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Posts Tagged ‘Gian Luigi Bettoli’

A-dispetto-della-dittatura-fascista_I-copCome tutti i bravi studiosi, Gian Luigi Bettoli non nasconde i suoi ideali, ma utilizza un rigoroso metodo di indagine, che accerta accuratamente l’esistenza e il valore degli eventi che registra, poi, per dirla con Carr, non si lascia condizionare «da un’insostenibile concezione della storia come […] assoluto primato dei fatti sul momento interpretativo». Nel suo lavoro perciò il centro di gravità non è mai nel passato o nel presente, ma trova il suo punto d’equilibrio nel sentito bisogno di rendere i fatti adeguati all’interpretazione e l’interpretazione ai fatti. E’ naturale perciò che compia le scelte suggerite dalla ricerca senza mai forzarne i termini.

Una prova di questa lodevole impostazione è fornita certamente dal denso volume intitolato A dispetto della dittatura fascista. La lunga resistenza di un movimento operaio di frontiera: il Friuli dal primo al secondo dopoguerra, edito da Olmis nel 2019. Il libro, che studia gli anni dal primo al secondo dopoguerra, chiude un lungo e attento lavoro di ricostruzione storica di ciò che è stato il movimento operaio friulano dagli anni ormai lontani dell’Ottocento al boom degli anni ‘60 del secolo scorso, avendo l’occhio particolarmente attento al Friuli, occidentale «antica roccaforte del socialismo»[1].

La mole dei documenti, la ricchezza del materiale iconografico, l’analisi approfondita dei fatti, molti dei quali sconosciuti o dimenticati, la capacità narrativa e il coraggio di ridurre all’essenziale i riferimenti archivistici e bibliografici, inconsueti in un panorama storiografico spesso appesantito da un uso eccessivo del «linguaggio specifico», adatto agli addetti ai lavori, ma del tutto inadeguato al lettore comune che prova ad avvicinarsi al saggio storico, costituiscono i caratteri di fondo di un lavoro che ha anzitutto un grande merito: in un momento storico in cui gli studi sul movimento operaio languono, Bettoli non solo li riprende, ma dimostra l’importanza che essi hanno per la conoscenza della storia generale del nostro Paese.

In questo senso il libro non è certamente un lavoro di storia locale e rappresenta, anzi, un esempio felice di storiografia marxista, che prende immediatamente le distanze dal dilagante revisionismo, riempie un vuoto di conoscenza e restituisce il posto che meritano nella nostra memoria storica fatti e soprattutto persone ingiustamente dimenticate. Il tema della resistenza al potere, diventa così immediatamente quello delle sofferenze subite dalle persone che hanno resistito «sottoposte a discriminazioni, persecuzioni, torture, ed alle relative conseguenze psichiche e fisiche fino alla morte proprio perché antifasciste»[2].

Di fatto, lo storico riporta alla luce ciò che si nasconde dietro il presunto «consenso» riscosso dal regime; un «consenso» apertamente e strumentalmente sopravvaluto da Renzo De Felice. Lo fa, per usare le parole stesse dell’autore, con la delicatezza necessaria alla dolente materia, scegliendo un modello espressivo che si pone la «questione della tutela della riservatezza della persona di cui […] ho appreso dati sensibili relativi a malattie ritenute stigmatizzanti, problemi di salute mentale, omosessualità, esercizio della prostituzione» e decidendo di «utilizzare un sistema misto, rendendo anonimi tutti quei casi dei quali non fossero già note, o in qualsiasi caso non apparissero significative ai fini della ricostruzione delle […] vicende personali dei protagonisti della ricerca»[3].

E’ bene dirlo subito. In questo nostro tempo, letteralmente prigioniero di una realtà politica rozza e culturalmente indigente, che tende sempre più a separare i governati dai governanti, lo storico friulano ha certamente presente quanto ebbe a scrivere sul fascismo come regime politico del capitale finanziario Pietro Grifone, economista e antifascista confinato[4]. Non a caso perciò il suo lavoro, restituendo la parola a chi il potere la tolse, non è solo un ottimo esempio di ricerca storica, ma uno strumento di lotta – un tempo si diceva «battaglia delle idee» – contro il riemergere di pericolose nostalgie strettamente legate a una crisi mondiale della democrazia.

