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Per cacciar via i fantasmi che gli facevano guerra – e cancellare un presente che già affidava al passato la memoria – Primo Levi si tolse la vita. Aveva conosciuto la “vergogna di non esser morti” e fissato quel suo senso atroce di colpa in versi scolpiti nella disperazione:

Since then at an uncertain hour,

sommershu[1]dopo di allora, ad ora incerta,
quella pena ritorna.
E se non trova chi lo ascolti
gli brucia il petto in cuore.
Rivede i visi dei suoi compagni,
lividi nella prima luce,
grigi di polvere di cemento,
indistinti per nebbia,
tinti di morte nei sonni inquieti:
a notte menano le mascelle
sotto la mora greve dei sogni
masticando una rapa che non c’è.
Indietro, via di qui, gente sommersa,
andate.
Non ho soppiantato nessuno,
non ho usurpato il pane di nessuno,
nessuno è morto in vece mia. Nessuno.
Ritornate nella vostra nebbia.
Non è mia colpa se vivo e respiro.
E mangio e bevo e dormo e vesto panni

Non la comprenderebbe, Levi, una memoria istituzionalizzata e priva di presente.
Una memoria ope legis, è un confine tirato con squadra e penna sulla geografia del tempo, come quello d’un antico stato coloniale: mente fissando un limite e consegna al passato ciò che invece è presente.
Affinché non sia più così”, va proponendo. Quasi che così non fosse ancora, che così non fosse più, che così, purtroppo, non sarà domani.
Così cosa?
Così la persecuzione e l’eliminazione fisica, così la segregazione, così la strage fatta pensiero, progettata ed eseguita.
Nella fissità della memoria messa in calendario c’è un esito scontato, un postulato che non si dimostra – è accaduto e non dovrà ripetersi mai più – sicché i ruoli, cristallizzati, sono assegnati in via definitiva e non è consentito aggiornare il copione. Eppure è sotto gli occhi di tutti: l’agnello si è fatto lupo e c’è un lager grande come un intero paese. E’ così, ma non si vede. Non dovrà accadere, si dice, d’accordo: ma accade, intanto, diavolo se accade, ed allora? Nulla. Sulle carte, nella geografia della memoria, il presente non c’è: le stragi e i genocidi sono sempre la storia del passato.
Per quanto mi riguarda, le date della memoria appartengono al futuro. Ai ragazzi racconto pochi fatti del nostro tempo. C’è chi pone sullo stesso piano morale partigiani e repubblichini – sanno di che si parla, gli studenti, e chi non li conosce ormai i “ragazzi di Salò”? – spiego serenamente. Stupidi o bugiardi – commento – non vi pare? Dicono di avere sacra la memoria della shoà, ma di fatto esaltano il genocidio. I ragazzi capiscono al volo: i partigiani, infatti combatterono i nazisti, mentre i repubblichini ne furono gli alleati. Hai voglia di millantare l’amicizia degli ebrei: ti ha ospitato Sharon, un macellaio sionista.
Cala così sulla memoria offesa un’onta rinnovata, e i ragazzi capiscono al volo: c’è di mezzo un muro col suo filo spinato. Un muro, anche stavolta.
Credo fermamente nella memoria del presente; quella che non si ferma al passato, ma si guarda attorno ed esclama angosciata: accade, sta accadendo.
In Ruanda, accade, dove l’ONU ha contato un milione di morti, ha denunciato i “crimini contro l’umanità”, poi, pressata dagli USA, ha ritirato i caschi blu.
A Cuba, accade – certo, quella di Fidel Castro, che scandalizza i benpensanti – a Cuba, dove un embargo fuorilegge insidia da decenni la crescita d’un popolo, dove c’è un campo di concentramento nel quale la Convenzione di Ginevra non conta e i prigionieri sono torturati: li minaccia la condanna a morte e non hanno avvocato.
In Iraq accade, dove un embargo feroce ha sterminato settecentocinquantamila bambini e una guerra illegale, combattuta con armi di distruzione di massa, ha massacrato innumerevoli innocenti; in Iraq, accade, dove migliaia di persone, cadute in mano agli aggressori anglo-americani, sono sparite nel nulla, dove gli invasori passano per liberatori e i partigiani, che hanno per arma se stessi, sono naturalmente terroristi.
Credo fermamente nella memoria che dice: sta accadendo, accade. E mi piace ricordarlo con le parole di Gino Strada, un medico che sa raccontare, un testimone scomodo:

