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Posts Tagged ‘Giannini’

aContro ogni fondamentalismo, quanto resta dell’Europa democratica, nonostante Salvini e i suoi camerati nazionali ed esteri, vanta anzitutto la scuola. Su di essa, ben più che sulla ferocia delle armi, si può costruire il futuro, oggi più che mai, mentre la barbarie della guerra si ripresenta, con il suo carico d’odio e d’infinito dolore. Se strumentalmente, dopo la tragedia di Parigi, la Francia della rivoluzione e la Marsigliese sono diventate la prima barriera di civiltà e hanno chiamato a raccolta i nostri studenti, c’è un che di spontaneo nei mille toni con cui si è ripetuto l’elogio della «liberté» e l’accento è caduto sulle radici rivoluzionarie della cultura laica, sulla tradizionale apertura di pensiero che dovrebbe caratterizzare la scuola, intesa soprattutto come fucina d’intelligenza critica, che non conosce tabù e mira a formare coscienze ben oltre il conformismo imperante.
In questo quadro di valori, il 17 dicembre scorso, in Francia, al Collège «Julie Simenon» di Vannes, città bretone, situata nel Dipartimento del Morbihan, un rivoluzionario italiano, combattente delle Quattro Giornate di Napoli, è stato ospite d’onore e il «Telegramme», ha potuto titolare: «La storia d’un militante antifascista italiano raccontata ai ragazzi delle quinte». Nel quadro di un articolato lavoro sugli «eroi del mondo», realizzato in un corso di educazione morale e civile, i giovanissimi studenti francesi hanno ascoltato così David Borl che ha raccontato la storia di suo nonno, Federico Zvab, eroico combattente della Quattro Giornate. Un uomo, questo va detto, che i carabinieri fascisti definivano malfattore e anche oggi rischierebbe di passare per “terrorista”, perché progettò un attentato contro Hitler. In realtà, Zvab fu un rivoluzionario, un combattente di Spagna che, dopo le Quattro Giornate e la guerra mondiale, partecipò ai moti sociali del centro America e si schierò a fianco di Che Guevara. Una figura complessa, che può porre problemi alle coscienze, perché la sua vita conduce al tema del tirannicidio e a quello della violenza politica. Ci voleva coraggio per accettare la proposta di David Borle e affrontare la questione con giovanissimi studenti. E il coraggio non è mancato.
La scuola francese non ha paura di confrontarsi con i suoi studenti e di riflettere sul bene e sul male, sui mille volti del potere e sulle sue contraddizioni? Non è facile rispondere; si direbbe però, che, se non altro, riconosce nel passato una indispensabile chiave di lettura del presente e sa che il silenzio è spesso manipolazione o censura e produce disastri. Ad ascoltare il racconto di David Borle e della sua compagna Fabienne Rufin, c’erano perciò, non a caso, autorità scolastiche, genitori, docenti. Uniti in quel difficile lavoro che si chiama formazione.
Mentre tutto questo avveniva e i giovani francesi discutevano liberamente di una storia così complessa, che è nata e si è sviluppata nonostante e contro la volontà dell’ordine costituito del suoi tempi, a Napoli, terra d’adozione di Zvab, il principio adottato in Francia è stato rifiutato. Per uno di quei paradossi di cui è ricca la storia, è accaduto proprio nella scuola in cui nel settembre del 1943 operò il Comitato Rivoluzionario delle Quattro Giornate, al liceo «Jacopo Sannazaro», tra i corridoi e le aule in cui Federico Zvab si mosse assieme ad Antonino Tarsia in Curia e ad Eduardo Pansini, capi dell’insurrezione napoletana. Proprio lì, una dirigente scolastica ha deciso di zittire d’imperio i suoi studenti, nei quali evidentemente non vede i naturali eredi di quell’Adolfo Pansini, studente come loro, che nel liceo Sannazaro fu condotto, dopo che fu ucciso, dai nazifascisti mentre combatteva assieme a Zvab. La loro colpa? Voler ascoltare il racconto della mamma di un ragazzo ucciso un anno fa dai carabinieri in un quartiere della periferia napoletana.
Intendiamoci. Qui non si tratta di azzardare paragoni tra gli argomenti scelti dagli studenti, ma di valutare un metodo, per capire se l’imposizione del silenzio possa essere strumento formativo, anche se un dato è evidente: mai due episodi così lontani tra loro e però così simili da poterli scambiare, hanno gettato luci così diverse su realtà che dovrebbero essere invece omogenee. Nella bretone Vanne, la scuola francese ha affrontato il tema della testimonianza con quanto ne derivava di scabroso – dall’attentato, alla lotta armata – e l’ha fatto con l’intento di riflettere sul valore della testimonianza e su una vicenda complessa, com’è sempre quella dei rivoluzionari. Qui a Napoli, si è preferito, invece, impedire la discussione, laddove forse sarebbe stato necessario confrontarsi, spiegare e puntualizzare. I ragazzi avevano torto? E quale modo migliore per dirlo, se non ascoltarli e smontarne i ragionamenti? Lo sanno tutti, può ignorarlo la scuola? Negare il diritto di parola, significa dar ragione a chi ha torto.
La differenza tra il modello francese a quello italiano è tutta qui. Sembra piccola ma è grande. Ed è paradossale che sia accaduto proprio nella scuola napoletana, in cui la repubblica democratica cominciò ad essere concepita. Come a Vannes, anche a Napoli, si trattava di riflettere. E c’è un particolare che fa male: la parola è stata tolta soprattutto alla madre del ragazzo ucciso. Si è così esercitato nella maniera più burocratica e autoritaria un ruolo di comando padronale del tutto incompatibile con la funzione della scuola. I due racconti avevano una valenza diversa e quello napoletano poteva condurre su terreni scivolosi? A maggior ragione sarebbe stato molto meglio lasciare che tutti parlassero, interpretando con intelligenza la lezione di Zvab, che lasciò parlare e difese dall’ira popolare tutti, anche i cecchini fascisti. Bisognava farlo, perché, per conoscere e riconoscere il bene, occorre definire il male senza averne timore. E’ questo il lavoro della scuola, che non può contrastare un’idea che ritiene sbagliata, impedendone l’espressione.
In questo senso, la distanza tra le due relatà appare incolmabile e i molti interrogativi suscitati dalla “Buona Scuola” di Renzi tornano di attualità. Il Sannazaro, la piccola realtà locale, dimostra che la grande realtà sovranazionale, l’Europa, non sarà mai unita se, al di là della moneta e delle banche, non avrà un unico modello di scuola e di cittadino, che non può essere quello, frettoloso, imposto da Renzi a un Paese che non era per nulla d’accordo. Un modello che alla prima occasione, com’era prevedibile, mostra i suoi limiti e la sua vocazione autoritaria.

