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Consultare documenti della Pubblica Amministrazione è un diritto dei cittadini che abbiano un interesse giuridicamente rilevante, quale, per dirne uno, quello della ricostruzione storica. Gli Enti Pubblici, quindi, devono rendere consultabili i propri archivi. Questo non vuol dire, però, che il contatto cittadino-documento avvenga in tempi ragionevolmente brevi. In realtà, se tutto va bene – ed è raro che accada – la consultazione richiede decenni.  Un documento diventa «storico», infatti, quando riguarda affari esauriti da oltre trent’anni ed è sopravvissuto a una selezione che l’ha ritenuto «inutile», consentendone la distruzione. Se si pensa al cosiddetto «armadio della vergogna», si può continuare a dire che distruggere arbitrariamente un documento è un reato penale, ma è impossibile negare che sono esistiti documenti spariti o impunemente occultati.
Diventato «storico», occorre che un documento sia versato agli archivi assieme agli strumenti che lo rendono consultabile: registro di protocollo, che ricorda i documenti ricevuti e spediti e i dati identificativi; ordine logico nella conservazione, rispetto della sua integrità, assenza di danni e se necessario lavoro di restauro. Spesso gli oltre trent’anni diventano così quaranta. Per non dire dei documenti di politica estera o interna «riservati», per i quali la consultazione non può avvenire prima dei cinquant’anni.
Chi ha dimestichezza con le carte di polizia, sa che quanto vi si racconta va preso con le molle. Per una regola non scritta, infatti, i «sovversivi» si comportano quasi sempre male con la famiglia, le donne che non si allineano alla morale corrente sono quanto meno delle poche di buono e in tema di manifestazioni di piazza, il disordine e il male sono puntualmente dalla parte dei manifestanti, gli infiltrati non esistono e i comportamenti delle forze dell’ordine sono sempre giustificabili, legali e quindi ineccepibili.
Non so se i documenti istituzionali riguardanti la Rete no global e i fatti di Napoli del 2001 saranno considerati «riservati» e ammessi alla consultazione nel 2051, ma l’esperienza mi dice che ne verrà fuori comunque una storia di parte, in cui alla voce delle istituzioni e alle descrizioni di black blok, violenti e «sovversivi» non potranno fare da contraltare racconti, sensazioni e fatti narrati dai cittadini protagonisti di quel momento particolarmente importante della storia del nostro Paese. In questo senso il libro intitolato Da Seattle a Genova. Cronistoria della Rete no Global, curato da Daniele Maffione e pubblicato a giugno da Derive e Approdi, con una prefazione di Marco Bersani (pp. 320, euro 20), svolge una funzione importante, non perché intende stabilire le ragioni e i torti di chi fu in piazza, collocato in opposte trincee, ma perché «conserva» nell’archivio della memoria collettiva il senso di una lotta, visto da un punto di vista che rischia di perdersi per sempre: quello di chi, con singolare tempismo, seppe cogliere alcune caratteriste di una stagione che si apriva. Caratteristiche che i documenti ufficiali non ricorderanno, ma le testimonianze dei protagonisti richiamano, confortati da una conferma: i fatti che stiamo vivendo.
Ai primi del secolo si poteva essere d’accordo o trovare l’analisi sbagliata. Oggi no, oggi che il movimento no global di fatto non esiste più, solo chi è in mala fede può negare ciò che tutti i giorni abbiamo sotto gli occhi: le teste pensanti del capitalismo, in particolare nella sua più recente evoluzione – quella neoliberista fondata sulla globalizzazione – avevano in mente un progetto chiaro. Intendevano creare i presupposti per una feroce concentrazione della ricchezza nelle mani di una piccola e potentissima pattuglia di super ricchi e farlo senza tenere in nessun conto i diritti della stragrande massa di abitanti del pianeta, anche a costo di ridurre l’umanità alla disperazione e creare un rischio di estinzione per la vita dell’uomo sul pianeta. E’ quanto purtroppo sta accadendo.
