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Posts Tagged ‘Ghandi’

Colore di pelle, religione, lingua, cultura diverse da chi a scuola l’ospita e prova a riconoscergli, con passione e accoglienza, la dignità che Maroni e l’Italia leghista ogni giorno gli negano, al ragazzo indiano non sono sfuggiti né il misterioso fermento di questi giorni imbandierati, né la diversità incomprensibile delle bandiere sventolate: verde leghista, giglio borbonico in campo bianco e il tricolore della “libertà“.
Viene dalla terra di Ghandi, ha occhi attenti e riflessi veloci, il ragazzo immigrato, e deve aver pensato a chissà quale problema risolto, a quale antica servitù spezzata, sicché me l’ha chiesto, con commovente innocenza e involontaria ironia:
Unità vuol dire indipendenza?.
Così, a bruciapelo, non è una domanda facile e rispondo d’istinto:
No, l’indipendenza non è l’unità.
Lo so, c’è qualcosa di spurio e confuso in questo 17 marzo tutto italiano, un vizio di partenza, i sintomi d’un quadro patologico, che la “festa” tira fuori d’un tratto. E si mostra com’è: desolante.
Saremo uniti quanto si vuole in confini geografici apparentemente stabili, ma unificate non si sentono le coscienze e le singole realtà.
La scuola, per esempio, in cui il ragazzo straniero si trova a suo agio, è certo “unita“, ma sta lottando per l’indipendenza.

Tu non lo sai, ma la scuola che frequenti ha radici lontane. Porta sulle spalle il peso di lunghe battaglie. L’ha avuta vinta sulla legge Casati, che si fermava all’obbligo in seconda elementare e al ginnasio già viveva coi soldi dei genitori. Ci vollero uomini come Francesco De Sanctis e Pasquale Villari, per difenderne quel tanto di esistenza autonoma e la funzione di promozione sociale delle aree arretrate, in un paese rurale, in cui l’analfabetismo e l’emigrazione veneti univano il Nord e il Sud, più di cento guerre d’indipendenza.
Che vuoi che ti dica? Dieci anni di unità non erano serviti a nulla e il censimento del 1871 certificò che l’Italia unita, “libera“, e disgraziatamente piemontese, era molto più analfabeta di quella dei piccoli stati regionali. Fu poi vergogna d’intellettuali la posizione di Carducci, il “vate della patria“, posizione che rischiò di diventare uffuciale: “Basta coi lavori forzati del saper leggere! L’alfabeto è il più ipocrita strumento di corruzione e delitto per l’uomo, questo animale eminentemente politico”.
Così andava con questi grandi liberali e, se te lo dico, lo capisci bene, tu, oggi che il tuo diploma qui non conta nulla e sei il contadino veneto e campano del tempo nostro. Lo capisci bene e perciò me lo domandi:
Ma se non ho una scuola indipendente, io sto qui da voi, servo per sempre.

Tu non lo sai che anche da noi una legge non scritta creava caste e produceva paria. E lo strumento di separazione, in un paese unito, era una scuola senza indipendenza.
Tu non lo sai quante belle intelligenze fini, al soldo del padrone unito, latifondista al Sud, mercante con ambizioni di imprenditore al Nord, hanno messo al servizio del capitale. Penne e Gazzette di tutti i colori, per sostenere un’idea di unità che non prevedeva l’indipendenza delle classi subalterne. Un pensiero reso forte da forti interessi nascosti, che pretendeva la libertà e l’indipendenza dei padroni in una terra di servi e di bestie votanti: “In manifesta opposizione al più elementare concetto di Stato Costituzionale, – scrissero questi signori dai loro giornali – da anni i nostri governanti con tutti i mezzi sopprimono ogni privata iniziativa nelle cultura. Così s’affermano principi sovversivi, si cancellano le scuole private vigili custodi dei nostri infrangibili diritti e dei nostri valori, e si produce uno scadimento intellettuale, morale ed economico della nazione”.

