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Posts Tagged ‘gulag’


Trionfa il «merito». Internazionalizzazione, «mediane» e requisiti aggiuntivi sono la via maestra per giudicare la ricerca. Per la «tornata 2102», tuttavia, i giudizi pubblicati dalla Commissione per l’abilitazione scientifica nazionale danno le vertigini. maestro_discipuloCon la Consulta che ci rassicura sulla legittimità giuridica delle Camere – di quella politica e morale poco o nulla ormai sopravvive – non ci si bada purtroppo – in campo ci sono Renzi e le leggi elettorali, ma la vita continua e studiosi d’ogni disciplina, da anatomia a scienza delle costruzioni e ingegneria sanitaria, disegnano il futuro. Non si tratta di scienze umane, che comunque non è dir poco, ma di salute, sviluppo e sicurezza.
Per Storia Contemporanea, il «prodotto doc» della «misurazione quantitativa» è il successo scontato del candidato che, a tredici anni dalla laurea, ha già nove libri «curati» e otto ne ha scritti di suoi, assieme a due voci enciclopediche e trenta tra contributi in volume e articoli in rivista. Rigo più, rigo meno, 200 pagine all’anno. Dotato di resistenza alla fatica, lo studioso ha all’attivo undici convegni organizzati, la partecipazione a ventinove tra simposi e festival nazionali, dodici seminari e workshop internazionali e, «dulcis in fundo», un ruolo di revisore per la valutazione di «prodotti di ricerca» su riviste italiane ed estere, quattro progetti – uno di rilevanza nazionale, tre internazionali – e un posto in otto comitati scientifici. Fatica premiata dall’Istituto Salvemini, che una domanda, però, la pone: dove ha trovato il tempo per la ricerca? La risposta non tocca alla Commissione, presa e persa tra curricoli, fasce, progetti e docenze estere.
Al di là delle esasperazioni quantitative, nei fatti, la sbornia di dati «oggettivi» rafforza le scelte discrezionali. L’internazionalizzazione, per dirne una, che, dopo tanto suonar di grancasse, costa l’abilitazione a più di un ottimo candidato, a conti fatti, è un parametro vago, legato a logiche interne all’accademia e difficile da rendere oggettivo. Come spiegare, infatti, la scelta della commissione, che per un candidato si contenta di un «un mese d’insegnamento alla PUC di Porto Alegre in qualità di visiting professor» – un mese, tutto compreso, sabato, domeniche e probabili festività – per un altro ignora la docenza etiope, benché superi largamente i requisiti quantitativi minimi e presenta prodotti articolati, convincenti e ricchi di sbocchi metodologici?
Poiché è difficile capire come nascono seri giudizi di merito su centinaia di libri e migliaia di articoli, mai letti – a cinque docenti non sarebbe bastata una vita – chi cerca tra le «sentenze» criteri sicuri, si perde. Gli articoli di prima fascia, ad esempio, sono un ancoraggio fermo ma, come per l’internazionalizzazione, criteri univoci non ne trovi. Se quattro articoli di prima fascia, infatti, sono il «bollino di qualità» che consente di abilitare un candidato privo dei requisiti minimi, come si spiega la bocciatura di chi i requisiti li ha, assieme a sette articoli in riviste di classe A, alcuni in inglese e francese, e «prodotti scientifici» adeguati per metodo e contributi offerti alla conoscenza storiografica, però resta al palo?
