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Posts Tagged ‘Gaza’

Abbiamo la guerra in casa. Così dicono i nostri grandi giornalisti. Non so perché, ma in casa la guerra ci scoppia sempre per motivi che non conosciamo. L’undici settembre del 2001, per esempio, dopo che due aerei civili avevano “attaccato” inspiegabilmente New York e il Pentagono, scoprimmo che a Roma c’era la guerra. Quando una bomba fece una strage in una banca di Milano, nel 1969, non ci fu un americano che pensasse d’avere in casa la guerra; da noi, invece, le guerre scoppiano per qualunque guaio dell’Occidente. Anni fa, per una bomba alla metropolitana di Madrid, gli spagnoli chiusero i conti con un governo di destra, noi allertammo polizia, esercito e guardia forestale. Avevano colpito Madrid, ma la guerra era contro di noi. Ce l’avevamo in casa.
Non so chi li laurei, i grandi nomi della carta stampata e delle televisioni, ma qualcuno dovrebbe dirglielo come scoppiano le guerre e ricordargli che gli attacchi a giornali e giornalisti sono pagine feroci, ma frequenti. Come cerchi ci sbatti il naso. Il 22 luglio 2014, non cento anni fa, “Libero”, raccontando ai lettori la tragedia di Gaza, scrive di “un aereo da combattimento israeliano che ha bombardato l’ultimo piano di una torre residenziale nel Centro di Gaza, dove si trovano la sede di Al-Jazira e gli uffici dell’agenzia di notizie statunitense, Ap”. Naturalmente, racconta il giornale, gli israeliani sostengono che è “stato un errore”, ma ammoniscono i giornalisti: meglio stare alla larga. Se uno non si ferma qui e va avanti, scopre poi una dichiarazione ufficiale israeliana che definisce Al-Jazira “una colonna portante dell’apparato di propaganda di Hamas” e chiede che “le attività dell’emittente vengano bandite in Israele”.
E’ strano, ma così: nessun governo occidentale ha dichiarato in quei giorni che Israele fa “guerra alla democrazia”, nessuno si è scandalizzato per la libertà di stampa attaccata con le armi e la nostra “grande stampa”, che stava dormendo o era stata messa a nanna, non ha suonato l’allarme. La guerra a Gaza non è guerra di casa nostra, noi ci disinteressiamo degli occupati e abbiamo ottimi rapporti con gli occupanti perciò, se giocano a tiro a segno sui giornalisti, pazienza.
Rosa Schiano, che era a Gaza, pochi giorni prima dell’attacco ad Al-Jazira aveva descritto così l’esecuzione di Hamed Shehab, un giornalista che lavorava per Media24 news agency: “Lo scorso 9 luglio, è stato ucciso in un attacco mirato sull’auto che stava guidando in zona centrale nei pressi del parco di Al-Jundi al-Majhul in Gaza City. Il veicolo era contrassegnato dalla scritta “TV”. Il suo corpo è stato ridotto in pezzi dall’esplosione”.
L’Europa, preoccupata per la pazza estate e i rischi per la stagione turistica, era persa dietro i meteorologi e non si accorse di nulla, sicché invano il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi (PJS), affiliato alla Federazione Internazionale, chiese una commissione d’inchiesta indipendente sulla morte degli operatori.
Nel 2012, Reporters Senza Frontiere e il Comitato per la Protezione dei Giornalisti manifestarono il loro sdegno per l’aggressione israeliana ai media nella Striscia di Gaza e condannarono l’attacco notturno contro la torre dei giornalisti: “Questi attacchi costituiscono un ostacolo alla libertà di informazione – disse allora il segretario generale di Reporters Senza Frontiere, Christophe Deloire, ricordando “alle autorità israeliane che, secondo il diritto internazionale, i media godono della stessa protezione dei civili e non possono essere trattati come target militari”. Deloire chiese infine che i responsabili del bombardamento fossero identificati. Non se ne fece nulla. L’Occidente, che ha creato e tiene in vita l’orrore di Guantanamo, parla molto di civiltà e diritti, ma ricorre alla violenza e alla barbarie ogni volta che si tratta di lavoro, dissenso interno e conquista dei mercati.

