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Posts Tagged ‘Giuliano Ferrara’

ImmagineSi sono presentati nel cuore della notte. Militari armati fino ai denti, come si fa con i delinquenti pericolosi, i mafiosi e i “terroristi”. E’ accaduto in Cisgiordiana, alla periferia di Ramallah. Si fosse trattato di Mosca, Mentana e soci sarebbero usciti con edizioni straordinarie, l’urlo della democrazia ferita, le interviste scandalizzate e l’immancabile raffica di dichiarazioni dei leader dell’Occidente “democratico”. I Comuni sarebbero in subbuglio, coi fari puntati su gigantografie dell’arrestata, le bandiere a mezz’asta, i capannelli di “democratici” angosciati, in presidio permanente e Giuliano Ferrara in testa a cortei di protesta, pronto a partire per la prevedibile rivoluzione arancione.
Per Khalida Jarrar, arrestata di notte nella sua casa il 2 aprile scorso da soldati israeliani, non s’è mossa una foglia, non s’è udito un lamento e nessuno s’è scandalizzato per il penoso comportamento dello Stato israeliano, che la stampa di regime continua a definire la sola, “grande democrazia” mediorientale. Eppure la donna non è solo un’attiva femminista e militante palestinese. Khalida Jarrar è deputata in carica per il Fronte Popolare per la Liberazione del suo Paese al Parlamento palestinese e membro della Commissione parlamentare per i prigionieri politici.
Gli italiani sanno tutto di Amanda e Tonino, ma ignorano certamente che Ramallah fa parte di quel territorio che faticosi accordi internazionali hanno posto sotto la totale amministrazione dell’Autorità Nazionale per la Palestina. Gli italiani sanno tutto dei libri e del vino di D’Alema, ma nessuno gli ha mai detto che, dopo l’arresto, il 5 aprile scorso, una corte militare israeliana, senza contestare un’imputazione, senza mettere su uno straccio di processo, ha condannato la deputata palestinese a sei mesi di arresto amministrativo, rinnovabili alla scadenza a tempo indeterminato. Gli italiani, completamente presi dal bombardamento di cronaca rosa e cronaca nera orchestrato da Bruno Vespa e dai suoi strapagati complici, ignorano che l’unica “grande democrazia” del Medio Oriente detiene attualmente nelle sue carceri 18 parlamentari palestinesi, di cui 9 condannati anch’essi agli arresti amministrativi, strumento repressivo del vecchio colonialismo inglese, inventato ai tempi dell’occupazione militare britannica della Palestina mandataria. Un provvedimento così incompatibile con la democrazia, che il diritto internazionale vigente lo ritiene possibile solo in via eccezionale e per motivi straordinari. Vie eccezionali e motivi straordinari che nel caso dei deputati palestinesi non esistono.
Se la nostra stampa fosse ancora libera e non facesse gli interessi dei ceti dominanti, sarebbe chiaro a tutti che Israele,“unica democrazia” del Medio Oriente, ha trasformato il provvedimento in un abuso quotidiano, tant’è che, senza andare lontani, dal 1 gennaio 2015, per quel che è possibile sapere, almeno 319 palestinesi sono stati arrestati per via amministrativa, senza imputazione e senza processo; fra loro, persino minorenni, bambine e bambini che hanno probabilmente tirato un sasso ai militari dell’armata che occupa brutalmente la loro casa.
Khalida Jasrrar non ha tirato sassi, ma per Israele è come fumo negli occhi, anzitutto perché donna e femminista che oppone la sua militanza all’invasore – la destra israeliana ama molto le donne militari, ma odia le donne militanti nella Resistenza – e poi perché esperta di diritto umanitario. Quel diritto che Israele calpesta metodicamente e impunemente. In questo senso il provvedimento di arresto si spiega agevolmente come ritorsione del governo israeliano che non le perdona il colpo subito lo scorso agosto, quando Khalida ha potuto disobbedire all’ingiunzione che la espelleva da Ramallah, sede del Parlamento, opponendosi alla prepotenza sionista con gli strumenti legali della propria resistenza fisica, legittimamente fondata sulla quarta convenzione di Ginevra.
Di tutto questo in Italia purtroppo si sa poco o nulla. Per gli italiani, divisi perennemente nelle falangi di innocentisti e colpevolisti sui processi per omicidio che si istruiscono direttamente nei salotti televisivi, Ramallah e Gaza, sottoposta al quotidiano genocidio dello Stato d’Israele, per lo più non esistono. Quando compaiono nei nostri giornali, sono solo covi di feroci terroristi e inutilmente bussano alla porta della nostra coscienza.