Altri prima di Maffione si sono affaticati per far luce sugli ordini ricevuti dai reparti scelti delle nostre forze dell’ordine e sulla brutalità cui esse fecero ricorso per eseguirli. Far luce su quegli ordini da golpe cileno e quell’esecuzione da fascismo delle origini è un lavoro importante che andava fatto, anche perché ha mostrato la fragilità delle nostre istituzioni democratiche e ha indicato dove cercare le radici dell’attuale barbarie. Il merito del libro curato da Maffione è un altro e certo più notevole e necessario: per quanto riguarda il nostro Paese, infatti, il libro chiama a raccolta i protagonisti della grande battaglia che si è combattuta dal 1999 al 2002 e chiede a ognuno le ragioni per cui si mobilitò. Cosa spinse militanti e cittadini che di politica non si occupavano più, o non si erano mai occupati, a collegarsi a un movimento di dimensioni planetarie per urlare il proprio no alle ricette prescritte dai vertici del FMI, della Banca Mondiale, del Wto, dell’Ocse e dei tanti organismi di natura solo apparentemente economica, che abbiamo imparato a conoscere meglio nel corso di questi anni? Quale potere legittimo avevano tali organismi per sostituirsi di fatto alla politica?
Il libro di cui parliamo si sgancia intelligentemente da un dibattito che si è polarizzato sulla violenza delle Istituzioni e sulla risposta di una generazione che rifiuta quel modello di ordine costituito; cerca invece punti fermi che superino il momento feroce dello scontro e ci riporta a un dato di fatto decisivo per chi voglia capire ciò che accadde e perché accadde. L’ha scritto su «Left» lo stesso Maffione e val la pena di ricordarlo: «La contestazione al G8 non nacque per puro caso, ma venne preceduta da una lunga preparazione e da un’incubazione tanto delle strategie del dissenso, quanto della repressione». Di qui il vuoto riempito rispetto alla centralità vera o presunta dei fatti di Genova, che probabilmente non avremmo avuto senza quelli di Napoli nel marzo 2001, senza la contestazione al Global Forum dell’Ocse che vi si svolse. A ricordarci la centralità di quattro giornate che radunano decine di migliaia di persone giunte da ogni parte d’Italia e da numerosi Paesi d’Europa e consentono alle Istituzione di sperimentare forme di repressione inaudite ed evidentemente sperimentali rispetto al luglio genovese, sta il fatto che di quella violenza in sostanza sovrapponibile, sono responsabili centrodestra e centrosinistra – a Napoli opera il governo Amato, a Genova quello Berlusconi – mentre alla testa della polizia inferocita troviamo in entrambi i casi Gianni De Gennaro.
In questo senso il libro offre finalmente un bilancio politico dei fatti. Lo fa coinvolgendo un folto numero di intellettuali, lavoratori, rappresentati della società civile, attivisti e lavoratori, utilizzati intelligentemente per spiegare a chi non c’era, al di là di quanto ci racconteranno le Istituzioni, cosa accadde davvero al termine di una grande stagione di lotte, talvolta ingenua, ma ancora viva nei suoi contenuti. Il lavoro si divide in cinque sezioni. La prima, superando coraggiosamente il problema del rapporto tra il passato e gli strumenti linguistici per ricostruirlo, su cui molto si è soffermato Hayden White, sceglie la tradizione narrativa e diventa racconto scritto dallo studioso Francesco Festa, che, prendendo felicemente spunto da un’inchiesta giornalistica, descrive con puntualità l’origine e la complessa natura di classe della Rete No Global nell’Italia meridionale. Segue poi un lavoro sulla Cronistoria della Rete no Global e delle quattro giornate di Napoli contro la globalizzazione, con testimonianze tutte interessanti e spesso diversificate, tra cui voglio ricordare per ragioni personali, quella di Francesco Amodio, recentemente scomparso, quelle di compagni di lotte quali Alfonso De Vito e Mario Avoletto, e quella di Francesca Menna, che ripercorre il viaggio particolarmente significativo dai no global ai meetup. Indiscutibilmente notevole quella di Don Vitaliano Della Sala, il parroco no global, che ha arricchito il libro con alcune lettere inedite.