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rompplaatI servizi segreti mollano il Nobel per la pace più guerrafondaio che la storia ricordi? Si direbbe di sì. In Italia pennivendoli e velinari si guardano bene dal riprendere la notizia, ma esistono ancora giornalisti che badano al buon nome. Sulla Stampa, che non è certo filo Putin, il 12 agosto Maria Grazia Bruzzone, nei modi più adatti alla digestione degli Agnelli e del gruppo Fiat–Chrysler, la notizia l’ha data con ferma prudenza e – ciò che più conta – citando fonti che in gergo si definiscono «bene informate». A raccontare che lo sventurato MH17 malese l’ha buttato giù un aereo è stato, infatti, Haris Hussain il 7 agosto sul News Straits Times Online, che esce in Malaysia e non è il solito blog alternativo, ma il più importante giornale inglese del Sudest asiatico. Una voce, insomma, che non avremmo ascoltato senza il preventivo controllo del governo malese. Sarà stata poi una coincidenza, ma, guarda caso, proprio il 7 agosto il governo della Malaysia ha annunciato ufficialmente che presta sarà di pubblico dominio un primo rapporto sul disastro del 17 luglio scorso.
Perché La Stampa parli e gli altri stiano zitti è un mistero italiano, ma la notizia è a dir poco imbarazzante per Obama e i suoi untorelli e spiega perché della «scatola nera» non si parli più. Gli «analisti dell’intelligence degli Stati Uniti» – riferisce infatti la giornalista – «hanno già concluso che il volo MH17 è stato abbattuto da un missile aria-aria e che il governo ucraino ha a che vedere con la faccenda. Ciò corrobora la teoria che va emergendo tra gli investigatori locali secondo la quale il Boeing 777-200 è stato colpito da un missile aria-aria e poi finito con il cannone di bordo di un caccia che gli stava dietro”. A completare l’opera, aggiunge la giornalista, «l’esercito russo ha presentato immagini e dati dettagliati che mostrano un caccia Sukhoi-25 in coda al Boeing MH 17 prima del crash. Il regime di Kiev tuttavia nega che vi fossero caccia in volo».
L’’accusa è così precisa, che le scelte dell’amministrazione Obama, cui si è subito allineata l’UE, appaiono campate per aria, strumentali e stupidamente minacciose. Per non dire del governo italiano e della Mogherini, che Renzi vorrebbe imporre come titolare della sia pure inesistente politica estera dell’Unione. Ci sarebbe da ridere, se la vicenda non fosse tragica e non emergesse lo scellerato l’intento di colpire la Russia, inventandosi un missile terra-aria lanciato dai separatisti dell’Ucraina e accusando in malafede Putin, che invano chiedeva un’inchiesta internazionale condotta con rigore e neutralità. Eppure, ricorda la Bruzzone, sin dal 21 luglio, i russi «mostravano immagini satellitari e tracciati radar che provano la presenza di almeno un caccia ucraino Sukhoi-25 in volo a 3-5 km di distanza dal MH17. Presenza che», ripetevano, «può essere confermata dai video del centro di controllo di Rostov».
Ora, a sostegno dei russi, compaiono altre prove. C’è un monitor dell’OSCE canadese-ucraino, che ha filmato i rottami poco dopo l’abbattimento. Una testimonianza sconcertante, anche perché fa riferimento a un filmato trasmesso il 29 luglio da una televisione canadese di cui il giornale riporta il link. Un testimone afferma che «c’erano due o tre pezzi di fusoliera letteralmente crivellati da quel che sembra essere il fuoco di una mitragliatrice». Non bastasse, il tedesco Peter Haisenko, pilota in pensione della Lufthansa, dopo un’analisi molto accurata delle foto del relitto comparse sul web subito dopo l’abbattimento-e soprattutto i fori di entrata e uscita visibili su entrambi i lati del velivolo – è pronto a giurare che non c’è stato nessun missile sparato dal basso: la cabina del pilota, infatti, è stata trapassata da colpi di mitra provenienti dall’esterno, sia da destra che da sinistra.
Berdn Biederman, poi, originario della Germania dell’Est, un altro colonnello che conosce come le sue tasche la tecnologia missilistica sovietica e russa, afferma che «il boeing non può essere stato abbattuto da un missile terra-aria». Perché? Semplice e a quanto pare inconfutabile: sarebbe andato subito in fiamme grazie alla gran quantità di energia cinetica contenuta da quel tipo di missile. L’aereo malese, invece, s’è incendiato solo in seguito all’impatto tra suolo e carburante. Il News Straits Times Online, infine, a questo punto davvero credibile, accenna ai numerosi articoli usciti sul web, che fanno aperto riferimento a una Germania stanca e irritata dalla violenta campagna americana e al malumore tedesco per l’incessante propaganda Usa nei confronti dei programmi energetici della Merkel, che starebbe pensando alla creazione di «un blocco alternativo a quello americano». A parte i dettagli tecnici sulla compatibilità dei fori e sui proiettili delle armi montate sui caccia ucraini, decisamente inquietante è il caso di un controllore di volo spagnolo, che lavora a Kiev ed è stato misteriosamente rimosso dopo l’abbattimento; l’uomo, infatti, afferma che i tracciati registrati dai radar sono stati subito requisiti.
In un gioco oscuro , che invece di cancellare prove conferma certezza, proseguono intanto le rimozioni da Internet di tutto ciò che rafforza la tesi dell’attacco aereo. Il News Straits Times riferisce inoltre che Robert Parry, noto giornalista investigativo americano, si è rivolto personalmente a uomini dell’Intelligence, che dopo aver chiesto l’anonimato hanno seccamente smentito Obama: secondo questi analisti dell’Intelligence a stelle e strisce, i ribelli e la Russia non c’entrano nulla con l’abbattimento,voluto a quanto pare da un’ala estrema del governo ucraino. Di fatto, al di là di chiacchiere e minacce, il governo USA non ha mai fornito uno straccio di prova sulle responsabilità della Russia e senza Putin i ribelli non avrebbero mai potuto disporre di un sistema missilistico anti aereo in grado di abbattere l’aero malese alla quota in cui volava. Parry è sconcertato, perché mentre l’ «isteria» dell’amministrazione Obama si scatenava contro la Russia, nessun giornalista, ha mai chiesto «cosa mostrano le immagini satellitari»; un comportamento che ricorda molto da vicino la stessa «assenza di sano scetticismo professionale riscontrata sull’Irak, la Siria e altrove». Ci «saranno anche dei limiti a quel che i satelliti vedono», annota Parry, «ma i missili del sistema Buk sono lunghi 16 piedi (circa 5 metri), le batterie sono montate su un camion, e quel pomeriggio la visibilità era ottima». E’ strano che a nessun giornalista sia venuto in mente che i soli a possedere le batterie di Buk – come ben sa l’Intelligence Usa – sono i militari del governo ucraino. Per nulla intimorito dal clima creato da Obama attorno alla vicenda, Parry, concludendo, riferisce, perciò, che «l’ipotesi di lavoro degli analisti Usa è che una batteria Buk di missili SA-11 e uno o più aerei militari abbiano potuto operare insieme andando a caccia di quello che credevano fosse un aereo russo, forse addirittura l’aereo presidenziale che riportava in patria Putin dal Sud America».
Qui ci si può anche fermare, senza seguire le mille ipotesi. Volontario o involontario, l’attacco c’è stato. Volontaria è stata – e tale rimane – la violenta campagna antirussa di Obama e la vergognosa la scelta dell’Occidente di imporre sanzioni ai russi e di sostenere i crimini commessi a Gaza da Israele sotto gli occhi del mondo inorridito.