 Agoravox, 11 aprile 2015; Fuoriregistro, 13 aprile 2015; La Sinistra Quotidiana, 15 aprile 2015.

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Studenti e centri sociali: ecco il patto del terrore”. Così titolava la stampa nel dicembre scorso, ma chi se ne ricorda più? La “Rete 29 aprile”, i sovversivi travestiti da ricercatori, annidati nelle università massacrate dalla pregiata ditta Gelmini & Co, sono spariti dalle pagine dei giornali. Un nuovo “terrorismo” ruba la ribalta a Giavazzi e Abravanel e l’allarmante democrazia italiana dà il meglio di sé nei cimiteri d’acqua mediterranei, nelle guerre umanitarie tra alleati svergognati e nei pruriti alla Tinto Brass sui disordini sessuali dei nostri arzilli nonni. Non è uno spettacolo politico edificante per i nostri giovani, tutti più o meno disoccupati nella repubblica fondata sul lavoro, ma saremmo negli standard della nostra “libera stampa” e della neoliberista “democrazia dei nominati”, se in tanto buio, non fosse così chiaro che l’apparenza inganna. Normale democrazia da esportazione è un Presidente della Repubblica che ci chiede candidamente di bombardare la Libia, ma altrettanto candidamente sostiene che non si tratta di guerra. La guerra, quella vera, ormai lo sanno tutti, la fanno i nipotini del Presidente coi soldati di latta e i modellini da collezionisti. Qualcuno dovrebbe spiegare perché non c’è un centesimo per la ricerca, mentre si trovano miliardi per andare in giro a seminar la pace a colpi di cannone, ma nessuno ci pensa e siamo ancora nella “normale” democrazia del tempo nostro, quella che ad ogni pie’ sospinto chiama a difesa dei sacrosanti principi del diritto internazionale, poi li fa a pezzi e non c’è nulla da dire. Nella nostra “normale” democrazia esistono sempre due spiegazioni opposte per lo stesso fatto. Se un commando palestinese viola la sovranità di un Paese occidentale e giustizia senza processo un uomo disarmato, non ci sono dubbi: Giuliano Ferrara, Magdi Allam, Scalfari, Bersani, Mieli, Lucia Annunziata, il cardinal Bertone e tutti assieme leghisti, forzisti, futuristi, democratici, radicali, piddisti, casinisti e diprietristi, organizzano fiaccolate e manifestano sdegno per l’inqualificabile gesto d’una banda di barbari terroristi. Se la bella impresa nasce occidentale, va tutto bene madama la marchesa e, per favore, non facciamo domande, non disturbiamo l’Onu, non mettiamo su processi mediatici, non bruciamo bandiere e prepariamoci al peggio: occorrono quattrini per la difesa, perché s’aspetta presto la reazione e, poverini, i mercati turbati fanno capriole, intaccano i profitti e squintarnano le Borse. Marchionne vorrà perciò duemila referendum, Draghi riprenderà la litania sui conti pubblici e lo scialo dei pensionati e Napolitano, per suo conto, d’accordo naturalmente sui dolorosi tagli, si dirà preoccupato per la disoccupazione giovanile quantomeno raddoppiata.

Se l’assassinio pachistano dei crociati a stelle e strisce non sollevasse l’allarme per ogni dissidenza e non fornisse l’occasione per tornare quatti quatti alla campagna sugli studenti, i centri sociali e il “patto del terrore”, saremmo nello standard della nostra “libera stampa” e della concezione neoliberista della “democrazia dei nominati”. Così però non pare. Sarà un caso ma, mentre nel Lazio ormai nero c’è chi si candida per la Polverini, in nome di Mussolini, mentre a Milano impazzano bande di neofascisti e a Napoli si mette mano al coltello minacciando “antifà vi buchiamo”, mentre tutto questo accade e le liste elettorali puzzano di camorra, la Digos non sa trovar di meglio che arrestare gli immancabili anarchici nell’innocente Firenze. Quali anarchici? Quelli dello “Spazio Liberato 400 colpi”, una delle piccole “stelle” della “galassia contestatrice” che tanto preoccupò l’antiterrorismo nei giorni vergognosi dello scorso dicembre, quando fu chiuso il Parlamento e la compravendita dei deputati prese a schiaffi quel tanto che sopravviveva di legalità repubblicana.

