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Posts Tagged ‘Guantanamo’


Ho ascoltato l’uomo che la stampa ha fatto santo. Non è Cicerone; è anzi monotono e a volte soporifero, proprio come me l’aspettavo. Non mi attendevo che non citasse mai la Costituzione e che sbagliasse sui numeri, ma l’ha fatto e si trattava di quelli che ti dicono se sai di che parli. Non mi attendevo nemmeno la retorica stucchevole e un po’ patriottarda e l’insistente, acritico richiamo all’Unione Europea, alla Nato e all’atlantismo. Un ritorno a quell’Occidente di cui fa ancora parte Guantanamo, evidentemente dimenticata.
Non so se il discorso sia farina del suo sacco. Se non lo è, i collaboratori del santo sono diavoletti. Se invece è suo, sono costretto a pensare che il sommo genio sia un manipolatore. Chi è onesto intellettualmente, non cita Cavour, estrapolando  due parole da un suo lungo discorso per utilizzarle in maniera strumentale e fuorviante. E’ vero, Cavour parlò di riforme, ma quelle cui faceva riferimento il futuro statista piemontese, in veste di giornalista, avevano uno scopo preciso, che Draghi si è guardato bene dal ricordare: far sì che la crescita del Paese servisse anzitutto a migliorare le condizioni di chi, allora come oggi, costituiva la parte più svantaggiata della società, anche se «più direttamente contribuisce a creare la pubblica ricchezza: la classe degli operai».
Il messaggio di Cavour, quindi, è chiaro, inequivocabile e ben diverso dal suo. Rivolto a imprenditori,  politici, e padroni di quella industria nascente, che già minacciava future «rovine e spaventose catastrofi», se non se ne fossero rafforzate le fondamenta, Cavour dettava una regola: non si può parlare di buona riforma, se essa non guarda anzitutto ai lavoratori e non si adoperi affinché «parte delle ricchezze che si vanno accumulando»  sia utilizzata in maniera seria per il miglioramento delle loro «condizioni materiali e morali», consentendo che si istruiscano e vivano in modo più agiato.
Cavour così concludeva le sue riflessioni:  «Impari […] l’Italia […] ad avere in gran pregio le sorti delle classi popolari, ad adoperarsi con sollecite cure ed incessanti al loro miglioramento» e faccia «si che tutti i nostri concittadini, ricchi e poveri, i poveri più dei ricchi, partecipino ai benefici […] delle crescenti ricchezze».*
Ho ascoltato Draghi che chiedeva fiducia, ma non mi fido. Non ha imparato ciò diceva Cavour e ne ha stravolto il pensiero.

