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Pietro Raimondi operaio ucciso a Napoli durante la Settimana RossaProbabilmente è vero: la storia è l’apologia dei vincitori. Non a caso Edward Carr, replicando ai sacerdoti della “histoire événementielle” e alla pretesa oggettività del fatto, provocatoriamente scrive che è lo studioso a decidere quali sono gli eventi “storici”, sicché la storiografia spesso si fa specchio deformante, restituendo l’immagine che il potere dà di se stesso. Non meraviglia perciò se nell’immaginario collettivo l’amor patrio è la foglia di fico del nazionalismo, il feroce cozzo tra imperialismi diventa l’eroismo del fante nella “grande guerra” e dietro l’ipocrisia dell’ordine pubblico si cela di norma la violenza assassina della sbirraglia. Se si eccettuano i leader, la storia diventa così cronaca di fatti in cui scompare l’uomo. Tra qualche mese ricorre il centesimo anniversario della Settimana Rossa, l’ultima, grande lotta dei lavoratori per l’unità internazionale di classe contro il militarismo e l’imperialismo, prima che la bufera della guerra aprisse la via alla crisi dell’Italia liberale e all’avventura fascista. Di quei giorni eroici, di quella umanità palpitante, del sangue versato invano, poco o nulla si sa e si è detto e spesso si l’accento è caduto sulla “rozzezza” degli immancabili anarco-insurrezionisti. Dopo la Resistenza, la storiografia marxista dimostrò a Croce e a i crociani che esiste un “ethos” politico delle classi subalterne che nobilita la storia del movimento operaio. Oggi, in un clima di dilagante revisionismo, quell’ethos si perde in una sorta di limbo e alla memoria delle lotte di fabbrica si sostituisce l’erudita curiosità dell’archeologia industriale. Eppure gli archivi custodiscono tesori inesplorati.

