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Posts Tagged ‘George Orwell’

«Come t’è venuto in mente di rileggerlo?», ti chiedi angosciato, mentre il vecchio libro torna al suo posto nello scaffale della libreria. Il punto di domanda, però, non si ferma in coda alla frase. Cade giù a picco nel mare delle riflessioni e apre cerchi concentrici, come un sasso in uno specchio d’acqua. Non hai voglia di cercare una qualche risposta, ma il Guevara uccisodiavoletto critico che ti vive dentro da sempre incalza petulante: «Perché l’hai riletto?».
Potresti dirgli che non ricordi e non t’importa di sapere perché, ma quello insisterebbe e perciò gli rispondi, anche se in fondo parli solo a te stesso:
«Non lo so. Forse perché il vecchio Jhon Pilger va raccontando in giro che ormai “1984” passa per un libro d’altri tempi, una storia superata, inoffensiva e a modo suo persino rasserenante. Sì, forse è andata così. E’ stato Pilger».
Non fai in tempo a dirlo, ed ecco che anche Pilger diventa un sasso che cade nel lago profondo dei pensieri e apre cerchi sempre più larghi, uno nell’altro, uno più largo dell’altro. E’ una vertigine oscura che ti confonde: ieri, oggi, insiemi infiniti di punti tutti ugualmente distanti dal sasso che affonda, punto da cui parte il raggio di una circonferenza che si allarga… Piaccia o no, si riflette.
Ora che ci pensi, mentre leggevi, ti sei ricordato che Orwell l’aveva previsto il rischio che le democrazie, svuotate, si chiamassero fuori, riducendosi a forma che banalizza la sostanza. Altro che libro d’altri tempi! In fondo Orwell ci aveva messi sull’avviso: «per essere corrotti dal totalitarismo non occorre vivere in un paese totalitario».
«M’ha fatto bene rileggere, anche se c’è poco da stare allegri», mi dico, mentre il diavoletto critico mi toglie la parola:
«Una democrazia malata, tutta forma e niente sostanza è il brodo di cultura ideale per un nuovo totalitarismo. Non vedi? Più sale la febbre ai Parlamenti, più si parla ossessivamente di crisi, più numerosi sono i sedicenti democratici che insistono sulla panacea di tutti i mali: le loro maledette «riforme». Ci vogliono, dicono, tentando d’essere persuasivi, sono indispensabili, perché, se non si fanno, il capitale straniero non presta soccorso e ci va di mezzo la povera gente».
«Diavolo d’un diavoletto, hai ragione!», esclami, con un senso d’angoscia. «Questa falsa speranza non è la trovata estemporanea di gente che non sa come affrontare la crisi. E’ l’esatto contrario: una pillola di propaganda per sprovveduti, che parte da un principio rivoluzionario, lo rovescia come un guanto e ne fa una verità per fede di un integralismo controrivoluzionario».
«L’hai capito, eh!» ti fa compiaciuto il diavoletto, mentre il sasso allarga i cerchi e ti porta lontano.
«Certo che ho capito, diamine. Una volta tutto questo ce l’avevamo chiaro… Il capitale privato straniero…» cominci a dire, mentre rivive un mondo, ma il diavoletto ti anticipa e ti toglie le parole di bocca. Ora sì, ora è proprio la tua coscienza ritrovata, il tuo lontano passato: un giovane biondo, gli occhi celesti e i riflessi pronti.
«Il capitale straniero non si muove per generosità» mi dice con tono didattico. «Non si muove per un nobile atto di carità, non si muove né si mobilita per il desiderio di arrivare ai popoli. Il capitale privato straniero si mobilita per aiutare se stesso».
Rammenti il corpo senza vita d’un uomo che non morirà ed esclami emozionato: «Guevara, Ernesto Guevara, il Che. Ed è vero, verissimo! Chi l’ha liquidata a colpi di fucile come meritava, gentaglia come questa, ci ha lasciato in eredità la sua lezione. E importa poco se non tutto è andato come voleva. Chi aveva da pagare pagò e la prossima volta andrà meglio».
In realtà, non sei tranquillo come pare: «Scatenare una guerra nei confini dell’impero?», chiedi a te stesso, mentre una domanda sorge insopprimibile: «Chi dice che il momento è buono? E dopo, come se ne esce dopo?».
La risposta è immediata: «Tu lo sai bene che è il momento giusto».
Chi è che parla ora? Tu o il diavoletto che ti ha indotto a ragionare con te stesso? Chiunque sia, ancora una volta ti torna in mente il Che:
«Quando le condizioni pacifiche di lotta si esauriscono, quando i poteri ancora una volta tradiscono il popolo, non soltanto si può, ma si deve inalberare la bandiera della rivoluzione».
E’ il diavoletto, coscienza critica e angelo custode, che parla alla tua titubanza:
«Non sai come si fa a scatenare una guerra nei confini dell’impero? Davvero non lo sai? Guardati attorno. Non vedi? Ci sono armi a volontà, basta volerle. Cura di farti capire e non tentare la via individuale, perché gli ideali nobili hanno bisogno di molte braccia e liberi consensi. Gli uomini non mancano, come non mancano le ragioni politiche e morali. Si vive come servi in fazzoletti di terra espropriata e inzuppata di rabbia, ma la rabbia è benzina. Un cerino, uno solo e i pifferai la pianteranno. Sfruttamento, bambini massacrati, l’immancabile guerra umanitaria al “barbaro” di turno. Basta. Gli incendi scoppieranno facilmente. Difficile sarà domarli; quando sei alle prese col fuoco e alle spalle ti scoppia un nuovo incendio, tutto si complica e il terzo diventa devastante. Quanti macellai in armi girano il mondo per conto dell’impero? Dovranno richiamarli a tutta velocità e non basteranno. Si tratta solo di decidersi e organizzarsi…».
Ora ti pare di vederli il fumo che si leva e il fuoco che avvampa, acre e liberatorio. Nel fumo, l’antica lezione:
«Il guerrigliero è, fondamentalmente e prima di tutto, un rivoluzionario. Il guerrigliero è un riformatore sociale. Il guerrigliero impugna le armi come protesta adirata del popolo contro i suoi oppressori  e lotta per cambiare il regime sociale che tiene tutti i suoi fratelli disarmati nell’obbrobrio della miseria».
Non basta condannare la violenza, se un potere violento esaurisce ogni condizione pacifica di lotta. E mentre parli a te stesso, uno dentro l’altro, uno più largo dell’altro, mille cerchi si vanno allargando.

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