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Posts Tagged ‘giustizia’

Àtropo

lesparquesPerdona, se i giorni che tu mi hai dato
ho speso come credevo più giusto,
Clòto, se Làchesi spesso ho deluso,
disobbedendo al Fato
che mi aveva assegnato.
Chi più di voi lo sa,
immortali sorelle
nate dalla Giustizia,
che voi, proprio voi, ribelli ci fate
al filo che tessete?
Ora che il tempo mio raggiunto ha il fiume,
prima che ignoto io diventi a me stesso,
Àtropo, tu che alla morte presiedi,
tronca solerte il filo della vita.

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Il 25 ottobre scorso Paola Ferla, 33 anni, è volata giù da un poggiolo e s’è schiantata sul selciato della salita Lercari, che a Genova incrocia via Caffaro. Suicidio, dice la Mobile, e tutto si chiude lì.
Francesco Puglisi, il suo ragazzo, è in carcere da due anni e ne avrà per altri dodici: a Genova 2001 mise fuori uso un imagesbancomat. Per il Codice del fascista Rocco, che la repubblica antifascista utilizza senza problemi di coscienza, il reato comporta una pena che spezza una vita e può capitare che ne stronchi altre, com’è accaduto per Paola Ferla.
Da tempo la ragazza era costretta a due fatiche così atroci, da farle odiare la vita: la pena per il suo compagno sepolto vivo e il rimorso per una irrimediabile leggerezza. Puglisi, infatti, senza volerlo, l’aveva “tradito” proprio lei, lasciando ‘tracce’ telematiche, bancarie e del cellulare e consentendo alla Digos di ritrovarli, mentre erano latitanti a Parigi.
All’inizio la ragazza aveva reagito bene e in un appello del 2013 aveva chiesto aiuto come poteva:

Ciao, sono Paola la ragazza di Gimmy, Francesco Puglisi… Sta in condizioni difficilissime, vive malissimo la situazione perché é stato inserito in una sezione antiterrorismo in isolamento totale… Mi comunica che sta malissimo ed é depresso che fa fatica a mangiare, in poche parole sta molto male. Mi ha detto che la mia presenza é l’unica cosa che lo faccia stare meglio o comunque sono l’unico appiglio positivo in tutta questa situazione. Sabato 22 giugno posso andare a trovarlo, me lo farebbero vedere, ma il problema qui é economico poiché gli unici treni che fanno la tratta… sono treni di lusso, molto cari… Io non posso permettermi questa spesa. Chiedo disperatamente aiuto a tutti per farmi avere questi soldi sia perché voglio vederlo ma non tanto per me ma quanto per la situazione precaria e delicata fisica e psichica che vive Gimmy, dove per aiutarlo veramente bisogna che vada a fare questo colloquio per sollevarlo di morale per quanto possa aiutarlo la mia visita che sicuramente per lui é fondamentale e vitale”.

