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Posts Tagged ‘Genova’

Stupisce che Marchionne stupisca ancora. Lo stupore si fa poi fastidio, se chi si stupisce si ferma all’indignazione e cancella così, per i corpi sociali e la dinamica della storia, il principio di reciproca influenza per cui ogni azione reale provoca una reazione uguale e contraria. “Siamo alla rappresaglia“, titola la stampa, e lì si ferma senza domandarsi com’è che non vedi cortei spontanei di protesta e non senti organizzazioni sindacali che denunciano per risposta l’autoregolamentazione dello sciopero e gli accordi sottoscritti in tempo di pace. Alle ripetute azioni d’una guerra di annientamento scatenata contro la classe lavoratrice, i lavoratori non rispondono con la guerra. E’ soprattutto questo che dovrebbe stupirci e, ancor più, interrogare le coscienze sul funzionamento effettivo dello Stato e sul rapporto reale che c’è tra legalità e giustizia sociale.
Si dice che la storia non si ripete e sarà vero, non si scrive, però, che essa si svolge su percorsi dati e schemi preesistenti in cui agiscono i suoi protagonisti. La lotta di classe è un dato fisso, è il contesto uguale nei secoli con cui fanno i conti i protagonisti; a mutare sono le scelte che decidono i risultati dello scontro, sicché, comunque vada, il dato costante è il conflitto. Chi conosce l’asprezza della lotta di classe e la storia del movimento operaio sa che Marchionne segue il solco d’una tradizione e non si meraviglia per le sue scelte. Sa che i diritti nascono storicamente da lotte condotte contro un quadro di “legalità” che ha sempre garantito i ceti dominanti con leggi repressive fatte apposta per colpire coloro che lottavano per la giustizia sociale.
La ritorsione è uno dei volti di una repressione unilaterale che è regola per uno Stato che non solo riconosce come prioritari i diritti del padronato rispetto a quelli del lavoro, ma è lì per favorire, approvare e se necessario imporre con la forza la barbarie del “libero” mercato. Qualora ce ne fosse ancora bisogno, Marchionne dimostra coi fatti che per i padroni non ci sono tribunali, giudici e sentenze. Sui lavoratori che non rispettano il verdetto del magistrato lo Stato esercita prontamente la forza che è suo esclusivo monopolio. Per i padroni questo non accade. La storia è piena zeppa di lavoratori incarcerati o uccisi nelle piazze. Nessuno ricorda scioperi terminati coi padroni arrestati o uccisi in piazza dalle cosiddette forze dell’ordine. Della ritorsione di Marchionne si stupisce solo chi fa il gioco delle tre carte e confonde le idee, perché non vuole che la gente sappia e capisca. In questo senso si spiega bene e assume, anzi, significati chiaramente classisti l’attacco contemporaneo che il padronato porta agli operai nelle fabbriche e ai loro figli nella scuola pubblica. Un attacco in cui la Fiat di Agnelli e di Marchionne, alla testa dello schieramento padronale, non solo è in prima linea ma parte da posizioni di forza, poiché ha collocato i suoi uomini, che nessun lavoratore ha eletto, direttamente nei banchi del governo. Sono i tecnici alla Profumo, che sottraggono soldi alla scuola pubblica per passarli a quella privata e togliere ai figli dei lavoratori ogni possibilità di capire ciò che accade attorno a loro.
Così stando le cose, è chiaro che nella “società della conoscenza”, scuola e università sono il terreno avanzato dello scontro di classe. I docenti vanno colpiti, la scuola disarticolata e la ricerca messa sotto controllo, perché nessuno deve spiegare ai giovani che sono stati rapinati del loro diritto alla vita, non devono sapere nulla di Crispi e della Banca Romana, degli stati d’assedio che non c’erano nello Statuto Albertino ma portarono in piazza la cavalleria contro la povera gente, di Mazzini, “padre della patria”, morto esule a Firenze sotto falso nome, ancora e sempre “condannato a morte in contumacia”, di Garibaldi, “eroe dei due mondi”, tenuto sotto stretta sorveglianza da nugoli di spie e confidenti, delle crisi del capitale pagate periodicamente con la disoccupazione e la fame dei lavoratori, delle leggi speciali che ignorano il dettato costituzionale, dei soldi dei lavoratori utilizzati per armare e pagare gli uomini in divisa che po li hanno sempre massacrati, da Milano nel 1898, a Reggio Emilia nel 1960, ad Avola nel 1968 e via così, anno dopo anno, fino a Genova nel 2001. Non devono sapere, per tornare alla Fiat, del gerarca Valletta che perseguitò i lavoratori prima coi fascisti e poi con la Repubblica. Non devono sapere, perché ai padroni come Marchionne non serve gente che pensa, ma servi che chinano la testa. La scuola, se funziona, produce intelligenze critiche, cittadini non servi. E il cittadino non subisce. Reagisce. E’ legge fisica.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 novembre del 2012