Uscito il 18 agosto su <a href=”secondo questi analisti dell’Intelligence a stelle e strisce, i ribelli e la Russia non c’entrano nulla con l’abbattimento, voluto a quanto pare da un’ala estrema del governo ucraino. Di fatto, al di là di chiacchiere e minacce, il governo USA non ha mai fornito uno straccio di prova sulle responsabilità della Russia e senza Putin i ribelli non avrebbero mai potuto disporre di un sistema missilistico anti aereo in grado di abbattere l’aero malese alla quota in cui volava. Parry è sconcertato, perché mentre l’ «isteria» dell’amministrazione Obama si scatenava contro la Russia, nessun giornalista, ha mai chiesto «cosa mostrano le immagini satellitari»; un comportamento che ricorda molto da vicino la stessa «assenza di sano scetticismo professionale riscontrata sull’Irak, la Siria e altrove». Ci «saranno anche dei limiti a quel che i satelliti vedono», annota Parry, «ma i missili del sistema Buk sono lunghi 16 piedi (circa 5 metri), le batterie sono montate su un camion, e quel pomeriggio la visibilità era ottima». E’ strano che a nessun giornalista sia venuto in mente che i soli a possedere le batterie di Buk – come ben sa l’Intelligence Usa – sono i militari del governo ucraino. Per nulla intimorito dal clima creato da Obama attorno alla vicenda, Parry, concludendo, riferisce, perciò, che «l’ipotesi di lavoro degli analisti Usa è che una batteria Buk di missili SA-11 e uno o più aerei militari abbiano potuto operare insieme andando a caccia di quello che credevano fosse un aereo russo, forse addirittura l’aereo presidenziale che riportava in patria Putin dal Sud America». Qui ci si può anche fermare, senza seguire le mille ipotesi. Volontario o involontario, l’attacco c’è stato. Volontaria è stata – e tale rimane – la violenta campagna antirussa di Obama e la vergognosa la scelta dell’Occidente di imporre sanzioni ai russi e di sostenere i crimini commessi a Gaza da Israele sotto gli occhi del mondo inorridito.”

Uscito il 18 agosto 2014 su

Uscito il 18 agosto 2014 su Agoravox.

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Abu_Ghraib_17aGli aerei a stelle e strisce bombardano l’Irak per “prevenire un genocidio”. Che miserabili! A quanto pare a Gaza il massacro è autorizzato e non c’è politico o giornalista capace di dirlo: l’hanno cominciato gli Usa il genocidio in Irak, quando un lungo embargo impedì l’arrivo di medicinali e uccise una generazione di bambini poveri. Poi s’inventarono prove false sulle “armi di distruzione di massa” in possesso di Saddam Hussein e le presentarono all’Onu, per metter mano al macello iracheno e aprire la serie delle guerre “umanitarie”. Non lo so con quale faccia un delinquente come Obama parli di genocidio, ma è certo che più schifo di lui fanno i nostri “grandi giornalisti”, felicemente ridotti al rango di pennivendoli e velinari.

