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Posts Tagged ‘Gaetano Azzariti’

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Va bene, basta. Diciamolo e poi superiamo le discussioni inutili, che si fanno ad arte per giustificare i «bravi ragazzi che rischiano la vita»: ci sono carabinieri perbene o, per dir meglio, ci sono persino carabinieri perbene che perdono la vita in servizio. Diciamolo e però ricordiamo quanti lavoratori muoiono ogni anno uccisi da imprenditori che non rispettano le norme di sicurezza. Non ce n’è uno che uccida i padroni. Qui da noi si muore di lavoro e la vita la rischiano in tanti, a cominciare dai pompieri e non risulta a nessuno che il pompiere-mela-marcia pesti di botte chi ha chiesto soccorso.
Non ho scelto per caso «Potere al Popolo!» e vorrei che lo dicessimo: quando si trattò di costruire la Repubblica sulle ceneri del fascismo, Guido Dorso, che non frequentava centri sociali, ma conosceva la nostra storia, fu netto e coraggioso: se vogliamo che sia davvero una democrazia, dobbiamo sciogliere l’Arma dei carabinieri. Basta andare a cercare in archivio per sapere come finì: i carabinieri sono ancora al loro posto e Dorso finì segnalato come se il fascismo non fosse caduto, la libertà di pensiero costituisse ancora un reato e il grande meridionalista non fosse altro che il solito «pericoloso sovversivo».
Diciamolo chiaro anche noi e non abbocchiamo all’amo dei ciarlatani dei salotti televisivi: non si tratta solo di Stefano Cucchi, che di per sé sarebbe già un caso inaccettabile. E’ che non sappiamo a quanti Cucchi è stata spezzata la vita con una scarica di botte, con un rapporto che ti mandava e ti manda in carcere, al soggiorno obbligato e al manicomio, finché i manicomi sono stati aperti. Non sappiamo quante siano state dall’unità d’Italia a oggi le vittime di una violenza che non ha un nome, un cognome o un indirizzo. Quante siano e quante purtroppo saranno. Sappiamo che quando è accaduto non è mancato il servo sciocco di un potere capace di stritolare, il quale se n’è venuto fuori con i bravi ragazzi che rischiano la vita. L’intellettuale del «particulare», per dirla con Guicciardini, è nel DNA della nostra storia: ci siamo abituati e la memoria è corta.
Qualcuno si è accorto che sotto l’ultimo appello a marciare contro il razzismo, c’è la firma di Marco Rossi Doria, che pochi anni faceva il paladino del dialogo  con Casapound? No. Non se n’è accorto nessuno, perciò diciamolo chiaro, Guido Dorso, messo d’un tratto sotto controllo, non è impazzito. Sa bene, lo studioso antifascista, quanta miseria umana ha prodotto il fascismo. Sa che i carabinieri, folgorati sulla via di Damasco e convertiti all’idea repubblicana, hanno cominciato a incarcerare partigiani e «dissidenti» di sinistra. Glielo consentono il Codice Rocco – che nessuno provvederà mai a bandire – e di lì a poco l’amnistia, di cui si parla da tempo e che Togliatti firma, dopo averne affidato il testo a un vero campione di democrazia: Gaetano Azzariti, compromesso con la Magistratura fascista fin dal 1928, zelante collaboratore del ministro Dino Grandi nell’elaborazione dei codici civile e di procedura civile, Presidente del Tribunale della razza, ministro con Badoglio  e – perché no? – giudice della Corte costituzionale nel 1955. Giudice e poi presidente.