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Lei chiacchiera, Presidente, e non le costa nulla. Io guardo angosciato Genova che lotta per la vita e mi prende un senso di ribellione. Io lo so bene e chi legge lo sa. Sepolti i morti, cominceranno le polemiche di sempre, sinistra contro destra, parole e fantasmi, perché tutti insieme che ci hanno governato si portano il disastro sulla coscienza. Tutti, nessuno escluso, nemmeno chi dall’alto ogni giorno continua a chiedere che c’impicchiamo alle regole d’un gioco truccato e ci rassegniamo a pagare con la salute e con la dignità. Pagare cosa? Pagare chi? E pagare perché? Per tornare a menare una danza che non ha senso?

 C’è una domanda che incombe e mette paura, perché paura ci vogliono fare: chi ci salverà? E’ una domanda stringente, mentre il fango corre, attraversa le vie, devasta, uccide. Una domanda alla quale non sembra si trovi risposta. Ci sono “salvezze” più mortali del pericolo da cui si scampa e banalmente si può dire che all’orizzonte si vedono solo di qui la padella e di là la brace. Si fanno ragionamenti sui numeri d’una presunta maggioranza, che fino a ieri è stata opposizione; ci si appella a una minoranza “responsabile”, che tante volte è stata maggioranza, e sembra un delirio: governo tecnico con la tutela della banche, il Fondo monetario, i numeri, le chiacchiere sui conti…

E la gente? La gente che v’ha detto come ha potuto, coi referendum, andatevene a casa, la gente che non ne può più e sa fare benissimo da sola, la gente dov’è? La gente, che usate per strumento ma chiamate popolo sovrano, la gente che trasecola per le indecenti pazzie sull’aspettativa di vita, sulla disoccupazione giovanile che “sì, davvero è un problema che va risolto”, la gente dov’è? E cosa c’entra col Paese che onora i debiti? I debiti di chi?

 Ieri, mentre ai greci stremati veniva tolta la parola e le “grandi democrazie” decidevano senza consenso, ieri c’era chi ricordava che è già accaduto: la tentazione di far fuori un nemico piccolo ha scatenato quelli grandi e la mano è passata alle armi. Non s’è trattato certo di salvezza. Due guerre mondiali. Di una s’è voluta far la festa oggi e anche questo la dice lunga sul panorama di idee e sul sistema di valori che ci ha governato e ci governa in questi anni. Chi ci salverà! Lo scrivo col punto esclamativo, perché la domanda si fa tagliente e suscita la rabbia.

 Lo sanno tutti: la storia non è altro che un ventaglio di scelte. E ce n’è una che ci pone subito davanti alla necessità di scegliere la nostra via. A chi ci offre la “salvezza” d’un prestito usuraio, per ridurci alla mercé di padroni ad un tempo ignoti e ignobili, possiamo dare solo due risposte. Un sì, che sarebbe la fine, un no che aprirebbe uno scontro incerto, estremo, eppure necessario. Ecco chi  potrà salvarci: la nostra capacità di scegliere tra una salvezza bugiarda, dietro la quale si celano il torrente di fango che travolge Genova e le catene d”una nuova barbarie, o il rischio consapevole d’una battaglia onorevole che mostra la luce d’un porto oltre il mare in tempesta. Noi siamo molto più forti di quanto pensiamo. La nostra forza sta nella capacità che avremo non solo d’indignarci, ma di scegliere, come che sia, la via della dignità. Uniti si può andare allo scontro. L’unità, tuttavia, è un valore solo se ognuno si spoglia di una parte della propria identità e riconosce che uomini e donne liberi possono unirsi o divedersi sull’invalicabile confine della dignità. Di qui si passa, questa è la via della salvezza. E mi conforta una fiducia che confesso cieca: la stessa che spinse Rosselli a scrivere come testamento universale della democrazia le sue immortali parole: “non vinceremo in un giorno, ma vinceremo”. Me lo ripeto, mentre guardo angosciato la morte che corre impazzita nel fango per le vie di Genova disastrata. Il pugnale fascista, che uccise i fratelli Rosselli, si spezzò contro la loro fede serena. Questo ci salverà, ma occorre dire no. Costi quel costi. E non facciamoci illusioni: i padroni che ci presentano il conto sono peggiori del peggior fascismo.

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