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10551057_10152633444090452_4884096819397604607_nL’articolo che ha mandato in bestia il sionista  l’ho scritto il 3 agosto e tornerei a scriverlo mille volte. “Gaza: il trionfo della neolingua”, l’ho intitolato e non mi sono pentito. Il sionista inviperito l’aspettavo al varco e lo sapevo bene che sarebbe giunto.
«Tutto può dire, anche di voler mandare a mare tutti gli ebrei», m‘ha scritto, come se fosse lui a decidere quello che dico io, «anche che Papa Francesco non è sensibile alla sofferenza , anche che gli ebrei sono il male assoluto ; anche che lei si martirizza per quanto avviene nell’inferno della palestina e di israele. Ma se ha un minimo di dignità,vada a combattere , altrimenti non nomini più la parola pace senza sciacquarsi la bocca. Di gente di sinistra o di destra che si schiera da una delle due parti , senza capire nulla del dramma che due popoli stanno vivendo da svariati decenni , noi , palestinesi e israeliani che sognano di vivere in pace , non sappiamo cosa farcene. Andate e rilassatevi , che ci pensiamo noi a soffrire , senza pubblico».
L’ammazzabambini è così, pubblico non ne vuole e non fa meraviglia: anche ad Auschiwitz il pubblico non lo voleva nessuno. Che fai? Lo ignori? No. Due parole le merita, poi ognuno per sé.
«Le rispondo per le rime, Motti, poi la mando all’inferno come merita. Si lamenti quanto vuole della mia mancanza di democrazia, non cambio idea: i macellai di bambini e i loro accoliti mi fanno schifo. Qui si parla di un governo criminale e di vergognose complicità internazionali. Lei, che non ha argomenti, ciancia di dignità. Non si preoccupi della mia, ci bado da solo e combatto più di quanto lei creda. Raccolga se riesce i cocci della sua, poi si guardi allo specchio e si sputi in faccia. Di pace non ho parlato e non lo farei. La pace coi nazisti non si fa. E’ una vergogna che gente come lei si erga a rappresentante di una comunità sparsa per il mondo. Lei rappresenta a stento se stesso e quanto resta di una delle peggiori ideologie del XIX secolo: nazionalismo e colonialismo. Primo Levi, che certo conoscerà, e molti intellettuali ebraici non la pensano come lei e combattono l’ingiustizia e l’oppressione dell’uomo sull’uomo. Dopo Sabra e Chatila, Primo Levi, si disse indignato e pubblicamente auspicò le dimissioni di Ariel Sharon e Menachem Begin. Israele, che aveva sempre ignorato le dichiarazioni di Levi, non poté fare a meno di “scoprire” il celebre ma scomodo reduce dell’Olocausto e si scandalizzò. Quando, in una intervista, gli chiesero perché avesse firmato un manifesto che condannava il militarismo israeliano, Levi rispose con parole che ancora oggi sono una inappellabile condanna: «Ognuno è ebreo di qualcuno». Si riferiva ai polacchi, ai gitani, agli armeni, urlano oggi i sionisti. ma non è così. Stava parlando di Sabra e Chatila e lo stava facendo dopo aver firmato un appello per la Palestina.  Gentiloni, autore dell’intervista, ne ricavò la conclusione lampante: «in questo momento i palestinesi sono gli ebrei di Israele». Riportava evidentemente il pensiero dell’intervistato che, non a caso, nonostante l’infuriare delle polemiche, non lo smentì. Basta. Né Levi, né io abbiamo voglia di discutere con lei. Non pubblicherò mai più i suoi commenti e quelli di gente come lei».
L’intenzione era quella di chiudere davvero. Il sionista non è nemmeno un combattente. Parla l’italiano dei tifosi e se ne sta in pantofole davanti alla televisione. E’ un ebreo italiano, forse, ma con lo Stato sionista condivide al più la religione. Fingendosi israeliano combattente, s’è messo a fare la vittima insolente:
«Venga», m’ha scritto in un battibaleno, inferocito, «venga qui da noi e si prenda in mano un uzi o un kalashnikov e saprà immediatamente cos’è la guerra; il terrore , la paura che le provoca tremori incontrollabili , la cacca che le cala dai pantaloni , il sudore che puzza come mai… Venga e poi capirà perché io israeliano ho un grandissimo rispetto per i combattenti palestinesi e provo grande schifo per gente come lei che appena sente il rumore dei nemici si trova la penna che trema e i pantaloni bagnati. La guerra… ma si vergogni… venga , venga e poi capirà ;vale più di mille libri… che lei conosce poco. Primo levi?Nemmeno lo nomini!».
Che fai ti butti a pietà, macellaio cacasotto? Dove vengo? Nel salotto di casa tua a guardare alla tele la guerra che ti eccita? Che vuoi, un articolo tutto per te? Ok. soldatino di latta. Il titolo ti sta a pennello: «L’ammazzabambini». Chissà che non impari qualcosa dagli israeliani migliori, uomini, non bambocci che se la fanno addosso e misurano gli altri da se stessi. Eccoti servito, poi togliti dai piedi e porta altrove i tuoi escrementi.