Dorso sa. Per questo a novembre del 1945, mentre la repubblica è in gestazione, mette sotto l’obiettivo della sua critica l’essenza dello Stato italiano; vengono fuori così le due figure chiave: il «Prefetto che costituisce l’architrave dello stato storico» e il «Maresciallo dei RR. CC.», l’equivalente di «quello che gli architetti chiamano la voltina». Nonostante la guerra partigiana e il sommovimento tellurico che l’ha lesionata «la piccola ma robusta voltina è emersa tra i calcinacci pericolosi, mostrando la sua intima connessione con l’architrave prefettizio e con le altre principali strutture dell’edificio», prima di tutte quella Magistratura per la quale il maresciallo è come il Papa.
Cucchi non è morto per le botte. L’ha ucciso questa struttura rimasta intatta. Oggi come allora, la quasi totalità dei Magistrati, proprio come scriveva Dorso nel 1945, giura «in verba Marescialli con assoluta convinzione. Ipse dixit, come Aristotele». Per questo elementare motivo, che ha radici profonde nella nostra storia, Dorso riteneva che occorresse sciogliere l’Arma. E’ ancora oggi un capolavoro di giornalismo l’ironico ricorso ad Anatole France, e al suo Crainquebille – un venditore ambulante protagonista di un caso giudiziario caratteristico di una giustizia sciocca, feroce e vendicativa, al quale un vigile intima di circolare per non intralciare il traffico. Ne nasce un battibecco e la guardia, che non ammette di essere contraddetta, denuncia, imprigiona e conduce al processo, Crainquebille non ha scampo: è condannato, malgrado un medico testimoni a suo favore in maniera più che convincente. Scontata la pena e tuttavia isolato, perde i clienti, il lavoro e presto anche la testa. Era un brav’uomo, diventa cattivo, non ha di che vivere – né un tetto né un tozzo di pane – e quando pensa che è meglio farsi arrestare ancora, per cercare scampo a spese dello Stato che l’ha distrutto, scopre che nemmeno la galera è disponibile ad accettarlo.
Sono «di moda nelle nostre Corti di giustizia», le considerazioni «che concludono il malinconico racconto del caso Crainquebille». Così scrive Dorso. La parola del maresciallo dei Carabinieri è verità di fede per il giudice e se il maresciallo ti vuole rovinare, lo fa. Il giudice, i benpensanti, la società perbenista optano sempre per «il potere costituito». E’ stata questa la morte che ha ucciso Cucchi, la stessa che uccide i «dissidenti», i «diversi», i Rom, gli immigrati e chiunque si metta di traverso. L’Arma è la migliore garanzia di questa feroce continuità dello Stato. Credo che Potere al Popolo!, nato per «fare tutto al contrario», non possa contentarsi della pietà per Cucchi e della solidarietà per la sorella Ilaria. Come Dorso, deve chiedere lo scioglimento dell’Arma, il miglior alleato di un potere costituito, rappresentato alla perfezione dai due ultimi ministri dell’interno: Minniti, che ha consentito la partecipazione di Casapond alle elezioni, e Salvini amico dichiarato dei fascisti del terzo millennio.