Come giunga a porre al centro della sua ricerca la gente che resiste, è l’autore stesso a raccontarlo, facendo riferimento ai due «estremi caratteristici» del periodo di cui si occupa: «la conservazione del consenso elettorale della sinistra nelle sue roccaforti, a dispetto di un ventennio di regime fascista; la successiva e repentina contrazione di quella forza e l’instaurarsi di una egemonia moderata, imperniata attorno al blocco politico-sociale cattolico»[5]. Estremi caratteristici che pongono domande ineludibili: per quali ragioni si ebbe questo andamento apparentemente contraddittorio? Non vi è un solo modo per rispondere a una domanda come questa, ma l’autore non ha dubbi e sceglie direttamente quello che gli indica più chiaramente il lavoro che va compiendo negli archivi: «volgermi a ritroso, alla ricerca del percorso di almeno tre generazioni di attivisti politici che si sono sovrapposte, per cercare di capire le ragioni di questa egemonia […]. La stessa necessità di comprensione mi hanno spinto ad alcune incursioni nel decennio successivo, in quegli interminabili anni ’50 nei quali maturano cambiamenti sociali epocali»[6].

Da questa necessità per così dire “tecnica”, nasce una delle caratteristiche storiografiche più affascinanti e valide del lavoro: la centralità delle biografie di militanti politici e gente qualunque, che sono, sia pure a livelli diversi di consapevolezza, il cuore pulsante della ricostruzione del fascismo e della lunga resistenza al fascismo. Figure di seconda linea, militanti più o meno anonimi e gente del popolo che Bettoli non a caso ricorda come «persone escluse dal culto degli eroi»[7].

In questo senso il libro coglie con estrema chiarezza il limite del lavoro di Renzo De Felice e degli storici usciti dalla sua scuola, per i quali la connotazione di «storico militante» assume un valore del tutto negativo. Bettoli non utilizza mezze parole: De Felice e i suoi allievi hanno volutamente ignorato o comunque sottovalutato la resistenza opposta al fascismo dai gruppi organizzati e da quell’antifascismo popolare, senza del quale la storia del regime e più in generale quella del Paese, risultano monche e non di rado stravolte. Un’operazione che non solo è diventata lo strumento per una rivalutazione del ventennio fascista – oggi c’è chi giunge a parlarne come di «regime inclusivo» –  ma ha costruito le basi scientifiche per cui quella sua lettura è poi diventata «autorevole corifeo di quel turbocapitalismo che ha globalizzato il pianeta» e di fenomeni più recenti, primi fra tutti i cosiddetti populismi, così apertamente di destra, razzisti e xenofobi, da essere non di rado dichiaratamente fascisti o fascistizzanti[8].

Ciò è potuto accadere, osserva acutamente lo storico friulano, perché il revisionismo non è semplicemente  una «tendenza a passare senza mediazioni dal terreno della ricerca a quello della lotta politica», ma punta a svalutare, quando non a leggere in chiave negativa la storia del proletariato, tra la fine dell’Ottocento e l’avvento del fascismo[9]. Qui, sia dal punto di vista del metodo, che degli argomenti utilizzati, il lavoro di Bettoli costituisce certamente un contributo pregevole offerto alla conoscenza della nostra storia. Un contributo che nasce anzitutto da una scelta: ricostruire la resistenza al regime non attraverso i «grandi fatti della storia», ma mediante i piccoli episodi della vita delle persone, mediante il dolore senza clamore di chi si oppone  e paga. In altre parole, attraverso il «carico di sofferenze patite per idealità superiori» da chi ha messo in campo personalmente, come ha potuto, le più diverse forme di resistenza[10]. Sofferenze e resistenze delle quali il revisionismo storico ha volutamente scelto di non occuparsi.

Com’è naturale, la ricerca mette in evidenza il ruolo consapevole di militanti e dirigenti politici e sindacali, che hanno affrontato la lotta con la piena consapevolezza del rischio e hanno subito le manganellate e l’olio di ricino, la tortura, la prigione, il confino e persino la fucilazione, in nome dei loro ideali anarchici, azionisti, cattolici, comunisti e socialisti; è tuttavia un ulteriore merito di Bettoli quello di avere voluto dedicare pagine e pagine all’antifascismo che definisce «popolare spontaneo»[11].