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Natan Blanc, ebreo israeliano, è stato uno dei primi obiettori di coscienza israeliano. Un comunista che è entrato e uscito dal carcere, finché non è stato esonerato dal servizio. L’anno scorso dichiarò ad Amnesty International, che Israele non intende «garantire ai palestinesi uguali diritti, o il diritto di voto». Io, aggiunse, «non voglio prendere parte a questa situazione… voglio stare dietro alle mie azioni e non voglio fare cose che vanno contro la mia coscienza». Aveva chiesto di arruolarsi nel servizio medico di emergenza (la Croce Rossa israeliana), ma le autorità negano agli obiettori di coscienza un servizio civile alternativo alla leva militare. In Israele non c’è.
Migliaia e migliaia di israeliani si oppongono al governo sionista, sono numerosi i giovani obiettori che si rifiutano di far la guerra ai bambini e sono maltrattati e imprigionati. Di questo non si parla, naturalmente, ma si tratta di un fenomeno sociale sempre più diffuso. Chi dice di no, ha certo più coraggio di chi parte. Uriel Fereira, scrive il «Fatto Quotidiano», è un giovane ebreo ortodosso; il 20 luglio è riuscito a diffondere questo messaggio: «Ciao, sono Uriel Ferera. Ho 19 anni e vengo da Be’er Sheva. Ho già trascorso 70 giorni in prigione, 4 volte consecutive, per essermi rifiutato di arruolarmi, per motivi di coscienza. Violazione dei diritti umani, uccisioni e umiliazioni del popolo palestinese nei territori occupati sono i motivi principali del mio rifiuto all’arruolamento. Per me, in quanto onesto credente, questo è assolutamente in contraddizione con la visione che Dio ci crea tutti a sua immagine e somiglianza, e noi non abbiamo il diritto di fare del male ad alcun essere umano. È ora in atto un’operazione militare a Gaza. L’esercito sta attaccando obiettivi dove uomini innocenti, donne e bambini vivono. Spero che questa operazione finisca, che l’occupazione finisca e che noi tutti possiamo vivere in pace su questa terra. Domani dovrò presentarmi alla base di insediamento militare e rifiuterò ancora una volta. Inizierò il mio quinto periodo consecutivo in prigione. Sono orgoglioso di me stesso di andare in prigione e di non prendere parte in crimini di guerra»
Quelli come Uriel sono tanti e nelle prigioni militari non c’è più spazio, perché come riferisce Uriel, molti giovani che stnno dicendo basta all’occupazione e all’oppressione del popolo palestinese. Il motivo del rifiuto è chiarissimo. «Mi rifiuto» – scrive Uriel – «di arruolarmi nell’esercito perché non voglio collaborare con crimini di guerra, spargimento di sangue e uccisioni di bambini». Gli obiettori trovano illogico «parlare di pace quando stiamo bombardando civili a Gaza».
Gruppi minoritari come i Drusi, che costituiscono il 20 % della popolazione di Israele, palestinesi, arabi ma cittadini israeliani, costretti a svolgere il servizio militare dall’ormai lontano 1956, si rifiutano in numero crescente di indossare la divisa dell’esercito israeliano per combattere contro il loro stesso popolo. Lo Stato d’Israele è costretto a fare i conti con un’iniziativa organizzata nel tessuto sociale del Paese, che non solo rifiuta l’arruolamento obbligatorio ma chiede il riconoscimento dei diritti della società araba-palestinese.
Il giovane violinista Omar Saad, palestinese druso, ha subito lunghi arresti: la prima volta finì dentro perché, assieme ai fratelli, diede vita a una protesta musicale davanti a una prigione militare israeliana in Galilea. Quando ha deciso di rifiutare l’arruolamento, ha scritto una lettera aperta tradotta anche in italiano: «Signor Ministro della Difesa di Israele, sono Omar Zahredden Mohammad Saad, proveniente dal villaggio Maghar, Galilea. Ho ricevuto l’ordine di arruolarmi nell’esercito il 31 ottobre 2012 secondo gli accordi sulla leva obbligatoria per la congregazione Drusa, e di seguito la risposta alla sua richiesta:
Rifiuto di arruolarmi perché non accetto la legge che prevede l’arruolamento obbligatorio opposto alla mia congregazione Drusa. Lo rifiuto perché sono un pacifista, e odio ogni tipo di violenza, e credo che l’esercito sia il massimo della violenza fisica e psicologica, e da quando ho ricevuto l’ordine di iniziare con le procedure per l’arruolamento la mia vita è cambiata completamente. Sono diventato molto nervoso e i miei pensieri confusi. Mi sono ricordato di migliaia di immagini crude e non potevo immaginare me stesso ad indossare l’uniforme militare, partecipando alla soppressione del mio popolo palestinese, combattendo i miei fratelli arabi. Rifiuto l’arruolamento nell’esercito israeliano o in ogni altro esercito, per ragioni morali e nazionali.
Odio l’oppressione e disprezzo l’occupazione. Odio pregiudizi e restrizioni alla libertà. Odio chi arresta bambini, vecchi e donne. Sono un musicista e suono la viola. Ho suonato in numerosi posti e ho molti amici musicisti da Ramallah, Gerico, Gerusalemme, Hebron, Nablus, Jenin, Shafaamr, Elaboun, Roma, Atene, Beirut, Damasco, Oslo ed altro ancora. E tutti noi suoniamo per la libertà, umanità e pace. La nostra arma è la musica e non ne avremo di alcun altro tipo.
Faccio parte di un gruppo oppresso da una legge ingiusta, quindi, come possiamo combattere contro i nostri parenti in Palestina, Siria, Giordania e Libano? Come posso lavorare come soldato al check point di Qalandia, o in qualsiasi altro check point di occupazione quando io stesso ho provato l’esperienza di oppressione in questi check point? Come posso impedire alle persone di Ramallah di visitare Gerusalemme? Come posso fare la guardia al muro dell’apartheid?
Come posso fare da carceriere per il mio popolo, mentre so che la maggior parte dei prigionieri sono detenuti in cerca di diritti e libertà?
Suono per divertimento, libertà, e solo per la pace che si basa su fermare gli insediamenti e il ritiro dell’occupazione israeliana dalla Palestina. Per l’istituzione di una Palestina indipendente con Gerusalemme come capitale, per il rilascio di tutti i prigionieri e per il ritorno in patria di tutti i rifugiati espulsi.