“Part Three” è il nome della prigione di sicurezza a Kabul. Strano nome, visto che nessuno sa dove siano la prima e la seconda parte.sayag[1]

Sono le otto del mattino quando ci aprono la porta di ferro del carcere: qui sono rinchiusi i prigionieri un po’ speciali. i talebani più duri e i non-afgani, gli “afghan arabs”.
Kate aveva visitato alcune parti della prigione qualche giorno prima. “C’è molto da fare lì dentro”, era tutto quello che ci aveva detto la sera.
I secondini sono gentili ma diffidenti. Per alcuni di loro è un nuovo incarico, ancora non ci conoscono: osservano con sufficienza i permessi che ci consentono l’accesso a tutte le prigioni per verificare le condizioni di salute dei detenuti, ma alla fine si rassegnano ad averci tra i piedi per qualche ora.
Senza grande entusiasmo ci conducono giù nel sotterraneo, dove stanno i prigionieri.
Fa freddo lì sotto, e c’è molta umidità. Le celle sono l’una a fianco dell’altra, da un solo lato del corridoio, chiuse le porte metalliche.
Cominciamo la visita.
Un secondino cerca di fare il furbo e passa oltre, senza aprire una delle porte: “Tasnob, tasnob”, questo è un gabinetto.
Ma Kate ormai frequenta le prigioni da lungo tempo. Le bastano sorrisi ammiccanti e toni perentori per far capire che conviene far togliere lucchetto e spranga e aprire la porta del “gabinetto”.
La cella è piccola, forse pensata davvero per essere un bagno, senza luce, non ci sono finestre, l’aria è pesante, nauseabonda.
Due specie di letti a castello per parete e a distanza di un metro da cui sporgono facce magre, capelli arruffati, occhi impauriti. Sono in sei lì dentro. Ci sono due prigionieri anche sul pavimento sotto il letto più basso avvolti nel loro patou.
Rahmatullah ha ventidue anni, viene da Kandahar, faceva parte delle milizie talebane. Ha la febbre alta, le guance scavate e gli zigomi sporgenti. È debolissimo, sta male.
Un mujaheddin, probabilmente di età non molto diversa dalla sua, lo aveva centrato alla coscia durante i combattimenti per la presa di Kabul, due settimane prima. Un colpo di kalashinkov, il femore destro in frantumi. Ferito gravemente era stato catturato.
Rahmatullha non riesce ad uscire da là sotto: la gamba destra, quella ferita, è tenuta immobile da una rete metallica. La benda è intrisa di pus.
“Possiamo portarlo subito in ospedale?”, chiedo.
Per un medico, ma forse non solo, è frustrante, persino umiliante fare domande simili.
Come sarebbe a dire “possiamo” portarlo in ospedale? In quale altro posto, se non in ospedale, dovrebbe stare un essere umano quando ha una coscia fratturata e talmente infetta da avergli già procurato una setticemia?
Invece bisogna chiedere e sperare. Perché in barba a ogni Carta dei diritti di questo o di quell’altro, viviamo in un mondo in cui bisogna chiedere il permesso a qualcuno per curare un ferito.
La cosa mi spaventa, perché se si deve chiedere autorizzazione vuol dire che qualcuno può decidere di non autorizzare, cioè di negare il più importante e primordiale dei diritti umani, quello di restare vivi.
E se non fossimo capitati qui, se Kate non si fosse accorta di quel “gabinetto” molto sospetto? Non avremmo chiesto alcun permesso, nessun altro lo avrebbe fatto e Rahmatullah sarebbe morto in quella cella schifosa.
Kate non incontra alcuna difficoltà con i responsabili della prigione.
Bene. Il vecchio patto stipulato molti mesi con muhjaeddin e talebani, funziona ancora.
Se dobbiamo occuparci dell’assistenza medica ai prigionieri”, avevamo spiegato a entrambe le parti, “dobbiamo avere il diritto di registrare e visitare tutti i prigionieri, non uno escluso, e di trattare chiunque abbia bisogno in uno dei nostri ospedali”.