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Quando la ritrovai, chiusa in una busta ingiallita, la foto di Pietro Raimondi, sedici anni, operaio alle “Cotoniere Meridionali” a Poggioreale, incupì per un attimo la mia piccola vittoria personale di studioso alle prese con la fatica d’una ricerca puntigliosamente condotta fuori dagli schemi prefissati sui quali ricostruiamo la storia.
La Settimana Rossa a Napoli – narravano la foto e le note di polizia che l’accompagnavano – non fu sommossa di lazzaroni, ma lotta operaia. Era come se il palcoscenico della storia mutasse la scena e i protagonisti. Per incanto, spariva dalla ribalta la città plebea quasi per vocazione, prigioniera dell’eterno malcostume, del ricatto clientelare, e di una ideologia subalterna che fa di tutte le classi un popolo indifferenziato nel quale si perdono nuclei sparuti di proletari smarriti e inevitabilmente sconfitti dal pauroso binomio licenziamento-disoccupazione.
La mostrai all’archivista, come un trofeo:
Ha visto? – esclamai – Altro che furti e rapine, come lei sosteneva. Queste carte sono preziose!
Ero eccitato, come sempre quando la scrigno della storia si lascia violare e dal mio presente appare l’umanità che palpita sull’incerto confine del tempo, dove il futuro è ormai passato e non c’è passato che non sia stato futuro. L’umanità, sempre uguale a se stessa ma ogni volta diversa, che chiede solo di capire, raccontare e farsi raccontare.
Era lì davanti a me, in quei fascicoli scovati col fiuto dei cani, la Settimana Rossa che tra il 9 e il 12 giugno 1914 insanguinò le vie di Napoli e smentì lo stereotipo del “popolo lazzarone”, che tanto sta a cuore ai padroni del vapore, sempre più compromessi col dramma del Sud. Una città in cui, se la storia la scrivono studiosi attenti anzitutto alle variabili dello sviluppo capitalistico, i ceti operai non hanno rilievo nemmeno quando scoprono il sindacato e il partito politico, e se a mettervi mano sono studiosi meccanicamente marxisti, i lavoratori finiscono su bilance da farmacisti, che pesano diversità tra operai e proletari di fabbrica e valutano solo la capacità di esprimere istanze radicali di antitesi al “sistema”. Ne nasce una città in cui accadono fatti ma non ci sono persone.
La foto tirata fuori dalla vecchia busta conduceva agli uomini, che la storia la “fanno”, ma mille volte spariscono dalle nostre paludate ricostruzioni. Magnetica e angosciante, essa riportava alla luce il volto giovanissimo di un operaio disteso in una povera bara scoperchiata, bruno, i capelli neri e folti sull’arco degli occhi socchiusi, come sorpresi nel sonno da un lampo improvviso, un’ecchimosi sul viso e un rivolo di sangue rappreso che scendeva fino al mento dall’angolo della bocca. Dietro la foto, un mondo, un evento tragico e allo stesso tempo epico, Napoli operai nel giugno 1914 con le tabacchine in sciopero, gli anarchici in fermento, le elezioni alle porte e i lavoratori insorti contro l’ennesimo eccidio proletario: ad Ancona stavolta, per mettere a tacere Malatesta e Nenni.
Avevo davanti uno dei lavoratori insorti contro un militarismo cupo, pronto ad esplodere nell’atroce carnaio che gli storici chiameranno Grande Guerra: fiumi di sangue nelle trincee del Carso, ripetuti massacri sull’Isonzo, feroci decimazioni di soldati ribelli o terrorizzati, anarchici e socialisti mandati al macello dove il rischio era più grave. Dietro la foto, la repressione violentissima della protesta, che l’11 giugno del 1914 un lampo al magnesio fissò sul volto del ragazzo ucciso in Vico Croce Sant’Agostino alla Zecca dal fuoco aperto senza preavviso dalla truppa, poco più in là di Vico Spicoli, dove un altro lavoratori sedicenne era stato freddato dai bersaglieri che gli spararono alle spalle. La repressione di uno sciopero legalmente dichiarato – denunciò un manifesto – contro uno “Stato fucilatore e tiranno”. Il giorno prima, carabinieri a cavallo lanciati alla carica, avevano già ucciso un operaio dell’Ilva e artiglieri posti a guardia della ferrovia avevano abbattuto a fucilate un carbonaio.
Emergeva, da quella foto, il momento dello scontro decisivo tra lavoratori e borghesia nazionalista, alla vigilia d’un conflitto – una nuova guerra dei trent’anni – che spianerà la via alla furia fascista e alla ferocia nazista. Uno scontro disperato, con la cavalleria che bivacca in piazza, la squadra navale che punta sul porto, “macchine avanti tutta”, e truppe da sbarco in coperta, pronte a intervenire in una città in cui gli anarchici con le loro bandiere rosse e nere portano in giro i caduti incitando alla rivolta. Una città in cui molte fabbriche scioperano e ovunque la truppa mette mano alle armi, lascia sul terreno quattro morti e centinaia di feriti e riempie gli ospedali e le carceri di lavoratori, mentre nazionalisti e “galantuomini” organizzano la caccia all’uomo. E’ lo scontro di classe, il muro contro muro che la borghesia ha cercato dopo aver liquidato Giolitti e la sua odiata mediazione.
Giugno da allora è tornato tante volte e ormai viviamo un tempo senza storia. Non ricordiamo più, non cerchiamo e troviamo segni della disperata resistenza: non un marmo che rammenti caduti, non un cippo, un necrologio, un’epigrafe che opponga la verità dei vinti a quella dei vincitori. “Caduti per la patria”, mentono in mille piazze gli eterni guerrafondai, sotto i nomi dei lavoratori poi caduti in guerra. Traditi dalla patria dovrebbe replicare un popolo che non ha memoria, identità e radici.
Dietro la foto – la storia parla ancora, benché l’indifferenza ammutolisca i fatti – c’è il dolore d’una madre. Maria Isaia, operaia delle Cotoniere, come lo sventurato ragazzo, che nei giorni atroci dello scontro smarrì le tracce del figlio e lo rivide quando le mostrarono il ritratto che ora è custodito in archivio; Pietro, col torace aperto da un colpo che gli aveva spaccato il cuore, era stato nascosto al cimitero ebraico del Trivio; vedendolo, temeva la questura, la città di Bakunin, Merlino, Malatesta e Bordiga si sarebbe di nuovo sollevata.
Il bagliore dell’incendio s’era spento, la partita era persa. Per Maria Isaia, che non andò mai più a lavorare in fabbrica col suo Pietro, la guerra era già iniziata e del figlio, soldato caduto, rimaneva la foto scattata all’obitorio. La foto che, disperata, chiese invano al questore, con parole sgrammaticate e straziate che la pignola burocrazia ci ha conservato:

ll’ustrissimo Sig. Questore.
La sottoscritta Maria Isaia madre desolata del disgraziato figlio pietro Raimondi di Francesco; trovato ucciso a S’Agostino alla zecca domanda all’illustre Sig. Questore se ci vuole dare la fotografia come memoria della detta desolata madre unico figlio di buona condotta giovanotto a 16 anni non compiuti. Era operaio al Cottonificio al macello ed ora trova al Camposanto ucciso a sbaglio uscì e non ritornò più. Sperando che la signoria sua si accorderà questa grazia i morto abbitava in via Parma n° 99 al vasto. Napoli 18 giugno 1914.
Maria Isaia
“.

Di tutto questo non c’è più memoria e Claudio Pavone, storico insigne, ha potuto tranquillamente scrivere – e non è vero – che Napoli, città di plebe, ha dovuto attendere gli scugnizzi delle Quattro Giornate perché una volta almeno, ragazzi cresciuti troppo presto, andassero a morire dalla parte giusta. Quella parte in cui – fa male dirlo – è raro trovare gli “studiosi dei fatti”, che troppo spesso dimenticano la gente, senza la quale i fatti non hanno vita o interesse. Ma qui conviene fermarsi. Questa è un’altra storia.
Quando la ritrovai, chiusa in una busta ingiallita, la foto di Pietro Raimondi, sedici anni, operaio alle Cotoniere a Poggioreale, incupì per un attimo la mia piccola vittoria personale di studioso alle prese con la fatica d’una ricerca puntigliosamente condotta fuori dagli schemi prefissati sui quali tessiamo la storia. La Settimana Rossa a Napoli – narravano la foto e le note di polizia che la seguivano – fu lotta di lavoratori, non sommossa plebea in una città sanfedista quasi per vocazione.

Uscito su Fuoriregistro l’11 giugno 2005, su Report on Line l’8 luglio 2013 e su Liberazione il 22 luglio 2013.