A che gioco si stia giocando non è dato sapere, ma la domanda è d’obbligo: chi si vuole intimidire e perché? Chi difende diritti? Chi scende in piazza sdegnato per il razzismo di Stato? Chi è stanco e nauseato dei rapporti tra politica e criminalità organizzata? Chi si prepara a sostenere la flottiglia che parte per Gaza nel nome di Arrigoni e dimostra coi fatti che il silenzio dell’opposizione politica non garantisce la resa incondizionata dell’opposizione sociale?

Diciamolo prima e registriamolo a futuro memoria: quale che sia il gioco, è un gioco sporco.

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Giuliano l’apostata l’avevo perso in quel ’68 alla rovescia che fu il 2008. Bottone giallo e slogan demenziale: “fate l’amore, non l’aborto“.
Il fondo l’ha toccato, m’ero detto.

L’ultima penosa conversione paolina, nata sulla via di Damasco, lì l’ha sepolto, a Damasco, e se n’è persa persino la memoria. La vita sa essere anche giusta e onore al merito di Diego Novelli, un galantuomo che, se gli dici Ferrara, ti domanda “quale?“. “Giuliano“, tu rispondi, “Giuliano Ferrara” e, di rimando, il vecchio comunista non ci pensa due volte: “Guarda, quando sento dire con tono ammirato e amichevole che Giuliano Ferrara, comunque, è una delle persone più intelligenti che io ho conosciuto, mi va la mosca al naso!“.
Più chiaro di così, si muore.

Sepolto dal ridicolo a Damasco, quel rivoluzionario di Giuliano è risorto dalle sue stesse ceneri ed è tornato prepotentemente sulla scena d’un Paese che non conosce limiti al degrado. Non sarà uno scoop, però voglio dirlo, anzi, gridarlo ai quattro venti. La “rivoluzione liberale” di Berlusconi, annunciata nel ’94 e abortita di lì in poi per i sabotaggi delle toghe rosse, ha un “nuovo” profeta.  Giuliano Lazzaro, nemico dell’aborto. Giuliano, sì, morto, sepolto e ritornato in vita, uno che s’è fatto le ossa alla scuola della classe operaia torinese.
Un comunista pentito.
Certo, Novelli e compagni avrebbero di che interrogarsi – alla stessa scuola s’è formato Fassino – ma tant’è, prendiamone atto. Le cose stanno così.
Stretto da ogni parte da una boccaccesca questione di gonnelle e da questori di manica misteriosamente larga con minorenni border line  e vecchi satiri compiacenti, Berlusconi s’è deciso. La nobile rivoluzione di Gobetti, che riposa ignaro tra marmi e cipressi al Pére Lachais, è ora in mano all’equilibrio instabile di Giuliano Ferrara, passato inopinatamente dai bolscevichi ai crispini. Ognuno ha i profeti che merita e i tempi sono quelli che sono, perciò non trovo scandaloso quello che accade. No. M’indigna che la stampa tutta ora s’inchini alla saggezza del rinato Ferrara.

Guardiamoci attorno.
Un porcile.
La barca affonda nel fango e chi non ci sguazza con rivoltante cinismo, se ne sta zitto e prende la sua parte. Tutti levano le loro candide bandiere morali. Quelli di Berlusconi accusano i democratici che imbrogliano se stessi alle primarie, i democratici di Bersani puntano il dito sul presunto bordello d’Arcore, ma in Parlamento si prova a cancellare dall’articolo 41 della Costituzione la responsabilità morale che vincola le aziende –  si spiana così la via al massacro di Marchionne – e non c’è voce di dissenso: consentono tutti, maggioranza e opposizione.

C’è un tema che scotta: l’Egitto, Mubarak e la democrazia, quella che esportiamo a cannonate fino a Kabul e, qui, a un tiro di schioppo da noi, non solo lasciamo che muoia senza muovere un dito, ma prendiamo le difese del dittatore. Se non metti a ferro e fuoco il Parlamento per le bestialità di Frattini, come fai a contrastare la “rivoluzione liberale” di Giuliano?
Povero Gobetti.