kabl3[1]Waseem chiama via radio un’ambulanza, arrivano con la barella e trasportano Rahmatullha, che si tira la coperta sugli occhi non appena esce all’aperto: fuori è una giornata di sole.
In pronto soccorso lo lavano lo preparano per l’intervento. Abbiamo deciso di operarlo subito.
Non è certo a pancia piena, e d’altra parte non possiamo aspettare, l’infezione è molto grave,” spiega Marco all’anestesista preoccupato di addormentare un paziente non digiuno.
Ne raccogliamo la storia, in corridoio. Ferito il 13 novembre alle ore 1.30. località Kabul.
Ma dove gli hanno messo la stecca metallica e fatto la medicazione?

chiede Marco.
A Karte Seh.
All’ospedale di Karte Seh?
” dice Ramhatullha, “all’ospedale della Croce rossa, ci sono stato cinque giorni”.
Ancora oggi a Kabul lo chiamano il Red Cross Hospital, anche se lo staff della Croce rossa internazionale è ridotto a un paio di infermieri con ruoli di supervisione.
Ma è stato operato o solo medicato?
Ibrahim, l’infermiere di turno in pronto soccorso, ci discute a lungo, in pastu: “Non lo sa”, è il responso, “non riesco a fargli capire la differenza”.
Non importa”.
Mentre gli anestesisti si preparano, Marco ed io esaminiamo il paziente. La lastra fa vedere molti frammenti di osso, nella parte bassa del femore. La ferita di uscita del proiettile è di lato, lunga una dozzina dì centimetri, diritta, sembra un’incisione di bisturi, tranne che nella parte centrale, dove è irregolare e forma un largo buco da cui fuoriesce pus in abbondanza.
”Forse avranno pulito un po’ la ferita lì in pronto soccorso”, suggerisce Marco. Può darsi.
Incominciamo a spennellare di disinfettante. Al momento di avvolgere la gamba destra nel telo verde sterile, scorgo due piccoli fori ai lati della tibia, uno per parte, qualche centimetro sotto il ginocchio.
Hai visto?” Dico a Marco.
Osserva per un attimo, poi mi guarda serio preoccupato, stiamo pensando la stessa cosa, la stessa sequenza di eventi.
C’è un ragazzo con un femore a pezzi che ha bisogno di chirurgia urgente. Viene portato in ospedale, dove tiene operato o qualcosa di simile, e si infetta.
Una complicazione può succedere, non è la cosa più grave, non è questo che ci fa paura della storia di Ramhatullah.
Sono piuttosto i due piccoli fori sulla gamba che ci spaventano: attraverso la tibia era stato fatto passare un filo metallico per attaccarci corda, carrucola e pesi, così da mettere il paziente in trazione per curarne la frattura.
Era la sua terapia.
Rahmatullah avrebbe dovuto stare in trazione almeno otto settimane.
Però dopo cinque giorni qualcuno ha fatto togliere il ferito dalla trazione, e si è permesso che un paziente gravemente ferito finisse in galera, sapendo con certezza che non vi sarebbe rimasto a lungo, vivo.
Chi ha deciso di negare a Rahmatullah il diritto di essere curato interrompendone la terapia? Chi ha deciso di abbandonarlo e lasciarlo morire, con ogni probabilità tra atroci sofferenze, in una cella di massima sicurezza?
Chiedo che vengano scattate alcune fotografie.
Terrò una foto di Rahmatullah, anzi della sua tibia destra, nel mio portafogli, nel caso qualcuno voglia sapere perché abbiamo deciso di aprire a Kabul un Centro chirurgico per vittime di guerra. Basterà mostrare quei due piccoli fori, per ricordare che i diritti umani non sono un optional e che hanno valore solo se si applicano a tutti, anche ai Rhamatullah.
Se non valgono anche per lui non stiamo parlando dei diritti di tutti ma dei privilegi di pochi, di solito dei nostri.
Ci sono frammenti di osso e di muscoli ormai morti nella sua coscia.
Quanti Ramhatullah ci sono oggi in Afganistan? E quanti prigionieri sono già morti, per le ferite e per la fame? Esseri umani catturati vicino al fronte o rapiti nelle proprie case, trasportati bendati nessuno sa dove, spariti nel nulla, a far compagnia alle centinaia di fantasmi che sono sotto le macerie del carcere di Mazar-i-Shiarif, dove i bombardieri hanno domato la rivolta seppellendo i prigionieri.
Prepariamo una nuova trazione, tengo ferma la gamba di Ramhatullah mentre Marco fora la tibia con il trapano.
Ci sono momenti in cui ho la sensazione che l’umanità sia capace di perdere in pochi mesi quello che ha conquistato a fatica in duecento anni.