Povera ragazza. Non aiuterà più nessuno e il suo Francesco pagherà più caro il suo reato. Paola non l’ho mai vista, ma un po’ la conoscevo. Amici comuni me ne parlavano e dopotutto che importa? Fa male comunque: e stata stritolata da una legalità senza giustizia, più immorale di una franca ingiustizia. Chi l’ha conosciuta mi dice che era “terribile” e questo spiega meglio il suo volo tremendo: più “terribile” sei, più una violenza subita ti spezza se ti senti impotente. E’ morta per disperazione e vengono in mente i “suicidati” del Mediterraneo e i morti accatastati senza pietà ovunque esportiamo “democrazia”. Morti che  fanno pensare all’omicidio.
Lo so, ci sono parole semplici, buone per tutti gli usi: “non ha avuto fortuna… dimmi con chi stai e ti dirò chi sei… lex, dura lex… e comunque la giustizia ha da fare il suo corso”. La verità è che Il Codice Rocco disonora la “repubblica democratica” –  (qui il corsivo è d’obbligo) più di un regime apertamente oppressivo come il fascismo. Paola muore di morte riflessa, per una condanna che sta uccidendo un giovane con la galera, solitamente feroce e stavolta spropositata, in un paese che non punisce la tortura e affida la “pubblica tranquillità” agli assassini di Cucchi. Morte per lo sportello di un bancomant. E’ cosa da non credere, ma è così.
Gli autori delle denunce che hanno aperto il caso senza istruttoria di Paola Ferla hanno vissuto in divisa una delle pagine peggiori scritte da una polizia finita anch’essa davanti ai giudici, in un tribunale in cui la “legalità” ha il volto beffardo d’un principio tradito: “La legge è uguale per tutti”. Alla polizia non si sono imputati reati contro cose. Si è trattato di lesioni, torture e sangue versato. L’unico al quale si sono concesse attenuanti è un funzionario, che dopo il pestaggio si dissociò: “non lavorerò più con questi macellai qui’”. La violenza esercitata è risultata “ripugnante” per la Cassazione, ma il capo della polizia, De Gennaro, se l’è cavata con una “promozione” a sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Per quanto riguarda gli altri, la Cassazione ha chiarito che le responsabilità sono riconosciute non in virtù di una presunzione teorica – “comandavano e non potevano non sapere” – ma sulla base di prove inconfutabili. Erano presenti alla “macelleria cilena”, sapevano che c’era stato uno “sproporzionato uso della forza”, sapevano della “messinscena” di un finto accoltellamento di un agente, delle botte, delle torture, dei feriti e delle menzogne.
Il rifiuto di collaborare ha rallentato i processi e la prescrizione ha evitato il carcere. De Gennaro ora è a Finmeccanica, Gilberto Caldarozzi gli fa compagnia, come responsabile della sicurezza, Salvatore Gava è andato all’Unicredit, Filippo Ferri, fratello di un ex ministro, è responsabile della sicurezza del Milan. I più giovani, trascorsi i cinque anni di interdizione dai pubblici uffici, torneranno in divisa. Le lesioni gravi sono state prescritte e invano la Corte Europea per i diritti umani ha condannato l’Italia per le torture di Genova. Mentre i torturatori, colpevoli di reati sulla persona, hanno fatto carriera, Puglisi è stato fatto a pezzi per un bancomat.
Una sentenza umana, lontana dagli intenti repressivi del codice Rocco, una sentenza non politica, quindi, non avrebbe sepolto in carcere Puglisi e quasi certamente non avrebbe condotto al suicidio Paola Ferla.
Paragonata a quella dei poliziotti condannati per i fatti di Genova, la sorte di Puglisi e della sua compagna dimostra ciò che storicamente è chiaro dai tempi di Mazzini: la giustizia in Italia non è uguale per tutti.

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Con la sentenza n. 41 del 09/02/2011, la Consulta ha dichiarato che impedire ai precari della scuola di trasferirsi in altra Provincia, conservando il loro punteggio, è incostituzionale. E’ una notizia confortante, che ancora una volta dimostra, come da tempo il governo provi a trasformare l’arbitrio in norma, sicché ciò che assume valore di legge è sistematicamente ingiusto. Naturalmente la sentenza è una vittoria di chi si oppone, ma induce anche a riflessioni amare.

Non avevano e non hanno torto gli studenti a contrastare come si poteva e si può, con tenacia e coraggio, la “riforma” Gelmini. Non avevano torto, ma erano e sono soli e non ce la faranno: è mancato e manca il sostegno dei docenti e dei genitori. All’Università ci stanno ancora provando, nel silenzio della stampa e nell’irritato fastidio degli insegnanti, impedendo ai Senati accademici di approvare gli Statuti. Sogni di ragazzi? Pratiche “sovversive“? La Corte Costituzionale con la sua sentenza dice che non è così. L’intera struttura formativa del progetto governativo è evidentemente debole e incostituzionale nella sua stessa “filosofia“. Bisognerebbe, quindi, “pensare” una strategia di attacco complessivo in piazza, nelle aule e nei tribunali. Ma chi dovrebbe farlo?