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Dopo un anno perso dietro i numeri di un governo di contabili e ragionieri, i conti non tornano. E’ allucinante. Non ci avessero pensato Milena Gabanelli e quella banda di guastafeste raccolta all’ombra del “Fatto Quotidiano”, nessuno dei ben pasciuti e titolati tecnici ingaggiati da Monti e Napolitano ci avrebbe raccontato l’incredibile storia di Ilaria Sbressa. Molto probabilmente, non avremmo mai saputo che ai tempi della Gelmini un’azienda privata ha ottenuto il via libera dal Miur per realizzare una ventina di spot da “Carosello” e utilizzarli come prezioso materiale didattico, con un rapporto guadagno spese che sta nei termini osceni di ventimila euro alla voce costi contro i settecentotrentamila messi in tasca. Una barca di soldi pagati, a quanto pare, dopo l’uscita di scena della Gelmini, cui sommare cinque milioni entrati grazie a sconti, favori e acquisizioni di fondi europei. Tanto spreco, mentre l’intero governo fa il coro greco per i “costi” sociali degli studenti fuoricorso e un’appetitosa valanga elettronica, tutta tablet, lavagne multimediali e pagelle digitali, precipita sulla scuola terremotata dalla religione del profitto!
Onore al merito: mentre la Ragioneria dello Stato accampa i suoi agenti in viale Trastevere e scava a destra e a manca nei ripostigli, Il Miur, con invidiabile faccia tosta, diserta il campo minato delle ore d’insegnamento e discetta vezzosamente di concorsi, precari e rivoluzione copernicana della formazione. Non ci sono dubbi: nell’anno del miracolo Monti c’è mancato tutto, tranne gli scandali soffocati e le dichiarazioni sibilline. Dall’Ilva, difesa a spada tratta contro regole, magistrati e cittadini, a Passera ci ha fatto la lezione morale sulle tasse, portando sulle spalle il peso di un’inchiesta per frode fiscale, il confine tra realtà e rappresentazione s’è fatto così sottile, che persino l’evidenza d’un filmato è stata revocata impunemente in dubbio, senza temere ridicolo e vergogna. Il 14 novembre, mentre il ministro Cancellieri elogiava le forze dell’ordine reduci dai pestaggi capitolini, la collega Severino dichiarava di aver aperto un’inchiesta interna sul comportamento della polizia, sospettata di essersi appostata alle finestre del suo ufficio per sparare candelotti lacrimogeni sulla testa di ignari manifestanti. A risolvere brillantemente la tragicomica situazione, hanno pensato, competenti e professionali, i carabinieri, spiegandoci che l’asino vola e subito la stampa si è affettata a raccontarci che sì, è vero, l’asino vola perché ce lo dicono i carabinieri.
Chi pensava che la neolingua fosse l’invenzione di un fortunato romanziere, farà bene a ricredersi. Se da tempo abbiamo imparato che «la guerra è pace», ora sappiamo che per il Ministero dell’Interno e quello della Giustizia non sono veri i fatti, ma ciò che ne pensano i Carabinieri, sicché presto dovremo adeguarci: «la libertà è schiavitù». In quanto al Miur, se la Gabanelli ha ragione e le notizie del “Fatto Quotidiano” sulla gestione degli appalti interni al Ministero saranno verificate, il programma sarà infine chiaro: «l’ignoranza è forza».
Quando gli storici porranno mano alla ricostruzione, balzerà in luce meridiana: il capolavoro l’ha firmato Bondi, incaricato di esaminare appalti e spese per garantire risparmi mirati in nome dell’efficienza e della lotta agli sprechi. Come un abile pifferaio magico, il supertecnico ha regalato il fascino della musica inglese alla tragedia dei tagli, sicché il popolo incantato, quasi danzando al ritmo sincopato della spending-revew, l’ha seguito fiducioso fino al fatale epilogo e quando s’è annegato, quasi felice del disastro, ha perdonato l’epilogo tragico della favola antica. L’incanto della musica ha avuto questo di veramente nuovo: in un mondo che affonda nel fango, ha diffuso la convinzione ferma che di tutto si possa accusare il suonatore, tranne che di malafede. Il fatto è però che spesso di buona fede si muore e mai come oggi il monito del pifferaio di Hamelin è apparso così chiaro: non esistono miracoli onesti, ci sono solo stregoni pericolosi.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 novembre” 2012

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Chi può lo avverta, il dottor Clini: le notizie che riguardano il clima sono da choc: “Addio al Polo”, titola oggi “Affari Italiani”. “Entro dieci anni scomparirà il ghiaccio”. Secondo le ultime stime l’Artico potrebbe essere definitivamente sgombero dai ghiacci nel periodo estivo alla fine del XXI secolo, ma estati senza ghiaccio potrebbero verificarsi già entro i prossimi dieci anni”. Non sono chiacchiere da bar. Si tratta di scienziati, quelli veri, non di economisti alla Monti, che si sono inciuchiti, correndo appresso alle pazzie neoliberiste di Friedrich August von Hayek.

Dei poli, del clima, del disastro incombente Clini non sa, o finge di non sapere, com’è accaduto con Taranto, finché un magistrato non l’ha scosso dal suo lungo sonno; non muove un dito, non dice una parola, non prende iniziative politiche, non coinvolge il sedicente governo di cui fa parte. Nulla. A fine mese prende lo stipendio che gli pagano i lavoratori italiani che sta massacrando insieme a Fornero e soci, e se ne sta in panciolle, felice e contento, come se nulla fosse. Chi può, lo avverta: la questione ambientale non c’entra nulla con le bande di speculatori che mettono mano alla tasca e investono per far profitti senza che nessuno gli rompa le scatole con l’inquinamento. E’ precisamente l’opposto.