Fuoriregistro, 20 dicembre 2015 e Agoravox 22 dicembre 2015

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costituzione_italiana_dettaglio_firmeGiù il capello: Lucio Garofalo, di professione maestro, ha mostrato un gran coraggio, denunciando la violenza di un potere che da tempo ce l’ha con il sistema formativo: scuola, università, ricerca e docenti. Forse perché sa che una scuola democratica, aperta persino ai contadini, tirò su i rivoluzionari russi. L’aveva voluta uno zar modernizzatore, che l’abolì troppo tardi; aveva ormai formato cittadini coscienti che conoscevano la lezione: ci sono valori per cui spendi la vita.
Ha mostrato coraggio, Garofalo, perché ciò che non riuscì ai rivoluzionari sedicenti o veri, è facile per i proconsoli dell’UE: colpire uno per educare tutti. La «bastonatura» oggi è asettica, invisibile, come la violenza della legalità che ignora la giustizia sociale: non scorre sangue, ma ti fanno a pezzi senza sporcarsi le mani coi manganelli. Costi minimi, buoni profitti e un valore aggiunto: più vai giù duro, più trovi consensi, come accade sempre quando il moralismo prevale sulla morale. Basta poco a sciogliere i cani: un tizio che, chissà perché, timbra in mutande la prova dell’assenteismo sotto l’occhio del «grande fratello», l’ingenuità sospetta della stampa, che prende per buone «prove» manipolate, un Pico della Mirandola taverniere, capace di tirare fuori dalla memoria una cena che ti servì anni fa, gli ospiti, il conto e il modo in cui l’hai saldato.
Ridotti in trincea dal fuoco amico e nemico, alle prese con psicopoliziotti infiltrati tra i giornalisti come squadristi mediatici esperti di neolinguaggio, i più hanno gli occhi bassi e le bocche cucite, sperando di farla franca. Per i duri, smagliature del sistema filtrano moniti terrificanti: Almirante, razzista e fascista repubblichino, commemorato del capo dello Stato. I polsi tremano. E’ vero, più ti allinei, più facile è la vita, ma in fondo alla via del triste compromesso sempre più spesso ci sono crisi di panico, male di vivere, pasticche e polverine. Prozac o cocaina, non fa differenza: la libertà di coscienza è sempre più tossicodipendente. E se proprio vai fuori giri, il Codice Rocco ha le sue «soluzioni finali» collaudate e modernizzate da ritrovati delle scienze mediche e giuridiche: carcere duro, manicomio «breve» e T.S.O, il trattamento sanitario obbligatorio, che apre la via alla «pericolosità sociale», la tomba dei diritti. Se infine sei un intruso, un richiedente asilo, un «effetto collaterale» della democrazia esportata, un disperato di colore, sbarcato nel regno dei Salvini, ecco i campi di concentramento, gestiti in tandem dalla politica e dalla malavita organizzata. La rete è una miniera d’esempi e vale per tutti il caso Mastrogiovanni, maestro e per giunta anarchico, giustiziato con il vecchio, ma efficiente letto di contenzione.
«Vi informo su un episodio quantomeno avvilente ed increscioso, accaduto nella mia scuola». ha scritto Garofalo. «Promosso un convegno con i soliti personaggi politici […] hanno costretto gli insegnanti ad essere presenti in seguito ad un ordine di servizio, convocando ufficialmente un collegio dei docenti che non si è mai tenuto». Il gioco delle tre carte, insomma: i docenti «sono stati convocati per partecipare ad una seduta collegiale, ma il collegio non si è riunito per dare spazio ad un convegno, durante il quale gli insegnanti hanno fatto da uditorio a disposizione dei politici».
Chi pensa che sia cosa banale, si sbaglia. E’ stato, ha ragione Garofalo, un atto illecito e il maestro sa bene che la denuncia comporta rischi: «non temo nulla», scrive, «nel malaugurato caso, userò le mie abituali ‘armi’, vale a dire la parola scritta».
Forse gli basterà, ma presto potrebbe cominciare una campagna televisiva a base di maestri in mutande, perché la denuncia pone l’accento sul primo, allarmante esempio di scuola statale dopo la legge 107 del 9 luglio 2015, fatta apposta per sopprimervi libertà e democrazia. La libertà che Garofalo rivendica, ben sapendo che Renzi ha decretato la fine della funzione civile dell’istruzione statale, frantumandone l’unitarietà e vincolandola a obiettivi didattici fissati da un Sistema Nazionale di Valutazione legato a filo doppio al potere politico. La scuola ormai non deve formare cittadini, ma sfornare merce a buon mercato, da inserire nel gioco della domanda e dell’offerta. «Bestiame votante» per la fabbrica del consenso. Così come l’ha disegnata Renzi, essa somiglia maledettamente alle istituzioni formative di tutti i regimi autoritari: sottopone i docenti precari al ricatto della scelta tra lavoro e diritti, precarizza gli insegnanti di ruolo, sottoposti a Dirigenti in grado di collocarli in mobilità a propria discrezione, demansionarli e sanzionarli con procedura monocratica. Grazie alla «Buona scuola di Renzi», nasce un «caporalato istituzionale» che, utilizza l’alternanza Scuola-Lavoro per passare dal diritto allo studio allo sfruttamento del lavoro minorile e si espropriano i docenti dell’autonomia professionale, trasferendo a un Ente esterno, l’Invalsi, la scelta dei parametri di giudizio e la valutazione dell’attività di insegnamento.
Una simile legge poteva nascere solo da una torsione della Costituzione e si capisce perché Renzi e Giannini non hanno consentito al Parlamento di definire principi, criteri direttivi e durata della delega affidata al governo. La «buona scuola» ignora il dovere di imparzialità dell’Amministrazione e l’obbligo di utilità sociale per l’iniziativa economica privata, che non può recare danno alla libertà e alla dignità umana; essa non ritiene il lavoro un valore fondante della Repubblica, cancella il diritto di libera manifestazione del pensiero e fa carta straccia della libertà d’insegnamento.
La denuncia di Garofalo si inserisce pertanto a pieno titolo in una tradizione di civiltà democratica, che ha profonde radici nella storia della repubblica e ricorda un principio non scritto, mai rigettato e pienamente vigente che, nei lavori dell’Assemblea Costituente, si riassume nelle parole di Dossetti, oggi, più attuali che mai: «Quando i poteri pubblici violino le libertà fondamentali ed i diritti garantiti dalla Costituzione, la resistenza all’oppressione è diritto e dovere del cittadino».
La questione, quindi, non riguarda la scuola che, da sola, non può contrastare questa micidiale ondata di reazione, ignoranza e disprezzo dei valori da cui nacque la Repubblica. Chiama in causa la società nel suo insieme, cui tocca ribadire quel no che settanta e più anni fa unì l’Italia migliore nella battaglia per la dignità dei lavoratori e la libertà delle idee.