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Occorre dare a Cesare, ciò che a Cesare si deve. Giorgio Israel, che non ritiene lesiva della sua dignità la collaborazione col ministro Gelmini, s’è offeso: gli hanno dato del “negazionista“. E’ accaduto anche a me e so che la parola può ferire profondamente. Mi auguro perciò con lui che “esistano ancora persone perbene capaci di tenersi alla larga da questo schifo“, ma prendo atto: abbiamo una diversa concezione dello “schifo” e non se l’abbia a male se civilmente gli ricordo che la vera saggezza insegna la prudenza e qualche volta è vero: “Chi ha colpa del suo mal pianga se stesso“.
Sia come sia, Israel non nega, e sostenerlo sarebbe mentire. Provoca, questo sì, fa il “cascatore” e, se trova lo sgambetto al limite dell’area, leva le braccia al cielo e invoca il … calcio di rigore. Questo sperava, utilizzando quel modello di giornalismo indipendente che è Il “Foglio” di Giuliano Ferrara, il matematico con l’hobby della didattica, su questo contava, quando s’è avventurato in una requisitoria sui disturbi specifici di apprendimento che, senza negare nulla, autorizza a preoccuparsi seriamente dello stato degli studi matematici nelle università del nostro Paese: uno sgambetto e il tuffo. Se cadendo s’è fatto male, certo, non fa piacere, ma si sa: sono gli incerti del mestiere.
Secoli fa” – scrive l’offeso professore con evidente nostalgia – “il calcolo mentale e l’arte della memoria erano considerati una virtù da coltivare intensamente. Oggi facciamo persino il conto della spesa sulla calcolatrice del cellulare e imparare le tabelline è opzionale“. Per evitare gli strali del neofita della didattica, occorrerà attrezzarsi: a scuola studieremo i conti lunghissimi dei supermercati, daremo il bando alle calcolatrici e, per esser certi di non sbagliare, pretenderemo tabelline a memoria tre volte al giorno per trenta volte trenta. Non dovesse bastare, il trenta diventerà sessanta e non è detto che finisca qui. Una certezza l’abbiamo: avremo così dei matematici valenti come il celebre “settecentesco Leonhard Euler“, in grado di “calcolare a mente uno sviluppo in serie fino al settimo termine” e fare, quindi, un mare di calcoli difficili, ricordando a memoria un’immensa quantità di risultati parziali. Tutto questo ci riuscirà facilmente con chiunque, quali che siano le capacità, i problemi e le difficoltà; la ricetta è sicura – garantisce Israel e bisogna credergli – bastano il conto del supermarket, l’eliminazione delle calcolatrici e le tabelline studiate a memoria. Come non bastasse, elimineremo la “discalculia“, la difficoltà di calcolo, che, sostiene Israel è “la componente evanescente” di un “disturbo scientificamente inconsistente” e, quel che più conta, “quasi sempre indotta da cattivo insegnamento“. Israel, quindi, non s’è mai sognato di negare decisamente, ha preferito tuffarsi in area e sperare gli andasse bene. Israel non nega nulla. Si limita a disegnare un quadro qualunquistico e grottesco degli insegnanti. Colpisce nel mucchio e, poiché non fa nomi, ripete con una punta di monotonia, che non offende nessuno. Se dico bestiario non offendo le bestie, sostiene arditamente il consulente della Gelmini, e si lascia andare alle sue acutissime descrizioni. Questa, per fare un esempio, è, per il correttissimo matematico, una indefinita “Scuola materna“. Tre personaggi. Un genitore muto, un ragazzino querulo che accusa, e una maestra stupida e ignorante. Nessun nome, come fa solitamente chi ha un cuore da leone.

Bambino: Maestra, Luca dice che 2 più 3 fa 5, io dico che fa 6. Chi ha ragione?
Maestra: Non dovete parlare di numeri !!
All’uscita dalla scuola:
Maestra al genitore: La avverto che il suo bambino parla sempre di numeri. Non si deve parlare di numeri prima della prima elementare. Assolutamente. È controproducente. In questa fase noi dobbiamo introdurre i bambini soltanto agli indicatori topologici, “davanti”, “dietro”, “sopra”, “sotto”, in modo che acquisiscano il senso della spazialità, assieme a quello della temporalità. Ma niente numeri, mi raccomando, nemmeno a casa!

E non va meglio proseguendo gli studi.

In una “Terza elementare” la maestra è demente, la botta fulminante:
Bambino: Maestra, è questa l’altezza di un trapezio?
Maestra: Ancora non dovete sapere cos’è l’altezza
“.

