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Posts Tagged ‘Giovanni Giolitti’

IMAG0158Lo sanno tutti: l’intelligenza critica terrorizza il potere. A Socrate, che insegnava alla gioventù ateniese il valore del dubbio e l’autonomia di pensiero, la “democratica” Atene riservò la cicuta. Non stupisce perciò se oggi una democrazia autoritaria che sfocia in regime, sia particolarmente interessata al significato e al ruolo della storia e provi a chiuderla nella gabbia del passato. Per quel che riguarda Napoli, nulla più di una memoria manipolata, che ci soffochi tutti nello stereotipo della “città di plebe” , torna utile al malaffare politico. La storia, infatti, è una preziosa chiave di lettura del presente e non è vero che non insegni nulla: non si spiegherebbe perché ogni dittatura miri a falsificarla.
A leggerla con la lente deformante della vulgata storica, Napoli vive fuori dal tempo: l’eterna camorra, la plebe sanfedista quasi per vocazione, la borghesia mai veramente nata, una classe operaia inesistente. Una città incline alla collusione, che il ’99 priva delle sue più lucide intelligenze e perciò storicamente incapace di stare al passo coi tempi. A Napoli il vento viene sempre dal Sud: è africano, languido e dissolvente. Vento del Sud persino le “Quattro Giornate” degli scugnizzi, sicché pare quasi che l’altro vento, quello del “cambiamento”, il “vento del Nord”, si spenga al Sud non perché la mancata epurazione, decisa nel cuore del Paese, ricicla il fascismo, ma per il sudaticcio scirocco che aiuta il trasformismo dei notabili, produce i Lauro e la corruttela che la città si porta nel Dna come male genetico. Una banda di neofascisti ci ammazza un ragazzo a Roma, nell’inspiegabile torpore della Forza Pubblica che poco prima, a Piazza Barberini, aveva massacrato di botte i movimenti antagonisti? Per l’immaginario collettivo la cicuta è pronta: “Genny ‘a carogna” è il colpevole vero e con lui Napoli, che sta coi camorristi. Sul tasto della plebe si torna, quando un carabiniere uccide a sangue freddo un ragazzo di periferia. Colpo “accidentale” che non indigna nessuno. Scandalosa, ammonisce Serra dal pulpito di Repubblica, è la città che pretende le scuse dei carabinieri.
Mentre fiumi di soldi per “riqualificare” Bagnoli mettono in moto camarille e comitati d’affari politico-malavitosi, questa tragica sceneggiata fa da sfondo alla sospensione del sindaco e scatena l’attacco concorde della “libera stampa”. Il sindaco è l’ennesimo pulcinella napoletano e i suoi elettori la consueta zavorra che frena lo “sviluppo,” in omaggio alle solite logiche clientelari. E poiché la faccenda allarma la parte più viva della città, centri sociali, movimenti di lotta, comitati per l’acqua e l’ambiente che l’hanno portato a Palazzo San Giacomo fuori dalla tutela di sedicenti partiti, è un gioco da ragazzi: il sindaco è un disperato che si aggrappa persino a estremisti e “sovversivi”, i movimenti e i collettivi hanno accantonato le critiche all’Amministrazione, “ben consapevoli che gli spazi che da tempo occupano, potranno essere sgomberati con l’arrivo di un nuovo inquilino a Palazzo San Giacomo”.
La storia, però, quella vera, insegna ben altro e rimanda all’alba del Novecento, a una pagina tra le più belle della vita politica della città: un giornale, “La Propaganda”, una pattuglia di fuorusciti dalla borghesia che si raccoglie attorno alle sue colonne – Arturo Labriola, Arnaldo Lucci, Enrico Leone, per far dei nomi – e quelli che allora erano “sovversivi”: le prime leghe operaie, più o meno “fuorilegge”, i gruppi di internazionalisti, la pattuglia di lavoratori che tra domicilio coatto e patrie galere mettono insieme un’idea di sindacato. E’ un accordo politico forte, che scrive una pagina di storia della città. Da lì trova forza il nucleo operaio che per la prima volta siederà a Palazzo San Giacomo con un programma per quei tempi rivoluzionario, scritto da una commissione di militanti di base. Oggi nessuno ricorda più il tipografo Arcangelo Botta e il guantaio Michele Balsamo, nessuno ricorda Giovanni Bergamasco, al quale si riservò il trattamento De Magistris, per buttarlo fuori dal Consiglio comunale con una legge-vergogna: ineleggibile perché “ex coatto”, condannato da una legalità che non aveva nulla a che spartire con la giustizia. Lo scontro fu aspro, ma ne nacque una Commissione d’inchiesta parlamentare – la Commissione Saredo – che decretò la momentanea sconfitta della cupola delle mafie istituzionali del tempo: la “triade Casale- Summonte-Scarfoglio”. Il deputato Aniello Casale fuggì in Grecia, Summonte fu battuto alla Camera e il direttore del “Mattino” Scarfoglio fu coinvolto in una storia di fondi occulti, giunti al giornale perché sostenesse il “sistema”.
E’ in un contesto di questo tipo che occorre leggere la vicenda De Magistris e il suo tormentato rapporto con i “movimenti”. Ai primi del Novecento la “battaglia morale” si riempì dei contenuti politici di cui erano portatori i “sovversivi”, per scrivere una pagina di storia che fa piazza pulita del cliché della città di plebe. Giolitti “ministro della malavita”, parò poi il colpo, ma non tutto fu vano. Arturo Labriola, poi sindaco della città, diventato ministro del Lavoro, fece approvare una legge sulla previdenza che fu alla base del nostro stato sociale e tra i “sovversivi” passati per quella esperienza, ci fu chi costituì il nucleo di quella sinistra che, raccolta attorno a Bordiga, fu protagonista della nascita del PCI. Da quella scuola veniva Enrico Russo, protagonista della più bella battaglia per un sindacato di base mai combattuta in Italia.
Nel solco di questa esperienza storica, può nascere un rapporto nuovo tra Amministrazione e movimenti. Nel clima di crisi della democrazia, che Renzi incarna con venature neofasciste, collettivi e movimenti – i nuovi “sovversivi” – hanno l’occasione per sperimentare con l’Amministrazione De Magistris un percorso nuovo, che faccia di Napoli un modello nazionale e rappresenti un argine contro la reazione che avanza. Cessione di potere verso il basso è formula impegnativa, che rischia di essere retorica, ma un rapporto organico tra base e vertice, l’impegno al reciproco rispetto, a non prendere decisioni sui temi scottanti dell’ambiente, dell’acqua, della riqualificazione del territorio, senza aver ascoltato chi sul territorio spende la vita in nome di un sistema di valori profondamente democratico, antitetico alla speculazione politica e alle sue intese con la malavita, non è solo possibile, ma necessario e realizzabile. Nessuno chiede a nessuno di snaturare se stesso e la propria storia. C’è davanti una strada. Occorre percorrerla assieme con grande lealtà. Non farà male a nessuno e sarà, anzi, ossigeno e vita entro e fuori i confini di Napoli.