Fuoriregistro“, 9 novembre 2015

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16221079-vintage-vecchia-sedia-di-legno-nero-in-interno-grungy-la-solitudine-straniamento-concetto-alienazionSono venuto alla luce sul confine temporale che separò l’Italia monarchica da quella repubblicana, Era un altro Paese e la parabola della vita correva tra nascita e morte, in una sorta di produzione a «ciclo continuo», fondata sulla convivenza delle generazioni: figli e nipoti nascevano in casa e in casa – quasi sempre la stessa – morivano i nonni. La trasmissione della memoria era un tessuto da filare in racconti serali, durante cene di povera gente, ricche di scambi, opinioni e ricordi. Negli anni che seguirono, la polverizzazione della famiglia, l’affermazione del modello americano e una rinnovata organizzazione capitalistica della metropoli e dei tempi della nostra vita, regalò ai vecchi il sapore amaro della solitudine, in un mondo che mette ai margini chi esce fuori dai circuiti della produzione. Nella sua terribile durezza, il fenomeno conservava, tuttavia, un che di «naturale», era un dato fisiologico dai connotati patologici: la vecchiaia è in qualche misura sinonimo di solitudine, l’età che avanza ci priva a poco a poco dei compagni e ci lascia fatalmente soli in una realtà che cambia e si fa sempre più estranea.
Il punto più basso di questa china disperante, però, l’abbiamo toccato da qualche anno, quando, in una società sempre più organizzata in funzione delle logiche del profitto, per le quali più sei debole e meno sei tutelato, è emersa d’un tratto, patologica e devastante, una solitudine nuova e contro natura: la solitudine dei giovani, che non sono uguali tra loro, non costituiscono una categoria sociale, ma si trovano in buona parte soli davanti a tempi bui che hanno la tragica durezza degli inverni della storia e della civiltà.
I più giovani, quelli che meglio conosco, gli studenti, sono così soli e occupano ruoli così irrilevanti, che la sedicente «Buona Scuola» di Renzi non ha nemmeno un paragrafo dedicato a loro. Come se la scuola non li riguardasse, Renzi li ha ridotti a spettatori muti della pantomima utilizzata per descrivere il futuro che li attende. I giovani non esistono, ma è in nome loro che la riforma dell’ex «rottamatore» disegna la scuola su modelli del mercato e dei suoi meccanismi: produttività, concorrenza, competitività, leggi della domanda e dell’offerta e sfruttamento della forza lavoro regoleranno, infatti, la vita scolastica, ricorrendo al peggior armamentario ideologico liberista. I giovani però non la vogliono la scuola che Renzi prepara e lottano per far sentire la loro voce che nessuno intende ascoltare. Non la vogliono perché hanno letto il progetto, ne hanno discusso tra loro e hanno capito che non è una scuola, perché non forma più cittadini consapevoli, in grado di ragionare con la propria testa e di affrontare con equilibrio la dura complessità del mondo in cui vivono; è una fabbrica che produce lavoratori e si propone di farne tecnici specializzati e alfieri dell’ammaccato «Made in Italy»; un pianeta misterioso che sospinge il Paese indietro, fino a porti nebbiosi che parevano esclusi dalle rotte della civiltà: porti in cui scuola e lavoro si incontravano negli istituti di avviamento professionale, dove chi non poteva pagarsi l’esame di ammissione alla scuola media era costretto a prepararsi al lavoro. E’ amaro, ma vero: alle giovani generazioni che soffocano per mancanza di occupazione, la scuola della repubblica fa dono dello spettro di un lavoro contrabbandato per studio e formazione e intende tornare all’Italia che Pasolini disprezzò: quella col «popolo più analfabeta e la borghesia più ignorante».
Forte di una ideologia che è «verità di fede» – la globalizzazione è fenomeno irreversibile – per piegare alle regole del capitale i nostri giovani, padroni e professori vengono fusi in un rapporto spurio, che artifici linguistici definiscono «alternanza scuola-lavoro». E’ questo ciò che Renzi e il PD pensano di imporre alle scuole secondarie superiori, licei compresi, ricorrendo a sotterfugi e formule oblique. Un meccanismo sostanzialmente reazionario, che assegna «qualità formativa» all’attività lavorativa prestata in realtà esterne alla scuola e fornisce ai padroni l’opportunità di far conto sul lavoro gratuito, utilizzando studenti sfruttati invece dei lavoratori. Duecento ore all’anno negli ultimi tre anni degli Istituti Tecnici e Professionali, la formula dell’«impresa didattica» che trasforma attività di formazione a scuola in mansioni finalizzate alla produzione di reddito, quella della «Bottega Scuola», che inserisce studenti in ambiti aziendali di natura artigianale e, dulcis in fundo, per gli ultimi due anni di scuola, un sistema di convenzioni che decide le regole d’ingaggio per un «Apprendistato sperimentale» già regolato dalla legge 104 del 2013.
Sullo sfondo di questo delirio oscurantista, la solitudine dei giovani, in prima linea in una battaglia disperata per la formazione, ha i contorni della tragedia e l’assenza degli adulti sa di tradimento. Mentre una generazione senza futuro viene trascinata con inaudita violenza verso un mondo da incubo, che nega il diritto allo studio e chiude i lavoratori nei campi di concentramento di uno sfruttamento garantito dalla cancellazione di ogni diritto – ai padroni si consente ormai persino il licenziamento senza giusta causa – gli studenti provano a presidiare come possono gli istituti scolastici attaccati; i giovani protestano, organizzano cortei, ma sono soli, sotto il fuoco di fila della stampa padronale, che criminalizza le «okkupazioni»; soli di fronte a un potere che, non avendo risposte credibili e non potendo fare appello a una autorevolezza che non ha, ricorre alla Digos e al Codice Rocco e presenta gli studenti come sprovveduti in mano alla teppaglia estremista, raccolta nei «collettivi». Della sentenza dell’Unione Europea non parla nessuno; eppure, proprio in questi giorni, l’Italia di Gelmini, Profumo, Carrozza, Giannini e Renzi è stata condannata per aver tenuto 300.000 lavoratori in condizione di precarietà professionale ed esistenziale e aver sottratto per anni agli studenti il diritto alla continuità didattica. Di questo naturalmente si tace e nessuno denuncia le gravissime violazioni di quella legalità di cui ipocritamente ci si riempie la bocca, quando si tratta di criminalizzare e bloccare gli studenti che lottano in nome del diritto allo studio, al lavoro e al futuro.
Di fronte a una così feroce solitudine e a una riforma che in altri tempi avrebbe riempito di sdegno le piazze, i genitori sembrano assenti, frenati probabilmente da problemi di sopravvivenza e dalle paure alimentate da una stampa sempre più reazionaria; in quanto ai docenti, intimoriti dal clima repressivo che si vive nelle scuole e dalle reiterate campagne sui “fannulloni”, anche quelli che riconoscono le ragioni dei giovani stentano a schierarsi e li lasciano soli. Di solitudine, però muore spesso la speranza e lascia spazio alla disperazione, abituale compagna della barbarie che si sta seminando a piene mani. Invano la storia insegna che le grandi tragedie nascono della solitudine dei giovani e dalla diserzione dei vecchi. E’ sempre più raro che qualcuno si fermi ad ascoltarla.