Gino Strada, Buskashì. Viaggio dentro la guerra, Feltrinelli, Milano, 2002, pp. 154-157

Una sola considerazione, dopo le parole di Gino Strada, perché senza chiarezza non può esserci ricordo: molti di quelli che in un giorno di gennaio piangono per la shoà, negli altri giorni dell’anno sono per la guerra e la pax americana. Sono dalla parte di chi commette queste atrocità.

Nota

Il Superstite a B.V.”, riportata da “L’Antifascista”, Mensile dell’ANPPI, del maggio 1987. B. V è Bruno Vasari, autore di Mauthausen bivacco della morte, La Fiaccola, Milano, 1945, e la poesia fu scritta da Levi in risposta ad un commento al romanzo Se non ora, quando?, apparso sulla stampa con la sigla B. V. nel quale il Vasari si soffermava sul sentimento di colpa degli ex deportati.

Uscito su “Fuoriregistro” il 21 gennaio 2004

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* Sono trascorsi molti anni, ma mi pare attuale e, archiviandolo in questo spazio che in fondo è un pezzo della mia memoria, tornerei a scriverlo così come lo ripropongo, mentre Bush esce di scena e consegna alla storia gli anni oscuri e, per certi versi barbari, della sua presidenza.

Napoli, 7 ottobre 2001

Mi rivolgo a voi, perché sento il bisogno di affidare alla vostra passione civile le mie riflessioni sulla miseria quotidiana del dibattito politico, sull’individualismo dilagante che colma il suo vuoto morale coi feticci del mercato e sulla tracotanza di un potere economico deciso ad autoregolamentarsi; un potere che celebra i suoi fasti nel rituale dei sorrisi stereotipati consegnati alle telecamere negli incontri dei cosiddetti “grandi”, mentre la protesta giovanile incendia le piazze dell’Occidente, l’intifatada insanguina il Medio Oriente e la civiltà islamica è sconvolta dalla furia integralista. Un’orgia di violenza e ipocrisia, in cui la politica annega senza sussulti e senza dignità. Di fronte ad una crisi epocale, stretti nella morsa di problemi irrisolti. rifiutiamo di “leggere” con spirito autocritico le manifestazioni estreme di una violenza che l’Occidente ha costruito, giorno dopo giorno, ignorando le contraddizioni del mondo, i segnali di malessere, le domande e le insoddisfazioni dei giovani. L’Occidente, che ha edificato le sue fortune sulla violenza e sullo sfruttamento delle risorse economiche ed umane del cosiddetto “terzo mondo”, ed oggi entra in guerra contro la disperazione – un intervento mirato, per usare un tragicomico eufemismo particolarmente fortunato in queste ore difficili – fingendo di credere che un’azione bellica possa dire parole risolutive in tema di terrorismo. E’ la “guerra infinita” di Bush, la nostra guerra, collaterale e solidale, che ci vede sgomitare per un posto in proscenio. Perché la guerra? Perché – urla la canea “interventista” -c’è stato un grave attentato, anzi, un atto di guerra, che richiede una risposta militare. Per mettere a tacere chi osserva che un attentato, per quanto feroce, è un crimine da codice penale, c’è addirittura chi evoca il fantasma di Pearl Harbor. Per manipolare le coscienze, di storia scrivono sempre più spesso opinionisti, politologi e pennivendoli. Gaetano Arfé ha affermato di recente che toccherebbe alla “corporazione degli storici” denunciare le strumentali forzature che, stravolgono la ricostruzione della storia a fini di penosa propaganda, ma gli storici reagiscono debolmente o tacciono. Un silenzio inquietante, perché torna utile a chi, forzando il senso di fatti e parole, svuota di significato i valori della democrazia. Indicativo, in questo senso, l’uso della parola guerra, pronunciata da Bush e compagni sull’onda emotiva dei tragici eventi dell’undici settembre, poi ribadita sino a coinvolgere la NATO e infine tradotta in azione. Messa al bando in uno sforzo di censura che ha partorito la formula demenziale dell’intervento “umanitario”, per dieci anni la guerra è stata fatta e negata, sostenendo l’azione militare con una propaganda da regime, che ha giustificato l’uso delle armi con violazioni del diritto