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Posts Tagged ‘Giuseppe Mazzini’

Silvestro_Lega_-_Mazzini_morente,_1873A commento di un mio articolo su Mimmo Lucano  un lettore mi invia un link che rimanda a un reportage:
http://www.recnews.it.
Non ci vuole molto a capirlo: Mimmo Lucano per lui è un volgare delinquente.
Do uno sguardo, mi faccio un’idea della cosa e gli rispondo:
«Di mestiere faccio lo storico e quando racconto fatti cito le fonti. Qui non ci sono; di conseguenza sono chiacchiere».

LD – così si firma il lettore – replica dopo poche ore, non so se ironico o irritato:
«Se lei è uno storico dovrebbe notare che c’è della documentazione debitamente citata».

Mi sorge il dubbio di non aver prestato la necessaria attenzione, torno sul link, ma ne ricavo solo una conclusione: la discussione è inutile. Due posizioni inconciliabili. Per non essere scortese, provo tuttavia a spiegarmi:

«Quali sono le fonti? Tutto rimanda alle accuse mosse dai giudici, che però, almeno per ora, non hanno praticamente valore».

LD se ne sta zitto per cinque giorni. Quando non me ne ricordo più, lo ritrovo però sul mio blog. Ha deciso di riprendere la discussione:
«Sta dicendo che il lavoro della Procura della Repubblica non ha valore? La vicenda è stata comunque trattata grazie a una copertura documentale che va dal 2010 a oggi. Non c’è solo l’ordinanza. Questo ha molto più valore delle chiacchiere fatte senza nessuna base».

Può darsi che sbagli, ma a me pare ormai un dialogo tra sordi e non mi va di perdere altro tempo. Decido di chiudere e glielo dico:
«Sì, finché non si giunge a una sentenza definitiva, non ha valore.
Anni fa, secondo una Procura della Repubblica, io ero una sorta di pericolo pubblico, colpevole persino di istigazione alla rivolta. Si trattava solo di chiacchiere, firmate da un magistrato incapace o in malafede. Fui assolto perché il fatto non sussisteva.
Il lavoro di una Procura va preso con le molle. Negli archivi di Stato esistono prove inoppugnabili che riguardano processi truccati da funzionari di polizia che mentono sapendo di mentire. Ho trovato una lettera di Crispi che chiede ai magistrati una sentenza rapida ed esemplare – giusta o ingiusta non gli interessa, quello che conta è che gli consenta di sciogliere il PSI. L’ottiene, ma il processo è una tragica farsa. Ho trovato persino la lettera di un Questore che raccomanda ad alcuni commissari di Pubblica Sicurezza di concordare una versione comune da fornire alla stampa e al magistrato. I commissari obbediscono e gli assassini in divisa, che hanno ucciso a colpi d’arma da fuoco un giovanissimo operaio, evitano il processo.
In quanto a Lucano, che dire? La disobbedienza civile prevede reati che i Tribunali condannano. E’ la storia poi che processa i tribunali e assolve gli imputati. Ci sono migliaia e migliaia di antifascisti spediti in galera e al confino per reati previsti dalle leggi fasciste. Violarono la legge? Certamente. Oggi però meritano quel rispetto che non hanno meritato i giudici che li condannarono. Nell’Italia liberale, Mazzini morì esule in patria sotto falso nome. Negli anni del fascismo Pertini finì in galera, in quelli della Repubblica fu considerato un uomo integerrimo. L’antimilitarista Don Milani morì da imputato nella Repubblica che ripudia la guerra, ma oggi è ritenuto un maestro.
Questo è. Si rassegni e non speri di convincermi. Spreca il suo tempo. Si tenga la sua legittima opinione e aspetti. Mi creda, però, e ci rifletta: la storia, non i cronisti e i tribunali, dirà se Mimmo Lucano è un criminale, come lei crede o, come invece penso io, un esempio di virtù civile.
Qui si chiude. Non pretendo di aver ragione e rispetto la sua opinione, ma non abbiamo altro da dirci».

Perché riporto la discussione? Perché non so trovare un modo migliore per spiegare una sensazione di straniamento che mi accompagna da qualche tempo: è come se fossi sceso da un treno per errore in un paese che non è il mio. Io non capisco gli altri e gli altri non capiscono me.