Molti dei nostri giovani hanno servito sotto la leva obbligatoria e cosa hanno ricevuto alla fine? La discriminazione in tutti i campi. I nostri villaggi sono i più poveri della regione, le nostre terre sono state confiscate, non abbiamo mappe strutturate, non abbiamo zone industriali. Il numero di laureati nella nostra regione è il più basso e soffriamo molto il mancato sviluppo. Questa legge sulla leva obbligatoria ci ha isolati dal mondo arabo. Per quest’anno ho intenzione di continuare i miei studi superiori e mi auguro di continuare pure gli studi accademici. Sono sicuro che lei proverà a mettere ostacoli a fronte delle mie ambizioni di uomo, ma io lo dirò a voce alta: ‘Sono Omar Zahreddeen Saad. Non sarò una vittima della vostra guerra e non sarò un soldato del vostro esercito.’ Firmato: Omar Saad»
Il governo non gli ha risposto e l’esercito pretende di arruolarlo. E’ finito in prigione sei volte e agli avvocati – anche quelli del New Profile, che chiedono la demilitarizzazione della società israeliana – non è più consentito di visitarlo. Stessa sorte tocca a molti altri obiettori di coscienza, nelle prigioni militari. La detenzione è durissima, Omar è finito in ospedale per una acuta infezione e il padre sostiene che la malattia è una conseguenza diretta delle condizioni in cui è stato tenuto nel carcere.
Il gruppo anti-militarista New Profile, Amnesty International, Baladna, il Druze Initiative Committee e altre associazioni per i diritti umani, fanno appello al governo di Israele perché la smetta di arrestare gli obiettori di coscienza. Poco prima dell’ultima aggressione, gli attivisti israeliani del gruppo “Breaking the Silence” hanno tenuto nel centro di Tel Aviv una lunga iniziativa; hanno parlato ex soldati israeliani e ad altri attualmente in servizio, ad hanno accusato l’esercito, conquistando molti consensi tra chi passava e si fermava ad ascoltarli. Ecco alcune delle testimonianze più significative.
Adi Mazornon non ha esitato a raccontare in pubblico particolari atroci: «Il mio comandante» – ha riferito- «preso il telefono, ha detto: ‘Noi vediamo là alcuni bambini che lanciano pietre sul muro’. Non c’era alcun bambino. Niente. Aveva mentito. Noi abbiamo detto ‘d’accordo’ e il mio collega ed io siamo saliti sul carro. Abbiamo sbloccato una granata stordente e l’abbiamo gettata sopra il muro. C’è stato un grande scoppio. Mi sono accorta di un Palestinese che lavorava nel suo campo. Era atterrito. Ricordo di essere stata molto fiera del mio gesto. Poi la sensazione di eroismo è presto diventata una sensazione di vergogna. Avevo vergogna di me stessa. Era come se il territorio palestinese fosse un nostro terreno di gioco dove potessimo fare quel che volevamo in qualsiasi momento».
Gil Hellel, nel suo intervento, ha raccontato: «eravamo un’unità mista sul terreno per gestire i disordini provocati dagli Ebrei. La popolazione nella colonia ebraica di Avraham Avinu è nota per essere difficile da gestire e origine di molti problemi. Tutta la città di Hebron è il focolare dei coloni più estremisti, giunti lì per una missione, per così dire: la riconquista della Terra d’Israele. Loro molestano continuamente ogni giorno i Palestinesi che vivono laggiù. In mezzo a tutto ciò, ricordo di aver pensato dentro di me: Ma per l’amor di Dio, cosa sto facendo io qui? Chi sono davvero in procinto di difendere?».
Noam Chayut, a sua volta ha raccontato: «C’era grande folla che tentava di attraversare il checkpoint per spostarsi da Gerusalemme a Ramallah, cioè per uscire da quello che noi definiamo il legittimo Israele. Noi li perquisiamo allo stesso modo nei due lati del passaggio. Una volta c’era tra la folla un’adolescente o una giovane donna occidentale, o europea. L’ho guardata e in qualche modo le ho fatto segno di fare il giro invece di aspettare con gli altri. Lei è arretrata di un passo e ha cominciato ad urlare in inglese. ‘Perché? Che differenza c’è fra me e questa donna con i suoi marmocchi che piangono in coda?’ Evidentemente, non ho potuto rispondere, perché non c’era risposta» (Andrea Di Cenzo – MEE, Traduzione di Maria Chiara Tropea – Donne in nero).
Recentemente, una ragazza, una civile israeliana, Naomi Levari. regista e produttrice teatrale e cinematografica, si è così rivolta ai Palestinesi:
«Cara gente di Gaza, qualsiasi cosa stia per dire sembrerà priva di senso di fronte a ciò che state attraversando. Però al momento è l’unico strumento che ho – le mie parole. Mi chiamo Naomi e vivo in Israele. Mi vergogno e vi chiedo perdono. Mi preoccupo per voi, piango per voi e soffro per le vostre perdite. Questi sono giorni bui e so che questo non può consolarvi in alcun modo. Ma qualcuno di noi sta facendo tutto quello che può – che non è molto – per mettere fine a tutto questo: dimostrazioni, momenti pubblici, e nei nostri cuori stiamo chiedendo che le nostre preghiere siano ascoltate nel cielo al di sopra delle nostre anime. A voi non è più rimasta alcuna parola. E io spero che tutto questo cambi presto. Mi appello ai governanti di Israele perché si comportino come persone responsabili, come leader, e che pongano immediatamente fine a questo spargimento di sangue. Ricordo al popolo di Israele che questo non è un videogame, che non ci sono vincitori e vinti, punteggi e classifiche: ci sono solo sconfitti. La gente continua a essere uccisa, le case ad essere distrutte, i sogni ad essere seppelliti. La società israeliana sta perdendo la sua tolleranza e sta diventando una banda di delinquenti. L’unica cosa che possiamo fare è – ancora una volta -chiedervi perdono e usare tutti gli strumenti che abbiamo per fermare tutto questo. State al sicuro».
Levi l’aveva detto: «Ognuno è ebreo di qualcuno» e oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele.