internazionale o dei diritti umani interni agli Stati attaccati: il Kuwait invaso dall’Iraq, gli albanesi del Kosovo vittime della ferocia serba e così via. La guerra si è fatta, ma il “circuito massmediatico” ha negato l’evidenza per dimostrare che guerra non era, per disinformare le masse e conquistarne il consenso. Ormai è evidente: per sfruttare appieno la caduta del muro di Berlino, si è messa in scena la farsa della funzione “morale” del capitalismo che garantiva al mondo, liberato dalla “tirannide del comunismo” e unificato dal “mercato”, l’era della serenità e del benessere. E se in giro c’erano ancora dei tipacci, il loro tempo era scaduto – prometteva l’Occidente – e non avrebbero recato più danni alla “comunità internazionale”. Di qui le scorrerie anglo-americane nei cieli di Baghdad, le “operazioni di polizia preventiva” contro il Sudan, i nuovi o rinnovati “embargo” contro Cuba, l’Iraq e la Jugoslavia, le regole oscure e le leggi retroattive del tribunale internazionale dell’Aja. Un tribunale illegittimo, come affermano ormai uomini del valore di Raniero Lavalle. In dieci anni è nato il mondo “virtuale” della globalizzazione, unificato solo da slogan e grafica computerizzata, in cui le contraddizioni sono risolte, non esistono né conflitto né proprietà sociale, la resistenza dei popoli è anomalia, malattia sociale, terrorismo e la guerra si fa solo a popoli e Stati “criminali”. Alla farsa segue così la tragedia.
In questo quadro si collocano le immagini sconvolgenti delle torri attaccate, diffuse dalla televisione in “tempo reale”, e le conseguenze dell’attentato. Da settimane l’animo ferito si ribella e l’intelligenza offesa s’interroga. Domande angosciose, dopo lo choc. Una anzitutto, che non so evitare, nonostante il rispetto per le vittime, o che forse mi pongo proprio per la pena che sento: si può aggredire un popolo, scaricandogli addosso la responsabilità di una follia che non può essere sua? Un attentato impegna polizia, magistrati e servizi segreti nella ricerca di prove e colpevoli, impone di indagare in ogni direzione, anche in casa propria, per far luce su possibili connivenze, senza negare i diritti della difesa, di domandare estradizioni in base ai trattati internazionali, di fare processi giusti, come detta la legge. Qualora esista il dubbio che un’autorità politica costituita, che abbia confini, territori, eserciti regolari e riconoscibili, abbia prestato o presti aiuto a presunti colpevoli, allora, a sostegno dell’accusa gravissima, servono prove da presentare ad organismi internazionali neutrali e indipendenti, per rimettersi al loro inappellabile giudizio sul riconoscimento della colpa, sulle eventuali sanzioni, sui modi in cui applicarle e sulla scelta degli esecutori. Solo un’assemblea di barbari, che si affidi al giudizio di Dio, all’ordalia, ricorre alla guerra come strumento di giustizia: la legge fondante della guerra è la violenza e la giustizia compatibile con la violenza è quella sommaria. Non è pacifismo, ma senso della storia. Un conflitto che impegni un popolo contro un esercito aggressore è il tragico prezzo che l’uomo paga al suo amore per la libertà. Il resto è retorica, egoismo travestito da ideale, serve a mercanti d’armi, speculatori e sciacalli. Finché non sarà dimostrato che un attentato è un atto di guerra e che un popolo inerme risponde dei misfatti dei tiranni che lo governano, bene, quali che siano le segrete e “impressionanti” prove raccolte dagli USA, il diritto sarà dalla parte del popolo afgano, vittima di una dittatura costruita dalle potenze che oggi lo aggrediscono. Comunque si guardi, la guerra, questa guerra, è illegale e chi la conduce non colpisce i terroristi, ma li aiuta a crescere.
