Feeds:
Articoli
Commenti

Posts Tagged ‘Giorgio Israel’

Giorgio Israel, storico della matematica, membro della Académie Internationale d’Histoire des Sciences, discute spesso di scuola e ne parla con notevole competenza. Al paragone, Gelmini, Profumo e Carrozza fanno la figura degli analfabeti. In ciò che dice c’è quasi sempre un notevole equilibrio; ogni osservazione corretta, tuttavia, contiene spesso un’incredibile sciocchezza. L’ultimo esempio di questo singolare modo di ragionare l’ha dato ieri, lanciandosi senza esitazioni in un’appassionata difesa del liceo classico.
israelImmaginando l’inevitabile domanda del lettore – “Perché il liceo classico?” – la risposta dello studioso è subito nel titolo del suo articolo: “Perché se muore il liceo classico muore il paese”. Letto il titolo, però, a me è venuta spontanea un’altra domanda: perché perdere tempo a leggere l’articolo? Se rimanesse in piedi solo il liceo classico, infatti, il Paese morirebbe più presto e di una più terribile morte. Come ha scritto oggi un’attenta osservatrice, “ogni scuola nei suoi indirizzi e nelle sue specialità va valorizzata per ciò che è senza graduatorie di merito”. Il perché mi pare chiaro. La scuola, senza distinzione di indirizzi, infatti, ha la funzione specifica di dare ai giovani l’ampia formazione che Israel intende difendere. La scuola nel suo insieme – Israel non se n’è accorto, ma è già moribonda – la scuola come istituzione deve  formare giovani capaci di quelle scelte “scelte autonome” di cui scrive Israel. Nessun indirizzo scolastico si deve e si può proporre di creare “polli di batteria formati per una sola funzione”. Nessun indirizzo scolastico, nessun docente, nessun ministro, nessun accademico può pensare di assegnare al liceo classico il compito di salvare il Paese. Il Paese muore se muore la sua scuola, come purtroppo sta accadendo; muore, non si salva, non sopravvive, non va da nessuna parte se conserva il liceo classico e manda alla malora ogni altro indirizzo.
Israel coglie senza dubbio un grave problema reale di carattere generale ma, per risolverlo, sceglie una soluzione evidentemente parziale. Il liceo. Quindi, solo una élite. Così non si salva il paese, si torna a una scuola profondamente classista. No, non sarà questa difesa nostalgica di Gentile a tirarci fuori dal disastro incombente.

Uscito su Fuoriregistro il 27 agosto 2013

Annunci

Read Full Post »

Occorre dare a Cesare, ciò che a Cesare si deve. Giorgio Israel, che non ritiene lesiva della sua dignità la collaborazione col ministro Gelmini, s’è offeso: gli hanno dato del “negazionista“. E’ accaduto anche a me e so che la parola può ferire profondamente. Mi auguro perciò con lui che “esistano ancora persone perbene capaci di tenersi alla larga da questo schifo“, ma prendo atto: abbiamo una diversa concezione dello “schifo” e non se l’abbia a male se civilmente gli ricordo che la vera saggezza insegna la prudenza e qualche volta è vero: “Chi ha colpa del suo mal pianga se stesso“.
Sia come sia, Israel non nega, e sostenerlo sarebbe mentire. Provoca, questo sì, fa il “cascatore” e, se trova lo sgambetto al limite dell’area, leva le braccia al cielo e invoca il … calcio di rigore. Questo sperava, utilizzando quel modello di giornalismo indipendente che è Il “Foglio” di Giuliano Ferrara, il matematico con l’hobby della didattica, su questo contava, quando s’è avventurato in una requisitoria sui disturbi specifici di apprendimento che, senza negare nulla, autorizza a preoccuparsi seriamente dello stato degli studi matematici nelle università del nostro Paese: uno sgambetto e il tuffo. Se cadendo s’è fatto male, certo, non fa piacere, ma si sa: sono gli incerti del mestiere.
Secoli fa” – scrive l’offeso professore con evidente nostalgia – “il calcolo mentale e l’arte della memoria erano considerati una virtù da coltivare intensamente. Oggi facciamo persino il conto della spesa sulla calcolatrice del cellulare e imparare le tabelline è opzionale“. Per evitare gli strali del neofita della didattica, occorrerà attrezzarsi: a scuola studieremo i conti lunghissimi dei supermercati, daremo il bando alle calcolatrici e, per esser certi di non sbagliare, pretenderemo tabelline a memoria tre volte al giorno per trenta volte trenta. Non dovesse bastare, il trenta diventerà sessanta e non è detto che finisca qui. Una certezza l’abbiamo: avremo così dei matematici valenti come il celebre “settecentesco Leonhard Euler“, in grado di “calcolare a mente uno sviluppo in serie fino al settimo termine” e fare, quindi, un mare di calcoli difficili, ricordando a memoria un’immensa quantità di risultati parziali. Tutto questo ci riuscirà facilmente con chiunque, quali che siano le capacità, i problemi e le difficoltà; la ricetta è sicura – garantisce Israel e bisogna credergli – bastano il conto del supermarket, l’eliminazione delle calcolatrici e le tabelline studiate a memoria. Come non bastasse, elimineremo la “discalculia“, la difficoltà di calcolo, che, sostiene Israel è “la componente evanescente” di un “disturbo scientificamente inconsistente” e, quel che più conta, “quasi sempre indotta da cattivo insegnamento“. Israel, quindi, non s’è mai sognato di negare decisamente, ha preferito tuffarsi in area e sperare gli andasse bene. Israel non nega nulla. Si limita a disegnare un quadro qualunquistico e grottesco degli insegnanti. Colpisce nel mucchio e, poiché non fa nomi, ripete con una punta di monotonia, che non offende nessuno. Se dico bestiario non offendo le bestie, sostiene arditamente il consulente della Gelmini, e si lascia andare alle sue acutissime descrizioni. Questa, per fare un esempio, è, per il correttissimo matematico, una indefinita “Scuola materna“. Tre personaggi. Un genitore muto, un ragazzino querulo che accusa, e una maestra stupida e ignorante. Nessun nome, come fa solitamente chi ha un cuore da leone.

Bambino: Maestra, Luca dice che 2 più 3 fa 5, io dico che fa 6. Chi ha ragione?
Maestra: Non dovete parlare di numeri !!
All’uscita dalla scuola:
Maestra al genitore: La avverto che il suo bambino parla sempre di numeri. Non si deve parlare di numeri prima della prima elementare. Assolutamente. È controproducente. In questa fase noi dobbiamo introdurre i bambini soltanto agli indicatori topologici, “davanti”, “dietro”, “sopra”, “sotto”, in modo che acquisiscano il senso della spazialità, assieme a quello della temporalità. Ma niente numeri, mi raccomando, nemmeno a casa!

E non va meglio proseguendo gli studi.

In una “Terza elementare” la maestra è demente, la botta fulminante:
Bambino: Maestra, è questa l’altezza di un trapezio?
Maestra: Ancora non dovete sapere cos’è l’altezza
“.

Israel è tutto qui, in queste sue scenette drammatiche e rivelatrici. Lui è l’alunno, lui la maestra, lui la scuola. Lui, lo scienziato convinto che la psicologia curi solo malati, il professore che pensa di conoscere il confine tra malattia biologica e malattia dell’animo.

Uscito su “Fuoriregistro” il 22 maggio 2010.

Read Full Post »