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ImmagineUn tempo un soldato caduto in mano al nemico era stato catturato e quindi si definiva “prigioniero”. Oggi chissà perché, si dice invece che è stato “rapito”.
Un tempo chi lottava per la liberazione della sua terra occupata militarmente era un partigiano e aveva la solidarietà dei popoli liberi. Oggi, nessuno sa perché, i partigiani sono diventati terroristi e gli aggressori sono eroi che compiono il loro “doloroso” dovere.
Un tempo i generali che bombardavano scuole dell’Onu piene di rifugiati e ospedali zeppi di feriti erano criminali di guerra. Oggi no. Oggi, a dar retta ai rappresentanti della comunità ebraica italiana, quei generali meritano il Nobel per la pace, perché – incredibile a dirsi – evitano altri morti.
Un tempo, quando si verificavano crimini di guerra, i criminali erano puniti dalla comunità internazionale e incappavano quantomeno in sanzioni economiche. Oggi non è più così. Oggi gli occidentali lasciano che Israele compia un genocidio sotto gli occhi del mondo e le sanzioni le applicano alla Russia, che gli Usa accusano di fantomatici crimini. Gli Usa, sì, quelli che portarono all’ONU vergognose prove false per dimostrare che l’Irak possedeva armi di distruzione di massa e, ingannando il mondo, uccisero mezzo milione di iracheni.
In tutti i tempi, quale che sia il linguaggio della propaganda, se esiste un Dio, come credono il governo israeliano e quello statunitense, maledice i popoli che fanno a pezzi bambini indifesi e i complici che li aiutano a compiere il genocidio. Maledetti dal loro Dio, se esiste, sono oggi perciò Israele, gli Usa e tutti i popoli occidentali che li sostengono o sono “equidistanti” dai bambini uccisi e dai loro carnefici. Maledetto dal suo Dio, se esiste, a rigor di logica, è anche il benedetto papa Francesco, che sta a guardare, non lancia anatemi e non si trasferisce a Gaza martoriata. Maledetto, come i suoi predecessori, Pio XI, che non scomunicò Mussolini quando varò le leggi razziali e si alleò con i nazisti, e Pio XII, oggi santo, che non colpì i nazifascisti, ma scomunicò i comunisti.