*Il Risorgimento, 15 dicembre 1847

Agoravox, 18 febbraio 2021 e La Sinistra quotidiana, 19 febbraio 2011

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Non è vero che il triste assalto a Capitol Hill colpisce il simbolo della democrazia nel mondo e il paragone con la «nuova Atene» non regge. Capitol Hill non è «la casa della partecipazione popolare alla politica», ma una delle sue case. Ce ne sono tante altre nel mondo – molte delle quali messe decisamente meglio – che, tuttavia, condividono una condizione di crisi profonda, di cui Trump e i suoi scalcagnati «golpisti» non sono la causa, ma la manifestazione visibile.
Gli Usa del capitalismo sfrenato, della Sanità privata, di Guantanamo, dell’embargo a Cuba, della tragedia cilena, delle innumerevoli violazioni dei diritti umani e della gente di colore soffocata o uccisa a pistolettate da forze dell’ordine, che ieri  si sono misteriosamente mostrate deboli e quasi complici degli assalitori, non sono la più grande democrazia del mondo. Non lo sono, ma questo non toglie che l’assalto a parlamentari legalmente eletti è una ferita che fa molto male, così come male fanno e destano serie preoccupazioni gli assalti ai giornalisti.
Ieri non c’è stato l’assalto alla Bastiglia e non si è provato a prendere il Palazzo d’inverno. Si è toccato con mano, però, sino a che punto sono discreditate le Istituzione democratiche, quale sia la distanza che divide i popoli da chi li governa e fin dove può condurci la forza di una narrazione surreale, velenosa, falsa e mille miglia lontana dai fatti e dai bisogni reali della gente. Soprattutto della povera gente.
Ciò che è accaduto ieri non ha nulla di rivoluzionario. E’ l’effetto di una crisi che non può avere sbocchi positivi perché non nasce dal basso, non contiene germi di rinnovamento, non apre spiragli che lascino intravedere un mondo migliore. Abbiamo assistito alle convulsioni di un sistema che si avvita su se stesso, crea un vortice e ci ruba l’aria. Ora sappiamo che la democrazia, anche la nostra, calpestata ogni giorno da Renzi, Salvini, Meloni, Di Maio, vive di stenti e non sa più essere come l’intesero i padri costituenti: ricerca di una sintesi tra visioni diverse della società, che si confrontavano in base a un insieme di regole che mettevano fuori legge la reazione e consentivano la convivenza tra conservatori e progressisti. Per un Paese come il nostro, dopo la tragedia fascista, non si trattava solo della prima Costituzione, ma di un evento a suo modo rivoluzionario.
Da decenni la lettura neoliberista della globalizzazione batte in breccia l’idea stessa di democrazia. Dove conduca l’assalto a Capitol Hill non è facile dire. Ieri, però, tra due presidenti degli Usa, uno uscente e pronto all’assalto, l’altro eletto e debolissimo nella difesa, è emersa chiara e terribile la sua pericolosa solitudine.
Per ciò che resta della sinistra – soprattutto per quei giovani che ancora credono nella politica – oggi la sfida è difficilissima, ma non impossibile: organizzarsi per entrare nelle Istituzioni democratiche, restituire loro l’originaria capacità di rendere compatibili politica e bisogni reali della gente. Se necessario, farlo eleggendo una nuova Assemblea Costituente. Un compito che da noi, come in nessuna parte dell’Occidente, a cominciare dagli USA, non possono affrontare né gli attaccanti, né i difensori di Capitol Hill, né i Salvini, né i Renzi, né gli esponenti di forze politiche che, ognuna per la sua parte, ci hanno condotti alla tragedia che viviamo.