Uscito su Fuoriregistro il 29 novembre 2014, su Agoravox e sul Manifesto, col titolo Nella scuola la nuova solitudine dei ragazzi, il 3 dicembre 2014.

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imagesIl 23 di febbraio è la ministra Giannini che apre i cuori alla speranza: “53 miliardi per la scuola sono pochi”. Segue a ruota l’autorevole conferma del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che il giorno seguente precisa: “Il primo punto del programma è il rilancio dell’educazione. Da giugno a settembre realizzeremo un piano straordinario per le infrastrutture scolastiche”. Un impegno chiaro e ufficiale, che gli guadagna fiducia e consensi. Il 26 febbraio, però, a stretto giro di posta, la postilla di Renzi affidata a “Repubblica” apre la lunga stagione delle docce scozzesi: “Abbiamo due miliardi per ristrutturare le aule”. Dai 53 miliardi che parevano pochi si passa a un saliscendi di numeri buoni per il banco lotto. L’8 marzo la ministra Giannini dimezza i fondi promessi da Renzi e dichiara impassibile che “per la sicurezza sono pronti interventi per 1 miliardo”. Il 10 marzo, due giorni dopo, Renzi, stremato dalla quotidiana dose di twitter, ignora i tagli dichiarati dalla Giannini e, come Cristo coi pani e coi pesci, moltiplica i fondi e confida alla “Stampa” che si son “trovati 2 miliardi e mezzo per interventi sull’edilizia”. I tempi però si sono allungati: devono bastare per tutto il 2016.
Mentre sorge, inquietante, il dubbio che nel governo la destra non sappia ciò che fa la sinistra, il sottosegretario all’Istruzione, Roberto Reggi, rilascia sconcertanti dichiarazioni: “Tutti i numeri che leggete sull’intervento del governo sull’edilizia scolastica – afferma – sono falsi. Tutti falsi” Proprio così: falsi!. “Nessuno sa davvero quante e quali sono le scuole su cui dobbiamo intervenire, né conosce i fondi disponibili. Qui nessuno sa niente” sbotta il viceministro, “Renzi spara razzi nel cielo, quello è il suo talento, ma poi noi arranchiamo dietro. Mancano tutti i dettagli”. Sui razzi si apre così un’incredibile gara. Per Renzi la scuola ha già avuto 3 miliardi e 700 milioni, per la Giannini sono 200 milioni in meno e il 15 giugno, dopo mesi di fuochi d’artificio e razzi a moltissimi stadi, sulla “Stampa” i numeri ridimensionati gelano quanto sopravvive dell’iniziale entusiasmo: “Piano scuola al via. Pronto un miliardo”, dichiara il governo, senza rinunciare a promesse nate per tirar su il morale e destinate puntualmente a buttarlo giù: “Tra il 2015 e il 2020 arriveranno altri 4 miliardi”. Quello ch’era dato per certo è rimandato così alle calende greche, ma ci consola la luce di un tracciante: “La mia scuola parlerà inglese”, dice a fine marzo la Giannini, che ad aprile, però, narra “Repubblica”, ruba l’elmetto alla collega della difesa Pinotti, prende il fucile e va in trincea: “Mi batterò contro i tagli agli atenei”. afferma, e svela così che il governo lotta contro governo.
In attesa che uno dei razzi lanciati vada a segno, a luglio si parla di “un premio ai professori”, che, però, “dovranno lavorare di più”. Non c’è tempo per capire che razza di premio sia quello che ti aumenta il lavoro senza contrattare miglioramenti dello stipendio: il primo razzo di Renzi, lanciato a febbraio, è ridotto a un misero bengala, ma c’è infine la buona novella. Il razzo stavolta lo lancia la “Stampa”: “partono le ‘scuolebelle’ di Renzi. Da domani arrivano gli imbianchini. Stanziati 150 milioni da usare entro dicembre”. E’ un anemico bengala: i fondi già utilizzati per i lavoratori socialmente utili, messi alla porta, sono stati usati per reclutarli di nuovo con le vecchie mansioni più il ruolo di imbianchini. Nel silenzio biecamente complice dei media, si scopre che i 53 miliardi di febbraio erano una bufala e non resta che lanciare la campagna per l’elemosina: “Via libera all’8 per mille per rilanciare l’edilizia scolastica” titola la “Repubblica”, il 24 luglio, pochi giorni prima che Renzi faccia un triste dietrofront e imponga lo “stop alla pensione per 4 mila insegnanti”. La stagione dei razzi è finita? Nemmeno per sogno! Renzi, narrano giocosi giornali e televisioni al servizio del re, presi per il bavero il tecnici del Tesoro, ha promesso: “Troverò io le risorse'”.
