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Posts Tagged ‘Italia fascista’

Qualcosa di attuale? Direi di sì. Basta leggere:

«Siccome la stampa è un elemento prezioso, in ragione di questa funzione altissima bisogna creare anche i doveri e la disciplina relativi. Quando si pensa che per gelosie editoriali e per miserabili insuccessi di vendita, all’infuori dell’odio di parte, si possono gettare in discussione le cose più delicate della nostra vita politica, e dare le notizie assurde, fantastiche, sensazionali, che creano allarmi e danneggiano il credito, non la sospensione ma la condanna di un tribunale e la fustigazione sarebbero le punizioni adeguate».

Di chi è? Non è facile dirlo, perché da tempo capita spesso di leggere o ascoltare interventi di questo tipo su argomenti così delicati e, a ben vedere, la riflessione non giunge certo nuova. Nel cliché del conduttore televisivo moderato, attento agli equilibri politici, all’audience e alle sue decisive ragioni, l’articolo è solo un “tentativo serio e onesto di ragionare sull’informazione senza noiose ingessature ideologiche del Novecento“. E non ci sono dubbi: pochi dissenzienti. Non dico tutti, ma il nuovo che finalmente avanza ce lo vedranno in molti e non mancherà la nota polemica di chi da tempo invita a smetterla di maledire il tempo nostro “incolto”. Chi è? Inutile insistere, per ora. Più che sull’autore, la gente si ferma giustamente sui contenuti: Quale ruolo per la stampa oggi? Quali i poteri e i limiti di chi “fa opinione“? Non son cose da poco e non è il caso di levar gli scudi per “lesa maestà“. Il tema è complesso – la libertà di stampa – però diciamolo: ce ne riempiamo la bocca ogni giorno, s’è fatto un gran parlare di “bavaglio” a giornali e televisioni, ma è chiaro che occorre regolare la discussione. Inutile insistere su una libertà astratta senza approfondire il concetto. Cos’è la libertà? Occorrerà pur darne una definizione. Una “penna felice” e, per suo conto, nota s’è già posto il problema e una risposta l’ha tentata. Senza arroccarci come giacobini integralisti del pensiero liberale, leggiamo e vediamo che dice. Può darsi che una lettura attenta riveli la firma:

«Ma che cos’è questa libertà? Esiste la libertà? In fondo è una categoria filosofico-morale. Ci sono le libertà: la libertà non è mai esistita» e un Governo ha «il diritto di difendersi».

Brunetta, Sacconi, o il capo in persona, Berlusconi? Lasciamolo da parte l’autore. Piaccia o no, prima dell’inevitabile discussione, c’è un dato inoppugnabile che conta forse anche più dell’autore. Buona parte del Paese vota per un governo che lo dice chiaro: regolamentare la stampa non è una misura eccezionale. Chi è che non ha letto cose di questo tipo negli ultimi tempi e non ha trovato pronto il salotto buono che, sotto l’occhio vigile delle solite telecamere ne ha discusso, senza scatenare mai un insanabile scontro politico? Ci sono contributi d’ogni tipo, basta scegliere a caso e poi se ne discute. L’autore, la matrice ideologica? Ma quale ideologia? Poi vedremo l’autore. Conta, per ora, la grande attualità delle critiche e, pur nei toni decisamente aspri, la modernità delle soluzioni individuate:

«Mentre in questi ultimi mesi tutto è cambiato in Italia, una parte di quel giornalismo che in mille occasioni ha dimostrato di non meritare la sconfinata libertà concessa a molte delle sue penne criminose, è rimasto quello che era. Giornalismo da macchia e da libelli torbido e tortuoso. Ed è questo il giornalismo che oggi sbraita e si scandalizza […]. Ubriaco, invasato della inverosimile potenza della sua penna senza scrupoli, questo giornalismo crede oggi con l’agitarsi, di poter commuovere l’opinione pubblica […] per permettere il perpetuarsi delle campagne tendenziose, delle diffamatorie congiure a danno della buona fede delle masse che non hanno nessun mezzo di controllo. Il Governo ha il dovere di salvaguardare la tranquillità di queste masse».

E si potrebbe andare avanti senza fermarsi. Tutto s’è detto così, toni e parole, in questi ultimi, drammatici due anni. Tutto. Nel consenso vittorioso delle urne. Tutto riguarda il presente. Che importa ai lettori se il giornale è “Il Popolo d’Italia” e l’autore degli articoli è Benito Mussolini? [1]? Era l’Italia fascista del 1923. Noi che c’entriamo? Qui regna la democrazia.

1) La stampa e la sua libertà, “Il Popolo d’Italia”, 15 luglio 1923; La fiducia al Governo con 303 voti, “Il Popolo d’Italia”, 17 luglio 1923; Battaglia di una minoranza di giornalisti contro il decreto sulla stampa, “Il Popolo d’Italia”, 22 luglio 1923.

