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Posts Tagged ‘Liborio Romano’

Starò zitto per una decina di giorni. Lascio qui un messaggio cui tengo. 

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voci-sulla-cittc3a0Settembre 2014. Chiuso in archivio, cerco antifascisti nelle Quattro Giornate e sono già tanti, quando la premiata ditta “Renzi, Alfano & Compagni” mi ferma: De Magistris è stato sospeso e i custodi della legalità ringraziano la Legge Severino, che prima definivano incostituzionale e poi ignoreranno, con De Luca vincitore alla Regione. E’ un oltraggio al pudore.
La tragicomica “campagna morale” consegna al Paese un’allarmante certezza: i partiti di governo vivono una crisi di autolesionismo. Nemmeno l’amico più caro, infatti, avrebbe mai pensato a un regalo così prezioso. In due giorni, il “sindaco di strada” è ai vertici della popolarità e Napoli ride di un moralismo senza morale, che non ha né capo, né coda. Si sfida il ridicolo. A destra, l’improbabile avvocato d’ufficio di una legge furiosamente criticata ha avuto momenti di gloria, guidando un coro di voci bianche a Milano, davanti al Palazzo di Giustizia, ai tempi delle crociate per Berlusconi. Il controcanto lo fa un venditore di fumo che mai nessuno ha votato. Millanta il 40% dei suffragi, ma è un numero taroccato: si votava per l’Europa e metà Paese disertò le urne. Avesse votato, l’avrebbe bocciato senza remissione di peccato.

In poche ore la malattia si fa epidemia. Travolti da un’insana passione, uno dietro l’altro, gli uomini delle Istituzioni partono a testa bassa. E non si tratta solo del centrodestra; c’è il PD, ci sono i sindacati, e c’è uno slogan: “Napoli volti pagina”. Perché? E’ un mistero glorioso. Qualcuno, forse, non si sa se diavolo, santo o profeta, in via strettamente riservata, ha sputato la sentenza: Napoli «è una città illusa e ferita», ora “basta con De Magistris!”. E’ una vera crociata: “Dio lo vuole!”. Lo chiede Cantone, il capo dell’anticorruzione, che, in un Paese soffocato da scandali e ruberie, non ha altro da fare, che pontificare sui casi di un sindaco regolarmente eletto; lo chiedono l’Associazione nazionale magistrati, (ex colleghi, perché lui è andato via senza aspettare il minimo della pensione) e il vicepresidente degli eurodeputati del PD, Massimo Paolucci, che rischia lo strabismo – un occhio a Bruxelles, uno a Napoli – e per “il bene della città” invoca dimissioni e voto. Perfino Pietro Grasso, (un altro ex pm), presidente del Senato e seconda carica dello Stato, la mattina della sospensione, appena sveglio, rilascia la sua dichiarazione: si dimetta.
Sono bordate così strane, che confesso il peccato: dietro, ci vedo un grumo di interessi e non mi piace quell’unità tra “destri” e sedicenti “sinistri”. Per me fa da collante qualcosa che sta tra il comitato di affari e l’estremismo politico.
Non ho scelta. Il caso De Magistris somiglia troppo a quello di Giovanni Bergamasco, perché stia a guardare. Chi era Bergamasco? Un socialista russo, figlio d’un immigrato napoletano, che fece fortuna a Pietroburgo come fotografo dello zar. Fuggito in Italia, perché la polizia prese fischi per fiaschi e scambiò per “sovversione” il bisogno di democrazia, all’alba del Novecento, spinto dal voto dei lavoratori, portò il sole dell’avvenire a Palazzo San Giacomo. Scava e scava, però, i liberali, sono uguali a se stessi: giurano sui diritti, ma sono pronti a calpestarli, sicché, allora come oggi, si fece guerra alla democrazia e Bergamasco fu espulso dal Municipio per il passato di “sovversivo”.

