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Posts Tagged ‘Gerarchia’

Per la Gelmini, dopo la scuola, è il turno dell’università. Su una cosa concordano tutti, maggioranza e opposizione, e non fa meraviglia: “è necessario avvicinare il sistema formativo al mondo del lavoro“. Fosse una malattia, sarebbe un vero e proprio accanimento terapeutico. Dopo trent’anni di quest’idea malata, la scuola-azienda, cantata e decantata dai sostenitori del libero mercato come la panacea di tutti i mali, s’avvia a uno sfascio senza precedenti, ma Gelmini, il curatore fallimentare del nostro sistema formativo, non conosce altra terapia: ordine, concorrenza e produttività su scala industriale. Non è bastata nemmeno la crisi del capitalismo, il tracollo della Grecia, la bancarotta fraudolenta delle banche private americane, le ripetute richieste di ossigeno venute dal mercato alle casse dei singoli paesi. Nulla da fare. Scuola e università non hanno scampo e attraversano impotenti le forche caudine dell’economia borghese: più dirigenza, una governance sempre più autoritaria, pochi quattrini per soddisfare le richieste del mondo del lavoro e produrre asini rassegnati. Si va avanti così, tra l’imbarbarimento d’una società schiavizzata, la precarizzazione dei lavoratori, la mortificazione della ricerca, lo sprezzo per la didattica, l’odio per la sperimentazione e progetti che hanno fini e caratteristiche di pura razionalizzazione aziendale.
Sulla carta, l’autore della tragedia risulta la Gelmini, ma il disastro è tutto interno ai sedicenti intellettuali dell’accademia, fiori di serra nati, cresciuti e pasciuti in quella sorte di Circo Barnum che da qualche lustro la “sinistra di governo” continua a chiamare università. Sinistra, all’occorrenza, destra se, come ormai tutti sanno, per destra s’intende lo sfascismo cui la sinistra è approdata armi e bagagli dopo il classico percorso dell’opportunismo rosso borghese, quando l’operaismo, l’anarco-sindacalismo e le pose rivoluzionarie facevano carriera. Un percorso stupefacente, figlio della nobile tradizione del trasformismo italico – Padania compresa – che ha saputo produrre indifferentemente il comunista!? “ministro delle grandi riforme” Luigi Berlinguer, il salottiero Sofri, la cupa Lucia Annunziata e l’onniscienza di Israel; un percorso che ha visto socialista Galli della Loggia e sessantottini Mieli, Liguoro e Cofferati. Gente che oggi è tutta liberal e riformista.
Passo dopo passo, Gelmini dopo Fioroni, Fioroni dopo Moratti, e via così fino a Berlinguer, la scuola prima, l’università poi, sono state strangolate da un principio ideologico che trasforma il merito in risparmio, confonde i tagli con gli investimenti, produce precarietà e si chiama riforma: “battere in breccia gli ideali utopici e assembleari dei sessantottini“. Ne è nata una descolarizzazione confindustriale che ha trapiantato, nel regno della riflessione critica, la gerarchia delle aziende e del mercato in cui il merito si misura dall’aumento del prodotto lordo. Un ridicolo criterio quantitativo come misura di un’astrazione qualitativa e, ad un tempo, la sterilizzazione dell’intelligenza critica.
Gelmini finalmente può chiudere il cerchio e privatizzare. Tutto quanto di male si poteva fare alla scuola e all’università è stato già fatto. Ancora un poco e il ministro firmerà il certificato di morte.

Uscito su “Fuoriregistro” il 27 luglio 2010.

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“Gerarchia” fu la rivista ufficiale del fascismo. Nella miseria morale e nell’indigenza culturale dello squadrismo diventato governo contribuì a creare la “mistica” fascista e il mito del duce. Mussolini la inaugurò il 25 gennaio del 1922 con l’articolo Breve preludio, in cui la retorica vuota di contenuti, preannunciava confusamente i caratteri di fondo della “civiltà fascista“, fondata su una “scala di valori umani, responsabilità, doveri, disciplina” che in nome dell’ordine costituito e dell’obbendienza cieca al “duce che ha sempre ragione“, cancellava i diritti e metteva al bando l’intelligenza critica. Oggi è facile vederlo. La tragedia dell’8 settembre del ’43 era già tutta in quel lontano gennaio del ’22.

Gerarchia e obbedienza sono gli sconcertanti concetti ispiratori della circolare di Marcello Limina, alto funzionario dell’Ufficio Scolastico Regionale dell’Emilia Romagna che ha trovato in Maria Stella Gelmini, ministro della Repubblica nata dall’antifascismo, un solerte avvocato d’ufficio. La preoccupante circolare suscita da giorni le motivate preoccupazioni e le proteste degli insegnanti.