Mentre l’accento ripetutamente posto su dati qualitativi – solidità, impianto, complessità della documentazione, finezza di una presentazione – diventa indizio di sconfinamenti in un giudizio di valore che non nasce dall’attenta lettura dei lavori misurati, scopri un candidato di cui si dice un gran bene: la produzione è sicura, convincente, documentata e aggiornata. Metti a tacere il bisogno di capire se i cinque commissari hanno letto le sue trentatré pubblicazioni – perché quelle, poi, e non altre? – e ti contenti di aver trovato un riferimento. Per la commissione, infatti, la buona produzione del candidato non basta, perché ruota su un unico tema: Pci, Komintern, e repressione degli italiani antifascisti nei gulag. C’è tutto, qualità, quantità, docenze estere con relativi studi editi in terra straniera, progetti di rilievo nazionale, membership della redazione di rivista, ma l’abilitazione scientifica alla prima fascia non arriva, perché, a sentire la Commissione, il respiro degli interessi è corto. La ristrettezza dell’ambito di ricerca è, quindi, il punto fermo che lascia il candidato nella seconda fascia da cui proviene, in compagnia di studiosi la cui produzione scientifica si incentra ancora esclusivamente su monotemi: Francesco Crispi e l’età crispina, o il «patriota traditore» e la vita che mena chi scrive a Milano nella prima metà dell’Ottocento. Ti convinci che localismo e respiro corto, intesi come limite negativo, fanno argine alla discrezionalità della Commissione, quando scopri, sconsolato, l’abilitazione toccata a candidati che non escono dall’ambito regionale o addirittura lo riducono, fermandosi a studiare Vescovo, Azione cattolica, clero e parrocchie di Vicenza, per spingersi tutt’al più alle episcopato triveneto e a un sintetico profilo del padovano Giulio Alessio.
Quando trovi Spartaco Capogreco e Mimmo Franzinelli relegati in seconda fascia, uno per misteriose questioni didattiche e l’altro perché lento a correggere imprecisate forzature interpretative, non solo rimpiangi la libera docenza, ma le cooptazioni che, se non altro, impegnavano direttamente la dignità dei «maestri». La bandiera bianca, però, la alzi solo di fronte alla sorte di un «eretico», un neoplatonico «demodé» incurante del tribunale tomista e delle sue verità di fede. Un eretico che, annota scandalizzata la Commissione, insiste sulla subordinazione dei prefetti al potere politico – scempiaggini da Salvemini – e addossa agli italiani la colpa della mancata defascistizzazione. Dovrebbe saperlo, lo stupidello, che furono gli Anglo-americani a imporre a Togliatti il presidente del Tribunale della razza, cui affidare la legge sull’amnistia, e a Giovanni Leone la strenua difesa dei fascisti, poi riciclati dalla DC. In quanto all’assoluzione dei responsabili dell’omicidio Rosselli, ad Azzariti posto alla guida della Corte Costituzionale e agli autori del manifesto della razza mai rimossi dalle cattedre universitarie, tutto nacque, si sa, da pressioni estere. Una mano straniera, del resto, eclissò l’armadio della vergogna. Il neoplatonico ora lo sa: costretto dal bisturi a constatare che il sistema nervoso fa capo al cervello, il figlio del pensiero unico non fece una piega: ci crederei, commentò, se Aristotele non avesse detto che tutto parte dal cuore.
Se è andata così per tutte le discipline, sorge legittimo un sospetto: tra qualche anno, affidarsi a un medico sarà come giocare alla roulette russa.