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E’ il 4 febbraio 1861. Sono passati quattro mesi da quando Garibaldi ha piegato sul Volturno ciò che resta della truppe di Francesco II e mancano due settimane alla prima seduta del Parlamento italiano. Passa per Napoli in tutta segretezza, come fosse un volgare malfattore, Giuseppe Mazzini, al quale guarda, come ad un maestro, l’Italia democratica, messa in scacco dalla politica di Cavour, che non avrebbe conseguito nessuno dei suoi obiettivi senza l’aiuto determinante della sinistra mazziniana e garibaldina. Pochi mesi ancora, poi Cavour sarà stroncato da un’improvvisa malattia e i suoi successori, incapaci di proseguirne la politica, acuiranno le già fortissime contraddizioni del processo d’unificazione nazionale, gettando un’ombra nera e lunga sul futuro del Paese: l’impiego di 120.000 uomini, metà dell’esercito italiano, accampati nell’Italia meridionale, una guerra civile, sociale e politica che costerà al Paese più morti di quelli causati dalle guerre d’indipendenza, una politica fiscale di classe che tutelerà la rendita fondiaria – gli uomini della destra storica sono soprattutto proprietari terrieri – attaccando ferocemente i redditi della ricchezza mobiliare e giungendo a tassare il “macinato”, l’assoluta insensibilità nei confronti delle esigenze della società civile, l’ignoranza completa dei problemi reali della gente, la violentissima compressione sociale e le conseguenti, ricorrenti rivolte contadine, costituiranno il bilancio largamente negativo di una classe dirigente che, stando al cliché del revisionismo, faceva politica per “servire lo Stato”.
Come un ladro, dicevo, passa per Napoli Giuseppe Mazzini ma non sfugge all’occhiuta polizia sabauda, che farà presto rimpiangere ai dissidenti politici i metodi del borbonico Liborio Romano. A guidare le forze dell’ordine, nell’ex capitale, è Silvio Spaventa – patriota, perseguitato politico e “galantuomo” di destra, formatosi all’idea hegeliana dello Stato – che immediatamente scrive a “Sua Eccellenza il Segretario G.le di Stato presso la Luogotenenza Gen.le del Re” una lettera che ho rinvenuto nell’Archivio di Stato, inedita credo, che vale la pena di riportare integralmente:

Da persona degna di qualche fede – scrive Spaventa – sono assicurato che il Mazzini è di nuovo qui; questa notte egli avrebbe dormito in casa il Direttore [sic] del Popolo d’Italia e nel momento che scrivo sarebbe in casa dell’Acerbi; andrebbe in Caserta la notte ventura. Se queste cose fossero vere, come avrei da regolarmi?
Quando S.M. era qui, e vi si trovava pure il Mazzini, si stimò non conveniente di procedere ad alcun atto contro di lui. Come V.E. sa il Mazzini fu condannato nelle antiche province a morte in contumacia. Oggi crede V.E. che dobbiamo fare nello stesso modo?
Mazzini veste ancora l’abito di tenente colonnello garibaldino, come vestiva l’altra volta che fu in questa città. Mi dicono ancora che degli emissari mazziniani sono spediti presso te nostre truppe regolari nelle diverse province, con qual fine non saprei dire determinatamente.
Piaccia all’E.V. rimanere intesa, perché se il crede bene ne avverta anche il Generale Della Rocca.
Il Consigliere
S. Spaventa”

Mazzini non era un terrorista, ma aveva subito una condanna a morte, comminatagli da un tribunale sardo, per cospirazione politica e – diremmo oggi – organizzazione e partecipazione a banda armata. E’ la condanna cui fa cenno Spaventa, incerto se mettere le mani addosso al grande rivoluzionario e trattenuto soprattutto dalla divisa di “tenente colonnello” e dalla probabile reazione garibaldina. Un criminale politico è Mazzini – non comunista – ma combattente, come i fratelli Bandiera, Pisacane, come più tardi gli antifascisti, come i partigiani, che andarono al patibolo portando addosso la scritta ammonitrice: “Banditen”. E’ così. “Banditen” fu Garibaldi, “banditen” fu Che Guevara, “banditen” sono sempre stati, per i Paesi che li hanno imprigionati e condannati a morte, tutti i combattenti della libertà. I tribunali che li hanno giudicati erano per lo più legalmente costituiti e i governi contro cui si sono battuti avevano credito internazionale, ambasciatori accreditati, facevano parte, insomma, del “concerto delle nazioni” ed esercitavano la legale violenza che uno Stato ha potestà di usare per far rispettare le proprie leggi. Da un punto di vista politico i rapporti tra potere costituito e rivoluzionari – veri, presunti o sedicenti – sono chiarissimi, si regolano senza problemi ed in genere la stragrande maggioranza dei contemporanei è dalla parte del potere costituito. I giudici e i governanti fanno il loro mestiere.
E perciò i governi governino, senza tirar fuori ogni volta che gli serve una “bomba intelligente” che capisce da sola quando deve esplodere, e non perdano tempo a scrivere la storia. Non serve: è la storia a decidere chi ha il futuro dalla propria parte. Vorrei vedere oggi un governo italiano che, ricordando le vicende politiche che conducono alla nascita politica del Paese, definisca terroristi – o, perché no?, anarchici insurrezionalisti – i fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, Mazzini, Garibaldi e, ciò che sarebbe coerenza, Silvio Spaventa,  che fu ad un tempo “banditen” per i Borboni e persecutore di “banditen” per i Savoia.
Ciò che stiamo perdendo in questi anni non è il senso dello Stato. No. Quello che stiamo perdendo è il senso del ridicolo. E’ talvolta il primo segnale d’una catastrofe.

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