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Posts Tagged ‘Giorgio Amendola’

a1927bIn archivio lo storico trova spesso nomi di spie e provocatori. A me non piace fermarmi su queste miserie, ma posso dirlo senza temere smentite: dal 1861 ai primi anni Sessanta del Novecento, la polizia ha sempre saputo vita e miracoli dei sovversivi perché tra loro c’erano spie e confidenti. E’ così anche oggi, non ci sono dubbi e l’identikit non cambia: insospettabili, sempre più rivoluzionari degli altri, sempre pronti a citare i testi sacri, sempre col dito puntato: piccolo borghese, riformista o troskista…

Così era Cesare Berti, venuto a Napoli da Santa Croce sull’Arno: a un tempo comunista pericoloso e spia dei fascisti, sparò due colpi durante le 4 Giornate e chi vuoi che si azzardasse a sospettare?  Così era Pietro Paolo Prisciandaro, che denunciava i compagni facendo cenno di sì con la testa, quando erano assieme e la polizia lo pedinava. Così erano tre spie dell’OVRA: Aldo Romano, che aveva rappresentato la cultura fascista – Togliatti ne fece un intellettuale di riferimento del PCI – Vincenzo Villani, detto Enzo, e Socrate, all’anagrafe Vincenzo Vito Lattarulo, che in un colpo solo, a Napoli, mandò in galera 47 compagni.

Qualcuno sapeva? Certo. Togliatti aveva pubblicato l’elenco delle spie dell’Ovra e Amendola credette – o volle credere? – ad Aldo Romano che ammetteva: cose da niente e nessuno mandato in galera. I compagni talvolta sapevano, ma avevano altro da fare. Bisognava distruggere i troskisti, i piccolo borghesi e i riformisti; Reale addirittura indicò quattro compagni dissidenti come pericolosi fascisti. I servizi segreti inglesi, però non gli credettero. Sottovalutiamo troppo le forze dell’ordine. Romano e compagni vissero tra i “nostri” rispettati e ascoltati. I “nemici”, infangati e disonorati, furono cancellati dalla storia. E’ in questo modo che abbiamo perso alcuni dei migliori. Antonio Cecchi, per esempio, pericoloso bordighista – e che altro? – ed Enrico Russo, troskista naturalmente. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

L’elenco potrebbe continuare, ma ora che ci penso l’hanno prossimo, finito il libro che sto per chiudere, sfiderò la sorte e, nonostante gli anni, ci proverò. Le leggi che regolano gli archivi dovrebbero consentirlo: ora si può arrivare anche ai boia della nostra giovinezza e qualcuno ci sarà che ci fa ancora la lezione… Farò l’elenco dei nomi e racconterò le nobili storie. E’ vero, i giovani sono vaccinati, ma ci sono tante cose che non conoscono e tanti falsi miti che occorre sfatare.

 

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In archivio, chi scava per capire qualcosa della storia della Repubblica, trova chiare tracce del “Gruppo Gramsci”. Scopre che il comunista Guido Piegari, era un’intelligenza politica fine che puntò il dito su Giorgio Amendola accusando: hai fatto del partito comunista qui da noi una macchina che raccoglie voti. Non aveva torto e meglio sarebbe stato ascoltarlo, ma Amendola brigò a Roma e Piegari fu cancellato dalla storia. Al giovanissimo socialista Gaetano Arfè, forse perché era stato un partigiano combattente, si riservava una cura particolare e non a caso dall’Archivio di Stato di Napoli fu trasferito d’ufficio a quello di Firenze e poi finì schedato dalla CIA in quanto direttore del sovversivo “Avanti!”. Di Gerardo Marotta si sente che sin da quei tempi era spirito profondamente libero e si capisce anche bene che, alla resa dei conti, il caso meno preoccupante era quello di Giorgio Napolitano, aò quale invano zelanti wikipediani inventano un passato da cuor di leone, che “durante l’occupazione tedesca con il gruppo formatosi all’interno del GUF prende parte alle azioni della Resistenza in Campania”. La verità è che l’antifascismo di Napolitano non è mai uscito dalla porta di casa e, in quanto alla CIA, l’ha sempre ritenuto un amico cui concedere visti e passaporti. Napolitano ben si guardò dal muovere un dito contro i tedeschi, così come non aprì bocca quando Amendola pose fine all’esperienza del “Gruppo Gramsci” e gli ingiunse di separare la sua via da quella di Piegari. Era in gioco la carriera.

Di tutto ciò si conservano ingiallite carte d’archivio, ostinati silenzi di rari sopravvissuti e l’amicizia che, nonostante tutto, ha legato per una vita Napolitano a Marotta, che nessuno, però, ha nominato senatore a vita, benché abbia illustrato la patria ben più che Monti e Napolitano.
Oggi il prestigioso “Istituto Italiano per gli Studi Filosofici”, che Marotta ha il merito incancellabile di aver creato, e con l’Istituto Napoli e i napoletani, sventurati e colpevoli, che se stanno a guardare, perdono i 300.000, preziosi volumi della biblioteca. Napolitano, Presidente della Repubblica, non muove un dito per salvarli. Alla collana dei silenzi del mancato partigiano, che non fiatò su Piegari, che silenziosamente si acconciò all’invasione dell’Ungheria e, di silenzio in silenzio, oggi prova a silenziare la Procura di Palermo, si unisce anche questa perla.
Di che meravigliarsi? Politica e cultura hanno divorziato da ormai molto tempo e, quel ch’è peggio,  politicanti zotici impazzano nell’accademia, che esprime un governo come quello Monti, sicché il silenzio s’è fatto ormai assordante.
Ho vissuto di persona la vicenda sconcia dei dodicimila preziosi volumi donati da Gaetano Arfè all’Università Federico II. Ricordo bene la sua amarezza, quando fu costretto a  recuperarli e smistarli a Firenze perché il “tempio della cultura” partenopea non intendeva tirar fuori un centesimo per pagare un bibliotecario che catalogasse i volumi. Sin da allora sospettai che dietro il motivo economico ci fosse altro. Incuria, forse, disinteresse probabilmente, ignoranza soprattutto, ma un’ignoranza cosciente di sé e perciò paurosa, intimorita da ogni strumento di crescita popolare. Marotta me ne dà conferma: l’Istituto in questo nostro sventurato Paese incute timore. I libri suoi perciò vanno impacchettati e tolti rapidamente dalla circolazione. Un Paese che legge non si rassegna. Scende in piazza.

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