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Posts Tagged ‘Libertà e Giustizia’

mattarella-fosse-adeatine-510 (1)Questa riflessione risale al 5 febbraio di quest’anno, quando si cucinava il brodo di giuggiole per festeggiare San Mattarella. Uscì su “Agoravox”, che spesso dà voce al dissenso e “Fuoriregistro”, una rivista che per sua natura canta fuori del coro. Ai cuochi improvvisati diedi appuntamento a Filippi ed eccoci qua.
Dopo la firma lampo sotto la truffa elettorale, assieme ai silenzi imbarazzati, emergono spudorati urli di dolore e facciatosteche rivendicazioni, tipo “l’avevo detto, io!”. E invece no, non avevate detto un bel nulla, vi eravate defilati, chi per naturale vocazione a stare sul carro dei padroni, chi per idiozia congenita. Non era nemmeno mancato chi s’era perso in voli di autentica e disperante speranza, raccontando l’inverosimile storiella del Mattarella dalla “schiena dritta”, del servitore dello Stato e altre amenità di cui vergognarsi.
Sapete che vi dico? Andate a farvi fottere una volta e per sempre. Di questo sfascio sinistro non c’è nessuno più responsabile della sinistra dei salotti buoni. Mi ricordo ancora – mi sembrò pazzia – Paolo Flres D’Arcais che su Micromega titolava: “Mattarella, la scelta migliore”. Una pazzia contagiosa, se Alberto Burgio gli faceva eco dalle colonne del “mio” Manifesto: “Se oggi verrà eletto Sergio Mattarella, si tratterà di una soluzione migliore di tante altre paventate alla vigilia”. In quanto a “Libertà e Giustizia”, Rossella Guadagnini non aveva dubbi: “l’Italia è anche questo: un Paese in grado di emendarsi, almeno oggi ha dimostrato di esserne capace”.
Il problema naturalmente non era l’uomo, che qualcosa comunque conta, ma la regolarità dell’elezione e il modo in cui sarebbe stata accettata. Di questo, però, non si volle parlare. I rivoluzionari radical chic e i moderati legalitari parlano quando meglio sarebbe tacere e stanno zitti quando dovrebbero fare il diavolo a quattro.

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Mattarella e la “normalità” da manicomio che che ci governa

Un vecchio antifascista, negli anni della mia giovinezza, provò invano a spiegarmi che, ben più del manganello, a favore del regime in camicia nera giocarono a un certo punto il conformismo dilagante e l’isolamento del dissenso rispetto alle opinioni correnti. Ne derivava un doloroso senso di straniamento e il dubbio che tormenta le minuscole minoranze, quando giungono al punto in cui una manifestazione di dissenso rischia di apparire snobismo o esibizionismo persino al dissenziente o, peggio ancora, un segnale allarmante che annuncia squilibri mentali. Più che strumento di repressione, diceva, il manicomio poteva diventare così l’esito «naturale» d’un disagio che era stato politico e sociale, ma era approdato, poi, sul terreno minato della salute mentale.
Oggi capisco bene cosa volesse dire l’antifascista quando mi descriveva la sua sensazione di straniamento: «mi sentivo come il passeggero di un treno che torna a casa», diceva, «ma come arriva alla stazione e si guarda attorno, avverte il senso di sbandamento di chi ha sbagliato fermata ed è finito in un mondo che non è il suo».
Se tutto quanto si legge in questi giorni sul «nuovo Presidente della Repubblica» è la «normalità» – e come dubitarne? – chi riflette sulle ragioni della sua totale illegittimità morale, politica e in ultima analisi giuridica dà a se stesso l’esatta misura della piega preoccupante assunta dalle sorti del dissenso. Un dissenso che, visto con gli occhi del mio lontano antifascista, si va facendo a giusta ragione patologia: non ha voluto interessarsi della storia politica e della vicenda umana di Mattarella, del quale ricordava bene il ruolo ai tempi dei nostri bombardamenti su Sarajevo e ha dovuto riconoscere con se stesso che, lui o un altro, anche un angelo sceso dal cielo, l’avrebbe ritenuto un diavolo e si sarebbe rifiutato di considerarlo un legittimo Presidente della Repubblica.
Non è forse patologico questo comportamento, se si guarda alla quotidiana «normalità»? Certo, ci sono stati dietro un ragionamento e una domanda apparentemente razionale: la sua elezione è stata legale? E’ vero, la risposta negativa ha una sua logica: non può essere legale l’elezione di un Presidente da parte di «grandi elettori» che nessuno ha mai eletto e che il Presidente stesso, quand’era giudice della Corte Costituzionale, ha riconosciuto «abusivi» del Parlamento. «Grandi elettori», che nessuno ha eletto e si sono insediati alle Camere in virtù di una legge costituzionalmente fuorilegge, come afferma una sentenza della Consulta che reca la firma dello stesso Mattarella. Tutto questo è vero, ma a che serve e quanto è sana una verità che non interessa a nessuno?
Quando il neopresidente e i suoi colleghi giudici emisero la loro sentenza, gli scienziati del Diritto, tennero subito a precisare che, in nome della «continuità dello Stato», la sentenza non metteva in discussione le decisioni già adottate dagli «abusivi». Per quanto amara fosse la medicina, le vergognose scelte precedenti avevano, quindi, piena validità. In un Paese di senza storia, poi, la distinzione tra passato, presente e futuro s’è annullata e sono due anni che le Camere moralmente e politicamente delegittimate dalla sentenza di Mattarella, hanno spostato in avanti l’idea di «passato» e ipotecato il futuro. Come se la sentenza non fosse mai stata pronunciata, le Camere hanno continuato ad esercitare, in nome del popolo sovrano che non li ha mai eletti, tutti i poteri che la Costituzione gli attribuisce e sono giunte al punto di metter mano alla Costituzione e modificarla. Questa è stata l’indiscussa «normalità» che abbiamo vissuto.
In questa situazione anomala, che la totalità della popolazione ritiene «normale», si sono avute le «elezioni» di Mattarella. Ed è parso a tutti «normalissimo» che il giudice costituzionale abbia accettato di giurare la sua «fedeltà alla Costituzione» e diventarne garante. Di quale Costituzione si tratti, il dissenso, sempre più patologico non è riuscito a capire. Se si è trattato di quella nostra del 1948, il nuovo Presidente avrebbe forse potuto assumere le sue funzioni solo a condizione di sciogliere immediatamente le Camere e indire le elezioni politiche. L’articolo 88 della Costituzione glielo consente e lo spirito col quale i Costituenti gli riconobbero questa prerogativa sembra imporglielo. Nella discussione, infatti, il principio attorno a cui ci si confrontò era chiarissimo: tutti coloro che non intendevano riconoscere al Presidente della Repubblica questa prerogativa ritenevano che nessun atto individuale possa soverchiare e dissolvere la legittima rappresentanza della Nazione. Vittorio Emanuele Orlando ricordò addirittura il caso francese del 1878, quando il Presidente della Repubblica Mac Mahon sciolse le Camere e il popolo reagì rieleggendo tutti i deputati decaduti e delegittimando così il ruolo e la figura del Presidente della Repubblica. Qui, però, siamo di fronte al caso opposto e paradossale: il popolo non ha rappresentanza, i pretesi rappresentanti non sono stati mai eletti e la Consulta li ha delegittimati. Vallo a spiegare alla “normalità” da manicomio che governa il Paese.