Agosto batte il record delle docce scozzesi. Si parte con la doccia gelata di “Repubblica”, che regista l’allarme delle Province: “Scuole senza soldi, riapertura a rischio, […] colpite dai tagli per 9 miliardi: non possiamo garantire sicurezza e riscaldamento delle aule”, ma ci si fa coraggio alla luce d’un razzo del “Corsera” che alla vigilia di ferragosto alimenta i sogni: “informatica dalla primaria e alla maturità si parlerà inglese”. Caldo, freddo, freddo caldo, si rischia la bronchite: un giorno il missile di Renzi che ci mette la faccia – scuola? “tratto io, sarò giudicato su questo”, che è come dire, finora abbiamo scherzato – un altro l’annuncio: “Scuola, nuovi concorsi e aumenti”. Nuovi concorsi? Ma no, che avete capito? C’è una grande “svolta sui precari: subito l’assunzione per 100 mila professori”. Assunzione? Sì, forse, ma intanto “servirà un miliardo e mezzo”. E come si fa? Niente paura avvisa Renzi, “il 29 agosto presenteremo una riforma complessiva che, a differenza di altre occasioni, intende andare nella direzione dei ragazzi, delle famiglie e del personale docente che è la negletta spina dorsale del nostro sistema educativo”. Razzi stupefacenti che non fanno male, sicché la moderata Giannini, si spinge fino alla “rivoluzione scuola”, ed espone il suo piano: ‘Meritocrazia e apertura ai privati Mai più precari e supplenti, aumenti di stipendio ai professori migliori” Gongolano i giornali tra il 26 e il 27 agosto, quando due razzi di rara potenza annunziano un “piano per riassorbire i precari” che è l’annuncio degli annunci: “precari: subito l’assunzione per 100 mila professori”. In un agosto freddino come non mai, si gioca al rialzo e il “Corsera”, per non farsi scarseggiare missili, razzi e un buon bengala, titola entusiasmato: “sono 120 mila i professori a termine”. Crescono i numeri, ma cambiano le modalità del reclutamento, si assumeranno precari “ma senza cattedra fissa”. La doccia bollente si fa d’un tratto tiepida e “Repubblica”, preoccupata, lancia l’allarme: doccia veloce, sennò rimarrete insaponati! Mancano i soldi e le cose stanno così: “chi lavora di più prenderà più soldi”. Toccherà ai presidi, ma non si sa come si valuterà il lavoro: si tratta di quantità? Conta la qualità? Nessuno sa dirlo e, mentre l’acqua si gela, si torna a parlare di rivoluzione. “Rivoluzione del merito” spiega Repubblica, e il “Corriere” mette in orbita il razzo dei razzi, scrivendo convinto: “Scuola. Liceali, stage al museo. E alle elementari più maestri per classe. Piano istruzione da 3 miliardi l’anno”. Mentre si cercano disperatamente soldi – la BCE ci avverte: non potrete stamparli – si apprende che per “medie e maturità, gli esami cambiano. Le linee guida della riforma puntano alla semplificazione delle prove alla fine dei cicli”. E’ una tale esplosione di razzi che persino il presidente del Consiglio, che pure di razzi e bengala è maestro cinese, sente il bisogno di puntualizzare: calma, signori pennivendoli, “troppa carne al fuoco, la scuola slitta”. Così racconta il “Corriere” il 29 agosto.
La scuola slitta, scarroccia, rischia il testacoda, ma si continua con acqua gelata come fossimo in un manicomio: “Per studenti e prof. ora si cercano i fondi” avvisa il “Corsera” il 29. Gli fa eco la stampa con la classica cura scozzese: “Scuola, assunzioni congelate. Problemi con le coperture, rinviata la riforma. Oggi in Cdm nemmeno le linee guida”. Si va verso l’autunno. “Settembre andiamo è tempo di migrare”, ricorda il vecchio poeta, ma ci si può consolare, perché come saggi pastori, Renzi e Giannini, “rinnovato hanno verga d’Avellano” e se un razzo cadente avvisa che è tempo di verità – “niente assunzioni. Non basta 1 miliardo per stabilizzare i precari” – un razzo di speranza fa luce nel cielo e fa appello all’ottimismo: “c’è un anno di tempo per rivoluzionare la scuola italiana, nei prossimi 12 mesi occorre ripensare come l’Italia investe nella buona scuola. Nel bilancio dello Stato metteremo più soldi sulla scuola e assumeremo 150 mila precari. A partire da gennaio i provvedimenti normativi, perché il 2015 sia l’anno in cui si inizia a fare sul serio”.
Faranno sul serio? Chissà. Finora ci hanno preso per i fondelli.