Poiché in giro c’è già chi vuole De Magistris a domicilio coatto, non ho dubbi: da quando il mondo è mondo, nove volte su dieci i “sovversivi” sono il futuro in lotta con una legalità senza giustizia sociale. Lascio l’archivio a malincuore – scriverò mai la storia degli antifascisti nelle Quattro Giornate? – accetto l’invito di Pino De Stasio, che chiama a raccolta i “fans di De Magistris” – così ci chiamerà di lì a poco la “libera stampa” – e sposo la causa della città. Nessuno mi fa l’analisi del sangue, per capire qual è il tono di rosso. Siamo di sinistra e tanto basta, perché nel merito c’è accordo: il bersaglio evidente è il sindaco, ma l’obiettivo nascosto è la città. Nel mirino c’è Napoli, che, non a caso, da un po’ si fa passare per un verminaio.
La camorra è un dato strutturale, dirà poi Rosy Bindi ma, come capita spesso, i conti si son fatti senza l’oste e Il dato strutturale è chiaramente un altro. La Camorra esiste, per carità, ma non è Napoli. Napoli non è la capitale di un “regno che non c’è”, un regno che vive solo se in soccorso giungono la corruzione politica nazionale e locale e certa gentaglia, travestita da imprenditore, che vive in ogni parte d’Italia. La stragrande maggioranza dei napoletani combatte da sempre. Mai come oggi, in realtà, il giocattolo s’è inceppato: niente affari con “monnezzari” e “monnezza”, niente appalti truccati, niente mazzette e clientele, niente acqua privatizzata, niente di niente. Nemmeno le mani su Bagnoli, l’affare degli affari che si non può perdere, costi quel costi, perché  lo “Sblocca Italia” disegna percorsi privilegiati.

Napoli, non ci sta. E’ questo il problema vero. Forse perciò si spara a zero sulla città e per far centro senza perder tempo, si mette fuori gioco chi la rappresenta degnamente. Napoli non ci sta, i conti non tornano e lo stupore è maligno. In fondo, che ne sanno di Napoli i nostri “statisti”? Che ne sanno signori e signore delle “quote rosa”, che un tempo chiedevano il voto e ora, grazie a una legge che la Consulta ha messo fuorilegge, si fanno nominare dai capi dei partiti? A ben pensarci, è ovvio che si tiri in ballo la camorra. Gomorra è un’illusione ottica, un errore di prospettiva, un peccato di omissione, una verità detta a metà, perché l’altra mette i brividi. Gomorra fece fortuna, quando il genovese Garibaldi, d’accordo con Liborio Romano, arruolò la camorra nella Guardia Nazionale. E fu a un governo guidato dal piemontese Cavour che Liborio Romano, ministro a Napoli e deputato a Torino, capitale d’Italia, affidò una proposta di “legge sull’organamento provvisorio della Guardia Nazionale nel Napoletano”. Furono quelle le nozze tra malavita e potere politico.
I conti non tornano. Napoli, che ride anche se piange, che è Pulcinella, ma anche Eduardo e Viviani, è miseria, ma soprattutto nobiltà, Napoli non è la semplicemente città delle Quattro Giornate, come vuole la favola degli scugnizzi. Napoli ha dato inizio alla Resistenza e ha versato il primo, consapevole sangue per liberare l’Italia del nazifascismo. Certo, poi c’è stato Lauro, ma troppo spesso dimentichiamo che navi e soldi, il “comandante”, li fece grazie al livornese Galeazzo Ciano e tornò in sella, dopo la guerra, profittando di leggi nate da governi nazionali, non napoletani. Governi che impedirono l’epurazione, lasciarono in circolazione il fior fiore del fascismo, consegnarono a Guido Leto, capo dell’OVRA, la scuola di polizia e ad Azzariti, capo del Tribunale della razza, la presidenza della Consulta.