Agoravox,  12 aprile 2019

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leggi_razziali_La_difesa_della_razzaVita e storia non sono realtà separate. Da tempo i pochi metri di strada che separano l’Archivio di Stato di Napoli dal «Centro Sociale Banchi Nuovi», dove si riunisce il «Comitato di Lotta per la Salute Mentale», legano la mia fatica di storico all’impegno di militante e in qualche modo anch’io ho fatto la mia parte, quando il Collettivo dell’«Ex OPG je so’ pazzo» ha portato una vita nuova, che sa di libertà, nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario, restituito alla città. E’ naturale perciò che, quando ho avuto tra le mani il fascicolo di Giuseppe De Crecchio, direttore fascista dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Napoli dal 1923, mi è sembrato di avere davanti un inatteso segnale di riscatto e di portare l’irriverente l’animazione dei Centri Sociali e il rumore delle piazze nel silenzio severo dell’Archivio. La «ragion di Stato», ho pensato, non riuscirà mai a coprire col silenzio i suoi inconfessabili segreti. Poi, subito dopo, mi sono chiesto: ma noi sapremo fare buon uso delle armi che possediamo?
Sarà che il caso sa essere beffardo, sarà che gli «armadi della vergogna» sono più numerosi di quel che pensiamo, sta di fatto che il fascicolo di De Crecchio si «trova fuori posto» sin dal novembre del 1943, come annota un funzionario della Questura di Napoli, fascista fino a pochi mesi prima e tuttavia costretta a schedare il camerata direttore del Manicomio, come fosse uno dei sovversivi finiti poi spesso nelle sue gabbie. Consegnato all’Archivio nel 1988 con lo schedario politico dei sovversivi radiati e deceduti, il fascicolo, mai catalogato, di fatto «non esiste». L’ho trovato per caso il 17 febbraio, inserito in un incartamento intestato a Vincenzo Crispino, calzolaio socialista, costretto a convivere suo malgrado con l’odiato nemico.
Nonostante la Resistenza, la Repubblica, nonostante Basaglia, Piro e la legge 180 del 1978, nelle carte malconce, il dottor De Crecchio è una figura ibrida, di angosciante attualità: quella del medico-carceriere, che dovrebbe «imporre una cura» e invece sottopone a tortura «migliaia di ergastolani della follìa». Pur minimizzando scelte che, in fondo, funzionari e agenti hanno condiviso per un ventennio, le note biografiche, prima di parlarci dell’accademico, giunto alla Federico II da Sassari, dove  ha diretto l’Istituto universitario di Medicina Legale, raccontano la storia del «fascista fervente», subito inserito nella vita del regime. Squadrista della prima ora – porta la camicia nera dall’uno dicembre del 1920 – De Crecchio partecipa «alla Marcia su Roma fino a Puccianella, agli ordini del generale Ziti» e si fregia della «sciarpa littoria». Nel 1924, mentre l’omicidio Matteotti suscita lo sdegno nel Paese, «primo in Italia», il medico istituisce un Gruppo Universitario Fascista che diverrà una vera istituzione per l’università del regime. Superata la crisi, il Duce premia i fedelissimi, che hanno messo a tacere la coscienza. Tra il 1925 e il 1926, è un crescendo: Federazione Fascista di Napoli, Direttorio Nazionale della Scuola, in qualità di Ispettore dei Gruppi Universitari e Direttorio Nazionale del Pubblico Impiego. Il De Crecchio ripaga col suo zelo e rafforza l’organizzazione fascista, fondando il «Patronato Nazionale Fascista per l’Assistenza Sociale».
A dar retta alla Questura, l’uomo, approdato alla Direzione del Manicomio Psichiatrico Giudiziario nel 1923 grazie a un concorso, «è apprezzatissimo […] autore di ben sessantadue pubblicazioni scientifiche in vari campi della medicina legale e dell’Antropologia Criminale e Penitenziaria». In realtà, la Questura esagera, per costruire l’immagine di un uomo di scienza dalla funzione neutra, tecnica, più che politica. Il professionista, però, non è per nulla stimato e a giugno del 1944 la Procura Generale del Re presso la Corte d’Appello di Napoli è costretta a smentire la Questura, ricordando che «l’opinione pubblica, specialmente nell’ambiente sanitario, è palesemente ostile al De Crecchio». In effetti, la ricerca dei lavori dello studioso, praticamente assenti nelle biblioteche italiane, conduce a una «produzione scientifica» costituita per lo più da perizie, articoli pubblicati più volte per gonfiare il curriculum e interventi che stanno in bilico tra politica e scienza, usciti su riviste del regime. A ben vedere, gli scritti anteriori al fascismo si inseriscono nel clima da cui nasce la legge del 1904 sui manicomi, pensati soprattutto come istituzioni punitive, con la malattia ridotta a «colpa» e la terapia utilizzata come strumento repressivo. E’ il mondo della contenzione e dell’elettrochoc, il regno delle camicie di forza, delle manette e delle «fascette», che non cura, non aiuta, non dialoga, ma lega, sevizia, calpesta la dignità umana e, attraverso la punizione, mira alla demolizione. Un mondo che non è mai sparito. Col fascismo, l’obiettivo delle pubblicazioni cambia e diventa didattico: occorre adeguare la preparazione di psichiatri, antropologi, biologi criminalisti e giudici dei minori alla legislazione penale del regime.
In realtà, seguendo il percorso del De Crecchio, il successo dello studioso appare figlio soprattutto della militanza politica. Gli anni del cosiddetto «consenso» trovano il Direttore del Manicomio Giudiziario al culmine di una carriera ricca di onori e molto ben remunerata: l’abitazione gratuita nelle strutture dell’OPG, due stipendi pagati dallo Stato – uno per il docente universitario, l’altro per il direttore del manicomio – una fruttuosa collaborazione con le strutture private di Villa Russo a Miano e nel 1933 la nomina a commendatore dell’ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro. Membro per anni del Direttorio Federale del Partito Nazionale Fascista, il De Crecchio non solo fa parte del Consiglio di Disciplina, delicato organismo del potere fascista, ma nel 1940, di fronte alla tragica scelta della guerra, salda ancora più strettamente la propria sorte a quella del suo duce, accettando l’incarico di Vice Federale.