Canto Libre, 7 gennaio 2021

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arton63405-57d9aRicordo ancora bene l’alba del nuovo millennio, con l’antrace e la caccia agli untori.
Ricordo come fosse oggi la dichiarazione della nuova Crociata contro la «barbarie islamica», la «guerra infinita» dopo la tragica farsa delle Twin Towers e la ferocia di Guantanamo.
L’integralismo del nostro remoto passato allunga sempre più velocemente le sue tragiche ombre sul presente e lo Stato laico si clericalizza a tappe forzate, diventando terra di martiri per amor patrio e per fede.
Ricordo bene i nostri «bravi soldati» che facevano il tiro a segno coi feriti sui ponti di Bagdad, in nome della lotta al «terrorismo islamico». Anche noi abbiamo un velo calato sul volto: è la Croce di Cristo. Un Cristo violentato che, da agnello di Dio, diventa il simbolico carnefice dei non credenti, occulti alleati dei terroristi.
Viviamo tempi di laicità occidentale. Dio ci scampi dalle Moschee nel cuore delle città, ma Dio scampi dalla vendetta della civiltà crociata lo scriteriato che canta fuori dal coro. Nel silenzio del circo mediatico, impegnato a cancellare ogni traccia di soldi, armi e addestramento fornito ai tagliagole dell’ISIS – utilissimo diavolo d’ultima generazione – a Terni si tolgono cattedra e stipendio a un professore che non vuole croci per i suoi studenti.
Croci e crociati, com’è nel sangue e nella storia della superiore civiltà nostrana. Crocefisso, crociati, cani e poliziotti. Dopo Davide Zotti, censurato nel Friuli, ecco Franco Coppoli sospeso a Terni. Siamo ormai tra gli ultimi per libertà di stampa e abbiamo ripudiato Verri e Beccaria, rifiutando di scrivere uno straccio di legge contro la tortura. Chi ricorda il passato, chiave preziosa per leggere il presente, sa che il binomio Chiesa-Stato è nato col fascismo nel 1929 e non s’è mai spezzato, sa che l’estremismo di destra, vigliacco e assassino, non è mai diventato un «dato della storia», checché ne dicano gli storici di corte.
La verità è che la Repubblica antifascista è rimasta prigioniera degli archivi che custodiscono gli atti dell’Assemblea Costituente, nei quali invano Croce affermò che la commistione tra Stato e Chiesa è «uno stridente errore logico e uno scandalo giuridico»; invano, di rincalzo, Calamandrei rilevò che a buon diritto la Chiesa può avere i suoi simboli e un’idea dell’insegnamento il cui fondamento e coronamento è la dottrina cristiana, ma accoglierne simboli e concezione nella scuola dello Stato conduce a una insolubile contraddizione. «Delle due l’una», sostenne infatti Calamandrei: «o il cittadino non cattolico dovrà rinunciare, pur avendone l’attitudine, a concorrere al pubblico impiego come insegnate, oppure dovrà essere reticente, dovrà insegnare contro la sua coscienza; parimenti un alunno non cattolico o dovrà rinunciare a frequentare la scuola pubblica, oppure contro coscienza dovrà subire un insegnamento conforme alla prassi cattolica. Questa non è eguaglianza».
Croce, Labriola, Nitti, Calamandrei, non sono bastati. Nell’amara realtà della vita quotidiana, nei territori occupati della Valsusa e del Casertano, nelle aule dei tribunali ancora governate dal codice Rocco, il clerico-fascismo in realtà non è mai diventato storia. L’Italia razzista, integralista e violenta, l’Italia della polizia impunita, dei crimini di guerra e dei rapporti inconfessabili tra affari, politica e malavita organizzata è più viva che mai.
Fu Mussolini che volle il crocefisso dietro i giudici, nei tribunali, e dietro le cattedre di docenti «costruiti» come giudici, crociati e fanatici propagandisti della civiltà littoria. La «civilissima Italia» è ancora come la volle il «duce»: un Paese in cui una consuetudine fascista ha valore di legge e prevale sulla legge costituzionale. Se questa non fosse ancora l’Italia, non avremmo registrato l’anomalia Napolitano e i tre ceffoni alla Costituzione che hanno nome, cognome e indirizzo e si chiamano Monti, Letta e poi Renzi.
In questo clima non c’è da farsi illusioni: nemmeno il papa «socialista» parlerà a difesa del professor Coppoli. Occorre perciò decidere se sia giunto il momento di prendere atto dei rischi che corre la democrazia e prepararsi allo scontro, secondo la tradizione dei nostri nonni e la lezione di uomini come Sandro Pertini, o attendere inerti e inermi il Sant’Uffizio, la colonna infame, i roghi, la caccia alle streghe e l’indice dei libri proibiti. Quale che sia la scelta, un punto dev’esser chiaro: la centralità della questione formativa si misura anche dal livello della repressione. La scuola statale, per quanto ridotta allo stremo dalla sedicente «riforma Gelmini», costituisce ancora un intoppo per un disegno reazionario che utilizza la crisi come corpo contundente. In quanto fucina di pensiero critico, va perciò demolita. E’ questa la condizione «sine qua non» per la realizzazione di una svolta autoritaria che Renzi spaccia per «riforma istituzionale».
Un tempo si mettevano in piazza i blindati. Oggi si massacra il sistema formativo.