Te lo leggo negli occhi, giovane indiano, quello che pensi. Tu l’hai intuito, forse ne hai parlato coi tuoi compagni di sventura e sai quello che accade, perciò mi fai le tue domande. Sai che, da qualunque parte la guardi, la tua scuola, la scuola di chi come te ha bisogno di cittadinanza, vive in in Paese unito, ma non è indipendente. Negano le risorse necessarie .
Tu che vieni dal “sottosviluppo” lo sai che Sud non è solo un dato geografico. Sai che attorno a noi, come lupi famelici, tribuni, venditori di fumo e ciarlatani rissosi, leghisti, borbonici e liberali tricolori, tutti assieme lavorano per il profitto, si annidano nei pori della produzione, moltiplicano le funzioni, spartiscono potere e territorio, federano per dividere, fanno conti da bottegai, speculano sulla distribuzione della merce, mediano, appaltano, spediscono, prestano danaro come usurai.

Chi oggi non vuole che tu parli la nostra lingua, ieri faceva guerra all’alfabeto, perché il cambiamento è periodicamente necessario, ma se tu impari a dire la tua, l’unità diventa crescita sociale.
No, l’unità non è indipendenza se non produce diritti.
E’ questa la mia risposta, giovane indiano. Cerca i tuoi compagni tra gli sventurati di ogni colore e lotta con loro. L’indipendenza è una conquista sociale. L’unità non c’entra niente.