Come spesso accade nella biografia dei gerarchi fascisti, il crollo del regime e l’arresto di Mussolini rendono più torbida la vicenda umana e politica del De Crecchio. Dopo il 25 luglio, infatti, quando l’aggressività dei tedeschi cresce e i nazisti si muovono in totale autonomia, il comportamento del gerarca diventa così indecifrabile, che le autorità di Pubblica Sicurezza non escludono un’intesa con i nazisti e una loro utilizzazione delle strutture manicomiali, per le quali passano probabilmente prigionieri politici e perseguitati per ragioni razziali. Difficile interpretare diversamente un reticente rapporto in cui la Questura scrive che «non è chiaro se collaborò con la polizia tedesca, perché non si è potuto accertare se detti fermati erano stati colà rinchiusi». Totalmente strumentale e del tutto ininfluente sulla vicenda politica del De Cracchio appare, infine, il fatto che durante le 4 Giornate, a dire della polizia, fulminato sulla via di Damasco, istituisce «un posto di pronto soccorso […] ove furono apprestate cure a 62 patrioti».
Contro il gerarca i partiti della rinascente sinistra non muovono un dito e non è un caso, del resto, se, allo scadere del 31-12-1944, nell’Italia liberata, i provvedimenti di epurazione adottati per ordinanze del Governo militare Alleato siano 2900 contro i 1258 dovuti all’Alto Commissario del governo italiano. Ormai sappiamo che l’esercito occupante non è un monolite reazionario, tant’è che il primo maggio del 1944 ci sono militari Alleati che alzano la bandiera rossa sulle loro camionette. Presi dalle eterne discordie tra rivoluzionari e riformisti, stalinisti e bordighiani, socialisti e comunisti spendono energie preziose in scontri intestini, scissioni e battaglie ideologiche. Una guerra fratricida che consente ai prefetti di registrare il costante indebolimento delle sinistre, le difficoltà dell’epurazione e una forte crescita delle organizzazioni cattoliche. Nessuna meraviglia, quindi, se a chiedere conto al De Crecchio del suo passato siano gli Alleati, che il 30 gennaio 1944 sospendono dalla carica il direttore del Manicomio Psichiatrico Giudiziario. Tutto procede però lentamente e solo a fine giugno la Procura del Re si decide a richiamare l’attenzione delle inerti Autorità di Pubblica Sicurezza «sui gravi precedenti» del De Crecchio, «sull’importanza delle cariche politiche dallo stesso ricoperte durante il decorso ventennio» e chiede un’indagine seria per l’eventuale avocazione dei profitti di regime. Le forze dell’ordine, però, che nel novembre 1943 hanno trovato modo di mettere le manette in città al primo capo partigiano, Eduardo Pansini, non fanno molto per colpire i fascisti e presto centinaia di partigiani del Nord finiranno nelle prigioni e nei manicomi guidati da colleghi del De Crecchio, che nessuno toccherà.
Il 30 novembre del 1944 il fascicolo personale del fascista registra l’ultima annotazione politica: «è stato riassunto, in attesa di giudizio». In realtà, l’uomo non ha mai lasciato la casa che occupa con la famiglia nei locali del manicomio, ha conservato la cattedra all’università ed è diventato addirittura direttore di Villa Russo, dove si spegnerà Renato Grossi, combattente di Spagna, cui il regime ha bruciato il cervello con gli elettrochoc. Se il tempo della vita l’avesse consentito, di lì a poco «l’amnistia di Togliatti» sarebbe giunta in soccorso del gerarca. Quel tempo mancò, perché la morte, nei panni di nemesi, il 27 maggio del 1946 tolse di mezzo il De Crecchio, mentre, impunito e circondato dall’ipocrita deferenza dell’accademia, governava tranquillamente il Manicomio Psichiatrico Giudiziario.

Di lì a poco, naufragata l’epurazione, l’amnistia firmata dal comunista Togliatti e scritta dal fascista Azzariti, chiude la partita, sicché nel 1960 tutti i 241 vice-prefetti e 62 dei 64 prefetti in attività di servizio provengono dal Ministero degli Interni fascista. In quanto alle forze di polizia, 120 dei 135 questori in servizio hanno fatto parte della polizia di regime e solo 5 dei 139 vice-questori hanno avuto un qualche ruolo nella Guerra di Liberazione. Non c’è posto di comando nei Ministeri chiave della Repubblica in cui non si incontrino fascisti. Perché stupirsi se oggi i fascisti di Casa Pound, coperti come sempre da complicità politiche e istituzionali, ripetono impunemente nelle nostre città le imprese dello squadrista De Crecchio, mentre la sinistra si divide su tutto, persino sul tema dell’antifascismo? Non è vero che la Storia non ci insegna nulla; molto probabilmente non abbiamo l’umiltà che occorre per apprenderne la lezione.