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ghettoGaza noi la conosciamo bene tutti da più di settant’anni: è il terrore di un bambino che un mitra nazista minaccia di morte, è il ghetto di Varsavia con gli ebrei polacchi massacrati dai lanzichenecchi di Hitler, è Napoli messa a ferro e fuoco della divisione Goering, col litorale sgombrato e la popolazione costretta a vivere in condizioni subumane.
Nessuno lo dice, ma lo sappiamo tutti: la tragedia va in scena a ruoli invertiti e c’è una banalità del male di stampo israeliano.

Noi conosciamo bene la verità che l’Europa targata Merkell pretende dai russi: è una verità messa in catene ed è prigioniera di Obama a Guantanamo. La verità che Obama, Cameron e Merkel pretendono da Putin, dopo la Baia dei Porci e l’embargo che ha strangolato Cuba, dopo Pinochet e il Cile violentato, le menzogne sulle armi di distruzione di massa e mezzo milione di iracheni ammazzati, la Jugoslavia fatta a pezzi, la verità la conosciamo tutti: è stuprata ogni giorno nei barconi dei migranti nel Mediterraneo

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Studenti e centri sociali: ecco il patto del terrore”. Così titolava la stampa nel dicembre scorso, ma chi se ne ricorda più? La “Rete 29 aprile”, i sovversivi travestiti da ricercatori, annidati nelle università massacrate dalla pregiata ditta Gelmini & Co, sono spariti dalle pagine dei giornali. Un nuovo “terrorismo” ruba la ribalta a Giavazzi e Abravanel e l’allarmante democrazia italiana dà il meglio di sé nei cimiteri d’acqua mediterranei, nelle guerre umanitarie tra alleati svergognati e nei pruriti alla Tinto Brass sui disordini sessuali dei nostri arzilli nonni. Non è uno spettacolo politico edificante per i nostri giovani, tutti più o meno disoccupati nella repubblica fondata sul lavoro, ma saremmo negli standard della nostra “libera stampa” e della neoliberista “democrazia dei nominati”, se in tanto buio, non fosse così chiaro che l’apparenza inganna. Normale democrazia da esportazione è un Presidente della Repubblica che ci chiede candidamente di bombardare la Libia, ma altrettanto candidamente sostiene che non si tratta di guerra. La guerra, quella vera, ormai lo sanno tutti, la fanno i nipotini del Presidente coi soldati di latta e i modellini da collezionisti. Qualcuno dovrebbe spiegare perché non c’è un centesimo per la ricerca, mentre si trovano miliardi per andare in giro a seminar la pace a colpi di cannone, ma nessuno ci pensa e siamo ancora nella “normale” democrazia del tempo nostro, quella che ad ogni pie’ sospinto chiama a difesa dei sacrosanti principi del diritto internazionale, poi li fa a pezzi e non c’è nulla da dire. Nella nostra “normale” democrazia esistono sempre due spiegazioni opposte per lo stesso fatto. Se un commando palestinese viola la sovranità di un Paese occidentale e giustizia senza processo un uomo disarmato, non ci sono dubbi: Giuliano Ferrara, Magdi Allam, Scalfari, Bersani, Mieli, Lucia Annunziata, il cardinal Bertone e tutti assieme leghisti, forzisti, futuristi, democratici, radicali, piddisti, casinisti e diprietristi, organizzano fiaccolate e manifestano sdegno per l’inqualificabile gesto d’una banda di barbari terroristi. Se la bella impresa nasce occidentale, va tutto bene madama la marchesa e, per favore, non facciamo domande, non disturbiamo l’Onu, non mettiamo su processi mediatici, non bruciamo bandiere e prepariamoci al peggio: occorrono quattrini per la difesa, perché s’aspetta presto la reazione e, poverini, i mercati turbati fanno capriole, intaccano i profitti e squintarnano le Borse. Marchionne vorrà perciò duemila referendum, Draghi riprenderà la litania sui conti pubblici e lo scialo dei pensionati e Napolitano, per suo conto, d’accordo naturalmente sui dolorosi tagli, si dirà preoccupato per la disoccupazione giovanile quantomeno raddoppiata.

Se l’assassinio pachistano dei crociati a stelle e strisce non sollevasse l’allarme per ogni dissidenza e non fornisse l’occasione per tornare quatti quatti alla campagna sugli studenti, i centri sociali e il “patto del terrore”, saremmo nello standard della nostra “libera stampa” e della concezione neoliberista della “democrazia dei nominati”. Così però non pare. Sarà un caso ma, mentre nel Lazio ormai nero c’è chi si candida per la Polverini, in nome di Mussolini, mentre a Milano impazzano bande di neofascisti e a Napoli si mette mano al coltello minacciando “antifà vi buchiamo”, mentre tutto questo accade e le liste elettorali puzzano di camorra, la Digos non sa trovar di meglio che arrestare gli immancabili anarchici nell’innocente Firenze. Quali anarchici? Quelli dello “Spazio Liberato 400 colpi”, una delle piccole “stelle” della “galassia contestatrice” che tanto preoccupò l’antiterrorismo nei giorni vergognosi dello scorso dicembre, quando fu chiuso il Parlamento e la compravendita dei deputati prese a schiaffi quel tanto che sopravviveva di legalità repubblicana.

A che gioco si stia giocando non è dato sapere, ma la domanda è d’obbligo: chi si vuole intimidire e perché? Chi difende diritti? Chi scende in piazza sdegnato per il razzismo di Stato? Chi è stanco e nauseato dei rapporti tra politica e criminalità organizzata? Chi si prepara a sostenere la flottiglia che parte per Gaza nel nome di Arrigoni e dimostra coi fatti che il silenzio dell’opposizione politica non garantisce la resa incondizionata dell’opposizione sociale?

Diciamolo prima e registriamolo a futuro memoria: quale che sia il gioco, è un gioco sporco.

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