De Magistris diventa per me Luigi in una sera di ottobre dell’anno scorso. A prima vista sembriamo così diversi, che pare impossibile capirsi. Lui è giovane, io vecchio. Lui pensa di esser “nato magistrato” e io, per riflesso, penso ai processi politici, a Terracini, Gramsci e Pertini. Certo, è un “sindaco di strada”, ma frequenta “palazzi” che non amo. Che faccio? Lascio perdere? No. In quel clima d’attacco feroce, devo ascoltarlo, quell’uomo dallo sguardo acuto e irrequieto. Non posso fermarmi alle apparenze. D’altra parte, che potrebbe dire di me, a sua volta, fermandosi alla superficie? Dal suo punto di vista, i miei “sovversivi” non sono più tranquillizzanti dei suoi giudici. L’ascolto e una cosa la dice: ho mitizzato la figura del Magistrato e un’altra segue lucida e conseguente: la sua legalità ha fame di giustizia sociale. Dovrò ascoltarlo più volte, per capire che la sua idea di “Palazzo” incontra spesso la mia: dal momento che questo è il mondo e meglio della democrazia non s’è trovato, occorre creare fili diretti con la gente, quartiere per quartiere, attivare processi reali di “cessione di potere dall’alto verso il basso”.
Quando tocca a me, non vendo merci. Ho una vita vissuta nelle lotte e la storia banale di chi, come lui, non si è fatto comprare. Posso parlare ai giovani dei movimenti e proverò ad aprire porte e confronti tra visioni diverse della politica. Luigi non è un moralista e nemmeno un integralista. E’ coerente coi principi che professa – principi di sinistra – è leale, dice quel che pensa e fa ciò che dice. Su questi binari si incontrano mondi lontani tra loro. Si incontrano e si riconoscono.

Di questi mesi, ricorderò tre tappe. Anzitutto due assemblee. A Martedei, dove Barbara Pianta Lopis ci accolse con grande disponibilità, e a Bagnoli, in una sera umida e piovosa. Sì parlò chiaro e anche a muso duro, ma Luigi tenne la posizione con fermezza e dignità. Fu un momento di crescita collettiva. Ci credevamo solo io, lui e tre compagni di strada che abbraccio: Rosa Schiano, che ha la Palestina nel cuore, Giuseppe Sbrescia e Chiara Francesca Mazzei. Credo che oggi Napoli sia la sola grande città italiana ad avere un “Osservatorio sulla salute Mentale”. Non era scontato. Dove giunge la coerenza del “sindaco sovversivo” l’ho capito quando un manipolo di giovani di forte spessore ha occupato l’ex Ospedale Psichiatrico Giudiziario, a Materdei. Per me fu la prova del nove. Era l’una dopo mezzanotte. Lo sgombero sembrava imminente e il messaggio fu breve e chiaro: “Lo so che sei tornato a Palazzo San Giacomo, ma c’è urgente bisogno del sindaco di strada”.
Alle sei del mattino la risposta: “ci vediamo stasera”. Giunse all’ex manicomio con due assessori che voglio menzionare: Fucito e Piscopo. Non l’avrebbe fatto nessuno. Quella sera non bastava la coerenza. Ci voleva anzitutto il coraggio che a Luigi non manca. Ricorderò a lungo il suo viso, nel teatrino che cadeva a pezzi, quando ebbe il microfono in mano. C’era tutto il quartiere. Esitò un attimo, poi fu un fiume in piena. La sintonia con le idee, i sogni, le lotte, i valori sociali e politici da cui era nata quell’occupazione-liberazione fu un dato reale. Prese un impegno, Luigi: “non avete occupato un luogo pubblico, disse, l’avete liberato. Farò quanto posso perché resti in mano ai cittadini”.
Se non sapete cos’è oggi l’ex OPG, andateci. C’è un’aula studio aperta fino a sera, si fa teatro, si raccolgono pacchi per gli immigrati, c’è un torneo di calcetto per i ragazzi del quartiere, si presentano libri e c’è persino una “Camera Popolare del Lavoro”, che fa la consulenza. Mille iniziative.
Metto le mani sul fuoco: finché Luigi sarà sindaco, speculatori e cemento non passeranno e la città crescerà. Gli faranno guerra, però. Come a Bergamasco.

Non lasciatelo solo.

Da Voci sulla città. De Magistris e la Napoli da raccontare, Mooks Libreria, Napoli, 2016

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Renzi, un capobandaVado a memoria, ma credo di non sbagliare se scrivo che la situazione è ormai da allarme rosso. Napoli ha bisogno di un fortissimo scatto di orgoglio della sua gente e di quella unità che ha mostrato sempre nelle sue ore difficili e pericolose. Bisogna trovarla, l’unità, perché in discussione c’è la sua dignità.