La parte che riguarda l’incubazione del G8 di Genova, si occupa con ineccepibile rigore delle violenze subite dai manifestanti. Chiudono il libro una sezione archivistica, che si deve soprattutto al contributo offerto dal ricercatore Fabrizio Greco, e una sezione visiva, formata dalle foto di Luciano Ferrara, dalle grafiche offerte da Massimo Di Dato/Karl Max e dai manifesti di Francesco Sollazzo.
Conclusa la lettura, ciò che colpisce è la capacità di sfuggire ai luoghi comuni e di proporre un racconto collettivo, una sorta di canto corale, ma anche di contro narrazione di un momento probabilmente cruciale della nostra storia recente. Il lettore sente di aver acquisito molteplici strumenti per raccogliere le idee e farsi un’opinione personale non solo, o quantomeno non esclusivamente, della rete no global, ma di poter guardare al presente avendo tra le mani una chiave di lettura fornita dal passato. Il capitalismo, così come l’abbiamo visto all’opera in questi terribili anni di pandemia, diventa d’un tratto un «re nudo», con le sue responsabilità nella devastazione dell’ambiente, con la sua avidità nella ricerca del profitto, con la sua connaturata tendenza all’autodistruzione. Da questa consapevolezza partì la Rete no global e ricostruirne oggi le ragioni, significa anzitutto riacquistare la consapevolezza che ricordare non vuol dire semplicemente conoscere il passato, ma ascoltarne l’invito, oggi più che mai pressante, a non essere spettatori, ma protagonisti della costruzione del futuro. I divari sempre più profondi, l’onda dei virus che ci assale, lo strumentale elogio del privato a danno del pubblico, la distruzione della formazione, non sono catastrofi naturali. Sono il prodotto della storia. E la storia è figlia del conflitto. E’ ancora vero: un mondo migliore è possibile. Perché nasca, però, è questo credo sia il messaggio più autentico del libro, occorre unirsi e lottare, imparando a valorizzare al massimo ciò che ci unisce profondamente. Qualora ce ne fosse bisogno, dal 2001 a oggi i fatti l’hanno dimostrato: il capitalismo è il più pericoloso nemico dell’umanità.

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Stupisce che Marchionne stupisca ancora. Lo stupore si fa poi fastidio, se chi si stupisce si ferma all’indignazione e cancella così, per i corpi sociali e la dinamica della storia, il principio di reciproca influenza per cui ogni azione reale provoca una reazione uguale e contraria. “Siamo alla rappresaglia“, titola la stampa, e lì si ferma senza domandarsi com’è che non vedi cortei spontanei di protesta e non senti organizzazioni sindacali che denunciano per risposta l’autoregolamentazione dello sciopero e gli accordi sottoscritti in tempo di pace. Alle ripetute azioni d’una guerra di annientamento scatenata contro la classe lavoratrice, i lavoratori non rispondono con la guerra. E’ soprattutto questo che dovrebbe stupirci e, ancor più, interrogare le coscienze sul funzionamento effettivo dello Stato e sul rapporto reale che c’è tra legalità e giustizia sociale.
Si dice che la storia non si ripete e sarà vero, non si scrive, però, che essa si svolge su percorsi dati e schemi preesistenti in cui agiscono i suoi protagonisti. La lotta di classe è un dato fisso, è il contesto uguale nei secoli con cui fanno i conti i protagonisti; a mutare sono le scelte che decidono i risultati dello scontro, sicché, comunque vada, il dato costante è il conflitto. Chi conosce l’asprezza della lotta di classe e la storia del movimento operaio sa che Marchionne segue il solco d’una tradizione e non si meraviglia per le sue scelte. Sa che i diritti nascono storicamente da lotte condotte contro un quadro di “legalità” che ha sempre garantito i ceti dominanti con leggi repressive fatte apposta per colpire coloro che lottavano per la giustizia sociale.