Umberto Eco, nei giorni scorsi, attaccando Berlusconi, ha fatto cenno all’onore dei docenti, ricordando gli undici – ma erano dodici per la precisione – che non giurarono fedeltà al fascismo. Avrebbero, a suo modo di vedere, salvato l’onore della categoria. Con il rispetto che si deve a un uomo di grandissimo valore, è vero il contrario. Quella sparuta pattuglia di coraggiosi mostrò al mondo il disonore di una categoria.

Si parla molto, forse troppo, di “cultura della legalità“. Nulla da dire. Non sarebbe male, però, se si provasse anche a riflettere sulla differenza profonda che c’è tra “legalità” e giustizia. Non sono sinonimi e non è scontato che ciò ch’è legale sia giusto. Le sentenze fasciste che incarcerano Pertini e Gramsci erano perfettamente legali e profondamente ingiuste.

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Il prossimo anno scolastico in Molise mancheranno all’appello 600 studenti. Lo riconosce con disinteressato distacco Miur e lo conferma la Cgil, che rincara la dose: il calo è ben più grave, più di 2000 sono gli alunni “persi” negli ultimi anni. La faccenda non interessa nessuno: Viale Trastevere dorme, Gelmini, presa dalla crociata per la “terra santa”, s’è messa in adorazione del signore e il celebre giravite di Fioroni lavora per smontare il partito di Bersani, che attraversa come può lo scandalo delle primarie.
Il centro della vita politica ormai non è il Parlamento. Si vive di telefonate. Masi a Santoro per mettere in mora la libertà d’informazione, dio padre onnipotente a Gad Lerner per censurare i “postriboli” televisivi – da quale pulpito viene la predica! -, Emilio Fede per far la cresta sulla spesa e procurare prestiti d’onore a Lele Mora, la falsa nipote del dittatore Mubarak per gli inviti a cena a Villa Certosa, il Presidente del Consiglio alla Questura di Milano per risolvere il caso d’una sua amica minorenne accusata di furto e un eletto stuolo di fanciulle per il rituale passaggio dai riti di Dioniso all’impegno politico. Quanta parte del nostro ceto politico abbia imparato il mestiere negli ozi pompeiani della Villa dei Misteri, nelle periferie dei viados e nelle accoglienti camere da letto d’un apprendista tiranno, non è facile dire, ma non ci sono dubbi: i titoli per le “quote rosa” d’una battaglia tardo femminista li assicurano ormai gli audaci calendari delle modelle procaci, i casting di sculettanti ballerine di fila, le fotocamere di noti paparazzi e le ambite comparsate nel degrado televisivo. Dai banchi del governo, ai consigli regionali, il campionario dei “prodotti pregiati” è sotto gli occhi di tutti, ma lo scandalo che prende a schiaffi la nostra dignità non è fatto solo di alcove e festini. Scandalizza la miseria culturale e morale che esprime fatalmente il “Circo Barnum”, di travestiti della politica.
Il ministro Frattini, noto esportatore di democrazia all’italiana, s’è schierato col macellaio Mubarak contro un popolo in lotta per la libertà e il Parlamento non s’è levato in armi. Confortato dal successo dell’indecorosa sortita, l’imbarazzante ministro ha superato se stesso, portando al Senato i panni sporchi della sua famiglia. Meglio ha saputo fare, però, il degno compare Sacconi, arruolato da Marchionne nella lotta ai diritti e per un nuovo welfare, fondato sullo schiavismo auspicato dai padroni del vapore.
In questo clima, la repubblica delle escort va celebrando i funerali del sistema formativo. La riforma universitaria è appena entrata in vigore e già, coperta da scandali d’ogni genere, la polemica monta di nuovo. Gli studenti delle lauree triennali sono stati, infatti, esclusi dalle tesi di laurea sperimentali e dalla partecipazione ai progetti di ricerca. Non bastasse, gli scatti d’anzianità per i docenti sono stati bloccati e gli ultimi tre anni di servizio cancellati: c’è un “buco” di tre anni che forse non sarà possibile colmare. La pietra tombale la poggia sul feretro il rapporto del Comitato Nazionale per la valutazione del sistema universitario, che ci colloca tra gli ultimi Paese al mondo per investimenti pubblici nell’istruzione universitaria. A dar retta agli “esperti” del nostro evanescente Parlamento, la scuola è un’azienda decotta, coi conti in rosso. Una zavorra di cui liberarsi.
I toni sprezzanti, tipici dei regimi autoritari, rimandano direttamente alle sponde del Mediterraneo in fiamme, al Nordafrica e ai Balcani dove, studenti e professori in testa, le popolazioni, stanche di subire, si sono ribellate. La “legalità” non è sinonimo di giustizia e spesso è vero il contrario. Il 14 dicembre, a Roma, la frattura tra legalità e giustizia è apparsa così intollerabile che i giovani hanno assalito i palazzi del potere. I moralisti a pagamento hanno subito puntato il dito su “terroristi” e “cattivi maestri”, sicuri che chiacchiere di pennivendoli, specialisti della disinformazione e forze antisommossa bastino a imporre l’ingiustizia. Tunisi e il Cairo, però, stanno lì a dimostrare che non è vero. A lungo andare, la globalizzazione dello sfruttamento suscita sdegno, unisce le piazze e chiama alla rivolta.