Nella storia della Repubblica non è mai accaduto. Per trovare un precedente simile, bisogna risalire al settembre del ‘43, all’Italia monarchica ridotta in ginocchio, all’occupazione dei tedeschi e al loro intento vile di sottomettere la città per dare un esempio feroce al Paese e ai loro titubanti alleati. Ieri come oggi il messaggio è chiaro e il pericolo evidente: chi si mette contro di me, non ha speranze. Per l’ennesima volta in un anno, Renzi, nei panni di Presidente del Consiglio dei Ministri, ha voluto presentarsi a Napoli senza recarsi nella sede del Comune, senza incontrare i rappresentanti eletti delle libere Istituzioni cittadine, senza confrontarsi con il popolo che pretende di governare. Con il disprezzo vile dei deboli, ha avvisato Prefettura e Questura, si è nascosto dietro cavalli di Frisia e uomini armati, sputando in faccia a una città civile, ricca di storia e cultura, calpestando la dignità dei suoi cittadini e le regole che impongono la collaborazione tra i rappresentanti delle Istituzioni.

Come i tedeschi filmavano le loro tragiche imprese, invitando la popolazione stremata a raccogliere gli avanzi dei loro saccheggi, così Renzi chiama le televisioni amiche o sottomesse per filmare le sue tristi apparizioni. A parte questo terribile esempio, un contegno simile non si è mai registrato. Garibaldi chiamò nel suo governo Liborio Romano, ministro dell’odiato Borbone, perché sentì che una rottura aperta coi napoletani sarebbe stato segno di un eccesso intollerabile persino per un conquistatore giunto in armi. Nessuno, nemmeno il peggiore dei gerarchi in orbace, si azzardò mai a utilizzare le istituzioni a fini personali e riunì le sue bande, senza tenere nel debito conto la dignità della città e dei suoi abitanti. Per quanto non eletto, un podestà fascista riceveva immancabilmente l’omaggio dell’ospite venuto da Roma e l’accoglieva nella sua città, perché nessuno, nemmeno i boia di Matteotti, Amendola, Gobetti e Rosselli, erano così arroganti da offendere la dignità di un popolo che pretendevano di governare. Non si permise di farlo Mussolini, accolto gelidamente dagli operai della città dopo l’omicidio Matteotti, qui, a Napoli, dove viveva ancora Aurelio Padovani, il suo rivale più acceso e il solo fascista che gli si pose davanti come un ostacolo serio sulla via del potere assoluto.

Ci voleva Renzi per assistere a questa vergogna che mira a condizionare il risultato di elezioni imminenti, offrendo al Paese questo spettacolo oltraggioso per la città e per i suoi cittadini. Renzi, il servo sciocco dell’Europa neoliberista, che calpesta le regole del gioco e non si limita a vendere fumo, ma svende il Paese agli interessi e agli uomini peggiori del capitale, come ha rivelato l’oscena faccenda Guidi. Ci voleva Renzi, un sedicente Presidente del Consiglio, per vedere all’opera un capobanda che riunisce i suoi nelle sedi istituzionali, alla vigilia di elezioni amministrative sempre più politiche.

La paura è cattiva consigliera. Probabilmente Renzi sa che a Napoli è iniziata la sua caduta e gioca la partita con le carte truccate e la pistola in tasca, qui minacciando, lì blandendo e ovunque parlando alla pancia della gente: chi vuole soldi e potere, racconta, voti Valente e li avrà.

Nessuno ha mai così apertamente violato la legalità repubblicana. E’ un ceffone così violento assestato in pieno viso alla capitale del Sud, che la sola risposta possibile, l’unica che possa salvare il futuro della città e la sua dignità, è quella che conduce a votare per De Magistris. Votarlo non solo perché il sindaco ha meritato ampiamente la conferma, ma perché l’odio di Renzi è diventato ad un tempo una minaccia mortale e la miglior garanzia del valore del nostro sindaco.