Israel è tutto qui, in queste sue scenette drammatiche e rivelatrici. Lui è l’alunno, lui la maestra, lui la scuola. Lui, lo scienziato convinto che la psicologia curi solo malati, il professore che pensa di conoscere il confine tra malattia biologica e malattia dell’animo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 maggio 2010.

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Nella nostra storia esistono anche le foibe. Sono un episodio tragico che ha radici lontane: affondano nella cosiddetta “grande guerra“, una tragedia dalle dimensioni ben più feroci nella quale su seicentomila uomini persi, centomila furono uccisi dagli stenti e dalla fame, volontariamente abbandonati al loro destino dal governo italiano mentre erano prigionieri della Germania e dell’Austria che non avevano come alimentarli. Perché? Solo perché la resa fu considerata diserzione. Non dico sciocchezze. Giovanna Procacci lo ha dimostrato documenti alla mano ed è sorprendente che il Parlamento non abbia pensato di ricordarli in un giorno della memoria, così come non ne ha mai dedicato uno alle migliaia di prigionieri dei tedeschi lasciati a morire di fame e di freddo perché rifiutarono di aderire alla Repubblica Sociale.
Radici lontane, quindi, che risalgono alla rottura del fronte interventista, quando i fascisti appiopparono a Bissolati il titolo di “croato onorario” e Salvemini divenne Slavemini. Ciò che il fascismo fece agli slavi, gareggiando in ferocia coi nazisti è cosa su cui non intendo fermarmi: fu una barbarie. Si dirà: ma la violenza fascista non giustifica la reazione. Certo. Però la spiega e questo è il compito della storia. Quello che non si spiega, invece, è l’insistenza crescente, la strumentale speculazione politica che attraversa la memoria storica delle foibe per rovesciarne il senso, mettere sotto processo la sinistra e far passare Diliberto e compagni per i protagonisti di una “congiura del silenzio” in un paese in cui altri e ben più gravi silenzi pesano sulla coscienza collettiva.
Ho sentito più volte Storace e compagni chiedere alla sinistra di dire fino in fondo la verità sulla storia del nostro paese e mi domando se tra le verità da raccontare siano incluse le bombe di Piazza Fontana, quelle di Brescia e Bologna e quelle esplose nei treni e nelle piazze funestate dai neofascisti.
Verità e silenzio, mi pare, sono i temi d’obbligo quando si parla di foibe e non si capisce chi avrebbe taciuto. C’è una tradizione fortemente critica del comunismo di parte della sinistra che va da Malatesta e Salvemini e giunge ai nostri tempi con Scotti. Sono cose note che si finge d’ignorare. Tanti, da Giuliano Ferrara a Galli Della Loggia, strepitano e strillano per questo presunto silenzio e tutti fingono di non sapere che per anni la grande stampa, tutta borghese e figlia del capitale, non dava spazio a chi aveva in tasca tessere rosse; tutti fanno finta di non ricordare che solo di rado chi era di sinistra vinceva un concorso per entrare a scuola, negli archivi e nelle biblioteche. Chi avrebbe taciuto, quindi, se l’editoria era in mano a borghesi, se Laterza era dominio di Croce e la Feltrinelli non era nata ancora? Einaudi da solo fu tutto il silenzio d’Italia?
Stettero zitti i politici. Ma quali? Quelli dell’area “atlantica” hanno di certo taciuto, perché Tito aveva rotto con Stalin ed era guardato con occhio benevolo. Per la sinistra socialcomunista, ministro degli esteri, nel Governi Parri e poi in quello De Gasperi, fu Pietro Nenni, ex interventista che sentì fortemente il problema dei confini orientali e si batté con tutte le sue forze per scongiurare il pericolo che si imponessero al paese le scelte fatte a Malta nel febbraio del ’45 da Roosevelt e Churchill, poi formalizzate in una proposta francese per la creazione di un territorio libero di Trieste. Nenni peregrinò per le cancellerie europee – Oslo, Amsterdam, Londra, Parigi – ma ottenne solo impegni generici. Sull’Avanti! fu lucidissimo, difese l’autonomia nazionale, chiese trattative dirette con la Jugoslavia ed ebbe chiaro che dalla soluzione della questione non dipendevano solo i futuri rapporti con Tito, ma anche la possibilità di una convivenza pacifica tra due paesi di opposto regime politico e l’autonomia da Mosca e dagli Occidentali. Quando si rese conto che il confine non sarebbe mai passato per la linea etnica, chiese che il territorio libero di Trieste