Uscito su Fuoriregistro il 17 settembre 2014, su Agoravox e sul Manifesto il 19 settembre 2014, col titolo Sulla scuola piovono miliardi di promesse.,

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Markus Antokolski - Socrate morente

Markus Antokolski – Socrate morente

Premessa: Com’era giusto, ho mandato questo articolo al sig. Roberto Reggi. Lo sfascista renziano, sottogretario di Stato al Miur per meriti ignoti in un governo afflitto da un grave analfabetismo di valori democratici, non ci ha pensato due volte e l’ha cancellato dalla sua pagina facebook. Ecco un esempio classico di pidiota con marchio d’origine controllata…

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Parliamoci chiaro. Il problema della scuola che Renzi, buon ultimo, mette in ginocchio dopo anni di attacchi devastanti, non può ridursi ora a un orario di lavoro che aumenta a parità di retribuzione, alle strutture fatiscenti fino all’inagibilità, al trattamento economico e giuridico dei lavoratori, ai tagli, alla precarietà, al potere sconosciuto e pericoloso di dirigenti scolastici che decideranno a chi dare i bonus stipendiali e alla rapina degli scarsissimi investimenti pubblici, utilizzati per foraggiare il privato. Ognuno di questi problemi è di per sé gravissimo, ma sarebbe facile per i “riformisti” battere la grancassa sul “corporativismo” dei “docenti conservatori” e scatenare i pennivendoli nella caccia all’untore. Di fronte all’analfabetismo di valori di Renzi, la questione centrale e inquietante è anzitutto una: la legittimità democratica di un governo che esercita il potere in modo così autoritario e, di conseguenza, il diritto-dovere alla disobbedienza e all’obiezione di chi è chiamato a eseguirne gli ordini. Diritto-dovere legato sia al valore costituzionale e al ruolo sociale della funzione docente, sia al tema storico di una Repubblica che nasce e si costituisce giuridicamente come risposta a una tragica esperienza autoritaria e non può, quindi, chiedere a nessun cittadino un’obbedienza che comporti la negazione delle sue stesse ragioni fondanti. Mentre si annuncia l’ennesima riforma liberticida, non si tratta più di orari di lavoro e retribuzioni; prima c’è da affrontare la questione cruciale della compatibilità tra coscienza democratica e legalità, avendo ben presente che, se giuridicamente “legali” furono vent’anni di regime totalitario, moralmente e politicamente legittima fu l’illegalità antifascista. In quanto al dato storico, il governo fascista “legalmente costituito” e i giudici che condannarono gli oppositori del regime oggi, a giusta ragione, sono reputati volgari criminali; Gramsci, Pertini e i loro compagni di lotta, invece, sono maestri dei nostri giovani e vanto del Paese. Renzi giura che tutto andrà bene e non ci sarà battaglia, ma sbaglia di grosso. Ci sarà e sarà molto più dura di quanto creda. Più che l’effetto disastroso dei suoi provvedimenti – gli ennesimi volti a colpire la dignità della scuola repubblicana – agli insegnanti interessano ora i motivi che spingono il governo a un inaccettabile autoritarismo e la legittimità democratica delle firme in calce alle proposte di riforma. Una legittimità che o esiste e ci impedisce di rifiutare l’obbedienza, o non esiste e ci autorizza a contestare, legittima l’obiezione e di questo passo ci obbliga alla resistenza. Se la riforma della scuola si pone fuori dalla legalità costituzionale, alla scuola di Renzi e Giannini non può bastare il consenso di un Parlamento che, a sua volta, nasce da una legge dichiarata fuorilegge e trasformato ufficialmente, complice Napolitano, in un’accozzaglia di nominati, pericolosa per la salute della Repubblica. E’ questo lo scontro che si prepara, perché dubbi non ce ne sono: allo stato delle cose, non esiste nessuna condizione minima di legalità che imponga l’ubbidienza. I docenti antifascisti, infatti, quelli che sacrificarono la libertà e la vita affinché nascesse la scuola della Repubblica, ci hanno lasciato in eredità un testamento spirituale, passato così come fu scritto nella nostra Costituzione. In un foglio clandestino, stampato alla macchia sui monti dei partigiani, i docenti in armi contro il regime scrissero col sangue – e non è retorica – quale scuola voleva l’antifascismo per l’Italia nuova. Ogni regime autoritario, osservarono, sa bene che “l’istruzione è la vera liberatrice dello spirito umano, che eleva l’uomo e lo rende conscio dei doveri, dei diritti, delle sue fondamentali rivendicazioni”; ogni regime antidemocratico, che teme il popolo, quindi, “vuole il gregge, la massa, la folla” e perciò “tarpa le ali all’insegnamento libero, lo soggioga, lo vuole domare e dirigere per costituire una società fondata unicamente sulla potenza del denaro”. Di qui, aggiungevano, “l’insegnante asservito e domato con la miseria e col bisogno diuturno, l’insegnante ridotto a una vita grama e stentata che mortifica e immiserisce anche i più arditi”; di qui una “professione angusta, che si fa conformismo e infine rinunzia”. Di qui, una gioventù “formata a principi falsi, di qui la catastrofe e l’ineluttabile”. Il gioco si ripete: carriere in mano a burocrati legati al carrozzone governativo, docenti affamati, umiliati e costretti a scegliere tra sopravvivenza e libertà d’insegnamento. Tutto questo, per mano di un governo sostenuto da parlamentari mai eletti ma nominati grazie a una legge ufficialmente illegale; parlamentari che, non bastasse, manomettono la Costituzione antifascista. Tornano alla mente Turati, per il quale certe riforme sono “il manganello applicato alla scuola”; torna in mente Matteotti, che accusò Gentile di voler “assoggettare la scuola a un pesante controllo politico”. e Rodolfo Mondolfo, che apertamente invitò alla disobbedienza perché, diceva, è chiaro a tutti che, quando si colpiscono i docenti a tradimento e si accresce l’autorità delle gerarchie scolastiche, si cancella la scuola come fucina di coscienza critica e si abolisce, di fatto, la libertà d’insegnamento. I docenti, quindi, non possono tacere, né obbedire, ma devono opporsi – scriveva Mondolfo – perché nessun insegnante democratico può subire in silenzio una riforma che non vuole cambiare la scuola, ma modificare i rapporti tra Stato e cittadini.