Da Fuoriregistro e Agoravox, 5 febbraio 2015

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Si dice – e dev’esserci un fondo di verità – che Iddio acceca chi condanna a perdersi. Si levano da più parti lamenti scandalizzati per il referendum sulla legge elettorale che la Consulta ha giudicato inammissibile e c’è chi si mostra sorpreso per le reazioni degli immancabili “illuminati”. La verità è che da tempo immemorabile ormai, la cosiddetta “società civile” fa danni come si muove e se è onnipresente, quando la discussione si fa sulla “lana caprina”, stupisce per l’ostinato silenzio, se in gioco ci sono le questioni scomode e gli equilibri legati alle formule bieche del “politicamente corretto”. Sono anni che andiamo avanti così ed era fatale: siamo al capolinea. Dopo che Scalfari ha dato dell’imbecille a chi provava ad avanzavare dubbi sulla costituzionalità dell’operazione Monti – e il privilegio della “consacrazione” è toccato anche a me, che sul Manifesto i miei dubbi li ho esposti – appare sempre più probabile che un Dio onnipotente si sia messo all’opera per ridurci al ruolo di oche starnazzanti per la sicurezza del Campidoglio, mentre l’Urbe va a fuoco e non c’è chi provveda. Chi, se non la divina cecità dell’amore, ha spinto “Libertà e Giustizia” a ventilare non so che “sciopero del voto” e indotto, per converso, Flores d’Arcais, a quella sorta di dispetto infantile, che chiama i cittadini a votare, perché c’è una legge con cui non si può… votare?

Un rischio mortale incombe sulla vita della democrazia. Si profila all’orizzonte ogni giorno più chiaro, ma non preoccupa praticamente nessuno, non scatena indignate proteste dell’accecata – o complice? – “società civile”: la maggiominoranza di nominati che siede in un Parlamento ridotto ormai a una sorta di svergognata Camera dei Fasci e delle Corporazioni, tiene in piedi un Governo mai eletto e onnipotente – eccolo il marchingegno fraudolento – pronto a varare una “modifica” costituzionale che inserisce nella Carta il cosiddetto “pareggio di bilancio”. Nella forma tutto ha i crismi della santità, nella sostanza è una pugnalata vibrata al cuore della democrazia, un colpo mortale che cancella ogni possibile autonomia della politica e chiude le vie praticabili a qualunque serio provvedimento di tutela sociale. “Costoso” si dirà domani, eppure sacrosanto.

Quando tutto questo sarà accaduto, un buon ragioniere basterà a governare la repubblica e nessuno potrà più rimediare al danno e far sì che si torni alla situazione attuale. Quale che potrà essere la legge elettorale che avremo, e non c’è da sperare in provvedimenti miracolosi, un dato è certo, e per questo occorre ringraziare il presidente Giorgio Napolitano: non vi sarà mai una maggioranza numericamente sufficiente e politicamente alternative alla maggio-minoranza che sostiene Monti, in grado di cancellare le riforme già approvate alla Camera e al Senato in prima istanza e quelle che in un prossimo futuro Monti intende realizzare. Due terzi del Parlamento e neanche la possibilità  di reagire, raccogliendo firme per un referendum! Non c’è legge elettorale in grado di riproporre questa situazione. Per condurci a questa tragica crisi era necessario che accadesse quello che c’è passato sotto il naso, mentre manipoli di manipolati salutavano il “nuovo 25 aprile”. Gli storici diranno domani cos’è stata davvero questa seconda liberazione. A noi tocca oggi prenderne atto e denunciarlo: sarà impossibile cambiare di nuovo la Costituzione. Una via sola rimane: dar fondo alle energie, mettere assieme le intelligenze, alimentare il dissenso e costruire al più presto una straordinaria mobilitazione che sbarri il passo alla reazione e ponga fine a questa sorte di agonia della Costituzione, che apre la via a un vero e proprio omicidio di quello che un tempo chiamavamo “Stato sociale”.

Uscito su “il Manifesto” del 18 gennaio 2012.

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