In quanto agli italiani, che un Parlamento “interventista” non ascolta, questa guerra non ha motivi riconosciuti dalla Costituzione, ed essi non la vogliono. Non la vogliono i milioni di disoccupati, costretti a guerre quotidiane con la disperazione, le madri, che temono per i figli, i vecchi che la guerra l’hanno fatta o la ricordano, i giovani che contestano la globalizzazione, chiedono nuovi diritti, legalità e giustizia e coltivano un sogno: “un altro mondo è possibile”. Un mondo che non vuole terroristi e guerre. Ma chi ascolta i giovani? Chi valuta i danni arrecati dalla nostra scarsa onestà intellettuale alla loro crescita civile? Che diremo loro dopo le menzogne dell’azione di “polizia internazionale” e degli “interventi umanitari”, smentite dalle immagini quotidiane dei bombardamenti su popolazioni inermi e dai risultati ottenuti? Prevarrà, come temo, la favola ignobile della “guerra giusta” e dell’intervento “mirato”, o troveremo il coraggio di sostenere le ragioni della storia, per affermare che la guerra non serve e nasconde fini inconfessabili, che noi, anzitutto noi, siamo i padri della violenza che ci esplode contro, per denunciare chi getta in braccio ai terroristi masse disperate perché non ne ascolta le ragioni? Restituiremo dignità politica alle nostre parole per affermare che nessun gesto estremo giustifica la condanna di un popolo ch’è tutto intero un mondo? Versailles, addebitando alla Germania lo scoppio della “grande guerra”, innescò la bomba che, vent’anni dopo, uccise milioni di sventurati e firmò l’atto di nascita del nazismo che si macchiò di crimini disumani, tutti ampiamente provati. Norimberga, tuttavia, tribunale di vincitori ammaestrati dalla storia, non osò condannare il popolo tedesco e la grande cultura germanica per i crimini nazisti ed evitò di farne un popolo di disperati, pericolosi per l’umanità. Difendiamola, quindi, la civiltà dalla barbarie, ma con le armi della democrazia, non con quelle dei barbari. Trovo così dolorosa la violenza esercitata dallo Stato in nome della legalità, che l’idea di affidare agli USA o alla NATO l’esercizio della giustizia tra i popoli, ricorrendo alle armi, mi fa pensare al suicidio delle leggi su cui fonda la convivenza civile: l’eutanasia della civiltà, per far guerra ai barbari. Non è un paradosso, ma un rischio concreto, se la politica non torna a ragionare in termini di diritto, restituendo i terroristi ai loro giudici naturali e facendo giustizia di una stridente contraddizione: la guerra riconosce al nemico una qualche legittimità politica, una dignità che spetta al soldato, il quale – aggiungo – ha una bandiera e una causa da difendere. Se – come si vuole – i terroristi non hanno bandiere e sono solo criminali, allora la guerra è illegittima. Anche se il delitto ferisce l’intera comunità dei popoli, ci vogliono codici, leggi e tribunali. Lo chiede la maestà del diritto, e quindi la civiltà, lo impone, a noi italiani, la Costituzione, che non consente di rispondere ad un crimine con un crimine. Questa guerra è illegale e il Parlamento, che invita a por mano alle armi, rischia di produrre ferite profonde nel tessuto democratico del Paese. Certo, gli americani ci stimano poco e chiederanno uomini solo in caso d’estremo bisogno. Se le cose però dovessero complicarsi, partiremmo per una guerra ingiusta e dichiaratamente sporca. Occorre evitarlo. E’ vero che siamo ad una svolta. A determinarla, però non è l’attentato alle torri. La miopia politica, il conformismo soffocante della vita sociale e la tracotanza d’un potere economico che non accetta regole, stanno dividendo il mondo. Il movimento contro la globalizzazione e la durissima risposta repressiva sono un monito serio. Cresce il dissenso, molti disertano il campo senza onore di chi, seminando disperazione, alimenta il terrorismo e se ne serve finché torna utile ad inconfessabili progetti, se poi non sta al gioco, gli dichiara guerra.