Uscito su Fuoriregistro il 3 luglio 2014 e su AgoraVox il 7 luglio 2014 e su Libertà e Giustizia il 10 luglio 2014 col titolo La scuola pubblica messa in ginocchio.

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UpkPfA5XLji9ItupHhox8NDchMwP6qDUXvSbyMdXUGo=--Nelle scuole s’è saputo? Per l’11 aprile, su mandato dell’assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori «precari» di scuola statale, tenuta a Roma il 19 gennaio, l’Unione Sindacale Italiana ha proclamato lo sciopero generale del settore. E’ difficile dire in quante scuole la «notizia» stia passando, ma saranno mosche bianche e, per favore, niente storie alla Marchionne sulla pervicace vocazione al conflitto e la reale o presunta «rappresentatività» d’un sindacato. Nemmeno se simili oscenità avessero cittadinanza in democrazia, sarebbe legittimo invocarle a giustifica di un silenzio massmediatico che sa di censura. In tema di «rappresentatività», poi, «pesi e misure» sono ormai volgarmente truccati. Non fosse così, come sarebbe potuto accadere che scuola e università disastrate finissero in mano a una ministra disastrosa come la Giannini? Ce l’ha imposta «Scelta Civica», un partito sparito dalle statistiche sul voto, perché non rappresenta neanche se stesso, ma alle Camere, grazie a una legge elettorale illegale, ha quanto basta di «nominati» per tenete in pugno un filo che regge il pupo fiorentino. E il telesvenditore della Repubblica lo sa: se il pugno s’apre, lui va giù a valanga e toglie il disturbo recitando i versi del suo grande conterraneo: «io venni men così com’ io morisse. / E caddi come corpo morto cade».
Silenzio, quindi, che il nemico ascolta e guai a chi parla! Nessuno sappia che la scuola lotta perché si applichi il dettato Costituzionale che pupi, pupari e compagnia cantante stanno cancellando; lotta per chiedere il potenziamento delle scuole d’infanzia e primarie pubbliche e afferma ciò che tutti sanno: i soldi ci sono e non occorre sceneggiare romanzi d’appendice sull’asta del «parco auto blu»; basta evitare scialacqui per il rafforzamento del «parco cacciabombardieri». La scuola lotta per miglioramenti salariali, dopo l’eterna manfrina dell’«Europa che lo vuole», come Dio volle le Crociate – «alta voce Franci omnes simul exclamaverunt: Deus hoc vult, Deus hoc vult» – e chiede di piantarla col trucco dell’Europa che ci chiede sempre tutta l’unità possibile, poi, in preda a non sai quale precoce arteriosclerosi, dimentica l’europeismo dei diritti, a partire da un contratto europeo sulle retribuzioni. Per questo lotta la scuola, molto più europeista di Monti, Napolitano, Renzi e la Giannini. Lotta – e non sarà uno scandalo, si spera – perché si torni a meccanismi di automatico aggiornamento salariale rispetto alla dinamica dei prezzi e al «costo della vita», che non è un’invenzione bolscevica; lotta per la civiltà del lavoro, che è anche diritto alle ferie o alla loro retribuzione per il personale a tempo determinato; si batte, la scuola, soprattutto per l’applicazione di leggi e disposizioni sui contratti a tempo determinato e la stabilizzazione del precariato utilizzato. Anche qui più europea dei sedicenti europeisti alla Napolitano, che puntualmente ignora nelle sue torrenziali esternazioni che la Commissione Europea si è più volte pronunciata contro l’abuso dei contratti a termine che da anni Berlusconi, Berluschini e comunisti pentiti utilizzano senza limiti, barbaramente, in totale disprezzo delle indicazioni e della normativa UE che qui da noi si applica con rigore se colpisce il lavoro e si ignora bellamente se lo tutela.
Sarebbe da prima pagina la notizia che la Commissione ha più volte chiesto ai tre ultimi governi – Napolitano Monti, Napolitano Letta, Napolitano Renzi – se «per garantire una certa flessibilità negli organici della scuola e far fronte, senza oneri eccessivi per lo Stato, a variazioni imprevedibili della popolazione scolastica sia veramente necessario […] ricorrere ad una successione di contratti a termine senza alcun limite quanto al numero dei rinnovi contrattuali e alla durata complessiva del rapporto». Si potrebbero riempire colonne sotto titoli a caratteri cubitali con le parole di un’Europa che il circo mediatico ignora, forse perché farebbero più danno di cento manifestazioni No Tav e non gli puoi mandare l’esercito di occupazione. Un’Europa che non chiede sacrifici e con inusitata chiarezza dichiara impossibile «ritenere che la legislazione italiana sul reclutamento del personale docente e ATA a termine contenga criteri obiettivi e trasparenti […] risponda effettivamente ad un’esigenza reale e sia atta a raggiungere lo scopo perseguito». E ne ricava la logica conclusione: «il ricorso a contratti a termine successivi per la copertura di vacanze in organico che tale legislazione consente non può pertanto considerarsi giustificato da ragioni obiettive». E allora perché si fa? E’ chiaro come la luce del sole che non si tratta di soldi. E’ che la scuola statale, per quanto ridotta allo stremo dalla sedicente «riforma Gelmini», costituisce ancora un intoppo per un disegno reazionario che utilizza la crisi come corpo contundente. In quanto fucina di pensiero critico, va perciò demolita. E’ questa la condizione «sine qua non» per la realizzazione della svolta autoritaria che l’asse Renzi- Berlusconi spaccia per «riforma istituzionale».
Un tempo si mettevano in piazza i blindati. Ora si massacra il sistema formativo.