Agoravox, 24 febbraio 2016

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L’ho incontrato per caso, in archivio, Benedetto Croce «sindacalista» e ho capito perché l’autunno napoletano del ‘43 non sarà mai lezione di storia: ci direbbe quanto passato vive nel presente e com’è vecchio talora il nuovo che si vende all’incanto. Molto più comodo per il potere una Napoli che, nonostante le Quattro Giornate e decenni di lotte, rimanga per sempre «milionaria» come la vide Eduardo nel ‘45: palcoscenico di periferia sul quale si agita, sotto la cipria delle prostitute, il verminaio di Malaparte. In scena, cialtroni caduti e tornati in sella, uomini senza dignità e «segnorine» in offerta per i «liberatori». La pelle da salvare, insomma, costi quel costi, in una realtà che si colloca fuori dal tempo storico – ieri «Peppe ‘o cricco», oggi «Gennaro ‘a carogna» – in un dopoguerra senza guerra, in cui – spiegano i pennivendoli di regime – la crisi incalza e il meglio è rassegnarsi, barattare salute e dignità con un pezzo di pane e vendere l’anima ai Berlusconi e ai Renzi, che la provvidenza non nega a nessuno. Eppure, dopo una grande rivolta di popolo, l’inferno napoletano è in miniatura l’Italia che verrà: mercato per scampoli di potere e paradisi promessi da «unti del Signore». A ricordarlo, quell’inferno, parli di ieri e però pare oggi.

E’ l’alba della Resistenza. Nell’aria infetta, un vento nuovo porta con sé la voglia di tornare a vivere. Così forte, annoterà Calvino, da vincere la paura della morte e far pensare «alla vita come a qualcosa che può ricominciare da capo». Gli «uomini della provvidenza» non nascono dove un popolo, in bilico su un filo teso tra speranza e tragedia, prova a chiudere i conti col passato e le armi scrivono la storia col sangue. Li trovi, piuttosto, dove si disegna il futuro, dove reti di contropotere e partecipazione popolare sono il motore del Paese e minacciano di rompere col centralismo romano e con Parlamenti che rappresentano gli eletti invece degli elettori. Un disegno temibile per chi difende antichi privilegi, rifiuta una democrazia di base e non riconosce un «ethos politico» ai ceti subalterni. Temibile per chi sente che la svolta è invitabile e gioca abilmente le carte vincenti nella nostra storia: paternalismo, trasformismo e «continuità dello Stato».
Mentre a Nord si lotta, Napoli diventa così laboratorio politico e incubatrice delle Repubblica e non a caso l’inedito «exploit sindacalista» di Croce, vate di un antifascismo così moderato, che fino al 1925, con Matteotti ancora caldo, vota la fiducia a Mussolini, si consuma a Napoli, dove un popolo armato ha sconfitto i nazifascisti. Croce «scende in campo» nel novembre del ‘43, quando Armido Abbate, reduce delle Quattro Giornate e perseguitato politico, senza chiedere visti a una Questura che l’ha sempre sorvegliato per conto dei fascisti, riunisce i ferrovieri in un’assemblea che intende organizzare «tutti i lavoratori del traffico (tramvieri, filotranvieri, portuali e servizio taxi) in Sindacato» e fissare un principio: «licenziamento per chi durante il regime ha compiuto soprusi o ricoperto cariche politiche» e assunzione «dei ferrovieri licenziati perché antifascisti».