Uscito su “Fuoriregitro” il 31 gennaio 2011. L’immagine è di Daniela Romano

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Non sono armate le ronde di Maroni. Si portano dietro parole pesanti come pietre, ma non sono armate. Disarmato, disarmante, o forse capace davvero di armare la mano, è del resto anche l’onorevole carroccista Bricolo, cravatta e fazzoletto rigorosamente verdi come la bile, quando s’infiamma per stupri rumeni – quelli del maschio italico non sembrano riguardarlo – e, per difendere le “nostre donne,” se la prende con le immigrate: noi gli stranieri non li vogliamo, via di qui. E non fa differenze: donne, vecchi e bambini.
Non sono armate le ronde di Maroni. Sono formate da carabinieri in congedo, da paracadutisti della Folgore in disarmo e da guardie civili nate da una paura incivile, suscitata ad arte per alzare steccati, censire, schedare e concentrare. Non sono armate, ma si portano dietro rigurgiti di medioevo e sono figlie di parole usate come strumento per armare le mani.
Non sono armate le ronde di Maroni, ma ci sono mille modi per creare rapporti di subordinazione sociale e numerose vie per “strutturare” in maniera razzista l’ordine “costituito”. Non sono armate, ma costringono la scuola a scegliere tra civiltà e barbarie e non ci sono dubbi: tra Bricolo e Levi, tra Cota e Verri, tra Bossi e Marcuse, la stragrande maggioranza degli insegnanti sceglierà la tolleranza e la disubbidienza. E spiegherà agli studenti chi è che ci governa.
Maroni non lo sa, ma Mussolini, che di violenza e razzismo fu maestro, ne era convinto: “Gli uomini sono fatti così, è più facile indurli a odiare che ad amare”. E forse non aveva torto. Noi, però, vecchi sessantottini fastidiosi,come ci vuole l’avvocato Gelmini, conosciamo la storia. Noi siamo tolleranti e non manchiamo perciò di ascoltare le ragioni degli altri. Dopo aver ascoltato Cota, Bricolo e Maroni, non saremo però così ingenui da dimenticare che chi ottiene ciò che non gli spetta è un furfante e un ladro. E lo insegneremo, perché Salvemini ha ragione: “La nostra civiltà andrà in rovina se la scuola verrà meno al compito d’insegnare alle future generazioni che ci sono delle cose che non si fanno”.
Don Milani ce l’ha insegnato: “le leggi degli uomini sono da osservare quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole)”. Importa poco se Maroni sia razzista. Le sue ronde sono solo il sopruso del forte e tanto basta. Noi ci batteremo perché siano cancellate.

Uscito su “Fuoriregistro” il 20 febbraio 2009

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