Potrei sbagliare, ma i presupposti per una rivolta morale ci sono già tutti. Il clima è sempre più pesante e quanto è accaduto dopo l’attentato è emblematico. La Palestina brucia e Bush, a caccia di alleati per rompere il fronte arabo, offre ad Arafat ciò che ha sempre negato, ignorando l’integralismo che terrorizza Israele. Gli ebrei, che non hanno più mano libera, accusano: l’obiettivo della guerra non è il terrorismo. C’è di che meditare, invece si corre tra i punti estremi di un segmento: gli USA rinviano all’Afghanistan, Kabul a New York, e tutti alla guerra. Un andirivieni dettato dal tema scelto dal “pensiero unico”: il terrorismo. Uscire dal coro spudorato di commenti e versioni ufficiali è “uscire fuori tema”. A leggere i fatti è il potere, ed è un assioma; la prova è provata, il diritto è ignorato e in quanto alla difesa, consentita anche al reo confesso, non c’è chi ne parli. Per chi dissente, è pronta l’accusa: cattivo maestro, fiancheggiatore o complice. Questione di età. Un dogma non si discute e di dogma si tratta: un Dio adirato ha scolpito la verità a lettere di fuoco nel nuovo decalogo e occorre crederci: il dubbio è eresia e, conduce al rogo. Parlando per bocca di Bush, che comunica il verbo agli europei adoranti, è stato chiaro come solo un Dio sa essere: tu – ha detto al presidente eletto tra sospetti di brogli e indifferenza di popolo da una pattuglia di sponsor – tu sei il braccio armato del bene che combatte il male. E il male, ha aggiunto, non sono le gravissime ingiustizie sociali, lo sfruttamento del lavoro ricondotto alla schiavitù, il traffico di droga ed armi, le insostenibili discriminazioni, la miseria disperata, la fame che uccide milioni di bambini all’anno sottraendoli pietosa alla caccia dei mercanti d’organi, all’insidia delle mine che li lasciano ciechi e senza mani, e le altre infamie che tormentano i diseredati del pianeta. Il male è il terrorismo, che ci impedisce di aprire l’età nuova e merita la guerra che condurrà la terra al regno del bene. Ecco la buona novella, la volontà del Dio dell’Occidente, che di terrore s’intende come il suo profeta. Ed ecco, la guerra è venuta e farà i suoi morti. E’ venuta, perché “Dio lo vuole” e non c’è che fare: l’Europa non ha né un Lutero da opporre né nuove tesi da esporre a Wittenberg. Nessuno protesta e molti, folgorati sulla via di Damasco, ingrossano i ranghi dell’armata: la Russia per prima, decisa a liquidare la resistenza cecena, che – serve dirlo? – è diventata una pericolosa centrale del terrore. Protette dall’ombrello NATO, in Spagna ed Irlanda IRA ed ETA hanno licenza di uccidere e nessuna sconvolta coscienza pensa di bombardare l’Ulster o i Pirenei. Eccola la guerra, in Oriente ovviamente, che già fai suoi morti. La guerra modernissima che i giornalisti non possono documentare e di cui non si sa niente, se non che gli occidentali eliminano i “terroristi” e i loro complici. Cadono, uccisi dalla fame e dalle armi, donne, malati, vecchi e bambini inermi ma Veltroni, non pianta alberelli inteneriti nelle vie della città eterna e non ci sono pennivendoli a ricordarli commossi. Cosa ricordare del resto, come imbastire la telenovela? Le vittime non sono sposini in viaggio di nozze, non hanno cellulari con cui invocare aiuto dalle macerie che li coprono, non sono lavoratori e cittadini esemplari o addirittura eroi, che, si sa, nascono solo in Occidente. L’Oriente produce al più dittatori spietati, kamikaze folli, straccioni e disperati. Tutti potenziali terroristi, gente per cui non si coprono muri con foto e fiori e non si sprecano minuti di silenzio nelle scuole, negli uffici e negli stadi.
Per quanto mi riguarda, sono inquieto. Ho assistito in diretta televisiva ad un tragico massacro. Sembrava un videogame ed era una strage. Ho visto materializzarsi l’impossibile. Può accadere – mi hanno spiegato – ma non ne sono convinto. Potrò sbagliare, credo però che l’eccezionalità dell’evento meriti un rigido rispetto delle regole. Le chiacchiere dei giornalisti, ispirate – o dettate? – da fonti occidentali, la ridda di ipotesi, notizie incontrollabili insinuate nel linguaggio ambiguo dei periodi ipotetici, tutto “potrebbe” e “sarebbe”, lasciano il tempo che trovano. Occorre sgombrare il campo da dubbi legittimi sulle possibilità concrete che un’organizzazione terroristica abbia di realizzare un attentato della micidiale efficacia di quello attuato negli USA, senza appoggi, connivenze