Se gli «scugnizzi» sono folclore e va bene decorarli, i combattenti che presentano il conto e mettono in discussione le gerarchie sociali fanno paura; non fa meraviglia, perciò, che il 17 dicembre, alcuni «ferrovieri aderenti al Partito Liberale, presieduti dall’Eminente Maestro Senatore Benedetto Croce, riunitisi in Assemblea Generale», si rivolgano al Prefetto per porgere a «Sua Eccellenza personali ossequi» e comunicargli ch’è nata «l’Unione Liberale Ferrovieri Italiani per riunire tutte le forze fattive e disciplinate della classe ferroviaria, ispirandosi al sentimento di libertà e del dovere». «Divide et impera». L’idea crociana di sindacato è così attuale, che, a ben vedere, ci scorgi l’ombra di Marchionne e il suo intento è chiaro: riesumare il Paese sepolto dalle lotte dei lavoratori. In programma c’è l’Italia dei «padri degli operai» – non a caso l’avremo davvero un «presidente operaio» – una democrazia solo delega e niente partecipazione, il conflitto sciolto nell’acido della collaborazione, come chiede l’immancabile «ora storica», sacrifici imposti a chi paga coi diritti una libertà «condizionata» dalle gerarchie sociali. Svaniti nel nulla gli «scugnizzi», presunti protagonisti della recente insurrezione, per i «ferrovieri liberali» parla Alberto Bouché, altro reduce di quelle Quattro Giornate dal volto sempre più politico: c’è da decidere il destino dei fascisti. Mentre Giovanni Leone prepara la difesa in Tribunale, Arangio Ruiz chiude la discussione: per i ferrovieri liberali esistono limiti precisi «a un’opera che deve tendere a colpire solo i veri responsabili della tirannia fascista».
Delega di poteri, legittimazione politica che passa per gli uffici di Prefetti ancora fascisti e, quindi, continuità dello Stato, nonostante la micidiale contraddizione di un legame con l’Italia fascista, sono le fondamenta su cui Croce e la DC alzano il muro contro cui si infrangono i programmi della Resistenza e l’azione dei CLN. Nei gangli dello Stato il personale fascista lavora indisturbato: Azzariti, ex Presidente del Tribunale della razza e incredibile consulente di Togliatti per l’epurazione, sarà Presidente della Corte Costituzionale, sicché un fascista giudicherà le leggi della Repubblica antifascista, che lascia vivere il Codice fascista di Rocco. Sarebbe solo storia, se d’un tratto, nel cuore d’una crisi di regime che propone condizioni da dopoguerra, dopo elezioni illegali che hanno negato la sovranità popolare, il principio letale della «continuità» non riemergesse dal nulla e, a dispetto delle pessime prove, non ci fosse da fare un’altra volta i conti con la necessità tecnica e giuridica della sopravvivenza dello Stato, col suo volto repressivo e antidemocratico e l’anima classista storicamente definita: servizi segreti, polizia politica, segreto di Stato, ragion di Stato, leggi eccezionali che sospendono di continuo la Costituzione, legalità in conflitto con la giustizia sociale e chi più ne ha più ne metta. Un inganno che si autoassolve e assolve i crimini che compirà.

Non è un caso che oggi, mentre il filo che lega presente e passato si snoda chiaro davanti ai nostri occhi impotenti, mentre la cronaca nera incrocia ogni giorno quella politica, un’onda di fango, calata ad arte su Napoli, rubi la prima pagina all’inquietante raid di neofascisti armati, che hanno potuto sparare impunemente e seminare il panico nelle vie della capitale. Dov’era a Roma la «Stato di diritto»? Com’è che sul banco degli imputati finiscono Napoli e la sua nobile storia e nessuno chiede conto di una vicenda così oscura al questore e al prefetto di Roma? Dov’erano i tanti poliziotti scatenati il 12 aprile, a Piazza Barberini, contro ventimila manifestanti autorizzati e improvvisamente spariti con ottantamila persone in strada? Perché si militarizza la democratica Val di Susa e si lascia mano libera ai neonazisti?
Persino Benedetto Croce, che nella sua breve esperienza di sindacalista fu per una democrazia moderata, punterebbe il dito sul mostro che, senza rabbrividire, i suoi eredi liberali chiamano «democrazia autoritaria» e si stupirebbe del pericoloso estremismo di moderati che mettono mano alla Costituzione, ma si tengono caro il Codice Rocco.