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10169190_792592114140197_2326726142420761491_nA suo modo, Alessandto Mlòn ha ragione: Napoli Monnezza esiste. E’ l’alter ego dei paranoici, il lucido delirio d’un bene malato che si dichiara vittima d’un male che s’è inventato. Napoli Monnezza esiste soprattutto nella coscienza sporca dei monnezzari, quelli che, col rispetto dovuto agli operatori ecologici, senza monnezza non sanno come riempire la mangiatoia.
Napoli Monnezza è il napoletano Liborio Romano che recluta la camorra, ma il monnezzaro è genovese, porta la camicia rossa e di mestiere fa “l’eroe dei due mondi”: si chiama Garibaldi e riempie l’enorme carrozzone burlesque della polizia con la Napoli camorrista. Se uno non la dice questa cosa o fa finta di non saperla, la monnezza puzza di razzismo, sa di affare losco e si chiama malafede.
Mentre i napoletani garibaldini si fanno sparare gridando “viva l’Italia”, a Bronte il colonnello Nino Bixio, da buon monnezzaro genovese, fucila i contadini che ha imbrogliato e a Napoli i camorristi diventano polizia, così chi s’è visto s’è visto. Gioco di prestigio o colpo da campione, Napoli Monnezza è diventata subito l’Italia dei padroni e dei pennivendoli e la gente perbene, i lavoratori e i contadini, stanno peggio di prima. Al primo Bifulco che parla ci pensa la monnezza in divisa da carabiniere e guardia nazionale e se non basta, interviene un azzeccagaburgli prestato alla politica, Giuseppe Pica, uno come tanti, che scrive una legge subito approvata dai monnezzari di tutt’Italia e si fa un macello. Qualcuno protesta? E che ci vuole a farlo tacere? Si punta il dito, indignati: Gesù, ma che dici? Tu mò ti difendi persino i briganti?.
Il potere calato dal Nord non solo si mette maliziosamente d’accordo con Liborio Romano e manda da noi la Torino monnezza vestita da bersagliere, ma compra le penne d’ogni colore e va in scena la farsa: “la capitale del Mezzogiorno è una palla al piede per l’Italia!“. Mentre i monnezzari si fanno quattr’uova in un piatto, in galera ci vanno gli anarchici e i socialisti; liberi, invece, nei tribunali, nelle università, nei Parlamenti dei padroni, d’accordo con la monnezza napoletana e con tutte le monnezze nazionali e internazionali, con l’oro dello Stato borbonico e con le tasse della Napoli pulita, Garibaldi e compagni fanno la fortuna della peggiore monnezza che si sia mai vista a questo mondo: i padroni del Nord e gli agrari del Sud. Il monnezzaro lo sa: più si sporca le mani e più si arricchisce, perciò nella monnezza sciala. Poi, per salvare la faccia, dà la parola a quelli come Alessandro Mlòn e se la piglia con la monnezza che non si vuole ribellare. Mlòn lo sa bene, la colpa è dei monnezzari e di chi gli dà una mano ma nella monnezza sciala come loro.