Fuoriregistro“, 4 aprile 2015, “Agoravox“, 6 aprile 2015 e “La Sinistra Quotidiana“, 7 aprile 2015

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2cd6d79f06654e298976fc0983e7c7df09f909348c0ccb84175d9638I confini dell’Iraq sono figli legittimi del capitalismo. Un reato e un dito puntato su moralisti e finti pacifisti che predicano guerre “umanitarie”, come un tempo la rassegnazione per i bambini schiavi nelle zolfare in attesa della provvidenza. Linee tracciate con la riga, una gabbia e dentro molte minoranze e genti inconciliabili tra loro: sciiti, curdi e i sunniti. Chi prega per la tragedia irachena chiama in causa un Dio che non c’entra. Il fondamentalismo responsabile del dramma si chiama capitalismo: ha il feticcio del mercato sull’altare e il suo corano è la legge del profitto. La vicenda dell’Iraq, metafora del nostro tempo, ha due volti: in scena istanze autonomiste, colpi di Stato, ripetuti macelli, resistenze e attentati. Dietro le quinte l’Occidente che mira al petrolio.
Senza andar troppo indietro, la successione di eventi nel secondo dopoguerra raggela. Nel 1956, con la crisi di Suez, Baghdad diventa importante base inglese e nel 1958 c’è l’Occidente dietro la caduta della monarchia. Nel 1961 gli inglesi dichiarano indipendente quel Kuwait, che Baghdad ritiene terra irachena. Karim Qãsim, primo ministro, apre trattative con partner diversi da quelli angloamericani, tra cui l’ENI di Mattei. Risultato? A ottobre del 1962 l’aereo di Mattei esplode in volo; tre mesi dopo, nel febbraio 1963, la CIA favorisce un golpe e Qãsim, che ha proibito di assegnare nuove concessioni petrolifere alle multinazionali straniere, fa la stessa fine di Mattei. La stampa si guarda bene dal dirlo, ma Tommaso Buscetta, riferì a Falcone che Mattei fu ucciso da “Cosa Nostra” su richiesta di agenti stranieri, com’era accaduto con Mauro De Mauro, il giornalista che sapeva troppo sul caso Mattei.
Si può essere ostili al movimento di Grillo – è peggiore di Forza Italia? – ma se Di Battista scrive che il caso Iraq ripete ciò che s’è già visto più volte, non sbaglia. in Irak, gli occidentali hanno prodotto presidenti fantoccio, guerra civile e miseria. Saddam Hussein, alleato di ferro degli Usa, utilizzato in funzione antiraniana e rifornito di gas tossici, li usò prima nella guerra con l’Irak , poi contro i curdi; a partire dall’11 settembre del 2001, con l’attentato alle Torri Gemelle, in Iraq non c’è stata più pace. Gli Usa e i loro alleati hanno sulla coscienza non solo il milione di morti causati dal conflitto iraniano, ma le guerre civili e gli innumerevoli golpe che hanno travagliato il pianeta. Basterebbe ricordare che nel 1954 fu la CIA ad armare mercenari dell’Honduras contro Arbenz, Presidente del Guatemala eletto legalmente, che aveva espropriato terre incolte della statunitense United Fruit Company. Stesso copione con Allende in Cile. Fanno parte della storia, per tornare all’Irak, Colin Powell e le menzogne narrate all’ONU per aggredire Saddam Hussein, inventandosi inesistenti armi di distruzione di massa. La guerra costò innumerevoli vittime civili. Noi ci scandalizziamo per le vittime dell’ISIS, ma quali sono le responsabilità dell’Occidente? Perché compriamo gli F35, che sono pane tolto di bocca ai figli dei lavoratori massacrati? Non serviranno ancora una volta per colpire “terroristi” e massacrare civili? E’ ora di finirla con scelte criminali, che hanno un’unica origine: la sottomissione della politica all’economia e la subalternità dell’Italia agli USA.
Di Battista fa scandalo? Scandalosi sono l’ipocrisia e il conformismo imperanti. Se feroce è infatti la violenza dell’ISIS, criminale e disumana fu la menzogna propinata dal Segretario di Stato USA all’ONU. “Mi chiedo per quale razza di motivo si provi orrore per il terrorismo islamico e non per i colpi di stato promossi dalla CIA”, scrive Di Battista. Bestemmia? E allora bestemmierò anch’io. Mandare gambe all’aria un governo legalmente eletto per oscene questioni di profitto, mettendo nel conto la guerra civile e le vittime che produrrà, non è forse un disegno criminale?