Bettoli sa che fu costume anarchico quello di lavorare nelle carceri per politicizzare i delinquenti comuni; la sua formazione marxista gli dice che è necessario distinguere tra sottoproletario e proletario, tra comportamento individuale e scelta che nasce dall’esperienza e dall’organizzazione politica; questo però non gli impedisce di rendersi conto che il quadro dell’Italia resistente non sarebbe completo se la sua ricerca non avesse l’occhio attento ai gay, che non sono necessariamente sottoproletari, alle prostitute, ai vagabondi, ai piccolo borghesi delusi, insomma a quei «ceti marginali o sottoproletari» ai quali il regime non risparmia la repressione e che spesso passano per l’internamento e il manicomio, come i “politici”[12].

Di loro il regime farà quel che vuole con una ferocia che non distingue resistenza da resistenza. Siano o no politicamente irrilevanti o addirittura, come scrive con una formula felice, «veri e propri lapsus della psicologia sociale», conta davvero poco[13]. Per quanto il loro modo di resistere si possa ridurre alla bicchierata notturna che turba la quiete, possa manifestarsi con la canzone irridente e la barzelletta, o diventare canto anarchico, rivelando un sottofondo politico, si tratta comunque di una parte del volto di un Paese che a suo modo rifiuta un modello e mette in crisi l’immagine plebiscitaria del regime.

D’altra parte, perché ignorare i «marginali» e dare spazio solo a quei gruppi che in apparenza sembrano avere una più significativa collocazione sociale, se, tuttavia, sia prima che durante il fascismo, essi lottano nell’orizzonte ristretto della fabbrica, ma si tengono lontani dalla vita del sindacato e del partito?[14] Bettoli non si lascia chiudere nella gabbia di considerazioni ideologiche. Evitando di operare distinzioni forti e di alzare muri, coglie contraddizioni dietro le quali vivono anche momenti inattesi ma esaltanti. E’ il caso della capacità di lotta ripetutamente manifestata dalle donne operaie durante il fascismo[15]. Sono momenti e capacità che emergono soprattutto dai fascicoli personali degli antifascisti, dalla miniera in cui Bettoli ha saputo scavare con perizia e lucidità. Ne è venuto fuori non solo un libro da leggere, ma anche un esempio di metodo innovativo della ricerca storica in grado di mettere in crisi uno dei pilastri del revisionismo: il mito del «consenso».

NOTE

[1] Ultimo di una sorta di trilogia questo libro di Gian Luigi Bettoli è stato preceduto da altri due saggi: Una terra amara, (Ifsml, 2003) e Il volto nascosto dello sviluppo, (Olmis 2015).
[2] A dispetto della dittatura fascista. La lunga resistenza di un movimento operaio di frontiera: il Friuli dal primo al secondo dopoguerra, Olmis, 2019… p. 18.
[3] Ivi, p. 19.
[4] Pietro Grifone, Il capitale finanziario in Italia, Einaudi,Torino, 1975, pp. 22-31.
[5] Ivi, p. 25.
[6] Ivi
[7] Ivi, p. 18.
[8] Ivi, p. 23
[9] Ivi, p. 24.
[10] Ivi, p. 18.
[11] Ivi, pp. 196-293.
[12] Ivi, p. 197.
[13] Ivi, pp. 197-98.
[14] Ivi p. 243.
[15] Ivi, p. 196.

Giuseppe Aragno, La Storia Le Storie, 9 luglio 2020

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Una bellissima recensione di Gian Luigi Bettoli, uscita oggi su “La Storia le Storia”. Non mi nascondo dietro l’ipocrisia della falsa modestia: ringrazio l’autore per quello che ha scritto e sono orgoglioso del mio lavoro.

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Maurizio Valenzi, Incubo su Napoli, 1973

Giuseppe Aragno, Le Quattro Giornate di Napoli. storie di antifascisti, Napoli, Intra Moenia, 2018, pp. 344, € 18.