Chi può, chieda a Clini se lui e il governo di cui fa parte si sono dati una politica ambientale o aspettano che gliela detti l’Ilva. Chi può, per carità, si complimenti con Clini e Monti. In dieci mesi, grazie a Bersani, Casini, Alfano e Napolitano, sono riusciti là dove Berlusconi aveva fallito: hanno finalmente creato il governo dell’azienda Italia che sta sfasciando la Repubblica: aria, acqua, terra e vita umana.

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E’ un medico, Clini. Wikipedia le sbaglia tutte, ma occorre crederci, anche se sembra davvero una barzelletta: medico del lavoro, specializzato in Igiene e Salute pubblica. Sì, salute pubblica, avete letto bene. Con questi titoli nobiliari, rilasciati dalle nostre università perennemente distratte, il tecnico strapagato, Direttore Generale al Ministero dell’Ambiente dal 1991 al 2011, quando l’amico Monti l’ha accomodato sulla poltrona di Ministro, con questi titoli s’è svegliato dal coma profondo in cui ha vissuto per quasi un anno e ha dato il primo segno di vita a un Paese che non s’era ancora accorto della sua esistenza. Se i metalmeccanici tarantini non giocano alla roulette russa col cancro, ha dichiarato con arroganza senza precedenti, se tutti i cittadini di Taranto non rinunciano alla difesa della salute, gli investitori stranieri potrebbero aversela a male e tenere in tasca i loro sporchi quattrini.
Se ne son viste e sentite veramente tante. Abbiamo sopportato Andreotti e Valletta, ci siamo tenuti lo schiaffo di Portella della Ginestra, i licenziamenti politici, le bombe impunite e le stragi di Stato e pensavamo che di peggio non potesse accadere. Sbagliavamo., sbagliavamo di grosso. Siamo andati ben oltre i confini segnati da Andreotti e Cossiga. Ogni giorno è un nuovo orrore, ogni giorno questo governo commette un’ingiustizia così grande o presenta leggi così feroci da far impallidire la ferocia che c’era dietro i silenzi omertosi su Piazza Fontana e Piazza della Loggia, dietro la bomba esplosa alla stazione di Bologna, dietro tutto il male che c’è stato fatto in decenni di vergogne. Una vergogna come quella che abbiamo sotto gli occhi non s’era mai vista prima: se ne vanno liberi  e franchi in Parlamento i responsabili d’un disastro epocale, seggono davanti a inutili simulacri di Commissioni Parlamentari, e apertamente minacciano: o ci lasciate in pace o affamiamo il Paese. A noi della salute della gente non interessa niente. Firmano l’ultimatum e se ne vanno via tranquilli così come sono venuti: salute o lavoro, prendere o lasciare.
E il governo? Il  governo c’è. Oggi lo rappresenta Clini, che ha portato una sedia per far sedere l’Ilva in Parlamento e ha aperto bocca solo per fare cartastraccia della Costituzione, attaccare i giudici e metterli a tacere: di che s’impiccia il giudice, che vuole, perché non smette di annoiarci con i rischi che corre la città di Taranto? Un medico ministro, profumatamente pagato per curare la salute pubblica, non ha altro da dire che questo: crepate. Nelle fabbriche e nelle città. Morite di tutte le morti che volete, a noi non importa nulla. Noi siamo qui solo per proteggere finanzieri ladri e imprenditori assassini.
Non s’era mai visto prima. Nemmeno con Andreotti e Valletta. Non c’è paragone. Peggio perfino di Berlusconi.
Ci sono momenti della storia in cui i popoli hanno l’obbligo di capire che in gioco è la dignità. Sono momenti in cui non ci sono scelte. O la gente trova il coraggio di dire basta e scatena l’inferno, oppure non c’è speranza e nessuno poi si lamenti. Tutto ciò che cediamo oggi sul terreno dei diritti è sangue che i nostri nipoti dovranno versare per tornare liberi.

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