Invece di fare classifiche tra terroristi, chiediamoci dove ci condurrà la scelta di seguire ancora gli USA che hanno causato fame, miseria, disperazione e morte. A Roma, nel 2003, scrive Di Battista, contro l’intervento militare italiano in Iraq, dicevamo: “se uccidi un terrorista ne nascono altri 100”. Come negare che siamo stati facili profeti? Come pensare di armare i curdi sapendo che alla prima occasione useranno le armi come vorranno? Esistono vie diverse da quelle che calpestano sistematicamente il diritto internazionale. Da tempo gli USA si proclamano poliziotti del mondo e noi gli andiamo dietro, ingannando noi stessi. Che poliziotti potranno mai essere coloro che hanno sostenuto golpe in tutto il pianeta, venduto armi a tutti i dittatori fedeli e affamato mezzo mondo, pur di sfruttare la più gran parte delle risorse mondiali? Che credito può avere chi, con la scusa del terrorismo, ha invaso l’Iraq e l’Afghanistan e ha lasciato mano libera ai criminali sionisti? Come si fa a ignorare che con i loro bombardamenti terroristici gli USA hanno moltiplicato gli attentati? Di Battista ha ragione: in Irak non si è esportata la democrazia, ma “25.000 contractors […], uomini e donne armati di 24ore che lavorano in tutti i campi, dalle armi al petrolio passando per la vendita di ambulanze. La guerra è davvero una meraviglia per le tasche di qualcuno”.
Non si tratta coi terroristi, si dice. Ma dov’è scritto e chi appioppa questa terribile etichetta? Gli Usa di Hiroshima e Guantanamo? Apriamo un tavolo in cui parlare di pace in Medio Oriente; ci si seggano tutti, l‘Europa, l’Iran, la Lega Araba, il gruppo dell’ALBA, la Russia, criminalizzata senza mai esibire una prova, mentre è provato che a Kiev governano i nazisti. Pace, non subordinazione a Obama, al quale va detto che Guantanamo è un crimine atroce e Powell ha reso inaffidabili gli Usa. Niente armi, per cominciare, né ai curdi, né ad altri. Non parli di pace mentre vendi armi a chi ti pare e ti arricchisci creando povertà, immigrazione e guerra. Di Battista ricorda che nel “2012 la Lokeed , quella degli F35, ha incassato 44,8 miliardi di dollari, più del PIL dell’Etiopia, del Libano, del Kenya, del Ghana o della Tunisia”. Chi si scandalizza per i crimini dell’ISIS, quindi, è lo stesso che gli ha messo in mano le armi. “Armiamo i curdi”, si dice. Ma chi può escludere che, vinta la guerra non volgeranno le armi su altri? Non è stato così con Saddam, in Afghanistan e in Libia “dove la geniale linea franco-americana che l’Italia ha colpevolmente assecondato, ha eliminato dalla scena Gheddafi facendo cadere il Paese in un caos totale? L’Italia dovrebbe trattare il terrorismo come il cancro […] eliminandone le cause, non occupandosi esclusivamente degli effetti”, afferma Di Battista. Come dargli torto? Come negare che chi condanna Boko Aram in Nigeria, tace sull’ENI che, impoverendo i nigeriani, agevola i fondamentalisti? Perché ignorarlo? Se un drone ti bombarda la casa e ti uccide i figl, se non hai droni e non hai soldi per comprarne, fai di te stesso un’arma. Autobomba o drone, l’esito è uno: uccidi innocenti. Chi lo dice giustifica i terroristi? No. Usa la testa e fa politica, riconoscendo errori che hanno fatto crescere la violenza e provando a capire come uscirne.
Isolare i disperati vuol dire moltiplicarli. Cominciamo col riconoscere i nostri integralismi e basta con l’ipocrisia: una bomba tirata su una scuola dell’Onu piena di rifugiati è un atto terroristico. Lo è soprattutto quando l’ONU, testimone neutrale dichiara: “avevamo avvisato chi bombardava. Qui ci sono solo persone inermi, niente armi, né armati”. Cominciamo da qui, invece di scandalizzarci per parole che condannano i bombardamenti terroristici sulle città. Cominciamo col dire no agli F35, che useremo per compiere azioni terroristiche e scatenare risposte terroristiche. Sono scelte che possono fare Renzi e l’Europa delle banche? No. E allora lottiamo per liquidare Renzi e chiudere i conti con una Europa unita che non ha nulla da spartire con quella degli antifascisti che la progettarono.