Uscito su “Fuoriregistro” il 17 marzo 2011

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Da ragazzo, anni di guerra significava per me soprattutto memoria: gli anziani ricordavano il lampo nel silenzio prima dell’esplosione assordante, il rombo cupo del cannone a stento interrotto dall’urlo soffocato della morte e il fumo acre e dilagante che nasconde uomini e cose in una nebbia soffocante che stringe di angoscia le devastazioni materiali e quelle morali.
Anni di guerra furono allora per me – e forse lo sono ancora – l’oscenità del potere che si fa d’un tratto patria e chiama imperioso, fa le antiche capriole logiche, s’imbelletta di ragioni morali – c’è sempre una causa nobile a muovere la carneficina – e domanda cupamente sangue.
Così li immaginavo, gli anni di guerra, come sono da sempre, coi giovani affardellati che vanno a morire tra le bandierine e gli inni, nemici senza perché, petto contro petto, scudo contro scudo, daga contro daga, pieni la testa d’onore e paura, e sanno solo che un tiranno ha sbarrato la via che conduce fino al ferro, una tribù di barbari ha occupato l’oasi nel deserto o il valico innevato che guarda la pianura, che l’opulento vicino ci affama, che l’infedele non rispetta il pellegrino sicché Dio lo vuole, che ci hanno costretto in cono d’ombra e lo spazio ci serve, un po’ di spazio al sole, ed è spazio vitale.
Per tutto questo, solo per questo, in fondo per niente, ogni mano che può ha l’obbligo di spegnere vite: una, cento, centomila. Ricordavo Hiroshima.
Anni di guerra, pensai in quel tempo della mia prima giovinezza – ma ancora lo penso talvolta – sono gli anni dell’anima “animale”, della violenza individuale eletta a regola di vita collettiva.
Sentii allora, però, nelle tormentate riflessioni della giovinezza, che gli anni di guerra sono anche la risposta indiretta e definitiva all’utopia, l’assenza di alternativa, il buio profondissimo della ragione. In ultima analisi, il ritorno alla natura beluina della scimmia antropomorfa. Irrimediabile ritorno al codice delle diverse gradazioni della quantità e della qualità della violenza, all’indomita ed essenziale ferocia primordiale contro la quale cozzano invano e vanno in pezzi i millenni del progresso, la luce già fioca della scienza, l’imbelle sapienza storica, che si fa d’improvviso interminabile sequela di brutalità.
Anni di guerra fu intorno ai sedici anni il naufragio dei sogni.
Questo, dopo tanto riflettere, ciò che di mio rimase a me per gli anni che non erano venuti e sono poi andati, per quelli che non ho ancora vissuto e che forse verranno: un naufragio.
Negli anni di cui parlo, la guerra significò per me il dolore della crescita, che infine è invecchiamento, e l’inaccettata violenza accolta nella mia vita con stupore condizionante. Mentirei, tuttavia, se non dicessi che fu scontro lacerante ed inesausto – e perciò non ancora risolto – tra un impossibile rifiuto totale e la rivolta che covava dentro.
Si può scegliere Ghandi e vivere una vita disubbidiente – com’è vivo nell’arco breve del tempo che ci è dato il percorso dei millenni – e sentire dentro la contraddizione distruttiva tra l’amore e l’odio, la tolleranza assunta come tesi, la rabbia intuita come antitesi. Si può. Ma la sintesi è sempre e solo fatica. Fatica senza fine.
E’ vero, oggi ho messo la coscienza in pace – ma è un equilibrio precario e senile – nelle acque calme della libertà che va difesa, nella sacralità della lotta senza quartiere che antichi guerrafondai nobilitarono nella formula classica: “bellum pro aris et focis”. Mi sono tranquillizzato, fingendo di non sapere quanto di “patria” ci sia – e perciò quanto di falso – nella formula pacificatrice che giustifica la guerra.
Talvolta, però quando il peso degli anni non s’avverte ed un’improvvisa passione smuove le acque, l’antica tempesta si scatena e nel melmoso presente si fa strada una convinzione finalmente più libera, una invincibile necessità di chiarimento. Accade così che mi pare di poter dare ad “aris et focis” una dimensione planetaria, quella che forse in fondo sento vera, una dimensione che attraversa con rabbia passato, presente e futuro e, annullata la dimensione del tempo, sbotta in armi violentissima e non offre più scampo. Mi ricordo così di quella parte della mia generazione partita dagli slogan irridenti del pacifismo sessantottino e giunta al sogno d’un mondo in armi – tutto in armi – per l’impatto decisivo e definitivo. Rivoluzione dicevamo, ma era probabilmente molto di più. Aris et focis era il pianeta degli emarginati e non mentiva di pace. Rispondeva con la guerra alla guerra.
Ricordo ancora quel sogno furibondo e senza gradazioni di colori. Il sogno – chiamatelo se volete anche incubo, ma non sarò d’accordo – il sogno che metteva da una parte chi vive e dall’altra chi sopravvive, con l’incredibile complessità del sopravvivere. Complessità senza fine che non indicava solo le condizioni materiali della vita, ma anche e forse più quelle spirituali. Non il cibo del corpo, ma quello dell’anima insidiata, storpiata ed annichilita dalla violenza senza fine delle convenzioni sociali.