comprendesse almeno Parenzo e Pola e che le questioni più delicate fossero risolte da referendum. Fu Nenni, ancora lui, per la sinistra, a chiedere a De Gasperi, dopo la firma della pace, nel febbraio del ’47, di attendere che anche l’Urss approvasse il trattato prima di chiederne la ratifica in Parlamento. Margini di mediazione però non ce ne’erano. L’Italia era un Paese vinto e la situazione internazionale non ammetteva scelte. Anche a Tito, che troppo tardi, diffidando dell’Urss, chiese trattative bilaterali, fu del resto immediatamente opposto un rifiuto. Il piano Marshall, la crisi di governo voluta da De Gasperi e la guerra fredda chiusero la partita.
Verità e silenzio. Ma chi avrebbe taciuto? Rimangono indiziati gli storici della sinistra ai quali si può muovere mille critiche, ma per i quali valgono anche mille considerazioni. Cortesi, Arfè, che non furono certo teneri con Togliatti, per non dire di Merli e Bosio, avevano davanti una catastrofe immane come la seconda guerra mondiale con i suoi cinquanta milioni di morti. Era per loro impensabile cominciare a scrivere di storia partendo da una graduatoria degli orrori, perché l’orrore era stato la caratteristica della guerra e di ciò che l’aveva generata: Coventry, Dresda, le città fucilate, le fosse di Katin, i gulag, la Shoa, le foibe, Hiroshima, Nagasaki. Nessuno pensò a fare l’elenco. A tutti sembrò più importante e serio ricostruire la storia stravolta dalla lettura fascista. E non a caso si partì da maestri che non provenivano dall’accademia: Croce, Gramsci, Salvemini. Occorreva capire come era stato possibile precipitare tanto in basso. Per gli orrori c’era la nausea e bastava. Contava soprattutto conoscere l’Italia dei partiti, del movimento operaio, dell’antifascismo e della Resistenza. Contava capire come era stato possibile precipitare nell’abisso.
Nessun silenzio voluto.
Poi certo, è cominciato un processo nuovo. La storiografia non si ferma, la revisione è naturale e c’è sempre chi torna a fare ricerca su Cesare e sulla repubblica romana. Ma il bisogno di approfondire, articolare le conoscenze, il bisogno di una revisione del giudizio storico, incontrandosi con la crisi politica e l’avvento di Berlusconi è diventato fatalmente propaganda politica. C’erano mille verità non dette cui sarebbe stato giusto dare rilievo: i gas sugli etiopi i massacri libici, l’ignominia jugoslava e infine le foibe, delle quali in fondo non si interessa nessuno. Quello che serve è presentare il conto a croati e sloveni, senza tener conto di quello ben più salato che essi potrebbero presentare a noi. Quello che serve è riesumare un anticomunismo postumo, anacronistico e grottesco, ricordando lo slogan di Goebbles: raccontare molte volte una menzogna è come dire una verità.
La domanda a cui occorre dare veramente risposta è una: come si è potuto giungere a questa così penosa strumentalizzazione politica di una dolorosa vicenda storica? Gianpasquale Santomassimo l’ha scritto e si può essere completamente d’accordo. Per un secolo la politica ha cercato legittimazione nella storia, vantando radici nel passato. Mussolini le cercò nel mito della romanità, la sinistra nelle lotte del movimento operaio e nell’antifascismo. Poi sono venuti l’89 col crollo del socialismo reale e il ’92 con Tangentopoli; il passato è diventato d’un tratto ingombrante e il processo s’è capovolto. Nessuno cerca più legittimità nella storia perché essa è vergogna, lutto, dolore, violenza e c’è bisogno del “nuovo” che processa la storia e la separa dalla politica. I fascisti non sono più mussoliniani, il Pci si è autosciolto e i cattolici non sono più democristiani. Siamo al punto che un partito, per non essere invischiato nel passato, prende nome e cognome dal suo leader o cerca battesimo al mercato dei fiori, sicché si sprecano rose nel pugno, garofani e margherite. Siamo giunti alla “Cosa ed al partito dei “senza storia” e, su tutto, si leva la comoda categoria del totalitarismo che esalta le comparazioni e cancella le differenze secondo le leggi del pensiero unico. Orwell aveva ragione: chi controlla il passato governa il futuro e chi controlla il presente gestisce il passato. Quello che conta è avere in mano il giorno che ora vivi. Sia pure. Questo però non è fare storia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 10 febbraio 2007

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