Uscito il 18 agosto 2014 su Agoravox.

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Abu_Ghraib_17aChe un cialtrone come Barak Obama si sia messo in testa di fare la lezione di democrazia a Putin, un manigoldo della sua stessa razza, non meraviglia nessuno. Il male è notoriamente banale e non ci sono cani di attori che recitino peggio dei cosiddetti “grandi” quando la malasorte dei popoli li chiama sul palcoscenico della storia. Stupisce, questo sì, che teste pagate a suon di milioni per imbottire di frottole la povera gente e suscitare attorno al caso Crimea un clima da “union sacrée”, non trovino di meglio che attaccarsi al tifo per una partita che non si gioca più: l’Unione Sovietica s’è sciolta come la neve al sole e il comunismo reale non esiste più.
Sarò solo un fortunato imbonitore, ma Grillo ha certamente ragione: la malafede, la sciatteria e la grossolana ignoranza della stampa tocca ormai livelli da fare invidia a specialisti come Mario Appelius e Teresio Interlandi. E’ vero che il mirabolante sistema formativo di marca anglosassone voluto da Berlinguer mira da tempo a creare scimuniti e tenta d’insegnare agli studenti la storia scritta dai padroni, però,  piaccia o meno ai criminali aguzzini di Guantanamo e al rinascente pangermanismo tedesco, qui da noi uno studente decentemente preparato conosce la “Questione degli Stretti” e sa che la “Grande madre Russia” ha un orgoglio nazionale. Lo capì  Napoleone in fuga sulla Beresina, lo scoprì a sue spese quell’Adolf Hitler, che, giova ricordarlo, scrisse una pagina di storia particolarmente istruttiva sulla “democratica” Germania, oggi pericolosamente guidata dalla teutonica rozzezza di Angela Merkell.
Qui da noi, uno studente di scuola superiore sa perfettamente che Barak Obama custodisce le chiavi di Guantanamo, il più atroce campo di concentramento partorito dalla ferocia umana dopo le glorie naziste. Perfino l’uomo della strada conosce i tragici nomi di Hiroshima e Nagasaki e c’è chi, stimolato, si ricorda ancora il Cile di Salvador Allende, quel delinquente  di Colin Powell che mostrava all’Onu le sue false prove sull’Iraq e sulle sue armi di distruzione di massa chimiche e biologiche. Qui da noi, c’è ancora chi ha abbastanza memoria per ricordarsi i Balcani fatti a pezzi, il Kosovo strappato alla Serbia, la Libia violentata, Gheddafi linciato e l’Egitto col suo presidente legalmente eletto e illegalmente deposto. Qui da noi c’è chi ricorda bene la confessione sfrontata di quel criminale di Wolfowitz, costretto a riconoscere che gli Usa avevano mentito spudoratamente sulle armi di distruzione di massa, che usarono poi per l’ennesima strage.
Lasci stare la Crimea, Barak Obama. Chiuda Guantanamo, piuttosto, se i padroni di cui è servo glielo consentiranno. Gli manca il fegato, ha paura di fare la fine di Kennedy? Si dimetta allora, in segno di vergogna e la pianti con le lezioni di democrazia. I lavoratori e gli sfruttati della Crimea non stanno con Putin e non vogliono la Merkell. Se ne sono andati coi russi perché Gli USA e l’Unione Europea hanno armato mercenari nazisti per destabilizzare l’Ucraina. Lo sanno bene, però: la loro autentica salvezza dipende solo dalla capacità che avranno di organizzarsi e imboccare la via della rivoluzione

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Cari «compagni democratici», auguri. Per il peso che portate del passato, per la responsabilità che già avete del futuro, per la speranza che avete assassinato, cari «compagni», auguri.