A proposito di una foto

img286-296x420La chiave del libro è tutta in quella foto di copertina, resa famosa da Robert Capa, ma probabilmente scattata dal giovane partigiano comunista napoletano Alessandro Aurisicchio De Val, che vendette per poche lire al famoso corrispondente di guerra un rullino di immagini realizzate durante la rivolta.
Quella che figura al centro sembra una scugnizza, una tra i tanti ragazzi che parteciparono alla rivolta del settembre 1943 e poi ne divennero i simboli. Si chiamava Maddalena Cerasuolo, soprannominata Linuccia. In realtà quella ragazzina, protagonista della difesa del Ponte della Sanità contro le truppe tedesche, e per questo decorata con la medaglia di bronzo al valore militare, non stava lì per caso. Operaia, era figlia di Carlo, un cuoco licenziato per rappresaglia, dopo essere stato arrestato a seguito di un incontro con un attivista del Partito Comunista clandestino. Antifascista, in collegamento con il Pcd’i, ma anche monarchico. E già questo basterebbe come ouverture ad un libro tanto complesso ed approfondito, quanto vivace e scorrevole nella lettura.
Non prima però di ricordare coincidenze che partono da assai prima, e ci portano fino ai giorni nostri.

Attorno al Ponte della Sanità

Il Ponte della Sanità – oggi intitolato proprio a Maddalena/Linuccia, che dopo aver combattuto sulle barricate fu arruolata dal britannico SOE per missioni oltre le linee nazifasciste – fu edificato in seguito all’arrivo delle truppe francesi a Napoli, dopo la Grande Révolution e le sue propaggini giacobine in Italia. La sua funzione era quella di sorpassare, passandoci letteralmente sopra, quel quartiere popolare che si arrampicava sinuoso verso le alture su cui sorge la Reggia di Capodimonte.
Ancor oggi le guide turistiche locali riproducono un plurisecolare sentimento antifrancese e danno voce al rancore suscitato da quell’invasione di oltre due secoli fa, prevalente nella memoria popolare sul ricordo delle decine di nobili e borghesi giacobini, impiccati ai pennoni delle navi dell’ammiraglio Nelson dopo la repressione della Repubblica Partenopea. Quella “direttissima” francese – spiegano – dritta come un fuso, come voleva il razionale pensiero illuminista, fu anche la causa della marginalizzazione del quartiere Sanità, trasformato in un profondo fondovalle ed espulso dal fulcro della vita cittadina.
Sopra, salendo a destra per Via Santa Teresa degli Scalzi, poco prima del ponte, c’è pure il ricordo di uno scomodo paragone tra Pordenone e Napoli. Paragone ingenerosamente negativo, come se i festeggiamenti della monarchia sabauda, con i suoi ufficialetti di cavalleria e magnati industriali “foresti” – e pure il suo ospite Emilio Wepfer, fondatore con Alberto Amman dell’omonimo cotonificio a Borgomeduna, veniva dalla Campania – potessero in qualche modo coinvolgere moralmente il proletariato della piccola “Manchester del Friuli”, che in quell’epoca stava pronunciando i suoi primi vagiti antagonisti. Si tratta della famosa frase di Umberto I, accorso precipitosamente a Napoli nel 1884 durante un’epidemia di colera, abbandonando le esercitazioni militari sui magredi a monte di Pordenone: “A Pordenone si fa festa, a Napoli si muore. Vado a Napoli”.
Ma la storia continua. Sotto il ponte, nelle catacombe di San Gaudioso sottostanti la Basilica di Santa Maria della Sanità, ed in quelle vicine di San Gennaro, è nata nel 2006 una cooperativa sociale: La Paranza, promossa dai giovani della parrocchia impegnati nella lotta per il risanamento del quartiere, contro la camorra. Una cooperativa che ha assunto cooperatori qualificati ed ha investito risorse per restaurare un importantissimo patrimonio archeologico, contribuendo così alla riscoperta di questa grande metropoli, attraverso l’autogestione dei lavoratori. Una realtà quanto mai vivace e protagonista, come dimostrano i veri e propri “comizi” con cui gli operatori spiegano ai visitatori la loro impresa, collegata ad una fondazione di partecipazione. Non può stupire che – a dimostrazione che la lotta di classe non risparmia la Chiesa Cattolica, e che comunque viene più spesso scatenata da chi possiede il Capitale – l’anno scorso il Vaticano (proprietario delle catacombe) abbia chiesto gli affitti arretrati alla cooperativa, rischiando di chiudere questa esperienza e facendo comunque una pessima figura. Non tutto ciò che luccica è oro, e Papa Francesco non esaurisce la complessità del Vaticano. Cose che capitano: a Trieste pochi anni fa era successo ad un’altra cooperativa, La Melagrana, di ricevere il benservito dai religiosi, dopo aver valorizzato il tempio mariano di Monte Grisa.

