna a Roma più che a Berlino!
Ma è proprio vero che il diritto a ribellarsi agli abusi del potere non ha avuto cittadinanza italiana? Davvero nessuno s’è posto il problema dei limiti dell’esercizio legale della violenza materiale e morale da parte dello Stato, nemmeno dopo l’esperienza fascista? No, non è così. La rassegnazione giuridica agli abusi di uno Stato classista è più recente di quanto si creda: è nata nel 1930 col Codice fascista di Rocco, ancora oggi fonte privilegiata del diritto penale, e vive nella repubblica antifascista per un male genetico che gli esperti chiamano «continuità dello Stato». Dal 1890 al 1930, in tema di resistenza alla violenza del potere, fece testo il Codice Zanardelli, che all’articolo 199 recitava: le disposizioni riguardanti i reati di oltraggio, violenza e minaccia a pubblico ufficiale «non si applicano quando il pubblico ufficiale abbia dato causa al fatto, eccedendo con atti arbitrari i limiti della sua funzione». Certo, la pratica fu altro, ma la dottrina sancì il principio del «vim repellere licet» e ammonì il potere: guai a chi offende le libertà fondamentali del cittadino. Non solo, quindi, i giuristi si posero il problema degli eccessi del potere, da cui deriva il diritto a resistere, ma vollero arginarlo.
Caduto il fascismo, il tema tornò in agenda, come mostrano gli atti della Costituente. Il secondo comma dell’articolo 50 della Carta Costituzionale, infatti, oggi articolo 54, secco e per molti versi esemplare, portava la firma di Dossetti e affermava che «quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla Costituzione la resistenza all’oppressione è diritto e dovere dei cittadini». Il dramma del fascismo, dopo l’eclissi parziale con Crispi e la «dittatura parlamentare» di Giolitti, era così vivo che gli «uomini d’ordine» penarono a battere l’ala avanzata dell’antifascismo militante, giunto ancora una volta diviso all’appuntamento con la storia. Il comma non passò, ma il dibattito conserva intatta la sua attualità.
Colpiscono, per dirne una, le parole di Orazio Condorelli, che così mise agli atti il suo no: «questo diritto di resistenza, che si manifesta attraverso insurrezioni, colpi di Stato, rivoluzioni, non è un diritto, ma la stessa realtà storica […]. Sono fatti logicamente anteriori al diritto». Non si tratta solo di argomenti estranei a un’assemblea nata dalla Resistenza. E’ che Condorelli, vecchio iscritto al partito fascista, politico di terz’ordine, accademico indifferente alle leggi razziali e alla sorte dei colleghi ebrei, reduce dall’arresto e dall’internamento per il passato politico, era inserito nel cuore della repubblica. Se ne irritò persino il cattolico Tommaso Merlin, che gli oppose il valore giuridico e filosofico del principio di resistenza dal punto di vista di San Tommaso: «Bisogna dire che il regime tirannico non è giusto, perché non è ordinato al bene comune ma al bene privato di colui che governa. Per tale ragione, il sovvertimento di questo regime non ha carattere di sedizione». Benché il Vaticano, con paradossale «laicismo», conservasse il principio nell’ispirazione liberale del Codice Zanardelli, adottato al momento dei Patti del Laterano, i cattolici da operetta, schierati con i Condorelli, ripudiarono San Tommaso, come Pietro ripudiò Cristo.
Due tesi ottennero l’abolizione. Una, incompatibile con le radici della repubblica, fu del liberale Francesco Colitto. Implicita condanna dell’antifascismo, sosteneva che «qualunque sia il motivo da cui un cittadino possa essere indotto a disobbedire alla legge, legittimamente emanata, quel cittadino deve sempre essere considerato un ribelle e trattato come tale». Bene avevano fatto quindi i fascisti a incarcerare Pertini e Gramsci. La seconda, targata DC, vide in quel diritto caratteri metagiuridici e affermò che la Costituzione non può «accertare quando il cittadino eserciti una legittima ribellione al diritto e quando invece questa sia da ritenere illegittima».
Sono trascorsi settant’anni. Erri De Luca è processato per reati d’opinione, parlamentari eletti con una legge ufficialmente incostituzionale cambiano la Costituzione, privatizzano la scuola, varano un dispositivo elettorale che ricalca quello appena abolito dalla Consulta. Il dibattito della Costituente, non decretò l’inammissibilità del principio ma rifiutò una norma ed è più attuale che mai. Come ignorare le ragioni di Mortati allorché, Costituzione alla mano, osservò che «la resistenza trae titolo di legittimazione dal principio della sovranità popolare perché questa, basata com’è sull’adesione attiva dei cittadini ai valori consacrati nella Costituzione, non può non abilitare quanti siano più sensibili a essi ad assumere la funzione di una loro difesa […] quando ciò si palesi necessario per l’insufficienza e la carenza degli organi ad essa preposti»?
Saremo tutti così insensibili, da ignorare che la Consulta ha definito politicamente e moralmente compromessa la legittimità del Parlamento?