Oggi come allora mi chiedo quale domani ho sognato. Oggi come allora non sento minacciato il futuro, nel senso di tempo che verrà. E’ il sogno, semplicemente il sogno ad essere escluso, proibito, vietato e perseguito.
Questa esclusione, questa proibizione – oggi lo so – generò poi l’estremismo di cui ci ammalammo.
Per desiderio di sogni si può accettare una guerra e farla, senza dichiararla, mettendo nel conto i morti inutili dall’una come dall’altra parte, l’impossibilità di vincere se non alla condizione irrealizzabile di rivoluzionare le leggi della storia. E però, mi dicevo e mi dissi, Eraclito ha davvero ragione: acqua e fuoco. Eccola la guerra, senza speranze, senza che l’uno elimini l’altra, e tuttavia irrimediabilmente in lotta; acqua e fuoco, fisiologicamente, biologicamente, cromosomicamente connaturati all’esistere e regolati da scelte individuali – ecologicamente equilibrate – tra chi si pone come acqua e chi sceglie le vie del fuoco.
Un punto solo, e però decisivo, mi appariva e mi appare irrinunciabile: non c’è, tra acqua e fuoco, non esiste equivalenza alcuna, non è possibile alcuna forma di interscambio etico. Ogni volta che un bambino muore di fame ed avrebbe potuto mangiare, ogni volta che una mina storpia un ragazzino e la bomba è uscita dalle nostre mani, ogni volta che un uomo entra in carcere, è torturato o ucciso solo perché ha avuto dei pensieri, ogni volta che il pensiero di un uomo, il sogno, l’utopia sono considerati un reato e perciò processati, ogni volta che un detenuto attende una sentenza e non ha un avvocato, ogni volta che un giudice è pagato dall’accusa, ogni volta che tutto questo accade – ed accade, purtroppo, accade ogni giorno – stare con l’acqua o col fuoco non è la stessa cosa. I conti del ragioniere – dare e avere – non rientrano, non rientravano e non rientreranno mai nella bufera che furono i miei anni di guerra. Eraclito non lo consente.
La storia è vero, non cambierà. E però, tra l’uomo che sogna e l’uomo che processa i sogni non c’è e non potrebbe esserci alcuna pacificazione etica. I sogni, restano tali, liberi, certo, anche quando si presentano in veste d’incubo e coi simboli sanguinosi della lotta per la vita. I giudici, che li conducono in tribunale solo perché stanno in testa agli uomini, potenza che per esistere non deve farsi necessariamente atto, i giudici sono altro. Ben altro. Acqua e fuoco.
Anni di guerra – dopo tanto girarci attorno – furono per me lo scontro duro di giovane comunista con le ritorsioni dell’antico gerarca, assolto senza processo dalla giustizia politica amministrata anni prima da Togliatti.
Come sa essere ironica la storia, come paradossale e lucida quando è la vicenda minima dei suoi anonimi protagonisti.
Togliatti certo non poteva saperlo e più non saprà, che i suoi giovanissimi compagni in un liceo di Napoli fecero tutti la guerra al gerarca fascista e tutti uscirono battuti e segnati. Tutti, tanti anni dopo, maturarono nei suoi confronti scelte irrevocabili.
Si lottava per nulla, si lottava d’istinto, da posizioni diseguali e squilibrate, con i piccoli scienziati della nuova borghesia a fare da spettatori rigidi e timorosi, a lasciarsi prendere dal fascino della matematica pura, dall’uomo che si presentava colto e potente, e si disponevano a firmare l’armistizio. Il gerarca offriva vantaggi evidenti: so capire e premiare – lasciava intendere – basta acconsentire.
Io però non volli firmare.
Non dirò che feci bene, né che avessi ragione. Non ho più voglia di atteggiarmi ad eroe.
Pesarono il temperamento romantico invaghito di se stesso, allora sì, lo ammetto, una giovanile vocazione al martirio appresa da amori infantili – “Cuore” letto sei volte e “I ragazzi della via Paal” imparato a memoria – l’insopprimibile avversione per l’autorità non autorevole – mio padre, tutti mio padre, i prepotenti – chissà, forse l’irresistibile fascino d’un nonno mai incontrato, d’una militanza che non chiede medaglie e fanfare, d’una rovina provocata in nome di un’idea. Tutto questo certo segnarono l’inizio degli anni di guerra.
Una corsa didattica fatta forse per ammaliare – così piaceva al fascista – il raffreddamento ad acqua, comparso chissà come tra noi in un’ora di laboratorio di fisica, l’offerta di un esempio che mi fu stranamente concesso – non accadeva mai e forse davvero il destino scelse per me – e la violenza dello scontro sembrò subito definitiva.
Ad acqua dissi, ad acqua raffreddavano i nostri soldati in Russia le mitragliatrici. Ad acqua soggiunsi, quando l’acqua in Siberia congela. Bella scienza portarono i fascisti fino a Mosca!
Un tremito marcato alla bocca carnosa, un moto impercettibile degli occhi tutt’ad un tratto stretti dietro la montatura degli occhiali pesanti e sporchi segnalarono la furia incontenibile che montava.
Vada a posto! – mi disse – vada a posto! Poi soggiunse: i socialisti a Mosca non c’erano. Avevano preferito scappare.
Ma hanno cacciato via Mussolini da Salò – fu la replica secca – e alla fine sono stati i fascisti a fuggire.
La mia vita di studente al liceo “Cuoco” si era accorciata quel giorno in maniera vertiginosa. E gli anni di guerra, la guerra che non volevo, gli anni di guerra erano destinati a durare.

Uscito su “Fuoriregistro” il 2 marzo 2003

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