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Posts Tagged ‘“Il Giornale”’

io e Viola

Cresce e si fa sempre più violenta la campagna di stampa orchestrata ad arte contro la portavoce di Potere al Popolo. Non solo il patetico Primato Nazionale, ma Il Giornale, Il Messaggero , Il Mattino  e chi più ne ha più ne metta. Sono attacchi barbari e feroci rivolti con furia crescente a Viola Carofalo, con me nella foto con cui ho voluto aprire questo articolo perché senta la mia affettuosa solidarietà. E’ un coro osceno: Viola Carofalo contro le ragazze bionde, contro una malata di cancro, contro Desirée, la 16enne stuprata e uccisa da immigrati africani a Roma. Una serie di stupidaggini che tutto sommato farebbero sorridere, se qualcuno tra i militanti del giovane movimento, colpito dalla virulenza dell’aggressione, non suggerisse di studiare meglio parole e forma dei messaggi. Voglio dirlo chiaro: questa miserabile “normalità italiana” non mi preoccuperebbe più di tanto, se non temessi che Potere al Popolo abbocchi all’amo e dia una lettura sbagliata al tema della “comunicazione”.
Mi pare evidente: se ormai non ci aggrediscono più solo fisicamente ma anche e ripetutamente sul piano mediatico, è perché hanno riconosciuto un nemico pericoloso. Da questo riconoscimento ricavo una verità semplice, ma incontestabile: Viola Carofalo è stata all’altezza della situazione anche sul piano comunicativo. Conviene che cambi registro per evitare gli attacchi, o prendiamo atto che l’attaccano proprio perché vogliono costringerla a cambiare?
Pensiamoci bene. A chi ha parlato finora Viola? A gente disgustata di una sinistra che cerca consensi facendo la controfigura delle destre. Gente che comincia ad ascoltare. Che facciamo, cambiamo? Regaliamo a chi attacca il risultato che cerca e lo facciamo subito dopo i primi colpi tirati? Sarebbe un errore imperdonabile: Proprio perché è sempre e comunque se stessa Viola ha intelligentemente evitato la trappola in cui intendono cacciarla gli scienziati della comunicazione pagati dai neofascisti.
Certo, se continuerà per la sua strada, la riempiranno di insulti, ma tutti gli sputi che le indirizzeranno finiranno in faccia a chi sputa. Tenga la rotta, piuttosto, come ha fatto finora, li faccia correre appresso a lei sempre più affannati e i risultati continueranno a venire. Quelli che sputano vanno controvento. Sputano perché sentono che la forza di Potere al popolo è la loro debolezza, sentono che c’è un treno sul quale corriamo, un treno che insegue una necessità della storia. Coraggio, perciò. Nessuno tocchi il freno e non offriamo tregue: chi oggi sputa domani sarà travolto.

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salvini camicia verdeUna riflessione di Ciro Crescentini, mi offre l’opportunità di avanzare una proposta pacificatrice. Il giornalista napoletano ritiene, infatti, «che bisognerebbe dare una risposta, replicare o almeno fare un’attenta riflessione su quanto pubblicato oggi dal “Il giornale”», un quotidiano notoriamente di destra, molto preoccupato per i “70 facinorosi incappucciati che tengono in ostaggio Giggino“.
In verità, una prima risposta pennivendoli e velinari del circo mediatico se la sono già data. Dopo la sparizione delle auto incendiate e delle devastazioni, ridotte al rango di una volgare sassaiola, ora sono spariti i terroristi e ci resta solo un pugno di generici “facinorosi”. A questo punto mi pare ci sia spazio per una soluzione equilibrata che ci consentirebbe di riaprire finalmente il dialogo con Salvini, sciaguratamente interrotto dalle note intemperanze di Luigi De Magistris. Dei facinorosi, infatti, potrebbe occuparsi proprio  lui, il Salvini nazionale, e liberare così il malcapitato ostaggio.
Se non sbaglio, il razzista padano in questo genere di cose è un autentico specialista. Potrebbe mettere su qualche ronda in camicia verde – quella nera non va più di moda – chiedere un’autorizzazione a Minniti, che gliela darebbe di certo – tra i due ormai c’è un innegabile feeling – e organizzare la caccia all’uomo, come ha promesso di fare con gli immigrati. In quattro e quattr’otto li prenderebbe con la forza, gli darebbe una lezione e farebbe finalmente piazza pulita. Non è questa, in fondo, la sua vera missione politica?
Animo, su, scriviamo ai campioni di legalità del “Giornale”, che sostengono il loro nobiluomo padano e avviamo così una fase nuova nei rapporti Nord-Sud….