La realtà dell’antifascismo contro il mito dell’insurrezione spontanea

L’ultimo libro di Giuseppe Aragno segue altre opere dedicate alla meticolosa ricostruzione dei percorsi dell’antifascismo popolare durante il ventennio fascista. Un programma di lavoro che trovo – mutatis mutandis, se mi è permesso paragonare la minuta realtà friulana con la vulcanica capitale morale del Sud – molto simile a quello che altri, tra cui buon ultimo il sottoscritto, stanno conducendo, sia nelle motivazioni che nell’approccio alle fonti. E proprio tante simiglianze in una così stridente differenza ecologica sottolineano alcune riflessioni comuni.
Differenza che non è mai lontananza, come dimostra l’emergere, tra i protagonisti della narrazione di Aragno, del comandante partigiano Federico Zvab da Sesana, sloveno compaesano di Danilo Dolci, che crea sotto la copertura dell’Ospedale degli Incurabili un’intera rete militare, cui fanno capo il futuro dirigente del movimento di liberazione croato dell’Istria Giuseppe Matas e l’udinese Giuseppe Colombaro. E, come altri antifascisti del “nord” e stranieri sbarcati a Napoli dal confino di Ventotene, il futuro deputato comunista Giordano Pratolongo: un triestino eletto alla Costituente e riconfermato al Parlamento nel 1948, rispettivamente otto e sei anni prima del ritorno della città giuliana all’Italia, checché possano berciare gli “italianissimi” nazionalisti sull’orientamento del Pci al proposito. Pratolongo morirà nel 1953 dopo un pestaggio fascista subito a Monfalcone, in 30 contro uno: otto anni dopo la Liberazione! A dispetto di chi ritiene che i conti con il fascismo siano finiti tra il 25 aprile ed il 10 maggio 1945 e pensa che al “confine orientale” ci fossero solo trinariciuti titini infoibatori.
Fin dall’introduzione, Aragno polemizza fortemente con l’anestetizzazione politica compiuta a discapito della più grande tra le prime insurrezioni popolari antifasciste e antinaziste dell’Italia meridionale dell’autunno 1943. Infatti, prima di Napoli e dell’organica costruzione di un movimento resistenziale in tutta l’Italia occupata, occorre ricordare Matera, la prima città che si libera da sola, e ad ai primi di ottobre Lanciano, dove combatterono insieme insorti italiani e prigionieri di guerra jugoslavi… sempre a proposito degli “italianissimi” e della loro paranoia antititina. Le Quattro Giornate di Napoli sono state generalmente retrocesse, anche da grandi storici della Resistenza, ad insurrezione spontanea e naturalistica di una plebe priva di coscienza politica, interpretata da ragazzini al limite del mondo delinquenziale, e quindi priva di ogni significato politico; degna semmai di quel Meridione di “lazzari” incapaci di prendere in mano le loro sorti, se non in improvvisi ed irrazionali scoppi di violenza ribellistica, destinati inesorabilmente per rifluire nelle file della reazione sanfedista.
L’autore ricostruisce, attraverso i vari archivi della polizia fascista e del movimento resistenziale, le storie di chi non si era mai arreso alla dittatura, dei figli cui era stato trasmesso familiarmente il patrimonio politico antifascista, di chi si era distaccato dal regime, delle donne che non rinunciano al protagonismo politico, anche al momento della scelta delle armi. Fili tessuti ostinatamente, che nel settembre 1943 si riannodano insieme per combattere nelle vie di Napoli: spesso insieme padri e figli e madri e figlie. Percorsi biografici ancora parzialmente in fieri, più numerosi di quelli cristallizzati dalle autorità postbelliche al fine della corresponsione dei benefici agli ex partigiani – moltissimi combattenti delle Quattro Giornate si rifiutarono di fare richiesta, per motivi politici – e riassunti al termine del libro in un abbozzo di futuro dizionario biografico ricco di centinaia di schede, che integrano le notizie riportate nel testo.