Uscito su Fuoriregistro il 2 aprile 2014

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Saranno gli storici a dirlo domani. Oggi non è ancora possibile sapere chi ha fatto più danni negli ultimi due anni, ma una cosa è certa: nel gioco delle parti che li divide e li unisce, lo spettacolo che ieri hanno saputo offrire a “Ballarò” l’aspirante “capo” del governo, per ora semplicemente Presidente del Consiglio, e il tesoriere del disastro Italia non s’era visto in politica nemmeno ai tempi di Araldo di Crollalanza, Farinacci e Caradonna. In un confronto diretto, Berlusconi e Tremonti avrebbero dato dei punti persino a Stan Lorel e Holiver Hardy, illustri maestri della “comica finale“.
Il clima era quello del “vogliamoci bene” e teniamoci uniti. Le cose vanno ormai di male in peggio e prima o poi la gente si rivolta. Un tal Morando, senatore d’opposizione, non sapeva a che santo votarsi per trovare un argomento che lo separasse da Tremonti e il cassiere della macelleria dava i numeri com’è solito fare. Se la prendeva con i pensionati, gli invalidi veri e finti, gli impiegati di terza fascia e quella manica di privilegiati degli insegnanti, che da troppo scialano e fanno disastri. Bonanni, il sindacalista, faceva tappezzeria e Giannini, l’aguzzo vice direttore di “Repubblica“, mancandogli l’occasione di sparare a zero su una qualche storia di sesso e di corna, si arrampicava sugli specchi per marcare una generica differenza sull’equità d’una “manovra correttiva“, che addossa sul pubblico impiego la catastrofe prodotta dal neoliberismo e dalla più ottusa politica di classe che si sia mai vesta nella storia della repubblica. Non ci sarebbe voluto molto ad affondar la lama e fare a pezzi la cortina fumogena di Tremonti che delirava di “statali privilegiati“, maestri nababbi che hanno ricevuto “incrementi di stipendio sistematicamente superiori al tasso d’inflazione” e accampava l’alibi scandaloso di un’Europa che ce lo chiede. Una scaramuccia su “case emerse” e condono edilizio, un tira e molla lezioso sulla tracciabilità degli assegni con la massaia che spiegava all’economista “ma io pago in contanti” e il faccendiere che strizzava l’occhio ai furbi – qualunque cifra si può dividere per 10 per 100 e per 1000 – e si procedeva così con dosi massicce di Lexotan e un armistizio dichiarato sui temi che scottano. Paralizzati dal feticcio del mercato, i sacerdoti del libero scambio, della logica del profitto e del primato dell’economia borghese sulla politica davano per scontato che la maggiore aspirazione della povera gente sia il benessere delle aziende che lavorano al nero, il condono per gli evasori, lo scudo fiscale per chi nasconde all’estero i capitali, la certezza che le banche possano esercitare legalmente l’usura, l’incondizionata sottomissione alla speculazione finanziaria affinché la vita sia sempre movimentata dalla produzione di bolle e disastri economici. A sentire ieri Tremonti e i suoi “avversari“, gli italiani sono felici di far la fame, di avere scuole alla sbando, ospedali fatiscenti, università ridotte sul lastrico, istituti di cultura chiusi e non chiedono altro che di togliere dalla bocca dei figli anche l’ultimo tozzo di pane, pur di avere due eserciti potentissimi: quello di chi non paga le tasse e di chi “porta la pace nel mondo” a spese dell’innumerevole schiera di poveracci che popolano il nostro sventurato Paese.
Sarebbe finita così, con un nulla di fatto e con gli insegnanti messi alla gogna nel complice silenzio di tutti i presenti se, per eccesso di zelo, Giannini non avesse finto una sortita: “Non parliamo di tasse, per favore, lo sappiamo tutti che il capo di Tremonti ha giustificato più volte gli evasori!“. Trascinato nella mischia, il sondaggista Pagnoncelli gli aveva fatto eco con una statistica piuttosto negativa sulla caduta di consenso di cui pare che soffra il “leader maximo“. Apriti cielo. Il padrone del vapore, che gode ormai di una impunità morale che nessun popolo civile e nessuna democrazia consentirebbe a un esponente politico, ha chiamato da una delle sue principesche residenze di miliardario che “s’è fatto da sé“, ha preteso la parola. Cosa aveva da dire di così urgente all’Italia l’uomo che dal 1994 a oggi ha ampiamente contribuito a rovinarla? Nulla. Ha dato del bugiardo a Giannini, ha negato la validità dei sondaggi di Pagnoncelli e subito dopo, da perfetto maleducato, ha sbattuto il telefono in faccia agli ascoltatori ed è tornato nel nulla da cui è uscito, lasciando al fido cassiere l’indecorosa difesa d’ufficio.
Pretende, quest’uomo senza misura, che alle elezioni ottiene il consenso di meno di 25 votanti su 100, di essere in cima ai pensieri del 62 % degli italiani. Di tutti, anche di quelli che, nauseati dallo stato comatoso della nostra vita politica, non sanno nemmeno che esiste. In quanto a Giannini, con arroganza senza fine, Berlusconi ha sostenuto che mai e poi mai s’è permesso di giustificare l’evasione fiscale.
Bene. Domani, nelle scuole d’Italia gli insegnanti vilipesi da Tremonti, attaccati da Gelmini, oltraggiati da Brunetta e massacrati da Berlusconi, torneranno al loro lavoro. Checché ne pensino Limina e le sue circolari, chi ha dignità e amore per la Repubblica terrà una lezione sull’etica della politica, spiegherà brevemente e in maniera neutra quello che è accaduto, poi farà un clik su questo link: i ragazzi sono molto più intelligenti di quanto creda il nostro aspirante capo del governo” che, a suo dire è moralmente autorizzato.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 giugno 2010

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