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Prendo in prestito il bellissimo titolo di “Fuoriregistro” e contravvengo a una regola. Quando è nato, questo blog voleva essere un raccoglitore di parole e pensieri esclusivamente “miei“. Per una volta non sarà così e mi spiace che accada, perché solo un evento eccezionalmente drammatico poteva indurmi a farlo, e l’evento purtroppo s’è verificato. Pochi mesi mesi fa, con una manovra da “regime” e la protervia di chi sente di poter fare quel che vuole, Ferruccio De Bortoli prima mi ha dato gratuitamente dato del “negazionista“, s’è poi rifiutato di pubblicare la mia replica sottoscritta da alcune personalità di spicco della nostra vita culturale e politica, senza mostrare rispetto nemmeno per il nome e la storia di Gerardo Marotta. Oggi, la decisione di Maria Luisa Busi di “essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del TG1” ripropone in termini molto più drammatici la questione della salute della democrazia in un Paese che scivola pericolosamente sulla china di un’avventura autoritaria. Le parole della Busi non richiedono commenti polemici o retorici. Meritano solo tutta la possibile solidarietà e quel “rispetto” cui la conduttrice fa riferimento nella coraggiosa lettera al direttore Minzolini che ritengo di pubblicare, perché, in un momento di evidente e dolorosa emergenza democratica, abbia la maggiore diffusione possibile e susciti finalmente l’indignata reazione di quanti, al di là delle divergenze politiche, hanno veramente a cuore il destino del nostro Paese. In quanto al Minzolini, ognuno ha la sua maniera di concepire la decenza, ma sarebbe ora che l’Ordine dei Giornalisti sanzionasse i suoi comportamenti. La “Carta dei Doveri” del giornalista è chiarissima: chi ha la responsabilità di “fare informazione” costituisce un delicato anello di congiunzione tra il fatto e la collettività, è lo strumento che consente ai cittadini di esercitare con cognizione di causa l’esercizio di quella sovranità che, non lo dico io, ma l’art. 1 della Costituzione, “appartiene al popolo”. La distorsione della realtà, l’occultamento delle notizie impedisce, di fatto, alla collettività un consapevole esercizio di questa prerogativa e inceppa il meccanismo democratico. E’ sotto gli occhi di tutti: Minzolini da tempo va assumendosi la  responsabilità gravissima di subordinare un ipmortantissimo strumento di informazione pubblica, qual è il TG che dirige, agli interessi del Governo. In discussione è la credibilità dell’informazione e la lettera della Busi non è solo coraggiosa. E’ la prova che Minzolini ha superato di gran lunga il segno e la misura. Non occorrono avvertimenti. E’ tempo di sospensioni e radiazioni.  

Caro direttore,

ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell’edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori.

Come ha detto il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: ‘la più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura, ha visto trasformare, insieme con la sua identità, parte dell’ascolto tradizionale’.

Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perché è un grande giornale. È stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani. Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l’informazione del TG1 è un’informazione parziale e di parte. Dov’è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d’Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perché negli asili nido non c’è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l’onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie. Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell’Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del Nord Est che si tolgono la vita perché falliti? Dov’è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell’Italia esiste. Ma il TG1 l’ha eliminata. Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.

L’Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un’informazione di parte – un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull’inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo – e l’infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo. Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale.

Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell’affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. È lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.

I fatti dell’Aquila ne sono stata la prova. Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di ‘vergogna!’ e ‘scodinzolini!’, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. È quello che accade quando si privilegia la comunicazione all’informazione, la propaganda alla verifica.

Ho fatto dell’onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente. Pertanto:

1) respingo l’accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente – ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI – le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento. Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c’è più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.

2) Respingo l’accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti. E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.

3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l’intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all’azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di ‘danneggiare il giornale per cui lavoro’, con le mie dichiarazioni sui dati d’ascolto. I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni. Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: ‘il TG1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche’. Posso dirti che l’unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto. Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama – anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta – hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni. Sono stata definita ‘tosa ciacolante – ragazza chiacchierona – cronista senza cronaca, editorialista senza editorialì’ e via di questo passo. Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale.

Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20. Thomas Bernhard, in Antichi Maestri, scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno.

Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere”.

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