Da secoli Napoli pulita combatte contro Napoli Monnezza, ma il monnezzaro non ha patria e non ha famiglia: è un figlio di buona donna o, come dicono a Napoli, è ‘nu figlio ‘e puttana. Si mette d’accordo con la monnezza, ci campa alla grande, però poi si lamenta e ci fa la morale. Nel ’99 Napoli pulita usava il bidet e faceva già la differenziata, ma i monnezzari inglesi, che senza la monnezza sparsa in giro per il mondo non potevano più fare affari per tutti i mari, si misero d’accordo con la monnezza napoletana e fecero fuori la città pulita, che s’era ribellata. Cirillo, Pagano, Fonseca, Russo, il fior fiore della cultura e della politica napoletana – il meglio che si potesse trovare nella penisola – finirono appesi per il collo. La monnezza sanfedista fece cose mai viste con l’appoggio dei monnezzari inglesi e col consenso di quelli francesi, che avevano tradito i rivoluzionari e se n’erano andati a fare i loro loschi affari con la monnezza di tutto il Continente Antico. Così la Napoli Monnezza tornò sul trono e divenne persino merce d’esportazione. Fu l’Italia Monnezza che combinò l’affare della Banca Romana e c’entravano, monnezzari in parti pari, il Nord e il Sud: Crispi e Giolitti. Pagò come sempre la povera gente.
Nel settembre del ’43, Napoli pulita cacciò a fucilate la monnezza napoletana e quella tedesca, ma gli americani, gli inglesi e i francesi, che con la città pulita affari sicuramente non ne avrebbero fatto, si presentarono con i monnezzari più esperti del globo terracqueo – Lucky Luciano, per fare un nome, quel nobiluomo del colonnello Poletti e chi più ne ha più ne metta – e la spuntò un’altra volta la monnezza. Quella locale e quella internazionale. A onor del vero, ci mise del suo anche qualche gran signore settentrionale e più di tutti si distinse una volta ancora un genovese, uno che monnezzaro non era, ma le cazzate le fanno pure quelli puliti e settentrionali. Dopo Pica, giunse Togliatti, che firmò una legge sul riciclo dei rifiuti politici e lasciò in eredità alla repubblica il fascismo e i fascisti: balle ecologiche che contenevano monnezza di provenienza soprattutto centro-settentrionale, sia nella versione pulita di Volpi di Misurata e di Bottai, che in quella sporca di Balbo. La legge sull’epurazione sembrava fatta apposta per lasciare a galla monnezza e monnezzari, passati pari pari nell’Italia pulita, quella della Resistenza e di Napoli partigiana. Persino gli Agnelli, i Lauro e i Valletta.
Da allora, la città pulita continua a ribellarsi e a lottare, ma sono ormai molti anni che nella “terra dei fuochi” come in Val di Susa, i monnezzari – che com’è noto vivono di monnezza – hanno fatto fuori la legalità repubblicana. Napoli Monnezza non si spiega senza “Milano da bere”, l’eterna tangentopoli, l’inestricabile intreccio tra politica e malaffare, senza i monnezzari che oggi come ieri fanno affari con la malavita organizzata e con le mafie istituzionali: mazzette, voto di scambio, irregolarità elettorali piemontesi, ripetute tragedie genovesi. Non c’è parte d’Italia che non sia Napoli Monnezza e non c’è monnezza che non abbia i suoi monnezzari: giornalisti – ‘e cecate ‘e Caravaggio – magistrati, gente in divisa, che non non ha mai intercettato un carico di rifiuti tossici, monnezzari provocatori, monnezzari confidenti e monnezzari pennivendoli, che sparano addosso alla città pulita che non vuole ribellarsi. Gente che gioca con le parole, ma è un gioco sporco, una monnezza di gioco. Il gioco del monnezzaro che piace da morire a scribacchini e velinari.

Ps: non pubblicherò repliche e tratterò come spam commenti che a riterrò inaccettabili come l’articolo di Alessandro Mlòn.

Uscito su Agoravox il 12 novembre 2014

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E’ il 4 febbraio 1861. Sono passati quattro mesi da quando Garibaldi ha piegato sul Volturno ciò che resta della truppe di Francesco II e mancano due settimane alla prima seduta del Parlamento italiano. Passa per Napoli in tutta segretezza, come fosse un volgare malfattore, Giuseppe Mazzini, al quale guarda, come ad un maestro, l’Italia democratica, messa in scacco dalla politica di Cavour, che non avrebbe conseguito nessuno dei suoi obiettivi senza l’aiuto determinante della sinistra mazziniana e garibaldina. Pochi mesi ancora, poi Cavour sarà stroncato da un’improvvisa malattia e i suoi successori, incapaci di proseguirne la politica, acuiranno le già fortissime contraddizioni del processo d’unificazione nazionale, gettando un’ombra nera e lunga sul futuro del Paese: l’impiego di 120.000 uomini, metà dell’esercito italiano, accampati nell’Italia meridionale, una guerra civile, sociale e politica che costerà al Paese più morti di quelli causati dalle guerre d’indipendenza, una politica fiscale di classe che tutelerà la rendita fondiaria – gli uomini della destra storica sono soprattutto proprietari terrieri – attaccando ferocemente i redditi della ricchezza mobiliare e giungendo a tassare il “macinato”, l’assoluta insensibilità nei confronti delle esigenze della società civile, l’ignoranza completa dei problemi reali della gente, la violentissima compressione sociale e le conseguenti, ricorrenti rivolte contadine, costituiranno il bilancio largamente negativo di una classe dirigente che, stando al cliché del revisionismo, faceva politica per “servire lo Stato”.
Come un ladro, dicevo, passa per Napoli Giuseppe Mazzini ma non sfugge all’occhiuta polizia sabauda, che farà presto rimpiangere ai dissidenti politici i metodi del borbonico Liborio Romano. A guidare le forze dell’ordine, nell’ex capitale, è Silvio Spaventa – patriota, perseguitato politico e “galantuomo” di destra, formatosi all’idea hegeliana dello Stato – che immediatamente scrive a “Sua Eccellenza il Segretario G.le di Stato presso la Luogotenenza Gen.le del Re” una lettera che ho rinvenuto nell’Archivio di Stato, inedita credo, che vale la pena di riportare integralmente:

Da persona degna di qualche fede – scrive Spaventa – sono assicurato che il Mazzini è di nuovo qui; questa notte egli avrebbe dormito in casa il Direttore [sic] del Popolo d’Italia e nel momento che scrivo sarebbe in casa dell’Acerbi; andrebbe in Caserta la notte ventura. Se queste cose fossero vere, come avrei da regolarmi?
Quando S.M. era qui, e vi si trovava pure il Mazzini, si stimò non conveniente di procedere ad alcun atto contro di lui. Come V.E. sa il Mazzini fu condannato nelle antiche province a morte in contumacia. Oggi crede V.E. che dobbiamo fare nello stesso modo?
Mazzini veste ancora l’abito di tenente colonnello garibaldino, come vestiva l’altra volta che fu in questa città. Mi dicono ancora che degli emissari mazziniani sono spediti presso te nostre truppe regolari nelle diverse province, con qual fine non saprei dire determinatamente.
Piaccia all’E.V. rimanere intesa, perché se il crede bene ne avverta anche il Generale Della Rocca.
Il Consigliere
S. Spaventa”

Mazzini non era un terrorista, ma aveva subito una condanna a morte, comminatagli da un tribunale sardo, per cospirazione politica e – diremmo oggi – organizzazione e partecipazione a banda armata. E’ la condanna cui fa cenno Spaventa, incerto se mettere le mani addosso al grande rivoluzionario e trattenuto soprattutto dalla divisa di “tenente colonnello” e dalla probabile reazione garibaldina. Un criminale politico è Mazzini – non comunista – ma combattente, come i fratelli Bandiera, Pisacane, come più tardi gli antifascisti, come i partigiani, che andarono al patibolo portando addosso la scritta ammonitrice: “Banditen”. E’ così. “Banditen” fu Garibaldi, “banditen” fu Che Guevara, “banditen” sono sempre stati, per i Paesi che li hanno imprigionati e condannati a morte, tutti i combattenti della libertà. I tribunali che li hanno giudicati erano per lo più legalmente costituiti e i governi contro cui si sono battuti avevano credito internazionale, ambasciatori accreditati, facevano parte, insomma, del “concerto delle nazioni” ed esercitavano la legale violenza che uno Stato ha potestà di usare per far rispettare le proprie leggi. Da un punto di vista politico i rapporti tra potere costituito e rivoluzionari – veri, presunti o sedicenti – sono chiarissimi, si regolano senza problemi ed in genere la stragrande maggioranza dei contemporanei è dalla parte del potere costituito. I giudici e i governanti fanno il loro mestiere.
E perciò i governi governino, senza tirar fuori ogni volta che gli serve una “bomba intelligente” che capisce da sola quando deve esplodere, e non perdano tempo a scrivere la storia. Non serve: è la storia a decidere chi ha il futuro dalla propria parte. Vorrei vedere oggi un governo italiano che, ricordando le vicende politiche che conducono alla nascita politica del Paese, definisca terroristi – o, perché no?, anarchici insurrezionalisti – i fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, Mazzini, Garibaldi e, ciò che sarebbe coerenza, Silvio Spaventa,  che fu ad un tempo “banditen” per i Borboni e persecutore di “banditen” per i Savoia.
Ciò che stiamo perdendo in questi anni non è il senso dello Stato. No. Quello che stiamo perdendo è il senso del ridicolo. E’ talvolta il primo segnale d’una catastrofe.

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