La ritorsione è uno dei volti di una repressione unilaterale che è regola per uno Stato che non solo riconosce come prioritari i diritti del padronato rispetto a quelli del lavoro, ma è lì per favorire, approvare e se necessario imporre con la forza la barbarie del “libero” mercato. Qualora ce ne fosse ancora bisogno, Marchionne dimostra coi fatti che per i padroni non ci sono tribunali, giudici e sentenze. Sui lavoratori che non rispettano il verdetto del magistrato lo Stato esercita prontamente la forza che è suo esclusivo monopolio. Per i padroni questo non accade. La storia è piena zeppa di lavoratori incarcerati o uccisi nelle piazze. Nessuno ricorda scioperi terminati coi padroni arrestati o uccisi in piazza dalle cosiddette forze dell’ordine. Della ritorsione di Marchionne si stupisce solo chi fa il gioco delle tre carte e confonde le idee, perché non vuole che la gente sappia e capisca. In questo senso si spiega bene e assume, anzi, significati chiaramente classisti l’attacco contemporaneo che il padronato porta agli operai nelle fabbriche e ai loro figli nella scuola pubblica. Un attacco in cui la Fiat di Agnelli e di Marchionne, alla testa dello schieramento padronale, non solo è in prima linea ma parte da posizioni di forza, poiché ha collocato i suoi uomini, che nessun lavoratore ha eletto, direttamente nei banchi del governo. Sono i tecnici alla Profumo, che sottraggono soldi alla scuola pubblica per passarli a quella privata e togliere ai figli dei lavoratori ogni possibilità di capire ciò che accade attorno a loro.
Così stando le cose, è chiaro che nella “società della conoscenza”, scuola e università sono il terreno avanzato dello scontro di classe. I docenti vanno colpiti, la scuola disarticolata e la ricerca messa sotto controllo, perché nessuno deve spiegare ai giovani che sono stati rapinati del loro diritto alla vita, non devono sapere nulla di Crispi e della Banca Romana, degli stati d’assedio che non c’erano nello Statuto Albertino ma portarono in piazza la cavalleria contro la povera gente, di Mazzini, “padre della patria”, morto esule a Firenze sotto falso nome, ancora e sempre “condannato a morte in contumacia”, di Garibaldi, “eroe dei due mondi”, tenuto sotto stretta sorveglianza da nugoli di spie e confidenti, delle crisi del capitale pagate periodicamente con la disoccupazione e la fame dei lavoratori, delle leggi speciali che ignorano il dettato costituzionale, dei soldi dei lavoratori utilizzati per armare e pagare gli uomini in divisa che po li hanno sempre massacrati, da Milano nel 1898, a Reggio Emilia nel 1960, ad Avola nel 1968 e via così, anno dopo anno, fino a Genova nel 2001. Non devono sapere, per tornare alla Fiat, del gerarca Valletta che perseguitò i lavoratori prima coi fascisti e poi con la Repubblica. Non devono sapere, perché ai padroni come Marchionne non serve gente che pensa, ma servi che chinano la testa. La scuola, se funziona, produce intelligenze critiche, cittadini non servi. E il cittadino non subisce. Reagisce. E’ legge fisica.

Uscito su “Fuoriregistro” l’1 novembre del 2012

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Lei chiacchiera, Presidente, e non le costa nulla. Io guardo angosciato Genova che lotta per la vita e mi prende un senso di ribellione. Io lo so bene e chi legge lo sa. Sepolti i morti, cominceranno le polemiche di sempre, sinistra contro destra, parole e fantasmi, perché tutti insieme che ci hanno governato si portano il disastro sulla coscienza. Tutti, nessuno escluso, nemmeno chi dall’alto ogni giorno continua a chiedere che c’impicchiamo alle regole d’un gioco truccato e ci rassegniamo a pagare con la salute e con la dignità. Pagare cosa? Pagare chi? E pagare perché? Per tornare a menare una danza che non ha senso?