o interessati silenzi di servizi segreti di livello occidentale. Un esame onesto dei fatti, così come sono noti, conduce ad una solo indiscutibile conclusione, la stessa che alcuni conduttori televisivi – cedendo a scrupoli residuali di una coscienza professionale che sembra morire – non hanno voluto cancellare dalle risposte ironiche e amare della gente di Harlem: “gli unici che ricavano vantaggi da questa tragedia – dicevano gli americani che non votano – sono gli Stati Uniti, che ora hanno il mondo in pugno”. Riflessioni di un’altra America, che non conta e perciò è ignorata; un’America più viva e più vera di quella tutta fede, patria e bandiere delle star, degli uomini d’affari e del cittadino “televisivo”. L’America che non s’interessa di politica perché nessuno la rappresenta – né i democratici, né i repubblicani – ed ha diritti concreti quando ci vuole la fanteria che rischi la pelle. L’America ignorata e irridente che ti conquista in un amen ed alla quale mi sento vicino, perché non rinuncia a pensare e resiste come me al lavaggio del cervello operato dai media. Il Signore della civiltà NATO mi destinerà a castighi impensati, ma devo dirlo: è dal 1861 – dalla lontana Guerra di Secessione – che la cultura militare statunitense non solo teorizza l’opportunità di prendere di mira la popolazione civile del paese nemico, ma traduce in sistematica pratica bellica questa impostazione teorica. La logica del Pentagono è ancora quella spietata del generale Sheridan – “non bisogna lasciare al popolo altro che gli occhi per piangere le sue sofferenze”. Posso dirlo o bestemmio? I morti di New York non mi hanno fatto più pena di quelli sepolti sotto i cumuli di macerie prodotti dai nostri bombardamenti in Serbia ed in Iraq, dove l’Occidente ha sperimentato le sue armi proibite e la tragedia delle torri bruciate è stata a lungo vita quotidiana. No, non credo che in ciò che accade la sola lesa sia l’Occidente, quello schiavista dell’Asiento, delle guerre di religione, di Torquemada e dell’Inquisizione, di Hitler, del razzismo, dei disastri del colonialismo e delle carneficine dell’imperialismo, l’Occidente che oggi convive senza problemi di coscienza con gli oltre quaranta milioni di bambini che muoiono ogni anno di mille morti atroci. In quanto alla guida del mondo civile, smettiamola di assegnarla a Bush, come non sapessimo che per volontà sua e di una parte del suo popolo – la minoranza nella minoranza che vota? – ogni giorno bambini iracheni muoiono per mancanza di medicinali. E’ un primato che non riconosco perché so che negli USA il boia lavora nonostante l’insegnamento del nostro Beccaria – ma Bush conosce Beccaria? – perché, per volontà del suo popolo, Hiroshima e Nagasaki, inermi città giapponesi dove c’erano solo donne, bambini e vecchi, conobbero gli effetti delle bombe atomiche, le uniche che mai esercito abbia usato contro un nemico. Mi spiace, ma non so ignorare che per volontà di chi rappresenta la “civiltà”, le bombe di Pinochet piovvero sulla residenza di Salvador Allende, così come sui villaggi vietnamiti si abbatterono le terribili bombe incendiarie che uccisero atrocemente un’infinità di innocenti. No, non credo di dover dimenticare, perché so che esistono un’Europa ed un’America ricche d’umanità e d’innocenza, che non stanno con Bush, o con Prodi. No, non ho bisogno dell’alberello d’un sindaco smemorato per ricordare ciò che c’è da ricordare.
Portino, perciò, Bush e compagni, improbabili paladini del bene, la vendetta del Dio della NATO agli “studenti” afgani, un tempo loro buoni amici. Io non sarò sotto le loro bandiere e spero che, in un guizzo d’orgoglio, altri eretici affrontino il rischio del fuoco e dicano ciò che pensano: noi non vi seguiremo.
E’ un po’ che leggo con interesse gli studi sul crollo dell’Impero Romano. Partono tutti da una constatazione: sembrava impossibile e divenne inevitabile. Dio era con i barbari.

Pubblicato su “Fuoriregistro” l’11 ottobre del 2001.

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