Fuoriregistro, 13 maggio 2015, Agoravox e La Sinistra Quotidiana, 13 maggio 2015,

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In base alla tradizione classica che risale ad Adamo Smith, il mercato è incompatibile con l’etica, perché la “condotta morale” volontaristica è contraria alle sue regole. Non è una convinzione bolscevica; l’ha sostenuto recentemente il papa tedesco [1] e non c’è chi ne dubiti: nulla di più rozzo e approssimativo della pretesa padronale di levare i principi dell’economia borghese a conoscenza finita e perfetta della filosofia della storia e dei meccanismi che producono gli ordinamenti sociali.
Non esiste certezza teorica sull’etica del capitalismo, a meno che il determinismo della legge del profitto non giustifichi se stesso e non ci dichiariamo disposti ad accettare uno sconcertante principio etico: le leggi del libero mercato sono di per se stesse “buone” e producono necessariamente il bene, al di là della morale dei singoli. E’ un articolo di fede e c’è chi ci crede, ma il liberismo ha negato e nega che mercato e profitto possano essere guidati dall’uomo e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: quando la volontà politica ricava la sua legittimazione dalle leggi economiche, nega la morale. E, d’altro canto, l’icastica sintesi di Rousseau ha liquidato per sempre, seppellendola nel ridicolo, la “scienza” politica borghese fondata sulla proprietà privata: “il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire ‘questo è mio’ e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli, fu il vero fondatore della società”. Quello che avvenne poi lo sanno tutti. Dentro il recinto abusivo il “padrone” seppellì la libertà degli uomini e, quando fu necessario, seminare, coltivare e raccogliere, divenne necessario il lavoro salariato. Nacquero così la schiavitù, la miseria e la retorica del “lavoro che nobilita”, mentre tutto dimostrava che dal trinomio proprietà, lavoro e divisione del lavoro, derivavano la ricchezza e l’ineguaglianza tra gli uomini. E non c’era scampo: s’erano divisi in padroni che godono di uno “stato superiore” e salariati costretti a penare per sopravvivere. La ricchezza corruttrice acquistò prontamente il venale sapere dei “chierici”, armò la mano a scherani, li chiamò “forza pubblica”, ma li usò a sua tutela, l’uomo si fece lupo dell’uomo e nacque il “Leviatano”.
S’era partiti da una prepotenza, ma il padrone non si fermò. I meccanismo sono noti e Rousseau li ha fissati nella coscienza del processo storico: “di un’abile usurpazione fecero un diritto irrevocabile, e per profitto di alcuni ‘ambiziosi’ assoggettarono per sempre il genere umano al lavoro, alla servitù e alla miseria”. E’ un percorso tutto sommato noto: diritto di proprietà, magistrati a difesa, esercizio “legale” della forza affidato allo Stato di classe. La distinzione storica tra ricchi e poveri divenne cristallizzazione dell’ineguaglianza nel rapporto politico tra potente e debole, talvolta tra padrone e servo. Marx ne ricavò la grande lezione dell’alienazione e, prima ancora, Saint Just puntò il dito sull’inganno giuridico. “Il nome di ‘legge’ – scrisse – non può sanzionare il dispotismo […]. Obbedire alle leggi: il principio non è chiaro, perché la legge spesso non è altro che la volontà di chi la impone. Si ha diritto di resistere alle leggi oppressive”. Parole con cui l’anima della rivoluzione assumeva il corpo e la voce della “democrazia moderna”; era “libertà egualitaria”, annunciava Marx e superava d’impeto la presunta sacralità delle “libertà civili” borghesi dove erano giunti, ma s’erano s’erano fermati Locke, Montesquieu e Kant.
Dietro lo scontro che si è aperto alla Fiat di Pomigliano, dietro l’accordo capestro di Marchionne, c’è tutto questo. Secoli di storia negata e di lotte cancellate, la negazione cieca e feroce della felice intuizione marxiana sintetizzata in un binomio inscindibile: l’eguaglianza esiste solo in funzione della giustizia e la giustizia non esiste se non si esercita in funzione dell’uguaglianza. Tutto questo volutamente ignora l’arroganza di Marchionne, soprattutto l’irrinunciabile principio etico d’una rivoluzione che si crede sconfitta e vive ancora: “da ognuno secondo le sue capacità, ad ognuno secondo i suoi bisogni”.
La storia è fatta dagli uomini, non è il prodotto artificiale d’una verità costruita a tavolino. Marchionne si mostra infinitamente rozzo culturalmente e troppo primitivo sul terreno sociale per capire che nessuna regola, meno che mai quelle del mercato, può funzionare se non è sostenuta da un consenso morale. La sua sprezzante e sconfinata “libertà d’impresa” si chiama arbitrio e può essere esercitate solo con l’arma del ricatto e l’uso della forza. Marchionne non è un “padrone”, è al soldo dei padroni, come un giullare o un vecchio cortigiano, e calca da guitto il palcoscenico della storia. Non ha grandi studi, nonostante i titoli e, nel presunto pragmatismo del suo “prendere o lasciare”, la cecità della fede – questo è il delirio del capitale – pretende di passare per lettura laica della storia, sicché ogni sua affermazione è una sanguinosa bestemmia.
Marchionne lo sa. Il suo mercato e la matematica delle sue leggi del profitto non dicono nulla sul mondo e sulla natura degli uomini, non sono in grado di interpretare i sogni, i bisogni, le speranze, le paure, i sentimenti e i pensieri profondi degli uomini. Il “mercato” è un’astrazione immorale che pretende di decidere il destino degli uomini e governare la storia, come se gli uomini ne fossero spettatori passivi, come se la storia non fosse scienza umana. Lo è invece. Scienza nuova, diceva Vico, nella quale occorre leggere la filosofia che muove i fatti che sono, che furono e saranno.
I padroni mordono. Preparano la guerra e alla fine l’avranno. Sarà lotta di popolo, lunga e senza quartiere, perché sono forti. Questo è un fatto. Dietro si celano le leggi della storia e una sua chiara filosofia: non è accaduto mai ch’abbia la forza contro la ragione con più battaglie vinto anche la guerra.

1) Ioseph Ratzinger, L’economia e le sue leggi fra libero mercato e collettivismo, “Avvenire”, 28-12-2008

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