 C’è una domanda che incombe e mette paura, perché paura ci vogliono fare: chi ci salverà? E’ una domanda stringente, mentre il fango corre, attraversa le vie, devasta, uccide. Una domanda alla quale non sembra si trovi risposta. Ci sono “salvezze” più mortali del pericolo da cui si scampa e banalmente si può dire che all’orizzonte si vedono solo di qui la padella e di là la brace. Si fanno ragionamenti sui numeri d’una presunta maggioranza, che fino a ieri è stata opposizione; ci si appella a una minoranza “responsabile”, che tante volte è stata maggioranza, e sembra un delirio: governo tecnico con la tutela della banche, il Fondo monetario, i numeri, le chiacchiere sui conti…

E la gente? La gente che v’ha detto come ha potuto, coi referendum, andatevene a casa, la gente che non ne può più e sa fare benissimo da sola, la gente dov’è? La gente, che usate per strumento ma chiamate popolo sovrano, la gente che trasecola per le indecenti pazzie sull’aspettativa di vita, sulla disoccupazione giovanile che “sì, davvero è un problema che va risolto”, la gente dov’è? E cosa c’entra col Paese che onora i debiti? I debiti di chi?

 Ieri, mentre ai greci stremati veniva tolta la parola e le “grandi democrazie” decidevano senza consenso, ieri c’era chi ricordava che è già accaduto: la tentazione di far fuori un nemico piccolo ha scatenato quelli grandi e la mano è passata alle armi. Non s’è trattato certo di salvezza. Due guerre mondiali. Di una s’è voluta far la festa oggi e anche questo la dice lunga sul panorama di idee e sul sistema di valori che ci ha governato e ci governa in questi anni. Chi ci salverà! Lo scrivo col punto esclamativo, perché la domanda si fa tagliente e suscita la rabbia.

 Lo sanno tutti: la storia non è altro che un ventaglio di scelte. E ce n’è una che ci pone subito davanti alla necessità di scegliere la nostra via. A chi ci offre la “salvezza” d’un prestito usuraio, per ridurci alla mercé di padroni ad un tempo ignoti e ignobili, possiamo dare solo due risposte. Un sì, che sarebbe la fine, un no che aprirebbe uno scontro incerto, estremo, eppure necessario. Ecco chi  potrà salvarci: la nostra capacità di scegliere tra una salvezza bugiarda, dietro la quale si celano il torrente di fango che travolge Genova e le catene d”una nuova barbarie, o il rischio consapevole d’una battaglia onorevole che mostra la luce d’un porto oltre il mare in tempesta. Noi siamo molto più forti di quanto pensiamo. La nostra forza sta nella capacità che avremo non solo d’indignarci, ma di scegliere, come che sia, la via della dignità. Uniti si può andare allo scontro. L’unità, tuttavia, è un valore solo se ognuno si spoglia di una parte della propria identità e riconosce che uomini e donne liberi possono unirsi o divedersi sull’invalicabile confine della dignità. Di qui si passa, questa è la via della salvezza. E mi conforta una fiducia che confesso cieca: la stessa che spinse Rosselli a scrivere come testamento universale della democrazia le sue immortali parole: “non vinceremo in un giorno, ma vinceremo”. Me lo ripeto, mentre guardo angosciato la morte che corre impazzita nel fango per le vie di Genova disastrata. Il pugnale fascista, che uccise i fratelli Rosselli, si spezzò contro la loro fede serena. Questo ci salverà, ma occorre dire no. Costi quel costi. E non facciamoci illusioni: i padroni che ci presentano il conto sono peggiori del peggior fascismo.

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