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Otto milioni di euro all’anno gli paga la Fiat ma, se parli di diritto del lavoro, è un vero analfabeta. Qualcuno gliel’avrà certamente spiegata la regola d’oro, ma non l’ha capita: “non c’è lavoro tanto penoso che non si possa proporzionare alle forze di colui che lo compie, a patto che sia la ragione a regolarlo e non l’avarizia”. Era in fondo persino banale, ma uno dei padri della democrazia borghese la volle scrivere, a testimonianza di quel tanto di civiltà che anche al capitale fa comodo salvare. Marchionne è convinto che Montesquieu sia stato solo un fanatico bolscevico.

Otto milioni di euro all’anno, tanti gliene dà la Fiat, ma se parli di storia, è lì che ti guarda e non sa  cosa sia. Non lo sa, e non vuole saperlo, che Giovanni Giolitti minacciò di chiudere la Confindustria guidata dal primo degli Agnelli. Giolitti guadagnava decisamente meno, però aveva imparato quello che Marchionne non sa: i “greci, che vivevano in un governo popolare, non riconoscevano altra forza che potesse sostenerli se non quella della virtù. Oggi non ci parlano che di manifatture, di commercio, di finanze e persino di lusso”. Parole sprezzanti di Montesquieu – sempre lui – un rispettabile pensatore, di cui Giolitti aveva appreso la lezione. Non a caso l’uomo di Dronero riconobbe quel diritto di sciopero che Marchionne vuole distruggere. Conoscesse la storia, il canadese strapagato saprebbe che con Giolitti nacquero l’Italia industriale e il sindacato che, tutelando i lavoratori, diventa un’assicurazione sulla vita del padronato. E’ l’assicurazione che Marchionne, con le sue scelte, sta mettendo a rischio.

Otto milioni di euro all’anno, questa cifra oltraggiosa, passa la Fiat a Marchionne, ma se gli parli di leggi è solo un ignorante. Qualcuno gliel’avrà certamente spiegata la regola d’oro, ma non l’ha capita: “tutte le costituzioni politiche sono fatte per il popolo, tutte quelle in cui esso non conta nulla non sono che attentati contro l’umanità”. Non era Stalin, ma Robespierre, l’uomo che bene o male ghigliottinò l’aristocrazia e regalò ai borghesi la loro rivoluzione. Marchionne non lo sa, ma le cose andarono così: i francesi, stanchi di subire un prepotente, smisero di cercare la compassione dei potenti o il soccorso dei magistrati. Ognuno cercò la vendetta personale e presto si scoprì che ce l’avevano tutti con lo stesso delinquente. Le rivoluzioni scoppiano così. Tutti si rivoltano contro il potere e non c’è bisogno di passar parola. Vengono da ogni parte, ma ognuno urla con la rabbia dell’altro. Un grido terribile – racconta Robiesperre – che “giunge fino ai piedi del potere ed è ascoltato da un’intera nazione: voglio avvertire la società le cui leggi impotenti mi hanno tradito che è tempo di annientare gli abusi mostruosi e indegni che rendono i popoli infelici”. E non bastano eserciti.

Otto milioni di euro all’anno costa alla Fiat, ma non l’ha capito e non lo capirà: se una rivolta trova fondamento nella teoria dei diritti dell’umanità, non si può fermare. Un servo ben pagato dal potere innesca la miccia, poi è solo questione di tempo. Prima o poi la rabbia esplode e in un momento si fa rivoluzione. E’ legge della storia che Marchionne non ha mai studiato.

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