Ricostruendo i percorsi familiari degli antifascisti, Aragno inoltre porta un ulteriore tassello alla decostruzione del mito ideologico defeliciano del “consenso” al fascismo, testimoniando le tante adesioni per necessità – dettate dalla necessità di sopravvivere per venti interminabili anni di dittatura, violenza e sofferenze di ogni genere, non ultima la discriminazione a lavorare e guadagnare per mantenere la famiglia – terminate con la partecipazione non a quattro, ma a ben più di venti giornate di lotta, durate dall’occupazione nazista dell’8 settembre fino alla cacciata del 1° ottobre. Perché non ci sono solo i 4 giorni di insurrezione popolare armata che caccia i nazisti ed i loro servi fascisti, ma ci sono le bande – anche in questo caso, costituite da napoletani, antifascisti sbarcati dalle isole di confino e prigionieri alleati liberati – che iniziano precocemente a resistere fin dai giorni dell’armistizio e della vergognosa resa della monarchia e delle autorità militari e civili. Accompagnando con le loro iniziative resistenziali il dispiegarsi della violenza tedesca, che certamente contribuisce a scatenare la reazione popolare, fino all’insurrezione che anticipa l’arrivo degli alleati; questi ultimi fermi nella sacca di Salerno, dopo uno degli infelici sbarchi nell’Europa occupata e tenuta fermamente dall’esercito tedesco fino all’estate 1944. Alla fine della lotta, Napoli si ritroverà in gran parte distrutta dalla violenza nazista e dai non meno terroristici bombardamenti angloamericani, con decine di migliaia di morti (23.000 secondo Maurizio Valenzi: cfr. il libro citato oltre, a p. 121) e di senza tetto, ridotta alla fame. Ma l’antica capitale del Regno delle Due Sicilie avrà lanciato all’Italia occupata l’esempio dell’insurrezione popolare liberatrice, che si ripeterà progressivamente, anticipando per gran parte delle città del centro-nord l’arrivo dell’esercito alleato.
Attraverso lo studio dei percorsi degli antifascisti, si giunge ad una conclusione anche statistica: una percentuale oscillante attorno ad un decimo degli insorti è costituita da antifascisti di lunga durata e dalla loro rete amicale e familiare. Chiunque sappia come funziona un’organizzazione, può riconoscere in questa la percentuale media su cui si assesta un gruppo dirigente con la sua struttura organizzativa.
Aragno ricostruisce la pluralità dell’antifascismo: le forze storiche del movimento operaio – comunisti e socialisti – ma anche movimenti spesso sottovalutati, come gli anarchici ed i repubblicani e – particolarità soprattutto napoletana – i comunisti di sinistra fedeli ad Amadeo Bordiga (ed a Leone Trozki), intrecciati con la giovane generazione liberalsocialista di Giustizia e Libertà, non trascurando le componenti monarchiche: i vecchi liberali crociani ed i giovani che hanno maturato il distacco dalla dittatura durante la catastrofica esperienza bellica. L’analisi di questa pluralità di contributi arricchisce un quadro altrimenti incomprensibile: come può la prima grande metropoli italiana insorta contro il nazifascismo votare poi per re Umberto il 2 giugno 1946, e consegnare a lungo il governo cittadino ad una destra continuista, traghettata attraverso il partito monarchico di Achille Lauro?