Auguri, cari «compagni», per quest’anno che avete lasciato morire indecorosamente senza voler capire che ve ne andate con lui, che l’occasione è persa. Auguri e complimenti perché vivaddio – come avete potuto? – voi che morto avete detto di volerlo, voi che pensavate di potere ingannare voi stessi, voi che pesate su bilance truccate la pace e la guerra, voi scoprite oggi che meglio sarebbe stato salvarlo l’alleato imbroglione.

Cari «compagni», auguri e complimenti per il dittatore che lascerete vinca sulle sabbie d’Africa perché sapete che vi sarà amico e per quello che invece dovrà perdere, dal momento che non sa cosa darvi in cambio d’un vittoria. Forca, patibolo, guerra, pace e democrazia, tutto sapete vendere al vostro prezzo negli scampoli di fine stagione e tutto liquidate tra l’agonia della libera stampa, l’arroganza criminosa degli editori «progressisti» – quanti velinari vuole De Benedetti al soldo del padrone? – il giornalismo «embedded» , i carnefici «bipartisan» degli immigrati di questo nostro paese sventurato. la Grecia massacrata e il Mediterraneo ridotto a un cimitero.

Auguri, «compagni», e complimenti per quest’agonia della politica, per la parata di ferrivecchi che avete messo all’opera come fossero il nuovo del mondo in tema di formazione, per la ditta «Gelmini & Profumo» che avete sostenuto, per i principi e gli ideale prostituiti agli appetiti della Confindustria, per gli alunni che aumentano nelle classi assieme ai posti di docenti tagliati e ai soldi regalati alle private in ossequio alla dottrina cattolica che fa “servo lo Stato in libera Chiesa“.

Auguri, «compagni», per Guantanamo che non vi ha convinti a chiudere col sadismo nauseante della «democrazia a stelle e strisce», come il martirio della Palestina non basta a farvi chiedere all’Onu condanne esemplari per i macellai sionisti e sanzioni che, colpendo gli aggressori, proteggano gli aggrediti

Auguri, «compagni esportatori di democrazia», e complimenti per le manganellate distribuite senza esitare ai picchetti operai e agli studenti in lotta, per le pensioni cancellate, per il ticket sul Pronto Soccorso, per i soldi pubblici regalati a banchieri lestofanti, per Mussari, Richetti, l’imbroglio Montepaschi e la «finanza buona», per la guerra che chiamate pace e per i cacciabombardieri pagati rapinando la povera gente. Per tutto questo, «compagni», auguri e complimenti.
L’anno che verrà Berlusconi continuerà a chiamarvi comunisti ma voi starete certamente col suo «partito nuovo» contro la povera gente, firmerete contratti più o meno segreti con i rossi di Casini e con Monti, braccio armato della dittatura voluta dalla finanza e ci racconterete che occorre serrare le fila e stringerci la cinghia perché il pericolo è a destra.
Bene, compagni. Fatelo. Io però non vi do retta, non vi credo e, com’è mio costume, ve lo scrivo: il pericolo immediato siete voi. Voi il pericolo vero, voi il nemico acerrimo del popolo. Non vi basterà  evocare fantasmi: voi mentite. Non possiamo più slittare a destra, perché alla vostra mano diritta c’è poco più del nulla. La destra vera, senz’anima e fede, senza storia e pudore, la destra vera, «compagni» siete voi.

Auguri, «compagni», complimenti e auguri. Ne avete un gran bisogno. All’orizzonte si sente rumore di tempesta e non vi basterà difesa. Presto vedrete la Bastiglia bruciare; è già pronta la Sala della Pallacorda e nell’ombra si raccolgono legno, lame e cesti. Ormai non basta più un processo pilotato e potete giurarci: molte teste cadranno.

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