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E’ uscito su “Fuoriregistro” tempo fa. Non è “fresco di stampa” ma potrebbe “rinfrescarci” la memoria. Nessuno la pronuncia più l’orribile parola: “bipartisan”. Pare non sia esistita e non trovi un cane disposto a riproporla. Eppure, fino a poco tempo fa, l’uso sfiorava l’abuso e c’era l’inflazione. Nel clima torbido da “resa dei conti”, tra congiure di palazzo, dossier e verità mediatiche, ognuno può presentarsi come meglio crede e molti sono i “vecchi” che si dicono “nuovi” e “duri” e “puri”… Andiamoci cauti, quantomeno. E vigiliamo. Il cenno sarà improprio, ma un senso ce l’ha. Il fascista Gaetano Azzariti, uno che fu Presidente del Tribunale della razza, scrisse con Togliatti la legge sull’epurazione dei suoi camerati e, dulcis in fundo, divenne poi Presidente della Corte Costituzionale! Quanti Azzariti si stanno sistemando tra padri e padrini della “Terza repubblica”? E c’è chi ricordi che i genitori “nobili” dell’ignobile lavoro della Gelmini sono stati tutti democraticissimi come Berlinguer e Fioroni. Dove sono? Che fanno? Non è che in tanta smania di “rinnovamento”, ce li ritroviamo di nuovo ministri?

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Le piaccia o meno, ministro Gelmini, a sentirla parlare è facile capirlo: lei s’è formata nella nostra scuola, ha respirato l’aria che abbiamo respirato, ha pregi e limiti dei nostri studenti e può capitare: lei sbaglia bersaglio. Dietro le sue ragioni, dietro la novità del maestro unico, la riscoperta delle miracolose virtù terapeutiche del grembiulino, dietro la favola della meritocrazia, non ci sono, come forse lei crede davvero, i quarant’anni che ci separano dal Sessantotto, ma i vent’anni che dalla sua adolescenza scivolano in malo modo sino a noi e ci precipitano addosso come una valanga.

Le piaccia o meno, ministro Gelmini, la ragione con cui spiega le sue ragioni le dà torto: non è stato il Sessantotto a rovinare la scuola, ma ciò che di oscuro gli si è contrapposto in un Paese che lei ha trovato libero nascendo e il governo di cui fa parte pensa di asservire.
Le piaccia o meno, ministro Gelmini, il progetto che intende realizzare non è suo. Lei chiude un cerchio aperto da altri negli anni della sua prima giovinezza. Dietro di lei ci sono l’autonomia scolastica e le mille deroghe alle norme un tempo vigenti in materia di contabilità dello Stato; dietro di lei ci sono le funzioni vitali dell’Amministrazione centrale e periferica della pubblica istruzione affidate a istituzioni scolastiche ferite a morte da quella feroce ristrutturazione aziendale che furono i “piani di dimensionamento“.

Le piaccia o meno, ministro Gelmini, dietro di lei, che forse non ricorda, ci sono la flessibilità, i criteri puramente aziendali di ottimizzazione delle risorse umane, la privatizzazione dei rapporti di lavoro, l’inflazione di insegnamenti opzionali, facoltativi o aggiuntivi, la subordinazione delle istanze formative a quelle della Confindustria e del mercato del lavoro, un bilancio che tiene più in conto i cannoni che le scuole, i capi d’Istituto svincolati dalla didattica, lo scempio delle risorse economiche trasferite dal pubblico al privato, la mortificazione retributiva e la precarizzazione del personale docente.

Le piaccia o meno, ministro Gelmini, lei giunge a governare istituzioni scolastiche brutalmente sacrificate a cieche ragioni di bilancio e poste di fronte a una feroce alternativa: sopravvivere, a danno della “concorrenza” in una lotta senza quartiere per la difesa dei “requisiti dimensionali“, o perire sull’altare del risanamento di una spesa pubblica che continua ad accollarsi i costi inaccettabili della politica e i debiti e le disfunzioni di un capitalismo straccione. Un capitalismo malato, tanto più avido e parassita, quanto più apparentemente vittorioso dopo il crollo del muro di Berlino e la bancarotta della sinistra passata armi e bagagli nel campo delle destre. Il suo campo, Ministro.

Le piaccia o no, dietro di lei, ministro Gelmini, ci sono l’effimero trionfo della legge del profitto e il mito dell’età dell’oro, che avrebbe dovuto segnare la vittoria del “bene borghese” sul “male socialista“.

Questa è la storia. E lei lo sa, la storia non finisce. Le piaccia o meno, la storia siamo noi.