Uscito su “Fuoriregistro” il 23 novembre 2010

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Non m’importa di sapere se in tema di violenza politica lo statunitense Ronald Reagan, l’uomo che nel 1986 bombardò Tripoli ferocemente in una guerra mai dichiarata, vanti un pedigree più nobile di quello che può esibire il dittatore libico Muammar Gheddafi. La violenza, in ogni caso, fu inutile e il colonnello sfuggì al bombardamento terroristico americano. Allah pare sia grande e, da bambino, il colonnello era del resto sfuggito miracolosamente alla morte, saltando su una mina di Mussolini, dittatore di casa nostra, figlio dell’Italia colonialista e liberale al tempo degli eccidi di Shara Shat e padre di quella fascista: l’Italia dei gas etiopi, delle leggi razziali, delle stragi balcaniche, delle pubbliche esecuzioni e delle mortali deportazioni tripolitane.
Non so – per non dimenticare ciò che siamo – dove sia andata a morire di vergogna l’anemica democrazia italiana negli incontri romani tra la “guida della rivoluzione” islamista e gli uomini della secessione leghista, concordati per meglio pianificare le stragi mediterranee, per ridurre il numero dei deportati negli affollati lager lampedusani e – perché no? – consentire a Marcegaglia e compagni di fare affari d’oro col paladino dei diritti umani.
Non so – e non m’interessa capire – chi sia stato più terrorista. Se il Giappone dei kamikaze o gli Stati Uniti di Hiroshima e Nagasaki, se Nixon e Kissinger, mandanti dell’assassinio della democrazia cilena, o Pinochet, l’esecutore materiale dell’atroce mandato. Non so se più terrorista sia stato Osama Bin Laden, il presunto ideatore del presunto attentato delle torri gemelle, o il suo buon amico George William Bush, presidente USA, ideatore di Guantanamo, mandante di Abu Garib e comandante in capo delle truppe d’occupazione che hanno arrostito Fallujah nel fosforo bianco e finito a colpi d’armi proibite – uranio depotenziato, cluster bomb e bombe termobariche – centinaia di migliaia di iracheni. So che, andando di questo passo, nelle scuole agonizzanti e nelle università ridotte all’elemosina sarà sempre più difficile spiegare ai nostri ragazzi che Gheddafi non giunge per caso tra noi e mostrare, in quei fortilizi della morente democrazia che sono ormai le nostre aule, il filo rosso di sangue che corre tra il tempo e lo spazio nell’Italia sedicente liberale. L’Italia borghese che al bisogno di civiltà libertaria di Malatesta e Merlino oppose Crispi e secoli di domicilio coatto; l’Italia che nel maggio del ’98 sparò a mitraglia col cannone di Bava Beccaris sul popolo inerme ed affamato e, dopo la “Marcia su Roma“, quando si trattò di pagare i costi della “grande guerra” e la terribile crisi del dopoguerra, condannò a vent’anni di galera collettiva i contadini, gli operai e gli artigiani.
Andando di questo passo, non potremo spiegare ai nostri ragazzi che il fascismo non finì col suo duce fucilato e appeso a Piazzale Loreto. A Portella della Ginestra, infatti, il “bandito” Giuliano, che sparò all’impazzata sul bisogno di giustizia sociale della repubblica nascente, era figlio legittimo di Salò e nipote dell’Italia crispina e umbertina, liberale e soprattutto fascista. E fascisti furono gli esecutori materiali d’una sequela impunita di stragi: Piazza Fontana, l’Italicus, Piazza della Loggia, la stazione di Bologna…
Non so e non mi importa sapere chi sia primo in classifica negli atti di terrorismo. Quello che so è che i sacerdoti dello sfascio neoliberista hanno messo in ginocchio la scuola e l’università e sarà sempre più difficile spiegare ai nostri studenti che in questi giorni osceni, nella tragica farsa che oppone e unisce Muammar Gheddafi e quell’azienda Italia che fabbrica morti sul lavoro ed esporta soldati e cannoni chiamandoli democrazia, in questi giorni bui, quello che conta sono gli affari della Confindustria e la guerra tra i poveri che occorre alimentare a tutti i costi, anche quello di moltiplicare le stragi mediterranee e di uccidere le speranze dei “clandestini“, per stringere più saldamente nella morsa della precarietà un popolo che la televisione ipnotizza e la miseria ricatta e annichilisce. Un popolo che, com’è tradizione dei peggiori regimi, regala il suo cieco consenso al padrone di turno.
Non so farle e non m’interessano le graduatorie tra terroristi e santi. Quello che so è che nessuno meglio di Massimo D’Alema, l’uomo della bicamerale e delle bombe sulla sventurata Sarajevo, incarna oggi il dramma d’una sinistra nata rivoluzionaria e finita al Ministero degli Interni. Quella sinistra che negli anni della mia giovinezza, tra il Settantasette e l’Ottanta, fu al fianco del giudice Calogero e della miseria morale che, imbavagliata la Costituzione, seppellì sotto anni di carcere preventivo un dissenso rivoluzionario che agiva alla luce del sole e lo spinse consapevolmente nella via senza ritorno della lotta armata. La sinistra che oggi, più realista del re, dialoga con Gheddafi e s’inchina alla ragion di Stato senza provar ribrezzo di se stessa.
Se la “democrazia” di Fini, è tutto quanto ci resta, come dubitarne? Questo nostro Paese ci diventa nemico.

Uscito su “Fuoriregistro” il 13 giugno 2009

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