Uscito su “Fuoriregistro” il 18 gennaio 2014 e su Liberazione.it il 23 gennaio 2014

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«Ras»di Ferrara fu Italo Balbo, un vero modello dell’«uomo nuovo fascista». S’era fatto d’un fiato il cursus honorum del gerarca sanguinolento: scampoli di gloria feroce tra i volontari della carneficina nella «grande guerra», capo riconosciuto delle «squadracce» al soldo degli agrari quando bastonature e omicidi d’inermi avversari politici mostravano il «senso dello Stato» del primo fascismo, comandante generale della Milizia nel 1923. Implicato nell’assassinio di Don Minzoni, passò poi dalla Milizia al Parlamento e presto giunse al governo.

A Ferrara il 26 sono ritornati gli squadristi. Balbo mancava, è vero, ma s’è trovato un sostituto degno. Rivendicavano il diritto d’ammazzare impunemente e non a caso il colpo vibrato in piazza era assassino: mirato al cuore d’un madre – l’immensa Patrizia Aldovrandi – per fermarne il palpito di dignità, la passione e l’indomito coraggio. Chi ha voluto vederla, l’ha vista bene l’Italia di questi tempi bui: un Paese nel quale l’umanità spesso è donna, ma molto più spesso si perde in una divisa che mostra i distintivi della guerra. La guerra, sì, che la Costituzione ripudia ma offre la leva per la polizia della repubblica antifascista: Medio Oriente, Balcani e Afghanistan. Un’Italia in cui la Caporetto dei valori della Resistenza – di questo ormai si tratta, non di altro – non si spiega semplicemente col berlusconismo, ma chiama alla mente – ed è un morire di dolore – Piero Gobetti e la sua terribile sentenza: il fascismo malattia congenita della nostra storia, la natura elitaria del Risorgimento, un potere mai saldo in mano al «popolo sovrano» e sempre molto lontano dai cittadini. Chiama alla mente lontani maestri, appena tornati in armi dai monti partigiani e subito impegnati a scrivere una Carta Costituzionale tesa a colmare lo storico deficit di partecipazione. Quella Costituzione che ormai non conta più..

A Ferrara s’è potuto vedere con plastica evidenza: la crisi economica procede di pari passo con lo smantellamento della democrazia. Si sono visti chiari i segnali d’asfissia d’una politica priva di respiro ideale e s’è misurato l’abisso che ci attende, se non sapremo restituire al dibattito sullo stato dell’economia, il contributo decisivo di storici e filosofi. In un Paese che dopo la Liberazione non mandò a casa sciarpe littorie, sansepolcristi, scienziati della razza, questori, prefetti e magistrati mussoliniani e chiamò a presiedere la Corte Costituzionale quell’Azzariti già capo del «tribunale della razza», sono vent’anni ormai che, a parlare d’antifascismo, si disturba il manovratore. Vent’anni che si batte la grancassa su una inesistente ferocia partigiana e si trova la sinistra consenziente. Mentre Veltroni e i suoi cancellavano dalle rare sedi del «partito liquido» persino il ricordo dei partigiani – si fa un gran parlare di donne, ma a Napoli il PD ha eliminato dalla sua sede la partigiana Maddalena Cerasuolo – l’accademia s’è adeguata e c’è chi è giunto all’anatema: i partigiani padri della patria, tutti per vie diverse compromessi col gulag, non hanno la statura morale per parlare ai nostri giovani.

In questo clima, dopo le acrobazie dei lacrimogeni sui tetti del Ministero di Grazia e Giustizia, le violenze di Napoli e Genova e gli indiscriminati attestati di stima agli immancabili servitori dello Stato, più che la resurrezione di Balbo a Ferrara, stupisce lo stupore sbigottito di chi solo oggi intuisce l’esito fatale di un vergognoso revisionismo. Perché meravigliarsi della polizia, dopo che s’è voluto ridurre l’antifascismo a una questione privata tra veterocomunisti e neosquadristi, dopo l’armadio della vergogna e l’inascoltato allarme di Mimmo Franzinelli, che ci ha ammonito sul significato profondo d’una amnistia che fu colpo si spugna e sancì la continuità con lo Stato fascista? Rinnegata la propria storia, attestata a difesa di un’Europa che Spinelli ripudierebbe, collocato in soffitta Marx per far le fusa al liberismo targato Monti, era fatale che la polizia tornasse alla tradizione dell’Italia liberalfascista e si facessero nuovamente i conti con Frezzi massacrato di botte, Acciarito torturato e Bresci suicidato.

Qui non si tratta di solidarietà di corpo e nemmeno di forme estreme di «nonnismo» da caserma. Emilio Gentile l’ha spiegato chiaramente: la mistica fascista del cameratismo fu il fulcro di una identità nuova che, nel cuore d’una crisi, fuse in anima collettiva l’individualismo solitario dell’eroe, sicché i «rigenerati della guerra» pretesero di essere «rigeneratori della politica». Quand’è che il Parlamento pretenderà che si accenda la luce sui meccanismi di reclutamento delle forze dell’ordine e sulla loro formazione culturale e politica?

Uscito sul “Manifesto” il 29 marzo 2013

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