Mentre il governo tenta di mettere il bavaglio ai magistrati e i giornalisti sono costretti a difendere come possono la libertà dell’ informazione, com’era prevedibile, giunge l’attacco portato agli insegnanti. E’ bene dirlo chiaro e forte: quello che sta accadendo non ha precedenti e non è più tempo di mezze parole e pannicelli caldi. Limina e Gelmini sono tenuti a saperlo, maestri e maestre gliel’hanno insegnato: l’Italia è una Repubblica democratica. E’ il primo articolo dei “Principi Fondamentali” della nostra Costituzione e farebbero bene a ricordarsene perché fuori o, peggio ancora, contro questo principio, tutto ciò che si scrive, se non costituisce reato, è cartastraccia. Negli atti della Costituente quel noto sovversivo che risponde al nome di Amintore Fanfani, illustrando il principio all’Assemblea, usò parole che oggi sono prescrizione inderogabile per ogni cittadino della Repubblica, anche e soprattutto per i dirigenti degli uffici scolastici e i loro avvocati: “Nella nostra formulazione l’espressione democratica vuole indicare i caratteri tradizionali, i fondamenti di libertà e di uguaglianza, senza dei quali non è democrazia“. Sembrerebbe ovvio ma non lo è. La circolare recentemente firmata dal responsabile degli Uffici scolastici dell’Emilia Romagna dimostra che c’è ancora chi – come nel tragico ventennio fascista – ritiene che l’esercizio dei diritti, persino di quelli sanciti dai fondamentali principi della Costituzione, sia subordinato al capriccio delle gerarchie. Le cose non stanno così ed è anzi il contrario: è Limina a dover dar conto agli insegnanti di quello che ha scritto nella sua malaccorta circolare. L’uguaglianza dei cittadini produce infatti, in termini concreti, quello che, in senso epistemologico, si definisce “assioma“, vale a dire un principio assunto come vero in quanto è evidente e fa da punto di partenza di un contesto teorico di riferimento. Se Gelmini è libera di dire alla stampa ciò che pensa di scuola e di insegnanti, se Brunetta può definire pubblicamente fannulloni gli impiegati, gli insegnanti e gli impiegati possono dire alla stampa ciò che pensano del governo e della sua politica scolastica. Questa è in concreto l’uguaglianza nella democrazia repubblicana e non c’è circolare che tenga: chiunque, impiegato o no, può liberamente manifestare opinioni relative ai ministri di turno. Gli insegnanti possono, lo fanno e lo faranno, come io lo faccio, e non c’è legge che possa legittimamente impedirlo a meno di non dichiarare guerra alla democrazia, assumersi la responsabilità di violare la Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino e indurre i cittadini a esercitare il sacrosanto diritto/dovere alla resistenza all’oppressione.

E’ stupefacente che Marcello Limina e Maria Stella Gelmini, fingano d’ignorarlo. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo e richiede l’adempimento dei doveri. E’ scritto nell’articolo due della Costituzione e non ci sono dubbi: è dovere primario di un ministro rispettare i diritti dei cittadini. Lo ricordava ai colleghi l’onorevole Ruini: la inscindibilità del binomio diritti-doveri “tipicamente mazziniano“, risale alla Rivoluzione francese – non è, quindi sessantottino – ed “è accolto da tutti, è ormai assiomatico“. Quando fu chiaro che il diritto di qualcuno è automaticamente dovere che hanno gli altri di rispettarlo, quando Giuseppe Dossetti puntualizzò che fosse da ritenere “assiomatico” che i diritti fondamentali delle persone sono vigenti anteriormente ad ogni concessione da parte dello Stato e, quindi, incoercibili, Marchesi – orribile a dirsi, un comunista! – ricordò che ci sono diritti insopprimibili che non sono riconosciuti esplicitamente dalla Costituzione, perché essa – tutti convennero – sottintende quelli storicamente preesistenti alla formazione dello Stato: vivere, muoveri, formarsi una famiglia, procreare, parlare. Parlare, sì. Parlare, checché ne pensino Limina e Gelmini. Parlare e, quindi, criticare sono un diritto naturale e incoercibile. Marchesi, sempre lui, il comunista, quasi temesse l’emergere dei Limina, trovò consenso unanime allorché, concordata una definizione giuridica – l’uomo è un “animale sociale“- ricordò che in ogni dovere è implicito un diritto: quello alla “libertà interiore, che non ci può essere data e tolta da nessun governo” in quanto “approdo supremo del proprio personale destino, che non può essere regolato né minacciato dalla legge“. Sono parole che Limina e il suo avvocato troveranno a pagina 38 degli Atti della Prima Sottocommissione dell’Assemblea Costituente. L’alba della Repubblica, dopo la tragedia di quel fascismo a cui tanti, troppi comportamenti e disegni di legge di questo governo sembrano volerci ricondurre. Primi fra tutti, quelli di natura odiosamente censoria che mirano apertamente a impedire o punire la manifestazione di dissenso.

Lo dico con la consapevolezza delle parole gravi e la serenità di chi è in pace con la coscienza: la misura è colma. Chi ha a cuore la democrazia – e ci contiamo a milioni – non può accettare senza reagire una involuzione autoritaria. E bene ha fatto la Cgil a chiedere il ritiro immediato della nota e le dimissioni del direttore dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia Romagna.

Uscito su “Fuoriregistro” il 24 maggio 2010

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