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Fischi per fiaschi e non fa meraviglia: non è un’aquila e la sua poltrona di ministro è nata a Fiuggi e si chiama Fini Gianfranco. Certo, per carità di patria, qualcuno dovrebbe spiegare a La Russa che la vicenda storica del fascismo s’è chiusa senza onore a Salò e, se di antenati ha scelto d’occuparsi, ha preso un granchio: Comsubin risale a “Mariassalto”, la struttura della Marina che seguì la sorte del “Regno del Sud” ed ebbe per nemica la “Decima Mas”. Poco o nulla a che vedere, quindi, con la turpe vicenda di Borghese, disertore e boia nell’Italia repubblichina e poi golpista in quella repubblicana.
Se questa è la premessa d’obbligo, dopo la figuraccia del “ministro della nostalgia”, due parole occorrerà pur dirle sul valore politico della malaccorta incursione per dare a Cesare ciò che a Cesare spetta. Come da rituale, una sedicente sinistra strepita e si strappa i capelli, ma in fondo lo sa bene: La Russa è il terminale destro d’una tenaglia che a sinistra ha in Violante l’alter ego e giunge tardi a sfondare una porta già aperta. Onore al merito: se torniamo a parlare di fascismo, è perché a sinistra qualcuno s’è impegnato veramente a fondo nella strenua difesa dei “ragazzi di Salò”. Certo, la polemica è demodé ma, per capire come sia possibile che dopo settant’anni e tre generazioni, un fascismo di terza mano e un antifascismo sterilizzato tengano ancora banco, occorre tornare per un momento all’alba della Repubblica, a un’aurora che fu molto più buia di quanto in genere siamo soliti pensare. Nel buio fitto e angosciante, basterà un lumicino per veder emergere un antifascismo che non fu semplicemente piegato alla ragion di Stato, com’era probabilmente fatale, ma ridisegnato a tavolino dagli “intellettuali organici” di formazione stalino-comunista del Pci, e ci lasciò in eredità la visione distorta d’una lotta di liberazione “a senso unico”, condotta da un blocco tutto rosso e tutto “garibaldino”. Dietro la trama del disegno c’è la radice delle future e fatali degenerazioni: l’“antifascismo militante” soffocato dal rituale retorico che fa “tabula rasa” dei valori della Resistenza e finisce col salvare i gerarchi riciclati. Ci sono – e se ne sa assai poco – i segreti accordi e i compromessi inconfessati da cui nasce la legge sull’epurazione, che Togliatti, il Guardasigilli, affida alla consulenza decisiva di Gaetano Azzariti, giurista fascista e presidente del tribunale per la razza dal 1938 al 1943; ci sono la continuità dello Stato e uno statalismo sbilanciato in misura marcata verso il capitale, c’è il Concordato inserito nella Costituzione e ci sono – l’esito è fatale – Scelba, Valletta e il sindacato rosso confuso con quello giallo in una spuria commistione interclassista.
Se si torna a quei giorni solo apparentemente lontani, è facile capire come siamo giunti a La Russa e alla sua sfrontata interpretazione del ruolo di ministro della Repubblica. E, d’altra parte, senza La Russa, non sarebbe possibile cogliere il significato più profondo del percorso dei mangiafuoco e degli sparafucile della sinistra estrema, che – ancora una volta in nome della “democrazia” – aprono al dialogo e, dopo avergli tirato addosso sparando a mitraglia, ora tessono la lode sperticata di un parlamentarismo di cui sono protagonisti guitti e figuranti, contenti di trovar posto nella risorta Camera dei Fasci e delle Corporazioni. Figure come quella di La Russa sono un passepartout: utilizzate con attenzione, ci dicono da dove vengono e perché fanno strada ossessioni antigiudaiche e suggestioni anticapitalistiche mutuate dal generico antiamericanismo di Ezra Pound; ci mostrano quali sono i fermenti che alimentano i conflitti tra poveri, segnati da una nuova gerarchia della disperazione – meridionali, clandestini, rumeni e, buon ultimi i rom – e un razzismo che ha ghigno padronale e si lascia attraversare con evidente compiacimento non solo da tentazioni neo-coloniali, ma da un agghiacciante ritorno allo schiavismo.
Non è difficile capirlo. Questa è la vera pandemia del nostro tempo, questa ennesima mutazione del capitalismo. Del tragico verminaio che ne deriva, della nuova, virulenta malattia che aggredisce il corpo sociale La Russa è solo un sintomo preoccupante. Il dramma vero, è che si naviga a vista e nessuno sa dire qual è la natura specifica e quale potrà essere l’evoluzione della patologia.

Uscito su “Fuoriregistro” il 28 dicembre 2009.

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