L’autore analizza in particolare le vicende dell’associazionismo degli ex combattenti delle Quattro Giornate, e della contrapposizione di molti tra loro e le organizzazioni politiche che si formano dopo la liberazione della città. Ne emerge un quadro complesso, in cui vengono frustrate le spinte di rinnovamento, trasversali tra i vari gruppi politici, di fronte ad una normalizzazione governata dalle truppe di occupazione e costretta nelle troppe mediazioni della “nuova” politica dei governi antifascisti; in particolare dopo la “svolta di Salerno” con cui la direzione comunista di Palmiro Togliatti gestisce la mediazione con la monarchia ed il suo rappresentante politico, maresciallo Badoglio. Si tratta di una fase che la sinistra pagherà duramente, sia con la stessa scissione della Federazione del Pci, che con quella del sindacato, ma che soprattutto sarà segnata dalla emarginazione della forte componente bordighiana del comunismo napoletano, che aveva partecipato sia alla cospirazione antifascista che all’insurrezione (e proprio la normalizzazione del Pci comporterà la damnatio memoriae dei comunisti di sinistra napoletani, ad iniziare dal loro massimo dirigente e primo segretario del Pcd’i). Questa debolezza della sinistra – secondo Aragno – sarà anche favorita dalla marginalizzazione di componenti estranee al movimento operaio, sia sul fronte repubblicano che su quello monarchico, con una delusione e distacco che andrà a tutto vantaggio della destra. Insomma: i combattenti napoletani – molti dei quali proseguiranno il loro impegno resistenziale andando al Nord, in Jugoslavia oppure arruolandosi nelle ricostituite forze armate della monarchia – verranno “cancellati” dal “Vento del Nord” (come lo definì Pietro Nenni), così unilaterale e miope nei confronti di quel precoce “Vento del Sud” che si era espresso con forza nel settembre 1943.
Si archivia così una fase in cui giovani di estrazione borghese e liberale si erano incontrati nella clandestinità con militanti comunisti, insieme avevano combattuto e addirittura, nella fase immediatamente successiva, avevano lavorato alla costruzione di un modello di sindacato libero da quei partiti che avrebbero firmato poi il “Patto di Roma”, affidando il governo della nuova CGIL unitaria ai tre “partiti di massa” (Pci, Psi e Dc), escludendo deliberatamente le componenti operaiste e gielliste, emarginate insieme alla loro prima “CGL rossa” del Sud. Mentre i compromessi politici avrebbero lasciato spazio ad opportunisti in carriera – come lo storico Aldo Romano, passato da spia dell’Ovra a storico di fiducia del Pci – ed ai quadri di partito giunti dall’esilio. Prefigurando così un fenomeno tipico di altre esperienze politiche: lo scontro tra le nuove generazioni cresciute nella clandestinità e nella lotta contro i regimi e le “vecchie guardie” all’estero (come nella Grecia degli anni della dittatura dei “colonnelli”, che vide prodursi nel 1968 la scissione del partito comunista KKE, da parte del KKE “dell’interno”, nucleo di quella che oggi è Syriza). Si posero così le basi per la mancata defascistizzazione e la continuità istituzionale, che garantì tra guerra e dopoguerra la conservazione dei rapporti di classe e delle strutture di potere in Italia.
E’ interessante mettere a confronto l’analisi di Aragno con la tarda testimonianza, relativa ai mesi immediatamente successivi alla rivolta, di un protagonista delle vicende del Pci napoletano come Maurizio Valenzi (dalla cui copertina abbiamo tratto l’immagine in evidenza: un quadro dello stesso autore). Un testo memorialistico, appunto – anche se basato sul materiale d’archivio conservato da Valenzi – che riproduce la versione togliattiana di questo inizio di dopoguerra italiano, ma che è soprattutto interessante per i tardivi ripensamenti sulle vicende di allora, definite pomposamente i “cento giorni che cambiarono l’Italia e che cominciarono con il ritorno di Palmiro Togliatti”. Ripensamenti tipici dei dirigenti comunisti, soprattutto dopo la fine del loro partito, e che ritornano su errori di settarismo e su debolezze e cedimenti di allora. Un rimpianto su quello che avrebbe potuto essere, e non fu, e che ebbe luogo a Napoli, tra la fine del 1943 e l’inizio del 1944.

Gian Luigi Bettoli,  La Storia, le Storie, 9 maggio 2019.

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